la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Archivi per il mese di “settembre, 2014”

XXVI domenica del tempo ordinario – anno A – 2014

DSCN0427Ez 18,25-28; Fil 2,1-11; Mt 21,28-32

Matteo colloca nel suo vangelo, tra il capitolo 21 e 22, subito dopo la domanda rivolta a Gesù sulla sua autorità – “con quale autorità fai tali queste cose? (Mt 21,23) – tre brevi parabole. La prima è la parabola dell’uomo che chiede ai due figli di andare a lavorare nella vigna; la seconda è quella dei vignaioli che maltrattano i servi inviati dal padrone e uccidono il figlio; la terza è la parabola del re che fece un banchetto di nozze ma gli invitati non vollero andare. Matteo riprende qui materiale già presente in Marco (la parabola dei vignaioli al cap. 12) e con paralleli in Luca (Lc 14,15-24 la parabola degli invitati in un diverso contesto). La collocazione di queste parabole accostate insieme conduce a cogliere un messaggio di fondo: la storia della salvezza è un dono di relazione. C’è un protagonista al centro che chiama, che invita, che si offre. Al cuore dell’esistenza credente sta una chiamata, un invito da parte di Dio, ed è un invito aperto che si fa appello e invio. Tuttavia questa offerta di incontro e di vita si scontra drammaticamente con la possibilità del rifiuto, con la non accoglienza, con la durezza di chi non si lascia smuovere, cambiare, convertire e con l’ipocrisia di chi si limita a parole vuote, a proclamazioni di discorsi che non toccano la vita e non cambia il suo agire.

Di fronte agli inviati, i profeti di Israele, Giovanni Battista infine Gesù e gli inviati del messia si può cogliere una storia di accoglienza da parte di chi si rende disponibile ad un cambiamento ma anche il dramma del rifiuto. Matteo sintetizza tutto questo in una breve parabola, quella del padre e dei due figli.

(E’ da notare In alcune traduzioni l’ordine delle risposte dei figli appare diverso. Nelle versioni che si rifanno alla lezione del codice Vaticano si riporta per primo il figlio che dice sì alla chiamata ad andare lavorare nella vigna e poi non ci va. Altre traduzioni riportano invece la sequenza di altri codici importanti che pongono prima il figlio che risponde di no e poi si pente e va a lavorare. La prima versione sembra essere influenzata dall’interpretazione che vedeva nelle figure dei figli un riferimento ad Israele, il popolo che per primo è stato chiamato, e ai pagani che per ultimi hanno accolto e risposto all’invito della salvezza).

Il riferimento della parabola non è tanto al popolo d’Israele contrapposto ai pagani, ma va piuttosto alla predicazione del Battista: “Venne infatti a voi Giovanni nella via della giustizia e non gli avete creduto: i pubblicani e le prostitute gli hanno creduto. Ma voi, vedendo ciò non vi siete pentiti, neppure alla fine, per credere in lui”. C’è uno sguardo a quella che era stata la proposta del Battista vicina e collegata a quella di Gesù.

Il rimprovero è rivolto ai sommi sacerdoti e ai capi del popolo ed è quello di non essersi pentiti, di non aver lasciato spazio ad un cambiamento capace di coinvolgere la concretezza dello stile di vita neppure ‘alla fine’.

La parabola è racchiusa tra due domande: ‘Che ve ne pare?’ all’inizio e, alla fine, “Chi dei due ha compiuto la volontà del Padre?”. E’ provocazione a lasciarsi coinvolgere e a prendere orientamenti pratici.

La prima sottolineatura del dialogo tra il padre e i due figli riguarda la distanza tra il dire e il fare. C’è una contrapposizione tra il figlio che ha detto no e poi è andato a lavorare, e l’altro che ha risposto sì ma poi non ha compiuto la volontà del Padre.

E’ questa una sottolineatura cara a Matteo. Il discorso della montagna era stato concluso proprio nella contrapposizione tra chi dice “Signore, Signore!” (Mt 7,21.22) e non compie la volontà del Padre e chi invece fa la volontà del Padre che è nei cieli. A ben guardare nessuno dei due figli ha risposto pienamente, nessuno ha vissuto un ascolto pieno. E tuttavia questo non è importante. Ciò che conta è la disponibilità a lasciarsi mettere in discussione, a ripensare anche in un secondo momento, e cambiare la propria vita in modo operativo e concreto. Anche ‘alla fine’. Non solo dire ma fare la volontà del Padre. Seguire quella via della giustizia che Giovanni aveva indicato come fedeltà a Dio che chiede un cambiamento, un nuovo orientamento della vita con conseguenze concrete e pratiche.

Questa parabola denuncia in secondo luogo l’ipocrisia di coloro che dicono e non fanno (Mt 23,3): è l’attitudine tipica di chi religioso si limita ad una esteriorità o a discorsi che non hanno poi riscontro nella prassi. E’ questo l’atteggiamento di chi nasconde dietro l’apparenza del ‘dire’, una vita in cui non vi è attuazione del vangelo. E’ il dramma di persone religiose, di uomini del culto, di tutti coloro che chiusi all’interno di un mondo costruito su sicurezze non si lasciano interrogare e provocare dai profeti e non si lasciano cambiare. Nemmeno di fronte a testimoni come Giovanni, che con il suo annuncio destabilizzava ogni ricerca di potere.

“I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio”. C’è invece chi, pur vivendo in situazioni morali lontane dal vangelo, ha un cuore disponibile. Si sono lasciati toccare dalla via della giustizia annunciata da Giovanni battista. Si lasciano commuovere da un annuncio che li interroga e questo diviene forza di cambiamento e di nuovo cammino.

E’ una situazione ben diversa da chi nasconde la propria infedeltà al vangelo dietro una facciata di perbenismo e di espressioni religiose. E’ questa la sottile ipocrisia che risolve la fede in una apparenza per essere lodati e non ricerca un cambiamento profondo del vissuto interiore in scelte e atti concreti.

Gesù coglie un’apertura sincera e disarmata, senza ipocrisia, in chi pur avendo vissuto situazioni di disonestà, e di immoralità si apre al cambiamento, si espone a manifestare le sue ferite, inadempienze, errrori, ripensa le sue vie e non pretende di giustificarsi nascondendo il proprio comportamento lontano dalla via della giustizia.

Gesù si faceva vicino a chi era tenuto lontano manifestando l’ospitalità del Padre che ha a cuore la vita di ognuno e apre al perdono e al cambiamento. Se ne stava lontano dal mondo religioso chiuso alla inquietudine e alla ricerca, si stupiva invece nello scoprire che qualcuno non aveva paura di perdere la faccia nel cambiare e nell’intraprendere sentieri di autenticità della vita e di incontro con lui.

DSCN0388Alcune osservazioni per noi oggi

Siamo soliti leggere questa pagina pensando ai due figli come a soggetti distinti. Forse dovremmo cogliere come nella nostra vita e nel nostro cuore sono compresenti le attitudini dei due figli, di chi risponde no e poi fa e di chi risponde sì e poi non si muove. Matteo insiste sulla verifica che non si ferma alle enunciazioni verbali ma va alle azioni, alle scelte di vita: non chi dice Signore Signore entrerà nel regno dei cieli…

La vita al seguito di Gesù si pone come ascolto di una chiamata che è invio e conduce ad un lavorare nella vigna. Nella parabola si sottolinea l’atteggiamento del ripensare, del riflettere del ricredersi. E’ l’attitudine di chi si mantiene aperto, capace di mettersi in discussione, libero nel considerare i propri errori e le proprie valutazioni e prese di posizioni errate. La disponibilità a non considerarsi a posto è base per scoprire orizzonti nuovi nella vita. Il cammino in cui vi sia spazio per pentirsi è un cammino di libertà, che apre oltre le nostre acquisizioni. Apre all’importanza di ascoltare e di lasciarsi cambiare nel rapporto con gli altri e con le situazioni per vivere la via della fedeltà al Signore. Il riconoscee di aver sbagliato costituisce non un segno di debolezza e di incoerenza, ma un passaggio di libertà e di consapevolezza del limite. L’autentico credente sa che tutta la vita è ascolto e cammino sempre nuovo.

Oggi siamo a conoscenza di tante situazioni di povertà, di bisogno, di ingiustizia che richiamerebbero un impegno e una dedizione in tanti modi. E accogliere questo porta a cambiamenti nella nostra vita. Eppure l’atmosfera prevalente è quella dell’indifferenza, della pigrizia che blocca di fronte all’urgenza di smuoversi da una condizione di sicurezza e tranquillità. Si vive così nella conoscenza, nel’informazione di autentici drammi vicini e lontani che toccano persone, ma non ci si commuove. E’ un sapere che non conduce a prendere decisioni per azioni concrete e che talvolta si accompagna a discorsi che non conducono all’impegno. La parola di Gesù è una provocazione ad ascoltare le chiamate di Dio nel quotidiano, soprattutto nella storia delle vittime dell’iniquità del nostro tempo, e accogliere l’invito a lavorare in questa vigna.

Alessandro Cortesi op

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XXV domenica tempo ordinario – anno A – 2014

IntegraleIs 55,6-9; Sal 144; Fil 1,20c-27a; Mt 20,1-16a

La parabola degli operai chiamati a lavorare a diverse ore del giorno nella vigna è presente solamente in Matteo. E’ racconto che fa riferimento ad una quotidianità di lavoro, di sfruttamento, di proprietari di terre e di lavoratori che attendono di essere presi a giornata anche per poche ore.

E’ un racconto che riporta la quotidianità di un’esperienza diffusa nel mondo in cui Gesù viveva, la Galilea segnata dall’arricchimento di proprietari terrieri e da una situazione di impoverimento di molti e di ingiustizia. In molti elementi del racconto il richiamo è alla vita: il lavoro nella vigna, l’uscire del padrone alle diverse ore del giorno, il suo recarsi alla piazza, dove qualcuno attendeva di essere preso a giornata, il suo scorgere chi se ne stava in attesa dal mattino fino alla sera.

Eppure è una vicenda che apre al disorientamento e all’interrogativo. Lo sconcerto giunge alla fine, al momento del venire della sera, quando il padrone chiama gli operai per dare loro la ricompensa. La sorpresa sta nel fatto che il salario è uguale per tutti, per gli ultimi arrivati, come per quelli che avevano lavorato sin dalle prime ore del mattino. Un denaro è il compenso pattuito ed è una buona ricompensa per un giorno di lavoro. Ma è la medesima paga data anche agli ultimi. A partire da un paragone con una situazione di vita in cui molti potevano riconoscersi, come sempre nelle parabole, si pone la questione di un salto, di un riferimento ad altro. Questa parola non intende essere una istruzione per gestire i rapporti di lavoro, ma al cuore di queste come di tutte le parabole di Gesù sta la questione dell’incontro con Dio, la grande domanda sul volto di Dio: ‘il regno dei cieli, infatti, è simile ad un uomo, padrone di casa…”

Integrale-1Lo sconcerto è espresso dal verbo ‘mormorare’: “ricevutolo, mormoravano contro il padrone di casa dicendo: questi ultimi hanno fatto un’ora sola, e li hai fatti uguali a noi, che abbiamo portato il peso della giornata e il caldo”. La lamentela si giustifica secondo una logica che vede la ricompensa essere proporzionale al lavoro compiuto: tanto lavoro, tanti soldi. Mormorare è un verbo che richiama la reazione di Israele nel deserto, quando aveva messo in dubbio la presenza di Dio nel faticoso cammino. E’ così indicazione che nel racconto di Gesù la questione è sul volto di Dio vicino e sul cambiamento che l’incontro con lui richiede.

La parabola ha qui il suo vertice: la risposta del padrone va al profondo delle obiezioni che gli sono rivolte: come mai la paga è uguale per gli ultimi come per i primi? Gesù affronta questa obiezione smascherando ciò che Matteo indica come ‘l’occhio appesantito’. Lo sguardo pesante è quello occupato dall’invidia, dal misurarsi in rapporto agli altri nei termini della competizione e della rivalità. Vive il peso di un modo di concepire Dio come padrone ingiusto e lontano, che misura tutto secondo i criteri del merito, come freddo calcolatore. Le parole del padrone rinviano ad un’altra logica che trova le chiavi di fondo nella parola ‘amico’ con cui inizia il dialogo e nella questione sul suo essere buono: ‘Amico, non ti faccio torto: non ti eri accordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene; io voglio dare a quest’ultimo come a te. Ovvero non mi è lecito fare quello che voglio con le cose mie? Oppure il tuo occhio è malvagio perché io sono buono?’.

Questa risposta apre innanzitutto uno squarcio su come funzionano le cose nella relazione che Dio instaura con noi, cioè, nel linguaggio di Matteo, nel regno dei cieli che ha fatto irruzione con la vita di Gesù. E’ una parola sul volto del Padre che Gesù annuncia. Il padrone di casa è un uomo che va oltre la logica del compenso: guarda al cuore, la sua preoccupazione è la relazione vivente. Non ragiona in termini di mercato: non tutto può essere valutato in base al denaro e c’è qualcosa di più e di altro nella vita rispetto al denaro.

Ma queste parole sono anche una lettura profonda del cuore umano: l’obiezione di chi mormora si accentra sul fatto che il padrone “ha fatto gli altri uguali a noi”. C’è uno sguardo all’altro che coltiva un senso di superiorità e un desiderio di affermare la propria differenza e privilegio, laddove si è realizzato qualcosa di più. C’è in fondo il desiderio che l’altro abbia invidia e che si misuri la differenza sulla base dei soldi ricevuti.

Integrale-2Il padrone di casa rompe questa logica: ‘non ti faccio torto: non ti eri accordato con me per un denaro?’ ma soprattutto si rivolge a quell’uomo, chiamandolo ‘amico’. C’è qualcosa di più della prestazione di manodopera ad un prezzo giusto o abbondante. Il volto del padrone rivela una logica nuova: il padrone gioisce perché nessuno è escluso, e perché quel lavoro può essere occasione di vivere un incontro in cui lo sguardo non è quello del dipendente o del suddito, ma è lo sguardo degli amici. C’è anche un messaggio sul lavoro umano: la questione del lavoro è riconsdotta a far sì che sia esperienza in cui si promuova il volto di ciascuno, la dignità diogni persona e in cui si apra spazio a relazioni non di esclusione ma di incontro.

La risposta del padrone è innanzitutto una provocazione ed un invito ad un cambiamento del cuore: è invito a lasciarsi liberare da quella preoccupazione che l’altro sia accolto e abbia il suo spazio. L’essere fatti uguali è segno di un superamento del dominio dei soldi e di un modo di leggere la vita sulla base di un valere di più e nella paura dell’altro. E’ poi anche invito ad assumere lo sguardo di Dio che gioisce quando ognuno si sa accolto e riconosciuto.

Alcune riflessioni per noi oggi

Un primo pensiero che questa parabola può suggerire è una forte provocazione ad uscire dalla logica del mercato e ad entrare nella logica dello sguardo rivolto all’altro e della responsabilità. Viviamo un tempo in cui grande accento viene dato all’efficienza e al merito di ognuno. La parabola indica uno stile: rapportarsi agli altri senza cadere nella spirale dell’invidia. Invidia è incapacità di vedere e incapacità di immaginare. C’è infatti la capacità di scorgere la situazione dell’altro, di potersi immaginare nella sua condizione, di essere vulnerabili a ciò che vive soprattutto chi ha meno possibilità. Fare uguaglianza non significa appiattire tutto e mortificare le potenzialità, ma è tensione a far sì che chi ha meno possibilità possa essere aiutato ad avere spazi e modi per esprimere se stesso, ad avere uguale punto di partenza per camminare. Viene da pensare che l’articolo 3 della Costituzione italiana che parla di uguaglianza in questi termini è un riferimento fondamentale che racchiude un profondo significato evangelico.

Al cuore delle parabole sta la preoccupazione del volto di Dio. Questa parabola è percorso suggerito per aprirsi al Dio della gratuità e della misericordia. E’ una parola che genera cambiamento del modo di pensare Dio. E questo è unito al rapporto con gli altri: passa infatti attraverso un modo diverso di guardare agli altri, liberandosi dal cuore pesante. Sempre le parabole sono parole efficaci di itinerari di conversione.

Viviamo un tempo segnato dalla violenza e dalla logica della vendetta. Nel mondo del pluralismo e delle diversità, sociali, culturali, religiose c’è una chiamata di Dio, una sfida particolarmente attuale. E’ il passaggio dalla visione limitata, dalla logica dell’invidia e dell’ostilità, alla scoperta del senso profondo della missione della chiesa nel mondo del pluralismo: essa può essere espressa nei termini del ‘rendere amici’. Lo sguardo del padrone del vigna rivolto ai primi è uno sguardo amico, che intende aprire a scorgere la preziosità di una relazione con lui e con gli altri come senso profondo del laoro e della vita. E’ questa una via aperta…

Il lavoro nel tempo della crisi è ambito nel quale si vivono le più grandi difficoltà. Proprio questa parabola potrebbe apririe la domanda su come intendere il senso del lavoro, come esperienza di sguardo all’altro e come luogo in cui si possa crescere in umanità e in relazioni significative: al centro del lavoro sta l’uomo e la donna e ogni lavoro pone in una rete di relazioni con gli altri. E’ forse da cogliere la provocazione ad un senso nuovo del lavoro uscendo dalla schiavitù di una precarizzazione che riduce le persone a strumenti e a merce?

Alessandro Cortesi op

XXIV domenica tempo ordinario – 2014 – Festa dell’esaltazione della croce

640px-Giunta_pisano,_crocifisso_di_san_ranieri(Giunta Pisano – crocifisso di san Ranierino – Pisa 1250 ca.)

Num 21,4-9; Fil 2,6-11; Gv 3,13-17

Nel IV secolo a Gerusalemme sorse la festa della croce di Gesù che oggi viene celebrata dalla chiesa cattolica e ortodossa. E’ una festa che pone in risalto una dimensione fondamentale della fede in rapporto alla croce e parla di ‘esaltazione’, termine che si potrebbe intendere come ‘gloria’.

La croce è strumento di tortura, supplizio e segno della condanna riservata agli schiavi, segno di umiliazione, ed è lo strumento orribile di oppressione con cui è stato condotto a morte Gesù. E’ così un simbolo di tutte le forme di violazione della dignità umana e di sofferenza portata sulle vittime. Come tale la croce è un ricordo doloroso quale segno della malvagità umana che conduce a supplizi atroci e ha costruito e utilizza strumenti di tortura e di umiliazione.

Non c’è nulla da esaltare riguardo alla croce come strumento di morte. Ciò che sta al cuore di questa festa è il fatto che Gesù, andando incontro alla sua condanna, ad opera del potere religioso e politico, ha vissuto fino alla fine un amore indifeso e aperto a tutti fin sulla croce, luogo del suo supplizio. Proprio il suo cammino verso la morte e il suo stare sulla croce sono stati manifestazione del ‘peso’ dell’amore di Dio. La croce non è innanzitutto luogo del dolore come certa pietà della sofferenza ha portato ad intendere, ma luogo in cui si è reso visibile fino a che punto giunge l’amore di Dio: Gesù nella sua vita vissuta sino alla fine come dono di sé e servizio in un amore che giunge a darsi anche ai persecutori ha manifestato il modo di amare di Dio.

In ebraico il termine gloria (kabod) esprime il peso, lo spessore della vita divina. Sulla croce Gesù ha manifestato il peso della vita divina nella storia facendo toccare le dimensioni sconfinate dell’amore. In tal senso si sviluppa la lettura dell’evento della crocifissione di Gesù da parte del IV vangelo. In questo scritto infatti si può rintarcciare una lettura che va oltre un livelo immediato di sguardo ed apre a scorgere proprio nell’evento della croce un momento di rivelazione, il manifestarsi di Dio nella comunione del Padre Figlio e Spirito. Il IV vangelo pone in risalto come la croce, strumento del supplizio disumano, sia stato luogo di manifestazione dell’amore. In questa prospettiva viene colto un messaggio paradossale: sulla croce luogo dell’abbassamento si attua un innalzamento: è il medesimo movimento di discesa e ascesa che un antico inno delle prime comunità ripreso da Paolo evidenzia (Fil 2,6-11). IL Iv vangelo sottolinea che Gesù è posto in alto dove manifesta la gloria dell’amore. Sulla croce Gesù si rivela come re e la sua identità viene paradossalmente sottolineata nella scritta apposta sopra la croce, come pure nelle parole di chi assisteva (Gv 19,19). Alla vista degli uomini Gesù è umiliato, ma ad un livello profondo il suo essere posto in alto è segno della grandezza e della gloria dell’amore.

Nel dialogo con Nicodemo Gesù è presentato come colui che sale al cielo in quanto è l’unico che è disceso dal cielo (3,13 con riferimento al prologo Gv 1,4). Sulla croce si compie così un innalzamento che comporta anche un raduno, che comprende tutta l’umanità edè raduno di per la vita e non per la morte: “Quando sarò innalzato da terra attirerò tutti a me” (Gv 12,32). Un accostamento viene così suggerito tra il gesto di Mosè nel deserto che innalzò il serpente di bronzo nel deserto (Num 21,4-9) e l’innalzamento di Gesù, figlio dell’uomo: “E come Mosè innalzò un serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna”. Il segno del serpente issato era segno di guarigione che liberava dalla malattia coloro che rivolgevano lo sguardo. La croce è vista come momento della glorificazione perché proprio nel luogo più buio e di supplizio, nel momento in cui si manifesta il male frutto delle scelte umane, Gesù ha mostrato come ama Dio e rivela il suo darsi al Padre e a tutta l’umanità: “Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto” (Gv 3,16).

Il segno della croce diviene allora il segno di un dono che si allarga a dimensioni universali, di una vita che nella nonviolenza dell’amore passa attraverso la morte e vive la stessa morte come momento di fedeltà al Padre e solidarietà all’umanità. Così la croce, pur nel rimanere un segno di morte, assume una luce nuova: è segno di vita comunicata, diviene memoria che la consegna inerme nell’amore è più forte della morte. La memoria di Gesù nella comunità cristiana sarà sempre quella del crocifsso risorto: la sua gloria si è manifestata nella debolezza dell’amore crocifisso.

Nell croci dipinte di età medioevale questo motivo teologico viene espresso in particolare in due elementi (visibili nell’immagine della croce di Giunta Pisano quale esempio): il primo è l’aureola, con inscritta una croce, che circonda il capo reclinato di Gesù nella sua morte: è segno di glorificazione e di onore che fa scorgere nel crocifisso colui che vive un amore capace di vincere la morte. Il secondo elemento è la raffigurazione del busto di Gesù vivente, nella condizione di Signore risorto, in atto di benedire, nel clipeo sulla parte superiore del crocifisso. Il medesimo Gesù che ha vissuto il cammino della croce è il Signore vivente del tempo e della storia.

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Alcune riflessioni possono accompagnarci a cogliere il messaggio di questa festa per la nostra vita.

In questi giorni la notizia di tre suore saveriane, Olga Lucia Bernardetta, uccise a Bujumbura in Burundi, ha riportato all’attenzione il dramma della violenza scatenata contro gli innocenti. Di fronte alla loro vicenda il ricordo va ad Annalena Tonelli, e insieme a lei a tanti missionari, medici, volontari, giornalisti che, presenti in luoghi di sofferenza e di povertà, per testimoniare solidarietà incontrano mani e menti assassine. Una violenza tanto più assurda quando è perpetrata verso persone che hanno dedicato la loro vita all’accoglienza e alla cura, nel testimoniare come è possibile la fraternità anche laddove la guerra, i conflitti etnici, la miseria, la sopraffazione hanno devastato i cuori.

Marco Politi (La tragica normalità di tre donne di Dio, “Il Fatto quotidiano” 10 settembre 2014) ha sottolineato la dimensione ‘normale’ dei loro volti: “Volti umani, non ‘fotogenici’. Tre donne tra i settantacinque e i settantanove anni. Dunque da rottamare secondo la retorica della nuova casta. Tre italiane che hanno scelto di andare tra i dannati della terra, a vivere nella periferia di Bujumbara. Facendo mestieri che non sono glamour. Una insegnava, l’altra seguiva le ragazze perché imparassero taglio e cucito, la terza era ostetrica. Vite normali come quelle di decine di milioni di italiane e italiani. Vite particolari, perché volute vivere in condizioni difficili, in mezzo alla miseria vera, dedicate al riscatto di persone sconosciute sentite come fratelli e sorelle. E così probabilmente consideravano, se già lo frequentavano, il killer fermato ieri. Guardiamole quelle tre facce nelle foto sui giornali o alla televisione. Sono suore, per scelta senza divisa, hanno seguito la propria vocazione. Ma sono anche il volto di quell’Italia di tutte le età, di tutti i mestieri, di tutte le convinzioni – che fa il suo lavoro, che non disprezza né invidia gli altri, e anzi è pronta a spendersi per la comunità. In un ufficio, in un’azienda, in un ministero, in una parrocchia, in uno dei tanti segmenti della società”.

La loro morte può far riflettere sul messaggio della loro intera vita, al seguito di Gesù, colui che ha dato la sua vita per gli altri. Questo atto di violenza non deve essere occasione di parole di odio, di vendetta e di ritorsioni. Può invece essere motivo di ritrovare fedeltà alla strada su cui quelle suore hanno camminato nella loro vita: la sequela di un amore che si dona in modo nonviolento, la passione per l’umanità che stava al cuore del cammino di Gesù. Per loro la croce è stata motivo di condivisione di umanità, di servizio, vissuto nella normalità di ogni giorno. Può essere motivo di impegno e speranza per tutti i volti anonimi, per vivere questo tempo di crisi scoprendo l’essenziale.

Alessandro Cortesi op

XXIII Domenica tempo ordinario – anno A – 2014

DSCN0262Ez 33,1.7-9; Rom 13,8-10; Mt 18,15-20

La comunità di Matteo è vicina per tanti aspetti al mondo ebraico e nel porsi la questione di come comportarsi di fronte a chi nella comunità vive in contraddizione con le esigenze del vangelo e come attuare una correzione poteva riferirsi ad una ampia riflessione sviluppata e già presente nella tradizione ebraica. Era infatti considerata una ampia casistica di fronte alle situazioni dei peccatori. Ad esempio la legislazione di Levitico raccomandava: “Non odierai il tuo fratello nel tuo cuore, ma correggerai apertamente il tuo prossimo così non ti caricherai di un peccato contro di lui” (Lv 19,17). In Deuteronomio si suggeriva il passaggio davanti ai testimoni: “ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni” (Dt 19,15). Così pure Ezechiele richiamava alla responsabilità di fronte all’altro: “Se tu non parli perché il malvagio desista dalla sua condotta io domanderò conto a te” (Ez 33,8). Alla base di tale invito sta la consapevolezza he Dio non vuole la morte del peccatore ma mira alla sua salvezza, a guadagnarlo, non a perderlo: il progetto di Dio non è per la condanna e la morte, ma per la vita (Ez 33,11).

La comunità di Gesù si connota per essere un discepolato di uguali, di fratelli e sorelle senza distinzioni gerarchiche ma chiamati a stare nella sequela di Gesù: un cammino di fraternità in cui nessuno è il più grande, ma tutti sono raggiunti dall’appello ad accogliere la volontà del Padre che nessuno si perda dei suoi piccoli.

Matteo raccoglie al cap. 18 alcune indicazioni fondamentali sulla vita della comunità in cui al centro stanno i piccoli. E’ richiamata la logica del perdono come attitudine fondamentale: un perdono che viene da Dio innanzitutto e che va accolto e condiviso in un cammino di cambiamento. Il brano inizia con le parole “se tuo fratello commetterà una colpa contro di te”. L’espressione ‘contro di te’ appare una aggiunta che richiama il versetto in cui Pietro domanda a Gesù: “Signore se il mio fratello pecca contro di me quante volto dovrò perdonargli?” (Mt 18,21). La questione non è sta tanto nei termini di un’offesa personale ma concerne uno stile di comportamento in opposizione all’orizzonte di fondo della comunità. Tuttavia è accentuato il termine fratello: anche chi sbaglia rimane fratello di cui farsi carico.

La pagina sul rapporto con chi viene meno alle esigenze del vangelo è una parola innanzitutto contro l’indifferenza nei confronti dell’altro. E’ indicazione di uno stile di attenzione, che non ignora né sorvola con superficialità quanto ferisce il legame e tutto ciò che mina l’esistenza stessa della vita di una comunità. Il problema di fondo è quello di non rimanere indifferenti di fronte al male, e poter correggere senza assumere l’attitudine di superiorità, mantenendo la consapevolezza del limite e della condizione di peccato che tutti accomuna. Correggere è percorso complesso, che non può essere attuato senza profonda compassione e senza percepire l’importanza dell’altro nella propria esistenza. Il volere del Padre e è che nessuno vada perduto (Mt 18,14).

L’indicazione di fondo del brano sta nel mantenere il riconoscimento dell’altro anche quando la sua prassi è inconciliabile con il vangelo: concretamente ciò si traduce in una attitudine di responsabilità attiva nel superamento di una situazione di fatica, di dissidio, di incomprensione.

Porsi davanti all’altro nei termini del dialogo implica una scelta di tenere a cuore la vita dell’altro. I tre passaggi indicati – il dialogo da solo a solo con il fratello, il colloquio con più testimoni, la presentazione della questione davanti alla comunità – non sono da considerare una sorta di normativa definita. Piuttosto sono suggerimenti che indicano l’urgenza di trovare occasioni in modo creativo per ricercare una via di colloquio in rapporto alle circostanze concrete. Sono invito a cogliere le opportunità concrete possibili per esprimere la cura per l’altro, per accostarsi a lui, e non cadere nell’atteggiamento del disinteresse, dell’ indifferenza, o della rassegnazione. L’esito eventualmente positivo di questi avvicinamenti è espresso nei termini dell’aver guadagnato il fratello: è così indicata una ‘abbondanza’ che non si identifica con dei beni, ma è fecondità di relazione e di vita.

Tuttavia viene anche considerata la possibilità di una durezza e di un rifiuto mantenuto ad oltranza. Se qualcuno rifiuta qualsiasi correzione “sia per te come il pagano o l’esattore”. Essere come un pagano significa la presa d’atto di una condizione di lontananza dalla comunità. Ma questo non implica una lontananza rispetto all’attitudine di cura e custodia che mai deve venire meno. Questa dovrà trovare modo di esprimersi in forme diverse. Queste parole tagliano alla radice l’attitudine settaria presente laddove la scomunica è inflitta come condanna alla persona e motivo di disprezzo ed esclusione. E pongono accento sull’unico grande potere dato alla comunità che è quello di percorrere le vie del perdono e dell’apertura alla possibilità di cambiamento in ordine al vangelo. La comunità che Matteo desidera è una comunità in cui al centro vi sia il perdono e un amore fatto di concretezza; non indifferente rispetto al male e pronto ad accettare anche il rifiuto di dialogo, ma sempre aperto a considerare l’altro come qualcuno da non perdere. La ragione sta nello stile di Dio testimoniato da Gesù: che nessuno vada perduto.

Si instaura così un rapporto nuovo ma che implica ancora una custodia, di tipo diverso, di vicinanza e di attesa. Matteo attribuisce a tutta la comunità il potere di legare e di sciogliere. Legare è sinonimo di proibire, sciogliere sta per permettere. Questi due verbi indicano così l’azione di escludere dalla comunità o di aprire la possibilità ad un condivisione. Legare e sciogliere hanno a che fare ancora con una attitudine che non coltivi indifferenza rispetto al male, ma si ponga in una attenzione alla persona. Sciogliere come offrire possibilità di una porta sempre aperta è la grande chiamata a testimoniare un perdono che non viene da capacità umane ma è lo stile di Dio, senza limite ‘fino a settanta volte sette’ (Mt 18,22).

Anche chi non ascolta e non rivede il suo comportamento va considerato come qualcuno per cui pregare, qualcuno da amare perché Gesù era amico dei pubblicano e dei peccatori (Mt 11,19) e il suo comando è quello di amare anche coloro che si pongono come nemici (Mt 5,44). “Se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà” (Mt 18,19-20). Questa espressione che segue immediatamente il passo sulla correzione fraterna può essere letta come riferita all’accordarsi per chiedere a Dio nella preghiera la possibilità di non perdere chi si ostina in un percorso di incoerenza rispetto al vangelo e rifiuta di cambiare.

L’autentico potere affidato alla comunità sta proprio nella capacità di custodire, nella vita, nella preghiera: una custodia senza limiti che deve cercare con creatività e fedeltà al presente le modalità possibili e concrete per attuarsi. Una custodia da attuare fino alla fine e che non viene mai meno, anche di fronte al rifiuto.

DSCN0285Alcuni pensieri per noi oggi

E’ questa una pagina che parla della difficoltà della vita comune. Soprattutto evidenzia le difficoltà del prendersi cura dell’altro in un contesto in cui spesso prevale il ripiegamento su di sé e la disattenzione per chi vive accanto. Porta a riflettere sulla responsabilità, sulla scelta di evitare compromessi, o l’incoerenza sottile e permanente. Ci fa scoprire quanto ciascuno debba ancora camminare per accogliere l’esigenza del vangelo di ritenere l’altro un fratello, una sorella da custodire.

La comunità di fronte al male e alle deviazioni non può porsi in atteggiamento indifferente. Deve avere il coraggio della non assuefazione, di saper chiamare per nome e denunciare il male. Nello stesso tempo può offrire fiducia e spazio che consenta opportunità per un effettivo cambiamento ed per orientarsi in modo diverso. La correzione fraterna non è un atto che si risolve in un momento puntuale: si connota piuttosto come un percorso fatto di pazienza, di gradualità, ed anche di accompagnamento e di cura. Non si identifica con forme di esclusione che non eliminano il male e per di più tolgono la speranza, ma può essere cammino per aprire alla opportunità di cambiare.

Le indicazioni sulla correzione fraterna talvolta sono state visto come una sorta di codificazione da eseguire, quasi un manuale di risoluzione dei problemi di convivenza pronto all’uso. Ma il vivere la fatica delle relazioni non può essere ridotto a facili procedimenti. Ogni rapporto esige delicatezza, attenzione alle situazioni e alle persone, nella loro reale condizione e originalità. Soprattutto le esperienze di vita comune sono esposte alla difficoltà, alla fatica e anche al fallimento di sogni e tentativi concreti di dialogo. La sollecitazione al cuore di questa pagina sta nel prendersi carico dell’altro e nell’invito ad una custodia nonostante il rifiuto, accettando la fatica dell’incontro.

“Dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro”: questa parola può essere importante per cogliere l’importanza oggi di creare momenti e occasioni di un ritrovarsi attorno al nome di Gesù. Il ritrovarsi non necessita di ufficialità o di riti particolari, può essere attuato nel quotidiano. Passare dalla dispersione alla riunione, passare dall’inimicizia allo stare insieme in ascolto delle sue parole e della sua chiamata. Non è importante essere tanti o pochi, né il numero né l’efficacia o la visibilità del gruppo che si ritrova. E’ la presenza di Gesù ad essere guida e riferimento del ritrovarci e dell’azione. L’importante è mettere al centro la presenza di Gesù nel riunirsi ‘nel suo nome’.

Alessandro Cortesi op

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