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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

XXIV domenica tempo ordinario – 2014 – Festa dell’esaltazione della croce

640px-Giunta_pisano,_crocifisso_di_san_ranieri(Giunta Pisano – crocifisso di san Ranierino – Pisa 1250 ca.)

Num 21,4-9; Fil 2,6-11; Gv 3,13-17

Nel IV secolo a Gerusalemme sorse la festa della croce di Gesù che oggi viene celebrata dalla chiesa cattolica e ortodossa. E’ una festa che pone in risalto una dimensione fondamentale della fede in rapporto alla croce e parla di ‘esaltazione’, termine che si potrebbe intendere come ‘gloria’.

La croce è strumento di tortura, supplizio e segno della condanna riservata agli schiavi, segno di umiliazione, ed è lo strumento orribile di oppressione con cui è stato condotto a morte Gesù. E’ così un simbolo di tutte le forme di violazione della dignità umana e di sofferenza portata sulle vittime. Come tale la croce è un ricordo doloroso quale segno della malvagità umana che conduce a supplizi atroci e ha costruito e utilizza strumenti di tortura e di umiliazione.

Non c’è nulla da esaltare riguardo alla croce come strumento di morte. Ciò che sta al cuore di questa festa è il fatto che Gesù, andando incontro alla sua condanna, ad opera del potere religioso e politico, ha vissuto fino alla fine un amore indifeso e aperto a tutti fin sulla croce, luogo del suo supplizio. Proprio il suo cammino verso la morte e il suo stare sulla croce sono stati manifestazione del ‘peso’ dell’amore di Dio. La croce non è innanzitutto luogo del dolore come certa pietà della sofferenza ha portato ad intendere, ma luogo in cui si è reso visibile fino a che punto giunge l’amore di Dio: Gesù nella sua vita vissuta sino alla fine come dono di sé e servizio in un amore che giunge a darsi anche ai persecutori ha manifestato il modo di amare di Dio.

In ebraico il termine gloria (kabod) esprime il peso, lo spessore della vita divina. Sulla croce Gesù ha manifestato il peso della vita divina nella storia facendo toccare le dimensioni sconfinate dell’amore. In tal senso si sviluppa la lettura dell’evento della crocifissione di Gesù da parte del IV vangelo. In questo scritto infatti si può rintarcciare una lettura che va oltre un livelo immediato di sguardo ed apre a scorgere proprio nell’evento della croce un momento di rivelazione, il manifestarsi di Dio nella comunione del Padre Figlio e Spirito. Il IV vangelo pone in risalto come la croce, strumento del supplizio disumano, sia stato luogo di manifestazione dell’amore. In questa prospettiva viene colto un messaggio paradossale: sulla croce luogo dell’abbassamento si attua un innalzamento: è il medesimo movimento di discesa e ascesa che un antico inno delle prime comunità ripreso da Paolo evidenzia (Fil 2,6-11). IL Iv vangelo sottolinea che Gesù è posto in alto dove manifesta la gloria dell’amore. Sulla croce Gesù si rivela come re e la sua identità viene paradossalmente sottolineata nella scritta apposta sopra la croce, come pure nelle parole di chi assisteva (Gv 19,19). Alla vista degli uomini Gesù è umiliato, ma ad un livello profondo il suo essere posto in alto è segno della grandezza e della gloria dell’amore.

Nel dialogo con Nicodemo Gesù è presentato come colui che sale al cielo in quanto è l’unico che è disceso dal cielo (3,13 con riferimento al prologo Gv 1,4). Sulla croce si compie così un innalzamento che comporta anche un raduno, che comprende tutta l’umanità edè raduno di per la vita e non per la morte: “Quando sarò innalzato da terra attirerò tutti a me” (Gv 12,32). Un accostamento viene così suggerito tra il gesto di Mosè nel deserto che innalzò il serpente di bronzo nel deserto (Num 21,4-9) e l’innalzamento di Gesù, figlio dell’uomo: “E come Mosè innalzò un serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna”. Il segno del serpente issato era segno di guarigione che liberava dalla malattia coloro che rivolgevano lo sguardo. La croce è vista come momento della glorificazione perché proprio nel luogo più buio e di supplizio, nel momento in cui si manifesta il male frutto delle scelte umane, Gesù ha mostrato come ama Dio e rivela il suo darsi al Padre e a tutta l’umanità: “Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto” (Gv 3,16).

Il segno della croce diviene allora il segno di un dono che si allarga a dimensioni universali, di una vita che nella nonviolenza dell’amore passa attraverso la morte e vive la stessa morte come momento di fedeltà al Padre e solidarietà all’umanità. Così la croce, pur nel rimanere un segno di morte, assume una luce nuova: è segno di vita comunicata, diviene memoria che la consegna inerme nell’amore è più forte della morte. La memoria di Gesù nella comunità cristiana sarà sempre quella del crocifsso risorto: la sua gloria si è manifestata nella debolezza dell’amore crocifisso.

Nell croci dipinte di età medioevale questo motivo teologico viene espresso in particolare in due elementi (visibili nell’immagine della croce di Giunta Pisano quale esempio): il primo è l’aureola, con inscritta una croce, che circonda il capo reclinato di Gesù nella sua morte: è segno di glorificazione e di onore che fa scorgere nel crocifisso colui che vive un amore capace di vincere la morte. Il secondo elemento è la raffigurazione del busto di Gesù vivente, nella condizione di Signore risorto, in atto di benedire, nel clipeo sulla parte superiore del crocifisso. Il medesimo Gesù che ha vissuto il cammino della croce è il Signore vivente del tempo e della storia.

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Alcune riflessioni possono accompagnarci a cogliere il messaggio di questa festa per la nostra vita.

In questi giorni la notizia di tre suore saveriane, Olga Lucia Bernardetta, uccise a Bujumbura in Burundi, ha riportato all’attenzione il dramma della violenza scatenata contro gli innocenti. Di fronte alla loro vicenda il ricordo va ad Annalena Tonelli, e insieme a lei a tanti missionari, medici, volontari, giornalisti che, presenti in luoghi di sofferenza e di povertà, per testimoniare solidarietà incontrano mani e menti assassine. Una violenza tanto più assurda quando è perpetrata verso persone che hanno dedicato la loro vita all’accoglienza e alla cura, nel testimoniare come è possibile la fraternità anche laddove la guerra, i conflitti etnici, la miseria, la sopraffazione hanno devastato i cuori.

Marco Politi (La tragica normalità di tre donne di Dio, “Il Fatto quotidiano” 10 settembre 2014) ha sottolineato la dimensione ‘normale’ dei loro volti: “Volti umani, non ‘fotogenici’. Tre donne tra i settantacinque e i settantanove anni. Dunque da rottamare secondo la retorica della nuova casta. Tre italiane che hanno scelto di andare tra i dannati della terra, a vivere nella periferia di Bujumbara. Facendo mestieri che non sono glamour. Una insegnava, l’altra seguiva le ragazze perché imparassero taglio e cucito, la terza era ostetrica. Vite normali come quelle di decine di milioni di italiane e italiani. Vite particolari, perché volute vivere in condizioni difficili, in mezzo alla miseria vera, dedicate al riscatto di persone sconosciute sentite come fratelli e sorelle. E così probabilmente consideravano, se già lo frequentavano, il killer fermato ieri. Guardiamole quelle tre facce nelle foto sui giornali o alla televisione. Sono suore, per scelta senza divisa, hanno seguito la propria vocazione. Ma sono anche il volto di quell’Italia di tutte le età, di tutti i mestieri, di tutte le convinzioni – che fa il suo lavoro, che non disprezza né invidia gli altri, e anzi è pronta a spendersi per la comunità. In un ufficio, in un’azienda, in un ministero, in una parrocchia, in uno dei tanti segmenti della società”.

La loro morte può far riflettere sul messaggio della loro intera vita, al seguito di Gesù, colui che ha dato la sua vita per gli altri. Questo atto di violenza non deve essere occasione di parole di odio, di vendetta e di ritorsioni. Può invece essere motivo di ritrovare fedeltà alla strada su cui quelle suore hanno camminato nella loro vita: la sequela di un amore che si dona in modo nonviolento, la passione per l’umanità che stava al cuore del cammino di Gesù. Per loro la croce è stata motivo di condivisione di umanità, di servizio, vissuto nella normalità di ogni giorno. Può essere motivo di impegno e speranza per tutti i volti anonimi, per vivere questo tempo di crisi scoprendo l’essenziale.

Alessandro Cortesi op

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