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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Archivi per il mese di “ottobre, 2014”

Commemorazione di tutti i defunti – anno A – 2014

DSCF3147Sap 3,1-9; Sal 41-42; Ap 21,1-7; Mt 5,1-12a

Nel libro della Sapienza lo sguardo all’umanità è guidato dalla prospettiva di Gen 1,26: “E Dio disse: Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza”. L’uomo e la donna recano in se stessi e nella loro relazione l’immagine di Dio, partecipano di una vita che proviene da un rapporto. La vita umana sorge nella relazione, è radicata in un incontro e va verso una comunione. Essa è vista come luogo in cui rispondere ad una chiamata a rapporti giusti, alla fedeltà a Dio che si esprime in rapporti di giustizia Tuttavia si pone un interrogativo bruciante di fronte all’esperienza dei tanti giusti che subiscono nella vita oppressione e ingiustizia da parte di chi attua logiche di dominio e sopraffazione: è la domanda sulla vita del giusto a confronto con quella dell’empio. I giusti che nella loro vita hanno risposto alla chiamata fondamentale di attuare l’immagine del Dio datore di vita, non vengono dimenticati dal Dio fedele. Dio non può abbandonare il giusto e lasciarlo preda del male e dell’ingiustizia.

Il testo della Sapienza manifesta il farsi strada dell’idea che la sorte dei giusti, benché messa alla prova dalla prevaricazione e dall’arroganza degli empi, è una sorte carica di eternità perché non viene meno su di loro lo sguardo di Dio. La morte rimane scandalo per la vita umana, ma è attraversata da una luce di speranza per i giusti: dopo la morte la loro anima “resta piena di immortalità”. Il libro, scritto nel I scolo a.C. risente in questi passaggi dell’influsso della mentalità greca e introduce l’idea di separazione di anima e corpo estranea alla mentalità semitica. Tuttavia il grande messaggio contenuto in queste pagine è l’affermazione che l’essere umano nella sua interezza è chiamato a compiere l’immagine secondo cui è stato costituito, dono di relazione con Dio.

Ma c’è anche un altro grande messaggio: se i giusti nella morte sperimentano la vita che non viene meno è perché già nella loro vita hanno vissuto nell’orizzonte della vita e non della morte. E’ infatti possibile vivere sin dall’esistenza presente una ‘vita da morti’: è questa la situazione degli empi, dei persecutori, dei violenti. La loro è una vita che apparentemente si manifesta piena di tanti successi, ma in profondità è solo buio, distruzione degli altri e di se stessi. E’ già morte. La vita dei giusti, di coloro che rispondono con fedeltà a Dio, anche se appare una vita denigrata, perdente ed è esposta all’ironia dagli empi che dicono ‘mettiamo alla prova il giusto, condanniamolo ad una morte infame’ (Sap 2,19-20), questa vita è nelle mani di Dio e vive nella certezza che Dio fedele non viene meno alle sue promesse. Essa è già vita feconda in Dio, nel perseguire rapporti di giustizia. Oltre la morte c’è una promessa di vita e di speranza che già ora innerva le scelte di chi accolgie la chiamata fondamentale della sua esistenza.DSCF4745

L’Apocalisse di Giovanni si chiude con una grandiosa visione di profezia sulla definitiva sconfitta del male: l’ultima parola della storia non è una parola di violenza e di ingiustizia ma una parola di bene di vita e di luce: il ‘mare’, simbolo delle forze oscure del male che si scatenano contro la vita umana, viene eliminato. Permane lo spettacolo di una città avvolta di luce. La nuova Gerusalemme è città della pace: è una città, un luogo plurale che pone insieme tante presenze, che raccoglie le diversità, ed è luogo di un dimorare nella pace. Al centro sta la tenda di Dio in mezzo a popoli, finalmente liberati: “egli abiterà con loro ed essi saranno suoi popoli ed egli sarà il Dio con loro”. Gerusalemme è citta non caratterizzata dal ‘senza’ città dell’esclusione e del privilegio, ma una città caratterizzat da ‘con’: è luog di convivenza insieme, compimento di un disegno di Dio che fonda ogni relazione. E’ una città senza tempio perché la luce proviene dalla presenza di Dio e di Cristo che è luce e salvezza per tutti perché ha inteso la sua vita nel dare se stesso, nella condivisione. La visione della città si allarga ad indicare alla fine un incontro di popoli. La morte non ci sarà più. Ciò che rimane è la luce di una vita donata in abbondanza, come è data gratuitamente acqua per chi ha sete, dalla fonte della vita. La visione di Apocalisse è presentata non come motivo di fuga dal reale e come illusione ma è proposta ad una comunità che sta vivendo la prova e la fatica. E’ questo un punto di arrivo da guardare mentre si è ancora nella lotta e nelle difficoltà del presente: “chi sarà vincitore erediterà questi beni: io sarò suo Dio ed egli sarà mio figlio”.

Il testo delle beatitudini letto nel contesto della memoria di tutti i defunti e le defunte ci rinvia al senso della vita di Gesù come speranza di vita per tutti: di lui questa pagina ci parla, è lui innanzitutto che ha vissuto una vita nella linea delle beatitudini. Ed insieme a lui ci aiuta a riandare a tutti coloro che in questo spirito hanno inteso la loro vita, chi nella povertà, chi nel pianto, chi nella mitezza, chi nella lotta per la giustizia, chi nell’essere misericordioso, chi nel costruire la pace. Soprattutto di chi si è reso responsabile degli altri per far uscire dalla povertà, dalla sofferenza, dalla persecuzione, per aprire cammini di condivisione e liberazione. Dire ‘beati i poveri’ infatti è un forte invito a scoprire che Dio si fa vicino ai dimenticati e agli esclusi per inaugurare una nuova situazione di giustizia e fraternità. Questa pagina non è allora esortazione ad una rassegnazione passiva di fronte al dolore e condizioni di sofferenza, ma è parola di speranza e di cambiamento del presente, annuncia di Dio che si fa vicino a chi soffre a chi è dimenticato per aprire vie di liberazione e di vita.

Il ricordo dei defunti per il credente è innanzitutto una memoria. Un pensare al proprio legame con chi ci ha preceduto, un riandare alle proprie radici, riconoscendo un legame con ‘chi è andato avanti’. Ed è memoria gioiosa che legge nelle vite delle persone incontrate sul cammino la presenza di una benedizione di Dio. Egli raggiunge tutti in modi che solo Lui sa. La memoria dei defunti è maturare uno sguardo che che si affida alla misericordia di Dio. E’ la sua fedeltà e la sua misericordia la ragione e la forza che apre a sperare una salvezza per tutti e a vivere sin d’ora seminando nella vita ciò che rimane.

La memoria dei defunti è unita al giorno della memoria di tutti i santi e le sante, di tutti coloro che sono i santi senza nome della nostra vita e che hanno fatto crescere la storia nell’orizzonte della fraternità e dell’amicizia. Letta in questo momento la pagina delle beatitudini assume i tratti di promessa e appello per una storia segnata dalla vicinanza di Dio che prende le parti dei poveri, degli afflitti, dei miti, di chi tesse la pace e apre alla speranza la vita di chi si affida e scopre di non essere solo.

A conclusione alcuni testi per la riflessione:

“Ci comportiamo come i discepoli fra il venerdì santo e la Pasqua: ‘Noi speravamo’. Noi speriamo ancora, mentre ciò che attendiamo è già accaduto. Noi aspettiamo ancora l’esito del duello, mentre in realtà – se avessimo gli occhi della fede – si va già formando visibilmente davanti a questi occhi il corteo trionfale che farà entrare la natura e la storia, vittoriose in Cristo, nel regno eterno del Padre. Noi ci lamentiamo quando la sua forte mano ci afferra e ci spinge attraverso la porta stretta e buia della sua sofferenza, portandoci verso il regno luminoso ed infinito del Padre suo. Ci lamentiamo ed il nostro lamento attesta a noi stessi che ci fidiamo maggiormente del grigio crepuscolo della nostra terra che della luce del Risorto. Egli però, non vuole il nostro misero gemito, ma ci prende con sé; quando sarà avvenuto ciò che già avvenne, anche voi lo comprenderete” (K.Rahner, Unser Osterglaube, in Das grosse Kirchenjahr, Herder 1992, 264-265)

DSCN0561“Per tutti questi santi, conosciuti solo da te, ti ringraziamo, Signore; chiedendo la loro intercessione. Ci son passati accanto e non li abbiamo conosciuti; ma una pace ci è scesa nel cuore. Non sapevamo da chi provenisse: ci veniva da loro che camminavano, per le vie del mondo, senza miracoli, senza gesti eccezionali, ma con l’eccezionalità di una misura traboccante di amore. Li abbiamo incontrati senza saperlo, li abbiamo conosciuti senza riconoscerli. Adesso li veneriamo, nello stesso anonimato col quale ci son passati accanto in vita, ma ricordandoli, tutti insieme, in Dio. C’è anche il defunto ignoto; quel morto abbandonato nei cimiteri, con una tomba senza fiori. Nessuno va a visitarlo, nessuno porta una margherita, nessuno fa celebrare una messa di suffragio né dice una piccola preghiera. Quel morto non ha vivi che lo ricordino. Forse morì vecchissimo, sopravvissuto a tutti i suoi congiunti, forse fu il superstite di una strage in cui tutti perirono e restò solo lui a condurre una vita solitaria e a finire da solo, in un ospizio, dove l’umana carità giunse fino ad accompagnarlo al passo estremo ma non oltre. Anche per questi morti solitari, non lacrimati da nessuno, per questi morti per cui nessuno prega noi preghiamo in quel secondo giorno di novembre che – come il primo – è dedicato a chi non ha nome o ha un nome del tutto sconosciuto: all’anonimato del defunto e del santo per cui nessuno pregherebbe, se la liturgia della chiesa non ci invitasse a farlo; se al santo ignoto ed al defunto ignoto non avesse serbato una memoria solenne. Naturalmente anche dei santi celebri, che godono di una venerazione universale e dei defunti cui i parenti dedicano suffragi, ci ricordiamo, in questi giorni. Ma soprattutto di quelli che non hanno altri giorni scritti sul calendario della chiesa o su quello privato di ciascuno: di quelli che sarebbero dimenticati se la liturgia non avesse pensato a questa pubblica riparazione” (Adriana Zarri, La festa del santo ignoto, in Quasi una preghiera, Einaudi 2012, 174-176).DSCN0585

“Questa memoria dei morti è per i cristiani una grande celebrazione della resurrezione: quello che è stato confessato, creduto e cantato nella celebrazione delle singole esequie, viene riproposto qui, in un unico giorno, per tutti i morti. La morte non è più l’ultima realtà per gli uomini, e quanti sono già morti, andando verso Cristo, non sono da lui respinti ma vengono risuscitati per la vita eterna, la vita per sempre con lui, il Risorto-Vivente. Sì, c’è questa parola di Gesù, questa sua promessa nel Vangelo di Giovanni che oggi dobbiamo ripetere nel cuore per vincere ogni tristezza e ogni timore: “Chi viene a me, io non lo respingerò!” (cf. Gv 6,37ss.). Il cristiano è colui che va al Figlio ogni giorno, anche se la sua vita è contraddetta dal peccato e dalle cadute, è colui che si allontana e ritorna, che cade e si rialza, che riprende con fiducia il cammino di sequela. E Gesù non lo respinge, anzi, abbracciandolo nel suo amore gli dona la remissione dei peccati e lo conduce definitivamente alla vita eterna” (Enzo Bianchi, I morti, le nostre radici, in Dare senso al tempo. Le feste cristiane, Qiqajon 2003, 149-151).

Alessandro Cortesi op

XXX domenica – tempo ordinario anno A – 2014

DSCN0535“Uno di loro lo interrogò per metterlo alla prova: Maestro, qual è il grande precetto della legge?”. Gesù è ancora interrogato da chi si avvicina a lui non per ascoltarlo, ma per metterlo alla prova. Se si confronta il brano di Matteo con il parallelo del vangelo di Marco (Mc 12,28-34) si potrebbero notare un serie di differenze importanti. In Marco il dialogo tra uno degli scribi e Gesù si svolge in un clima di simpatia, che offre il senso di una ricerca da parte dello scriba e di condivisione. Gesù riconosce questa attitudine dello scriba con parole di apertura e di speranza: “Non sei lontano dal regno di Dio”.

In Matteo nulla di tutto questo. Matteo con probabilità riprende l’atmosfera polemica che dopo il 70 segnava i rapporti tra il fariseismo e la comunità giudeo-cristiana e colloca questo dialogo di Gesù in un quadro in cui la domanda gli è posta dai farisei convenuti insieme per metterlo alla prova, come sfida.

Il dialogo è infatti introdotto all’indicazione del radunarsi insieme dei farisei, e uno tra di loro pone la domanda che verte sul ‘grande comandamento’. Il grande comandamento è riferimento alla questione dell’orientamento di fondo che dà senso a tutta la vita umana e si inserisce nella questione relativa alla moltreplicità dei precetti in cui ritrovare un filo centrale e più importante. Una corrente dell’ebraismo farisaico, quella di Hillel, prevedeva la articolazione di precetti più pesanti e più leggeri, e vedeva anche la possibilità di riassumere tutta la Torah in un unico principio. E’ la linea che Matteo riprende indicando la regola d’oro (Mt 7,12), che si ritrova anche nella tradizione rabbinica. Ma in modo generale era viva la ricerca di unificare i molteplici precetti della Torah e l’intera precettistica che si era formata nell’insegnamento orale attorno ad un nucleo fondamentale sintetico.

Ma ora la domanda posta a Gesù si connota come una sfida perché prenda posizione a favore o contro nel dibattito tra scuole religiose, nelle quali la questione è divenuta un problema fonte di discussioni raffinate fine a se stesse che non cambiano la vita.

Gesù non si sottrae, ma anziché parlare di un comandamento ne indica due; pone insieme due comandamenti che già erano presenti nella tradizione ebraica. Il riferimento è al comandamento dello Shemà (ascolta Israele) presentato nel Deuteronomio: “Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua vita e con tutta la tua mente” (Dt 6,4-5). E aggiunge: “Questo è il grande e primo comandamento”. E’ il comandamento centrato sull’amore verso Dio. Ma Gesù accosta immediatamente a questo comandamento il comando di amore verso il prossimo che egli riprende dal testo del Levitico: “Amerai il prossimo tuo come te stesso” (Lv 19,18). Amare Dio con tutto il cuore è il primo comandamento, ma ce n’è un secondo ‘simile al primo’. Il secondo viene ad avere un’importanza pari al primo. E’ come specchio nel quale si riflette e verifica l’ascolto del primo comandamento.

Con questa affermazione Gesù pone una novità e apre una forte provocazione: non c’è amore di Dio laddove non si attua un amore concreto verso coloro che sono prossimi. A questi due comandamenti sono appesi la Legge e i profeti, quasi come due cardini su cui la porta dell’intera Scrittura e della vita sta sospesa. La parola di Gesù riporta la questione dai dibattiti di scuola alla dimensione della vita e inserisce una novità nell’accostare i due comandamenti parlando di un primo e di un secondo come specchio del primo, simile.

Forse si può anche intravedere tra le righe come egli indichi anche un ‘terzo’ comandamento, perché per amare il prossimo è necessario passare attraverso un rapporto di amore con se stessi e una comprensione di cosa significhi ‘amare se stessi’: “amerai il prossimo come te stesso”. C’è un ‘come’ che porta a guardare dentro se stessi, scoprendo che la propria identità e scoprendo lì la radice di una apertura all’incontro e alla relazione. Amando gli altri si fiorisce nelle dimensioni più profonde del proprio essere e l’attenzione alle dimensioni più profonde di se stessi apre al dono e al servizio. Nell’amore del prossimo c’è una via per trovare se stessi.
Al primo posto sta il rivolgersi a Dio con una attitudine particolare: c’è una totalità di coinvolgimento che è richiesta: ‘con tutto il tuo cuore’. Non solo alcuni settori marginali della vita. Incontrare Dio significa metterlo al centro della vita, riferimento delle scelte in tutti i momenti. Negli aspetti quotidiani e ordinari della vita. E’ un cammino, un orientamento della vita che non è mai compiuto e sempre si apre alla scoperta di nuove esigenze.

Ma il problema è anche: quale Dio amare con tutto il cuore? Il rischio di fondo è inseguire un volto di Dio che corrisponde ad una costruzione umana, a propria immagine e somiglianza, che giustifica egoismi, ripiegamenti, indiffeenza all’altro: è il grande rischio dell’idolatria. Non si può pensare di amare Dio e disprezzare i volti che recano ins e stessi l’immagine del Dio creatore e amante dell’uomo. Amare Dio che non si vede si attua nell’amare il prossimo che si vede. La verifica dell’incontro con il Dio invisibile sta nella cura e nell’attenzione concreta e situata per qualcuno, con il suo volto, con la sua storia. Amare Dio non è cosa lontana ed evanescente, ma incontra la quotidianità, si fa orientamento di vita sulla terra: non c’è amore di Dio che non passa per un amore che ha tratti non emozionali e indefiniti connessi alla voglia del momento, ma si precisa nell’orientamento scelto di cura e dedizione verso l’altro, nella decisione di farsi prossimi. Gesù smaschera in tal modo un tipo di religione in cui si possa affermare di amare Dio e contemporaneamente maltrattare l’altro o vivere rapporti di sopraffazione e violenza con gli altri. Porta a considerare che il volto di Dio da amare è il Padre che ha cura e compassione delle persone nella loro individualità e concretezza.

DSCN0552Alcune osservazioni per noi oggi

La cura per l’altro assume oggi il nome di maturare il senso dell’ospitalità. “Non maltratterai il forestiero… perché anche voi siete ststi stranieri nella terra d’Egitto”. L’attenzione al forestiero e l’accoglienza si pone come esigenza  non di benevolenza paternalistica e di elargizione di qualcosa da una condizione di sicurezza e superiorità. Piuttosto il rapporto con lo straniero è indicato quale opportunità preziosa per scoprire gli aspetti più profondi della propria identità, delle proprie radici e del senso della vita: ognuno infatti vive nella condizione di essere straniero a se stesso, di percorrere la vita come un viandante bisognoso di riparo, di riconoscimento, di pane e dignità. E’ quindi occasione per aprirsi alla memoria della condizione di spaesamento presente nella propria esperienza, di difficoltà e necessità di trovare patria e accoglienza, della tensioen insita a porsi in relazione da bisognosi e portatori di doni nello stesso tempo. E’ la condizione che accomuna tutti gli esseri umani, chiamati ad una custodia reciproca nel cammino che li vede intrecciati insieme nella vita. La questione del rapporto con gli stranieri è oggi un luogo di scoperta del senso dela prorpia esistenza: proprio per questo scatena le paure più ataviche e genera reazioni di esclusione. E’ faticoso scoprire le profondità del proprio essere. Ma proprio l’appello e la presenza stessa dello straniero povero, provoca a guardare in profondità a se stessi. Conduce a scoprre di essere stranieri e bisognosi di quel mantello donato, che è l’unica copertura contro il freddo, per sopravvivere nelle notti dell’esistenza.

Si potrebbe allargare oggi la considerazione del duplice comandamento ‘ama Dio ama il prossimo’ fino a ritrovarvi l’indicazione di ‘amare la terra come se stessi’: la terra (adamah) da cui l’umanità (adam) è tratta. Oggi siamo di fronte all’appello a maturare uno sguardo ad un rapporto con Dio che passa attraverso l’attenzione e la cura alla terra come realtà vivente di cui l’umanità partecipa e che è matrice e grembo che custodisce le creature, ma che richiede anche custodia e salvaguardia. Ama Dio e il prossimo si collega ad un amore alla terra.

Paolo indica alla comunità di Tessalonica uno stile di vita: “voi avete seguito il nostro esempio e quello del Signore, avendo accolto la Parola in mezzo a grandi prove, con la gioia dello Spirito santo”. La vita cristiana si connota come accoglienza della Parola, nella forza dello Spirito, e nella gioia di fondo che solo dallo Spirito deriva. Può essere anche racchiusa nell’espressione ‘seguire l’esempio del Signore’ e di tutti coloro che hanno ritradotto nella loro esperienza lo stile di Gesù. Un richiamo ad una concretezza dell’esempio che genera la domanda e il coinvolgimento. Uno stile di comunicazione del vangelo in questo tempo, non basato su discorsi persuasivi di sapienza, non esaurito in parole vuote che non cambiano la vita, ma sulla potenza dello Spirito accolto in scelte concrete e in orientamenti di impegno e di coinvolgimento personale.

Alessandro Cortesi op

XXIX domenica tempo ordinario – anno A – 2014

Aureus_à_l'effigie_de_TibèreIs 45,1.4-6; Sal 95; 1Tess 1,1-5b; Mt 22,15-21
Matteo introduce la questione sulle tasse ai romani, la prima di tre dispute presentate al cap. 22 (il tributo a Cesare nei vv. 15-22; la risurrezione nei vv. 23-33; il grande precetto della Legge nei vv. 34-40) descrivendo l’atteggiamento dei farisei: “i farisei, essendo partiti, tennero consiglio…” Tener consiglio è l’attività del sinedrio presieduto dal sommo sacerdote, quella attività che segna il racconto della passione (Mt 27,1.7; 28,12). Qui è una azione anticipata e attribuita ai farisei che si recano da Gesù per metterlo alla prova, insieme agli erodiani, un partito che attendeva il sorgere di un regno teocratico in Israele, sostenitori del re Erode Antipa, in attitudine di collaborazione con i romani. Il clima dell’incontro è quello di una precomprensione ostile e di falsità, mascherata da parole di adulazione e di riconoscimento del valore dell’insegnamento di Gesù. La domanda posta ha di mira di metterlo in difficoltà. E’ una questione delicata che tocca i rapporti con la politica del tempo. Verte sulla tassa imposta dai romani su ogni persona, dopo che occuparono la Palestina nel 6 d.C.: una tassa odiosa che doveva essere pagata da tutti uomini donne e schiavi, dall’età dell’adolecenza fino a sessantacinque anni. Una tassa diversa da quella, di tipo religioso, richiesta per il tempio. Il tributo del census era equivalente alla paga di un giorno (un denaro di argento) e per pagarlo era utilizzata una moneta speciale che recava l’effigie di Tiberio Cesare (imperatore dal 14 al 37 d.C.) accompagnata da un’iscrizione in latino: Tiberio Cesare, augusto figlio del divino Augusto, sommo sacerdote). La raffigurazione dell’imperatore come divinità secondo la legge ebraica (cfr. Es 20,4) era una immagine idolatrica e già l’uso di questa moneta di per sé stessa poteva costituire problema.

Gesù viene posto davanti alla domanda se sia lecito o no pagare questa tassa all’imperatore. Se risponde sì viene meno alle attese della folla che riponeva in lui l’attesa di un messia liberatore anche politico dall’oppressione dei romani. Se dice no la sua risposta può costituire accusa di opposizione al potere romano e lesa maestà nei confronti dell’imperatore. A chi si deve dare la moneta? Qualsiasi risposta lo avrebbe posto in difficoltà.

La reazione di Gesù esprime la sua libertà. Non si lascia prendere nel tranello: non risponde ma spiazza i suoi interlocutori con la sua libertà. “Ipocriti perché volete mettermi alla prova? Mostratemi la moneta del tributo… Questa immagine e l’iscrizione di chi sono?”. Nel farsi mostrare una moneta dai farisei svela la loro ipocrisia: benché religiosi osservanti e preoccupati di rimanere puri, essi hanno questo tipo di denaro che reca l’immagine dell’imperatore, incisa sulla moneta benché la legge lo vietasse (Dt 4,16). Potrebbero essere allora accusati di accogliere la pretesa dell’imperatore di essere venerato come divinità e quindi di essere idolatri. Nonostante il loro presentarsi come religiosi riconoscono di fatto l’imperatore come signore, e sono così sottomessi al potere politico come a un ‘dio’ (cfr. Gv 19,12-15).

Tuttavia Gesù non si ferma a questo punto. Poiché questo era il mezzo ordinario per pagare le tasse all’imperatore romano, mostra che per lui l’uso di tale moneta non è cosa da cui stare lontani per non sporcarsi le mani. Per questo dice: ‘Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare…’ Usatela per l’uso a cui questa moneta è destinata… Ammette in tal modo che sia lecito pagare le tasse senza affrontare la questione se questa imposizione sia o meno giusta o se il potere dell’imperatore sia legittimo o meno. E’ il riconoscimento realistico della presenza dell’autorità nella vita umana, di un ambito, quello politico, che attiene alla responsabilità della vita sociale e dei popoli.

Ma la sua affermazione continua. Gesù pone un deciso limite a questo ‘rendere a Cesare’: se a Cesare, il potere politico, va riconosciuto il pagamento delle tasse con quella moneta, non si deve fare di esso come assoluto. Sta qui un’importante soglia a cui Gesù richiama, c’è un limite da porre. Tra la sfera di Cesare e ciò che compete a Dio c’è una differenza. Sono piani diversi. A Cesare vanno rese le monete perché la sfera economica è di sua competenza: le monete portano infatti la sua effigie. Certamente a Cesare, il potere umano, va riconosciuta autorità per quel che riguarda alcuni ambiti della vita. Ma questo non può essere un riferimento assoluto.

Gesù porta ad interrogarsi su che cosa compete a Dio. Da un lato afferma che c’è un ambito di competenza proprio delle realtà umane. Sta qui implicito un richiamo al racconto della creazione: ad Adamo è affidata la creazione; all’umanità è data la responsabilità del mondo nella sua autonomia e nella ricerca delle leggi, e nella costruzione di istituzioni umanizzanti. Quello che tuttavia sta a cuore a Gesù è che a nessun Cesare si deve rendere il cuore, la vita nella sua totalità. Se nelle monete è presente l’effigie di Cesare, su ogni volto di uomo e di donna è presente un’altra immagine da riconoscere: nei volti umani è presente l’immagine di Dio stesso, il Dio della creazione che ha detto: “Facciamo l’umano a nostra immagine e somiglianza”. Sono i volti dei viventi il luogo in cui si riflette e traluce l’immagine di Dio (Gen 1,26-27).

Gesù mette in guardia e propone di guardare alla dignità unica di ogni persona che non può piegarsi di fronte a nessun imperatore o potere umano sia politico sia religioso. Conduce a considerare dov’è l’immagine di Dio per poter dare a Dio quello che è di Dio. A Dio compete non solo una sfera tra altre della vita umana ma a Lui solo è da ricondurre la totalità dell’esistenza, la sua dimensione più profonda, riconoscendo nei volti umani e non più su monete senza vita l’immagine di Dio stesso. Pur riconoscendo la competenza di Cesare su varie dimensioni, mai la sfera di competenza di Cesare potrà coprire tutta la vita. E così Dio mai potrà e dovrà essere confuso con un potere umano o con una forma religiosa di potere.

Immagine è la parola al centro di questo confronto tra Gesù e i discepoli dei farisei. Gesù a partire da tale spunto rinvia ad un significato più profondo dell’immagine. Uomo e donna sono creati ad immagine di Dio secondo Genesi (1,26-27): lo sono nella loro diversità e nell’unità che costituisce l’umano. I discepoli di Gesù sono chiamati innanzitutto a non confondere l’immagine di Dio con l’immagine di Cesare, a non identificare in una forza politica o in un governo umano la presenza di Dio, l’unico signore che sta oltre ogni progetto umano. Sono chiamati a restituire a Dio ciò che gli compete cioè la sua creatura. A Dio non è da restituire qualche cosa, o un settore parziale e delimitato della vita, ma l’intera esistenza. Al centro di queste parole c’è il rinvio allo stile di libertà di Gesù. A tale libertà anche i suoi discepoli sono chiamati: chiamati a riconoscere le esigenze che derivano dalle realtà dello stato. E tuttavia riconoscere ciò che è di Dio e scoprire che l’immagine di Dio è la vita umana. Ogni autorità, ogni istituzione potrà essere riconosciuta ma non senza limiti e riserve, considerando che c’è un’immagine più importante da riconoscere sempre, l’immagine di Dio impressa nel volto umano e nessuna istituzione umana può deturpare tale immagine.

Queste parole indicano il superamento di una concezione teocratica del potere così presente nel mondo in cui Gesù viveva, ma anche sono cariche di potenzialità per concepire una attitudine laica di fronte alle istituzioni umane. Nessuna istituzione umana può prendere il posto di Dio e d’altra parte va riconosciuta nell’ambito delle proprie competenze. Riconoscere il volto di Dio nel volto dell’uomo è rimanere nella capacità critica e nella tensione a rifuggire ogni compromesso comodo con il potere e con ogni forma di idolatria. A Dio non è da restituire qualche cosa, ma l’intera esistenza. Non è la soluzione delle questioni relative al rapporto tra religione e politica, tra Stato e Chiesa ma rinvio allo stile di libertà dei discepoli di Gesù, chiamati ad essere responsabili nella storia, a non essere rinchiusi nella soggezione ad un potere che si pone come assoluto, attenti a scorgere nel volto dell’altro l’immagine di Dio. E soprattutto persone che rifuggono l’ipocrisia.

DSCN0474Alcune osservazioni per noi oggi

Due modi si contrappongono: da un lato i farisei che usano malizia e ambiguità, sottomessi alla paura dell’autorità politica, nel tentativo di cogliere in fallo Gesù. Dall’altro Gesù, presentato come ‘veritiero’, ‘che insegna secondo verità’, che ‘non ha soggezione’, che ‘non guarda in faccia nessuno’. E’ il ritratto di un uomo libero, ‘diritto’, che non finge e non trae in inganno, l’esatto opposto dell’ipocrisia. Il suo tratto è decisamente diverso dal profilo di una vita in cui tutto è apparenza, recita esteriore di un copione che non corrisponde alle vere scelte, scissione tra ciò che appare all’esterno e l’interiorità: è questa la ‘malizia’ che Gesù denuncia, cercando di smascherare il cuore dei suoi interlocutori. ‘Ipocriti, perché volete mettermi alla prova?’ Possiamo chiederci come vivere oggi tale dirittura nella libertà, una sfida per noi…

L’ambito del politico è penultimo – così come ogni ambito della attività umana – ma non significa che sia senza importanza e senza esigenza di impegno: va riconosciuto in quello spessore proprio da mantenere in continua tensione, in una ricerca mai conclusa con le esigenza di ciò che ultimo. Ciò che è ultimo non annulla né conduce a fuggire o disprezzare il penultimo, ma lo orienta, lo espone a critica, lo aiuta ad indirizzarsi verso ciò che è più importante. Tendere a ciò che è ultimo mantiene aperta la questione di non sacralizzare il penultimo. Ma in questo modo è anche la più grande valorizzazione dell’impegno nella ricerca delle vie penutlime nei vari ambiti della vita umana.

Trasferendo la questione della moneta di Cesare in tutt’altro contesto sociale e situazione storica si potrebbe aprire considerazione di come è vissuto il rapporto con le tasse oggi. Su questo proprongo alcune riflessioni di Giannino Piana (da “Cristianosociali news” n.12 del 12 settembre 2007) che offrono alcuni criteri di riferimento rispetto ad una modalità oggi diffusa di pensare le tasse solamente come un attentato all proprietà personale. Ripercorrendo gli sviluppi della concezione dello Stato nel corso dei secoli Piana osserva come nell’età moderna progressivamente “La dimensione sociale non è più concepita quale fattore costitutivo della soggettività umana – come dato “naturale” secondo l’accezione della filosofia classica e medioevale – ma è ridotta a realtà del tutto accessoria che va forzatamente accettata per non mettere a repentaglio l’ordine della convivenza. Da questa concezione ha preso avvio, da un lato, l’economia capitalista, la cui molla essenziale è l’interesse individuale, e, dall’altro, una interpretazione della politica come espressione di un ‘contratto’ sociale esclusivamente finalizzato alla tutela delle libertà individuali. Lo Stato è, di conseguenza, considerato come una realtà che si impone dall’esterno e che ha un compito prevalentemente negativo, quello di far rispettare le “regole” del contratto assicurando la pace sociale; si tratta dello Stato ‘carabiniere’, dotato di un potere essenzialmente coercitivo, e non interessato invece alla promozione positiva del ‘bene comune’.” Un passaggio nel quale anche la chiesa cattolica ha precise e profonde responsabilità. Nell’attuale condizione – continua Piana – “In regimi democratici come quello in cui viviamo, in cui lo Stato è espressione diretta dei cittadini, il dovere di pagare le tasse è dunque un dovere di stretta giustizia. L’evasione costituisce una grave violazione del patto che sta alla base della vita della comunità cui si appartiene, e va pertanto condannata tanto sul piano morale che civile”. Maturare tale visione “…implica il superamento da parte dei cittadini della tentazione di indulgere in posizioni qualunquiste e il riconoscimento del ruolo decisivo della politica; e da parte dei governanti la promozione di una rigorosa conduzione della ‘cosa pubblica’ tale da renderne credibile il valore. L’evasione fiscale è la ‘cifra’ dello scarso ‘senso civico’ esistente nel nostro Paese: la lotta nei suoi confronti esige pertanto l’adozione di misure severe, fondate su criteri di giustizia ed equità. Ma è bene ricordare che questa lotta, per quanto necessaria, non basterà da sola a sconfiggere un costume profondamente radicato, se non si accompagnerà a un’opera di grande risanamento morale”.

Alessandro Cortesi op

XXVIII domenica tempo ordinario anno A – 2014

DSCN0455Is 25,6-10 ; Sal 22; Fil 4,12-14.19-20; Mt 22,1-14

La chiave di lettura per entrare nella pagina del vangelo è costituita dalla prima lettura di Is 25: “Preparerà il Signore degli eserciti per tutti i popoli, su questo monte, un banchetto di grasse vivande, un banchetto di vini eccellenti, di cibi succulenti, di vini raffinati. … Eliminerà la morte per sempre, il Signore Dio asciugherà le lacrime su ogni volto”. Un banchetto è un’immagine della convivialità, della festa, della pienezza di vita. Un banchetto con cibi e bevande dove l’invito è aperto e l’abbondanza del cibo è indicazione di una accoglienza aperta. E’ presente l’essenziale ma anche si condivide il sovrappiù della gratuità. E’ un’immagine di vita che espriem anche la promessa di un superamento della morte.

Il banchetto e la festa sono immagini atte ad esprimere una attesa che attraversa le pagine della Bibbia: l’attesa di un futuro in cui si svelerà il volto di Dio che fa alleanza e non viene meno anche nella morte dei suoi fedeli (cfr. Sal 16). Questa pagina di Isaia delinea anche orizzonti di incontro nuovo. Non è solamente un futuro riservato al popolo di Israele. L’esperienza di questo popolo è chiamata a diventare luogo di una attrazione e di una apertura inedita che coinvolge i popoli diversi della terra. E’ un banchetto per tutti i popoli, oltre i confini delle divisioni, preparato da Dio stesso. Il volto di Dio che ne emerge è quello di un Dio che vuole la vita del suo popolo, e sconfigge la morte in modo definitivo. La morte è non solo la morte del singolo ma tutto ciò che impedisce la relazione, la possibilità di fare festa insieme.

E’ un’attesa che interpreta le più profonde attese umane e si pone sotto il segno della comunione. La storia va verso un incontro con Dio che vince su tutte le forze che conducono alla disgregazione e alla morte. “Si dirà in quel giorno: Ecco il nostro Dio, in lui abbiamo sperato perché ci salvasse…”. La salvezza è cammino faticoso segnato dalla speranza, è attesa sostenuta dalla tensione verso il giorno in cui si vedrà il senso dello sperare: in quel giorno si scoprirà il volto di Dio in cui si è riposta la fiducia. Un volto in cui rallegrarsi e vivere la gioia di stare alla sua presenza. Una gioia che si estende e che raccoglie. La presenza di Dio infatti raduna e convoca attorno a sè.

La pagina di Matteo è complessa nella sua articolazione. Esige di essere letta tenendo conto che Matteo innanzitutto si riferisce allo scontro di Gesù con le autorità giudaiche presso il tempio di Gerusalemme (Mt 22,1-14). Tenendo sullo sfondo questo ricordo dell’ostilità che segna la vita di Gesù, Matteo elabora anche un messaggio rivolto rivolto alla sua comunità che viveva un tempo diverso, una comunità che sperimentava la tensione e la rottura nei confronti della comunità ebraica, in particolare dopo il 70, anno della distruzione di Gerusalemme e del tempio da parte dell’esercito romano. Alla luce di questi elementi si può cogliere come la questione sia un giudizio che si compie di fronte ad un progetto di Dio che è progetto di vita piena e di accoglienza nei confronti non solo di Israele ma di tutti i popoli.

Matteo così unisce insieme due parabole diverse nel contesto di uno scontro. La prima è quella del banchetto in cui gli invitati non accolgono l’invito, la seconda è quella dell’invitato senza la veste adatta per la festa. E’ importante tener presente che sono due narrazioni, con due vertici diversi e con due messaggi che vanno posti insieme, ma anche visti distinti: l’orizzonte di una storia segnata dall’invito di Dio che si denota come invito ad una festa e non viene meno e chiama tutti. L’orizzonte di una esigenza di superamento dell’indifferenza, del disinteresse e della violenza per vivere la responsabilità di fronte ad un appello che suscita libertà.

Al centro della prima parabola sta infatti un riferimento al banchetto finale del messia: le nozze del figlio del re. E’ uno sguardo al punto finale della storia e al disegno di salvezza di Dio. L’indifferenza delle persone invitate e il loro comportamento violento rinvia al rifiuto che la comunità di Matteo vive nell’annuncio in rapporto a Israele; la descrizione delle uccisioni e della città data alle fiamme può essere evocazione della distruzione di Gerusalemme nel 70 d.C. Così infine l’invito delle persone ai crocicchi delle strade evoca l’invio ai pagani e la loro accoglienza nella comunità cristiana, una accoglienza ed una risposta di tutti coloro che erano considerati esclusi dalla salvezza. Nella parabola s’interseca quindi la parola di Gesù e, insieme ad essa, quella della prima comunità cristiana che vedeva acuirsi lo scontro con le autorità ufficiali giudaiche.

La prima parabola si snoda attorno all’immagine del banchetto preparato da un re che invia i suoi servi a chiamare gli invitati. Di fronte a questo dono gratuito la risposta è l’atteggiamento di indifferenza e di rifiuto. Al secondo invito la risposta è quella del disprezzo e della reazione violenta. E’ il dramma del rifiuto nei confronti di un invito ripetuto, di un’offerta gratuita di partecipazione al banchetto che è una festa di nozze, di alleanza. I servi inviati riprendono il motivo dei servi inviati della parabola dei contadini violenti. Forse c’è qui allusione all’invio da parte di Gesù dei discepoli ricordato da Matteo al cap. 10. E poi un secondo invio potrebbe essere memoria della missione dopo la Pasqua. Il v. 7 (“il re si adirò e, avendo mandato il suo esercito, fece perire quegli assassini e incendiò la loco città”) può essere allusione alla vicenda drammatica della distruzione di Gerusalemme dell’anno 70 d.C. Una sorta di lettura degli eventi cogliendo in essi da un lato la dinamica di un rifiuto, dall’altra la persistenza di un progetto di Dio nell’offrire invito ad una festa di alleanza. Il terzo invio dei servi è allora verso ‘coloro che sono ai crocicchi delle strade ‘ con la richiesta: ‘tutti quelli che troverete chiamateli alle nozze’.

Coloro che erano stati per primi invitati non si lasciano toccare dalla novità e preziosità dell’invito: sono stabiliti in una condizione di sicurezza che li rende insensibili. Dopo la parabola dei due figli e quella dei vignaioli omicidi anche questa parabola insiste sul dramma del rifiuto da un lato e dall’altro sull’accoglienza vissuta da chi è lontano: ‘i pubblicani e le prostitute vi precedono nel regno di Dio (Mt 21,31). C’è chi si apre all’annuncio del regno scoprendo la possibilità di cambiamento nella sua vita mentre chi si ritiene giusto e pretende di possedere il privilegio della conoscenza di Dio vive una chiusura che porta al fallimento. La chiamata di Dio è un invito aperto. “La festa di nozze è pronta ma gli invitati non ne erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete chiamateli alle nozze”. L’indegnità non è altro se non il rifiuto e il disprezzo, l’opposizione a mettersi in discussione. Ad ogni resistenza e difficoltà l’invito di Dio non si arresta, non viene meno, ma si allarga a comprendere altri, perché la sala sia piena di commensali. Fa entrare ‘buoni e cattivi’: Dio ama non allontanandosi dai peccatori, ma assumendo su di sé il peccato e perdonando, offrendo misericordia.

A questo punto inizia una seconda parabola da leggersi nella sua differenza rispetto alla prima: la scena cambia. Ad una festa di nozze c’è un invitato che non ha la veste adatta e viene espulso dalla sala e tale espulsione è rimarcata con un linguaggio di genere apocalittico, ricco di particolari che colpiscono l’immaginazione, a richiamare quale descrizione in negativo il messaggio centrale a cui tutta la scena è rivolta, ossia il richiamo alla responsabilità, l’esigenza di mettere in gioco la ibertà nell’accogliere un invito di Dio che è gratuito, aperto, ma non si compie senza coinvolgimento personale e libero.

Cosa significhi la veste è di difficile interpretazione: nell’Apocalisse (Ap 19,8) la veste di lino, data alla sposa dell’agnello, indica ‘le opere giuste dei santi’. In tutto il vangelo di Matteo inoltre è costante la critica ad una fede che si esaurisce in un dire senza coinvolgimento dell’esistenza, in una proclamazione senza rapporto con la vita quotidiana: ‘Non chiunque mi dice Signore Signore entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli’ (Mt 7,21). Forse si può leggere la figura di questo invitato con una veste non adatta come qualcuno che non intende la sua vita in rapporto agli altri, uno che va per conto suo, indifferente al clima della festa e preoccupato solo per se stesso: non riconosce il dono e la responsabailità dell’essere invitato. E’ la logica di chi non pensa la sua vita ‘di fronte agli altri’ e con gli altri, nel partecipare ad un percorso comune ma vive in un orizzonte di chiusura ed egoismo, come chi si intrufola in una festa solamente per mangiare con abbondanza e rimpinzarsi ma non partecipa ad un incontro e non è coinvolto in una relazione. In fondo l’invitato senza la veste rappresenta un esempio di individualismo e di disinteresse verso gli altri. La veste bianca è così metafora di un rapporto con Dio che coinvolge la vita, che non si confonde con una religiosità piegata all’interesse e al soddisfacimento del proprio egoismo.

La prima parabola ha il suo vertice nel disegno del Padre: è un sogno di ospitalità che si allarga e cerca risposta di accoglienza. E’ una parola sul regno di Dio come dono di incontro, invito di Dio che chiama tutti e non fa distinzione. La seconda parabola unita alla prima sottolinea l’aspetto della responsabilità da vivere come movimento di relazione di fronte ad un dono di presenza e di incontro (è una festa di nozze, ed è un banchetto): si concentra sull’atteggiamento di chi risponde all’invito. Partecipare al banchetto implica aprirsi ad intendere in modo nuovo la vita, nell’apertura agli altri, nel vivere insieme la festa di incontro nella fraternità. In ciò si fa la volontà del Padre: non nel rivendicare una appartenenza di gruppo o una sicurezza derivante dal ruolo religioso ma nel compiere scelte e gesti di cura e di attenzione verso l’altro (Mt 16,27; 25,31-46).

La frase di chiusura, probabilmente un detto a sé stante, non è minaccia di una sorta di predestinazione: è piuttosto da accogliere, nel quadro della visuale teologica di Matteo, come un invito alla responsabilità di chi, come piccolo ‘resto’ fedele, sia in Israele, sia nella comunità cristiana, risponde alla chiamata di Dio con il coinvolgimento responsabile della vita, in vista di una testimonianza per tutti. Rimanendo chiaro che Dio desidera che ogni uomo e donna sia salvato (1Tim 2,4).

DSCN0503Alcune riflessioni per noi oggi

Isaia presenta il volto di un Dio che asciuga le lacrime dai nostri occhi. Il gesto dell’asciugare le lacrime dagli occhi è gesto delicato, spesso gesto di un papà o di una mamma quando, dopo piccoli incidenti, o in un momento di tristezza dei propri bambini, o anche al termine di un capriccio che ha portato alle lacrime, allontana tutto il male, pone fine a ciò che ha turbato e affretta il ritorno al sorriso, quasi a cancellare tutto ciò che ha tolto fiducia, serenità, speranza. Asciugare le lacrime dagli occhi è gesto di tenerezza. Ma è anche gesto intimo di chi sta stare accanto a chi soffre ascoltando il rumore dello scendere delle lacrime e le discosta con delicatezza, magari proprio con un discreto star accanto, facendo propria la fatica dell’altro. Dio asciuga le nostre lacrime e chiede a noi di essere capaci di questi gesti di delicatezza verso chi ci è vicino, sapendo leggere sofferenze spesso mute e nascoste, racchiuse nelle lacrime.

Una reazione degli invitati della parabola può essere provocazione al nostro modo di vivere: “quelli incuranti se ne andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari”. E’ una reazione di indifferenza, ma anche di preoccupazione solo per ciò che è proprio, il proprio campo, i propri affari. E’ la chiusura di chi non vede altro orizzonte se non quello di un interesse centrato sul possedere, sulla ricchezza che può avere diverse dimensioni: c’è infatti ricchezzza di denaro, di possessi, ma anche di tempo, di salute, di competenze, di parola e disinteresse nell’accogliere voci che spingono a cambiare. La provocazione della parabola è quella di vincere questa indifferenza ripiegata solo su orizzonti di possesso.

La parabola presenta il regno di Dio come una festa. Fare festa insieme, trovarsi a condividere in semplicità il cibo e il tempo della festa. Sono esperienze ordinarie fondamentali della vita che spesso vengono perdute di vista in un rincorrere un’efficienza che cancella i tempi del gratuito. La festa è divenuto sinonimo di sballo o si identifica con banchetti organizzati nella logica dello spreco e della manifestazione di sovrabbondanza. Forse potremmo cercare di scoprire l’importanza della convivialità quotidiana e di creare occasioni di fare festa insieme, dove la festa sia luogo di semplicità, di condivisione di ciò che siamo, di ciò che abbiamo, tempo segnato dalla gratuità del condividere e di sguardo rivolto agli altri.

Alessandro Cortesi op

XXVII domenica – tempo ordinario – anno A – 2014

DSCN0441Is 5,1-7; Sal 79; Fil 4,6-9; Mt 21,33-43

Il motivo della vigna unisce le letture di questa domenica. La parabola dei contadini violenti di Matteo è la terza parabola del cap. 21 che parla dell’atteggiamento del rifiuto dell’annuncio del regno. Benchè vi possano essere riferimenti ad una realtà sociale e al rapporto tra padroni e contadini, questa pagina può essere letta come una allegoria con riferimento alla storia. A differenza della ‘parabola’ che nel linguaggio di Gesù è annuncio del regno in un paragone che parte dalla narrazione con riferimento alle vicende quotidiane della vita, la ‘allegoria’ è una costruzione narrativa in cui ad ogni elemento della vicenda corrisponde il riferimento ad altro. In questo caso il proprietario può essere interpretato in riferimento alla presenza di Dio, gli inviati sono i profeti, i contadini sono i capi del popolo, la vigna è il popolo di Israele, il figlio è riferimento a Gesù quale inviato del Padre.

Matteo riprende con modifiche proprie questa pagina già presente nel testo di Marco. In Marco il proprietario ha diritto solamente su una parte dei frutti e non su tutto come in Matteo. Si parla di tre invii di un servo da parte del proprietario in cui si assiste ad una progressivo accrescersi dell’ostilità e della violenza: il primo infatti è percosso, il secondo è colpito alla testa e il terzo è ucciso. In Matteo invece i servi inviati sono diversi, la seconda volta più numerosi dei primi e ad ogni invio corrisponde una medesima reazione violenta contro di loro: “uno lo percossero, uno lo uccisero, uno lo lapidarono”. In Matteo i diversi invii corrispondono alla presenza di diversi profeti in Israele, e si può individuare in questa scansione il riferimento dapprima ai profeti anteriori, poi ai profeti posteriori in fedeltà alla suddivisione delle parti della Bibbia ebraica.

Il racconto pone in risalto l’attitudine a voler possedere la vigna da parte dei contadini a cui era stata affidata. Nella scena finale, quando il proprietario decide l’invio del proprio figlio compare un riferimento alla vicenda del rapporto tra Dio e Israele. Gesù è indicato come il figlio e l’erede. Si può qui ritrovare un richiamo al salmo 80: “Visita questa vigna, proteggi colui che la tua destra ha piantato il figlio che hai reso forte per te”.

In Matteo l’allusione alla sorte di Gesù si fa più chiara che nella versione di Marco. In rapporto alla morte di Gesù avvenuta fuori delle mura di Gerusalemme (cfr. Eb 13,12) Matteo modifica il testo di Marco e dice che prima fu gettato fuori della vigna e poi ucciso.

In tal modo la conclusione dell’allegoria si conclude con una domanda di Gesù ai sommi sacerdoti e ai capi: “Quando verrà dunque il padrone della vigna che cosa farà a quei contadini? (Mt 21,40).

I sommi sacerdoti comprendono che Gesù stava parlando di loro e si riconoscono nella figura dei contadini. Non solo essi non hanno voluto consgenare i frutti della vigna ma sono anche responsabili del fatto che la vigna non ha portato frutti. Per questo ad altri contadini sarà affidata la vigna e gli renderanno frutti a loro tempo. Fuori di metafora si può intendere che è qui denunciata la responsabilità dei capi del popolo innanzitutto nel rifiutare la venuta dei profeti come inviati di Dio e infine anche Gesù, ma connesso a questo non vi sono frutti nella vigna perché non vengono accolti i profeti e Gesù stesso.

“Vi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti” è chiave di lettura dell’intera pagina. Matteo designa questi altri contadini con il termine ‘popolo’ (ethnos), un termine che si espone a diverse interpretazioni. Può essere una ripresa del riferimento a “coloro che vi precedereanno nel regno di Dio”, i pubblicani e le prostitute di cui aveva parlato nella parabola precedente (Mt 21,31-32), tutti coloro che hanno ascoltato l’annuncio di Giovanni il battezzatore, Gesù e i missionari cristiani. Forse il termine può essere riferito ai responsabili della comunità intesa come la casa d’Israele insieme a tutti coloro che aderiscono ai profeti e a Gesù con riferimento al detto sui dodici apostoli che giudicheranno le dodici tribù d’Israele. Il termine ‘popolo’ può riferirsi anche a quel popolo costituito da tutti coloro che sono chiamati a portare frutti e che solamente alla fine si riveleranno come coloro che hanno agito secondo il vangelo (cfr. Mt 25,31-46), non dicendo Signore Signore (cfr. Mt 7,21-23), ma facendo la volontà del Padre nell’attenzione e della cura all’altro. Questo versetto ha potuto dare adito a interpretazioni che vedono una sorta di sostituzione per cui la chiesa verrebbe a sostituire il popolo d’Israele, antico popolo di elezione. Ma in nessun luogo della parabola si parla di un rigetto della vigna. E la chiave di lettura sta nel cantico della vigna di Isaia (Is 5): “la vigna del Signore… è la casa d’Israele”. La vigna è svelata così come potente metafora ad indicare una relazione: tutto viene da una attenzione viva, da una cura fatta di azioni tra Dio e il suo popolo. Il testo non dà nessun motivo per parlare della sostituzione della vigna di Israele con un’altra vigna (che sarebbe la chiesa come vero Israele): piuttosto il vero israele è identificato con Gesù, la pietra scartata che diviene pietra d’angolo.

Questa pagina presenta così alcuni tratti drammatici: il suo nucleo originale risale al momento in cui si fa più forte l’ostilità contro il profeta di Nazaret. E Gesù, davanti alla possibilità di un esito della sua vita che si stava delineando segnato dall’ostilità fino alla violenza, pronuncia queste parole davanti ai suoi avversari e per loro. Evoca la vicenda di sofferenza di una lunga serie di ‘servi’, con allusione ai profeti. Richiama la durezza della violenza nei confronti degli inviati, fino all’invio del ‘figlio’. “Costui è l’erede. Su uccidiamolo e avremo noi la sua eredità. Lo presero lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero”. “Che cosa farà il padrone della vigna a quei contadini?”
La conclusione, tirata dagli ascoltatori, è: “darà in affitto la vigna ad altri agricoltori”. E’ un monito severo a chi si ostina nel rifiuto, a chi pretende di essere possessore e padrone di un popolo. Un monito verso chiunque pretenda di possedere e di far proprio con la violenza il disegno di salvezza, di gioia, il regno di Dio. Dio continuerà a portare avanti il suo disegno: lo condurrà attraverso la debolezza e fragilità della pietra scartata. Gesù denuncia la violenza di chi giunge a togliere di mezzo anche il figlio. Parla di se stesso come del ‘figlio’ rinviando così allo svelamento della sua identità più profonda. Ma sceglie la via di non reagire alla violenza, di non seguire la medesima logica. Rinvia alla preghiera dei salmi: la pietra scartata diviene preziosa e fondamentale nel disegno di Dio. E’ questa la linea seguita da Dio in tutta la storia della salvezza . Gesù comprende la sua vicenda di passione come quella della pietra scartata. E in questo offre anche spazio alla luce della risurrezione.

DSCN0397Alcune riflessioni per noi oggi

I contadini della vigna sono presi solamente dalla preoccupazione di impadronirsi della vigna in considerazione del loro interesse. E’ questo un atteggiamento di chi avendo un compito di presidenza e di guida pretende di occupare il potere e di asservirsi degli altri, anziché vivere la propria responsabilità come attenzione, ascolto delle voci dei piccoli e cura per la crescita di tutti. E’ rischio sempre presente nella chiesa e nelle comunità dove chi sta a capo può pretendere di prendersi tutto lo spazio, non accetta il confronto, impone la propria visuale in modo ideologico come normativa, non vivendo l’autorità come ascolto condiviso della Parola, come un far crescere, come un lavorare per un cammino comune. In questi giorni è uscito un libro di Vinicio Albanesi presidente della comunità di Capodarco (prete di strada e studioso di diritto canonico) dal titolo ‘Il sogno di una chiesa diversa. Un canonista di periferia scrive al papa” (ed. Ancora). In una presentazione del libro il 30 settembre a Tv2000 ha detto: “Il Signore predicava, guariva, ammoniva, ma si commuoveva, viveva. Chiesa da campo è l’umanità che a volte ti chiede aiuto, consiglio, conforto, perdono. Se tu ti arrocchi nel rito, nelle cose stantie… L’organizzazione della Chiesa è troppo clericale, verticistica e fatta di persone celibi. Questa cupola va distrutta, perché la Chiesa è il popolo di Dio, che certo ha bisogno di una guida. Ma se ce l’hai tetragona e distante… Quindi auspico un cambiamento delle strutture, dalla Curia romana fino alle parrocchie. Se io ti offro uno schema in cui il mio essere prete dipende ed è in continuo contatto con il popolo del Signore, ho individuato nel sinodo permanente – un insieme di persone coniugate e no – quello che gestisce la vita della Chiesa. Nel Codice di diritto canonico abbiamo ridotto i battezzati a sudditi. Deve essere l’alto che cede, altrimenti il suddito non è degno di parola. La prima cosa che ti dicono è che non sei ortodosso (…) La gerarchia è principio di unità, ma accanto alla gente, al popolo di Dio. Io sono guida, parroco, ma in alcuni momenti vado supportato e anche ripreso, perché non sono infallibile”.

Gesù fa riferimento al salmo 118,22-23: la pietra scartata dai costruttori è divenuta testata d’angolo. C’è un operare di Dio che lavora nei cuori e lo stile di Dio è quello di scegliere chi dal punto di vista umano ha meno doti e capacità perché nessuno possa vantarsi davanti a Dio di una propria grandezza. Accogliere il suo operare genera così la meraviglia di un mondo nuovo possibile in cui nessuno venga scartato o emarginato. Proprio la pietra scartata che è Gesù è divenuta la pietra su cui fondare la costruzione di una comunità nuova, in cui al centro non sta l’efficienza ma l’accoglienza. Oggi viviamo il dramma di una logica che pervade l’economia ma penetra anche nei rapporti sociali: qualcuno è visto come da scartare. Non vi è spazio per la compassione nel guardare ogni volto, ogni pietra possibile di una costruzione del vivere comune come importante. In contrasto con la logica dello scarto, questa parola provoca a pensare come dare spazio ad ogni scartato dalla società del benessere per mettere al primo posto la relazione, l’importanza del riconoscere in ogni volto l’immagine di Dio. Contro ogni discriminazione e esclusione. E’ questo anche uno stimolo alla creatività nello scoprire come da ciascuno e insieme si potrebbero trovare modi e risorse per uscire insieme dalla crisi, per percorrere vie di condivisione. Mettendo insieme i pezzi scartati e creando mosaici nuovi di convivenza.

In questi giorni (2 ottobre) in cui ricorre la giornta mondiale per la nonviolenza che coincide con il compleanno di Gandhi, ascoltare questa parola ripropone la grande questione della scelta nonviolenta al cuore dell’esperienza di Gesù, rivelazione del volto di Dio come amore che si comunica nella debolezza dell’offrirsi, dell’affidarsi. Le situazioni di violenza che in vari modi occupano i nostri giorni sono appello a chi si lascia interrogare d Gesù a chiedersi quale testimonianza di nonviolenza, a partire dagli stili quotidiani di rapporto con gli altri siamo chiamati a testimoniare. Forse nel tempo della violenza essere segno e presagio di un mondo nonviolento è l’appello di Dio nel presente.

Alessandro Cortesi op

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