la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Archivi per il mese di “novembre, 2014”

I domenica avvento – anno B – 2014

DSCN0470Is 63,16-19. 64,1-7; 1Cor 1,3-9; Mc 13,33-37

“Come panno immondo sono tutti i nostri atti di giustizia, tutti siamo avvizziti come foglie, le nostre iniquità ci hanno portato via come il vento”.

Al cuore della pagina di Isaia sta uno sguardo disincantato sulla condizione del popolo d’Israele. Una condizione impura e portata da forze che trascinano via: le nostre inquità ci hanno portate via come il vento. Lo sguardo è all’iniquità che segna la vita.

Panno immondo, foglie avvizzite: due immagini descrivono una realtà di ingiustizia e di mancanza di vita. Il panno immondo è metafora di una sporcizia che impregna e deturpa. Le foglie avvizzite, senza linfa, cadono, portate via da una corrente che trascina contro la quale non c’è possibilità di resistenza vitale. Immagini evocative di una condizione di morte, di incapacità di futuro. E’ anche il quadro di una esistenza chiusa in una pretesa giustizia che produce iniquità, diseguaglianze, esclusioni.

La pagina è uno sguardo disincantato sul male presente ricondotto all’oblio del rapporto fondamentale con il Dio della vita: “nessuno invocava il tuo nome, nessuno si risvegliava per stringersi a te”. Viene così descritta la condizione di chi non è vigile e attento, di chi non è capace di risveglio e di ricordo dell’alleanza, di quel legame fondamentale espresso nell’immagine dello svegliarsi stringendosi a Dio. Piuttosto è frastornato e assopito, senza reazione di fronte all’ingiustizia che domina e di cui si fa complice nell’assuefazione, nel lasciarsi trasportare da una corrente impetuosa e avvolgente.

La voce del profeta presenta in questo quadro l’attesa e la speranza che Dio intervenga in una situazione di tenebre e di presenza del male. Invoca Dio come padre e artigiano che plasma e da’ forma: “tu sei nostro padre; noi siamo argilla e tu colui che ci plasma. Tutti noi siamo opera delle tue mani”. E’ attesa di una nuova creazione, di un cambiamento, ma anche è indicazione di una condizione di povertà da riconoscere, come argilla che può essere plasmata, modellata, cambiata, e di affidamento a mani che possono dare forme nuove alla vita.

Le parole di Paolo alla comunità di Corinto richiamano al volto di Dio e all’identità profonda della comunità dei credenti: “fedele è Dio dal quale siete stati chiamati alla comunione…”

Il fondamento e la radice della vita della comunità di Corinto è la fedeltà di Dio, e su questa si radica una chiamata alla comunione che è condivisione di tutti i beni materiali e spirituali ed anche comprensione di essere parte di una chiesa di chiese. La vita in accoglienza della fedeltà di Dio si situa non nel ripiegamento individualistico di una religiosità indifferente agli altri, ma nell’orizzonte comunitario. Chiamati alla comunione: è chiamata fondamentale ad intendere in modo nuovo la propria esistenza in rapporti sempre nuovi e aperti.

State attenti: questo invito è accostato nella pagina del vangelo all’imperativo ‘guardate’. La parabola dei servi e dell’uomo partito per un lungo viaggio contiene una pressante solecitazione a rimanere svegli, a custodire un compito ricevuto – a ciascuno il proprio compito – a non lasciarsi prendere da quella dissipazione e distrazione che sono i caratteri di chi vive nella condizione di un sonno che impedisce di assumere la responsabilità del presente. E’ una parabola che parla di assenza ma anche di ritorno. Il Figlio dell’uomo verrà.

La parabola è rivolta ad una comunità chiamata ad una atteggiamento di vigilanza, di cura, e di attenzione al presente. Il compito di ciascuno è invito ad una responsabilità da condurre insieme, ciscuno con un comito che si compone insieme a tanti altri compiti, e ciascuno connesso e interrelato a quello di altri. E’ l’incarico di custodire l’attesa, di prendersi cura delle cose, di vivere un’immersione nella storia e nel lavoro di ogni giorno.

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(in foto: una semplice ‘corona dell’avvento’ artigianale che può essere preparata con i bambini)

Alcune riflessioni per l’oggi

“Come panno immondo sono tutti i nostri atti di giustizia”. In questi giorni è stata emanata la sentenza della Corte di cassazione a conclusione del processo Eternit. Di fronte alle tante morti causate dall’utilizzo e dalla lavorazione dell’amianto nell’industria, pur nella consapevolezza dei pericolo per la salute costituiti dal lavorare con queste sostanza il reato è stato dichiarato caduto in prescrizione. E la sentenza è stata giustificata dicendo che sulla giustizia ha prevalso il diritto. Verrebbe da pensare che il diritto applicato nelle sue forme più rigorose diviene somma ingiustizia laddove uno scrupoloso adempimento della legge non tiene conto della vita delle persone, uomini e donne, segnate da attese speranze, relazioni, passioni, segnate da una esigenza di riconoscimento di quanto hanno subito come ingiustizia. La reazione delusa e rattristata dei tanti parenti delle vittime ha fatto emergere l’esigenza di una giustizia che vada oltre l’applicazione di commi legislativi. Una legge senza vita. Le immagini delle foglie avvizzite e del panno immondo possono ben rispecchiare il profilo di una pretesa giustizia che non riconosce l’iniquità che segna anche il nostro presente.

“Chiamati alla comunione”. In questi giorni i disordini che si sono generati nelle periferie di diverse città italiane, a Roma in particolare, hanno riproposto il disagio che investe i più poveri nella realtà della crisi, e con esso l’emergere delle dinamiche dell’individuare capri espiatori da escludere e allontanare. Di qui la protesta contro i rom e contro gli stranieri, di qui gli atti di violenza e le prese di posizione del più bieco razzismo di rappresentanti politici che cavalcano a scopi demagogici il malessere sociale. In queste circostanze le comunità credenti sono interpellate oggi su cosa significa una chiamata alla comunione che rende resposnabili di costruire una convivenza di pace, di accogliere tutti coloro che facilmente vengono considerati scarti ed esclusi, di lottare perché a tutti siano riconosciuti diritti fondamentali. La fedeltà di Dio è nell’orizzonte di una comunione da costruire: per i cristiani qui è in gioco una questione che attiene alla fede nel Dio fedele.

“Vegliare” nel tempo presente dice riferimento alla cura delle cose, ad una spiritualità dagli occhi aperti. La grande tentazione del nostro tempo è rimanere con gli occhi chiusi, ignari, non riconoscendo un compito affidato. Oggi viviamo il diffuso ripiegamento su di una comunicazione solamente virtuale, prevalentemente narcisistica, che non conduce a scontrarsi con le reali condizioni di vita di chi soffre. In un recente discorso ad un convegno dei movimenti popolari Francesco vescovo di Roma si è così espresso: “Alcuni di voi hanno detto: questo sistema non si sopporta più. Dobbiamo cambiarlo, dobbiamo rimettere la dignità umana al centro e su quel pilastro vanno costruite le strutture sociali alternative di cui abbiamo bisogno. Va fatto con coraggio, ma anche con intelligenza. Con tenacia, ma senza fanatismo. Con passione, ma senza violenza. E tutti insieme, affrontando i conflitti senza rimanervi intrappolati, cercando sempre di risolvere le tensioni per raggiungere un livello superiore di unità, di pace e di giustizia. Noi cristiani abbiamo qualcosa di molto bello, una linea di azione, un programma, potremmo dire, rivoluzionario. Vi raccomando vivamente di leggerlo, di leggere le beatitudini che sono contenute nel capitolo 5 di san Matteo e 6 di san Luca (cfr. Matteo, 5, 3 e Luca, 6, 20), e di leggere il passo di Matteo 25 (….) continuate con la vostra lotta, fate bene a tutti noi”. Le chiamate di Dio non sono eventi straordinari e lontani dalla vita, ma si fanno vicine nelle concrete situazioni: sono chiamate a svolgere un compito e sono disseminate nelle voci ed esperienze che ci incrociano ogni giorno. Giungono dalle richieste ed esigenze di dignità, terra e acqua, casa, lavoro. Possiamo imparare a ‘guardare’ solo dando spazio ad un silenzio e ad un ascolto che non sia estraniazione e fuga dalla realtà, ma determinazione e disponibiità a lasciarsi ferire, con uno sguardo profondo, contemplativo, intelligente alla vita delle persone, a quanto accade attorno a noi.

Alessandro Cortesi op

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Giornata giustizia e pace

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In rotta per la cittadinanza – Laying up for citizenship

10407461_742969535777752_6585592668112394699_nIn rotta per la cittadinanza – 24-30 novembre 2014 – san Domenico – Pistoia – programma

 

10696400_746012845473421_7233364092224301139_n1517396_10205496775918361_7443381869903774948_n10801685_748320671909305_3070273578925450648_n-1

 

In rotta per la cittadinanza – Laying up for citizenship

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PoieinLab-Ricerca Sociale e il Centro Studi Espaces ”Giorgio la Pira” promuovono una settimana di incontri, dibattiti, esposizioni artistiche, cibo e narrative sul tema della migrazione e della cittadinanza.

 

La storia dell’Europa è sempre stata legata al mare. Sul mare, nei secoli, sono sorte le prime città, i primi nuclei di prosperità, sulle coste della Grecia e poi, nel tempo, su quelle della nostra Penisola. Verso il mare hanno teso spesso a costo di guerre e di violenza – tutti gli Stati interni del nostro Continente. E se si risale indietro nel ventre profondo della mitologia, è sulle coste di Sidone, sul mare, che Zeus rapì, stregato dalla sua bellezza, Europa, la giovane principessa fenicia che diede poi il nome alle nostre terre.

Oggi il mare – il Mediterraneo è il luogo dove ribollono i diritti del futuro, quel “mare di mezzo” che divide, unendole, Asia, Africa ed Europa, e quello spazio prossemico, all’incrocio delle diverse Civiltà, nel quale le antiche prerogative sfumano nel dolore dei tanti migranti che vi trovano la morte cercando di raggiungere la loro terra promessa, le nuove hanno invece gli occhi, le lacrime ed i sorrisi dei tanti che ce la fanno, e che si alzano in piedi a sfidare le nostre convenzioni acquisite.

Quest’anno PoieinLab-Ricerca Sociale e il Centro Studi “Espaces-Giorgio la Pira” promuovono, dal 24 al 30 Novembre 2014 una settimana di incontri, dibattiti, esposizioni artistiche, narrative, durante i quali comunità ed identità diverse avranno l’occasione di conoscersi, di raccontarsi, di dialogare e di ri-conoscersi, per cominciare a fare di Pistoia, così come di qualunque altra città italiana, una “città sul Mediterraneo”.

Un contributo alla costruzione dal basso, anche nella nostra città, di un reale percorso di confronto e di quelli che saranno i futuri confini della cittadinanza italiana ed europea.

L’iniziativa è resa possibile grazie a:

logo_ZONA_cash&carry Farmacia Di Candeglia del Dott. Buccarelli

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LUNEDI 24 NOVEMBRE 2014

PRESSO IL CONVENTO DEI DOMENICANI, VIA DELLE LOGGE 6, PISTOIA

ORE 16.30 -19.00 | PISTOIA SUL MEDITERRANEO: MIGRAZIONI – TERRITORI – DEMOCRAZIA

Filippo Buccarelli, Università di Firenze, Claudio Monge, Università di Friburgo. Modera: Giovanni Paci, Vice Presidente PoieinLab

MARTEDI’ 25 NOVEMBRE 2014

PRESSO IL CONVENTO DEI DOMENICANI, VIA DELLE LOGGE 6, PISTOIA

ORE 16.30-19.00 | DEMOCRAZIA E MOVIMENTI ISLAMICI: VIE DI FUGA E PUNTI DI INCONTRO

Claudio Monge, Università di Friburgo, Marco Bontempi, Università di Firenze

MARTEDI’ 25 NOVEMBRE 2014

CINEMA ROMA, V. LAUDESI 6, PISTOIA ORE 21:00 (ingresso euro 5)

Proiezione del film IO STO CON LA SPOSA

di Antonio Augugliaro, Gabriele Del Grande, Khales Soliman Al Nassiry (Italia, Palestina 2014)

MERCOLEDI’ 26 NOVEMBRE 2014

PRESSO IL CONVENTO DEI DOMENICANI, VIA DELLE LOGGE 6, PISTOIA

ORE 16.30 -19.00 | “ALI’ DAGLI OCCHI AZZURRI”: VERSO UNA CONVIVENZA PLURALE

Claudio Monge, Università di Friburgo, Alessandro Cortesi, Centro Espaces “Giorgo La Pira”

SABATO 29 NOVEMBRE 2014

SEDE POIEINLAB-RICERCA SOCIALE, VIA DEI MAGI 9, PISTOIA (C/O CONVENTO DEI DOMENICANI), ORE 17.00-22.00

DIARIO DI BORDO: DOLCI SPERANZE Documenti, discussioni e riflessioni sui viaggi della speranza

a cura di Pamela Barberi

29.11.2014 – 31.12.2014

INAUGURAZIONE Ore 17.30

Jonida Xherri, Barca di cioccolato, talk, resoconto, documentazione.

CCDS CONTROCARRETTADELLASPERANZA, un progetto di Simone Ialongo    

e con:

Gabriele Abbruzzese, Low Africa (Video)

Andrea d’Amore, Clandestino – la lunghezza della porta (morso di clandestino su carta carbone, porta)

Massimo Nannucci, Sogno (___)

Caterina Pecchioli, Neverland – L’isola che non c’è (Video)

Andreas Schwarzkopf, Fremdwasser (Video)

ORARI MOSTRA: dal Lunedì al Venerdì su appuntamento | Sabato e Domenica ore 11:00 -13:00

info: 3914790284 – m.landucci@poiein-lab.eu  

SABATO 29 NOVEMBRE 2014

SEDE POIEINLAB-RICERCA SOCIALE, VIA DEI MAGI 9, PISTOIA (C/O CONVENTO DEI DOMENICANI)

Ore 20.30 I SAPORI DELLE CIVILTÀ: CIBI, AROMI, RACCONTI… “IN VOLO PER IL MONDO”
Descrizione presentazione dei piatti, degli autori e loro provenienza. I piatti saranno introdotti e presentati da cittadine/i dei paesi d’origine delle pietanze. Per info e prenotazioni: eventi@poiein-lab.eu

DOMENICA 30 NOVEMBRE 2014

SEDE POIEIN-LAB-RICERCA SOCIALE, VIA DEI MAGI 9, PISTOIA (C/O CONVENTO DEI DOMENICANI), ORE 17:30 – 20:30

LA CITTA’ IN ASCOLTO: RACCONTARE, RACCONTARSI, RICONOSCERSI
Storie, racconti dei migranti, riflessioni, stimoli da parte di letterati e poeti pistoiesi.

MARTEDÌ 2 DICEMBRE 2014

CINEMA “ROMA”, V. LAUDESI 6, ORE 21 (ingresso: euro 5)
Proiezione del film LA MIA CLASSE, di Daniele Gaglianone, con Valerio Mastandrea (2013)

MARTEDÌ 9 DICEMBRE 2014

CINEMA “ROMA, VIA LAUDESI 6, ORE 21 (ingresso: euro 5)
Proiezione film LA NAVE DOLCE, di Daniele Vicari (2012)

DURANTE GLI EVENTI

LE FORME DELL’ALTERITÀ E DELL’INCONTRO

Paolo Beneforti, Fughe senza fine – Street art in movimento

Cooperativa Manusa, Abbigliamenti e tessuti dai quattro angoli della Terra

Photo Credits: Marco Muratori

XXXIV domenica tempo ordinario anno A – 2014 – Cristo signore dell’universo

DSCN0230Ez 34,11-17; 1Cor 15,20-28; Mt 25,31-46

E’ l’ultima domenica di quest’anno liturgico, festa di Cristo re e signore dell’universo. E’ ultimo giorno di un tempo che si chiude ed invita a fissare lo sguardo al fine della storia umana e di tutto il cosmo. Questa trova in Cristo il suo orientamento fondamentale. Questa domenica è anche momento di passaggio. La fine è anche un inizio e in questa fine di un tempo è racchiuso sta il senso di un cammino situato sul crinale dell’oggi, tra passato da tenere nella memoria e futuro atteso, tempo dell’attesa e del venire. L’ultimo giorno dell’anno della liturgia parla infatti di un venire: ‘… quando il Figlio dell’uomo verrà…’. Venire è rendersi presente (parusia), farsi vicino del Signore alla fine del tempo: è questo l’orizzonte capace di generare vita nuova ad una comunità chiamata a stare nell’attesa, nonostante la fatica e la delusione.

Rimanere nell’attesa è sfida a non rendere assoluto e ultimo ciò che è solo penultimo, e d’altra parte è vivere una profonda fedeltà a tutto ciò che è penultimo, la terra, la storia, il tempo che ci è dato, con tutte le sue difficoltà, per essere vivi nel presente, per aprirci ad incontrare il Signore nel suo nascondimento nella vita. La vita e la storia non vanno verso il buio ma sono orientate ad un incontro. Alla fine ci sarà una presenza il volto misericordioso del Risorto che verrà e che si manifesterà come volto che ha attraversato il nostro presente. Le prime comunità cristiane per parlare dell’esperienza di Gesù incontrato come il vivente parlarono di lui come il veniente, ‘colui che viene’. Nella antica traccia delle prime liturgie segnate dall’esperienza della pasqua e dalla tensione dell’attesa Gesù era così invocato: ‘Vieni Signore Gesù’: Marana thà.
Come allora anche ora la sua presenza è attesa nel tempo dell’assenza. Il sepolcro rimane vuoto ma è un vuoto segno di una presenza nuova, da scoprire e incontrare nel nascondimento, non nelle sfere di un cielo lontano ma sui sentieri della terra. Dobbiamo attendere Gesù nel tempo del sepolcro vuoto e siamo però spinti e invitati a scorgerne la presenza là dove lui stesso si fa incontrare. E’ tempo di una assenza che fa sentire il suo peso ma in cui restare svegli, non farsi prendere dal sonno, aprire occhi e cuore per imparare a riconoscere i segni del suo venire. Perché Gesù continua a darsi ad incontrare come il Risorto nella nostra vita.

La prima lettura tratta dal cap. 34 di Ezechiele annuncia il venire di Dio vicino al suo popolo come un pastore che pascola il suo gregge, che si prende cura. Guarda alla pecora smarrita e accompagna quella perduta. E’ il volto di un Dio di tenerezza e di vicinanza, che prende le parti delle pecore più deboli e le difende rispetto alla sopraffazione e all’oppressione a cui sono sottoposte da parte di altre più grasse e forti. Il volto del Dio re-pastore ha il profilo di chi si prende cura e si fa incontro, come genitore che si fa in quattro per i suoi figli e non pone limite all’attenzione e alla preoccupazione e si pone alla ricerca nel radunare chi è perduto, nel prendere le parti di chi è più debole e oppresso.

DSCN0498 - Versione 2Nel grande quadro del giudizio ultimo Matteo presenta la scena di un grande processo. Ma in questo processo è assente proprio il giudice. ‘Signore quando ti abbiamo visto?’ è l’affermazione ripetuta e insistita. Il grande processo non è determinazione e soppesamento di comportamenti virtuosi del singolo davanti ad un Dio giudice, ma è presentato come il rivelarsi di una vicenda dell’umanità, che compare insieme in una scena in cui si svela dov’era la presenza di Gesù nascosta nella storia. Il giudizio non consiste in una questione personale, ma si pone come lo svelamento delle relazioni. Il giudizio non è sentenza che proviene da un giudice e dall’alto, ma è manifestazione dell’orientamento della vita in cui Gesù si è fatti incontro nel tessuto degli incontri umani, nella quotidianità delle vicende terrene. La questione dell’incontro con il Signore si rivela non come esperienza che attiene allo svolgimento di culto o di pratiche religiose ma come evento vissuto nella concretezza della cura all’altro. Il re si identifica con quei piccoli che gli uni hanno accolto, a cui gli altri hanno rifiutato un aiuto concreto. Gesù verrà nella gloria: la gloria è manifestazione dell’amore nel futuro atteso, ma il suo venire percorre il tempo. Solamente alla fine apparirà come un venire continuo nascosto dentro la vicenda umana, nelle relazioni con chi è tenuto escluso, dimenticato, ai margini.

Verrà ma continua a venire; si rende vicino e si identifica nei volti di coloro che vivono come lui ha vissuto,  il rifiuto, la dimenticanza, il disprezzo. Verrà in un momento di manifestazione, ma ora viene nascosto nei volti e nelle vicende di chi subisce l’ingiustizia e l’emarginazione. E’ difficile da riconoscere perché ribalta i nostri quadri di pensiero e le nostre attese: noi attendiamo spesso un Dio a misura dei ricchi e dominatori della terra, secondo schemi religiosi di potere e dominio nei quadri di una religiosità permeata di individualismo, di paura, di difesa di sicurezze.

L’attesa pasquale è invece rivolta ad un re che occupa l’ultimo posto e non reca insegne regali: è questa la conversione a cui siamo chiamati, il cominciamento sempre nuovo. La pagina di Matteo indica come prepararsi all’incontro e come iniziare a viverlo sin da ora: nel prendersi cura, nel chinarsi a vivere l’incontro con l’altro come esperienza decisiva dell’esistenza, nel preoccuparsi per i più deboli e scartati, che vivono sulla oro pelle le conseguenze dell’ingiustizia e dell’egoismo, del rifiuto a vivere la fraternitò. Come il pastore che ha uno sguardo di compassione e si prende cura. Divenire pastori gli uni degli altri, reciprocamente, imparare a piegarsi con gli occhi aperti della compassione. Gesù ci apre gli occhi su ciò che ci è chiesto. Ci chiede di prendersi cura, ci chiede di piegarsi sull’altro.

Alessandro Cortesi op

 

XXXIII domenica – tempo ordinario A – 2014

DSCN0617Prov 31,10-13.19-20.30-31; 1Tess 5,1-6; Mt 25,14-30

Le letture di questa domenica, la penultima dell’anno liturgico, guidano ad un interrogarsi sulla vita, su quanto è veramente importante, sul senso dell’esistenza. Sono invito a scorgere la vicenda umana come fedeltà alla terra tesa all’incontro definitivo con Dio che ci ha affidato il dono del tempo e si è affidato a noi. E’ uno sguardo a quanto sta alla fine, che richiama tuttavia al presente come occasione per compiere il nome ricevuto, per accogliere le molteplici chiamate della quotidianità e il senso profondo della storia umana.

Avverrà come a un uomo che chiamò e consegnò… Chiamare e consegnare sono le due coordinate entro cui è posta la vicenda dei servi della parabola. Chiamati a custodire non solo e non tanto dei beni, ma più profondamente a custodire un rapporto, anche nell’assenza. Il padrone di casa affida loro qualcosa ma in realtà si affida a loro. I servi sono depositari di una consegna che racchiude un affidamento originario. Il loro rimanere in quella casa li pone in una condizione non di possessori, ma di affidatari. I beni sono loro dati non in proprietà, ma per una custodia attenta e li provocano a riconoscere il valore di quanto hanno ricevuto, a divenirne responsabili. Sono chiamati da quel momento a vivere l’assunzione di un peso e l’opportunità di una risposta: posti in una situazione di responsabilità di fronte al loro padrone. Chiamò e consegnò: questi due verbi indicano un dinamismo che è una storia di relazione fatta di attesa e di un compito offerto.

E’ questa la condizione della comunità che segue Gesù: il cammino inizia da una chiamata, si radica in una relazione che attraversa la storia. Anche se il tempo dell’attesa si prolunga non viene meno la chiamata, piuttosto essa si rinnova in modi sempre nuovi nelle differenti stagioni della vita nel quotidiano. Da qui il sorgere della responsabilità. Le cose prestate non sono da custodire gelosamente bloccati dalla paura, ma da coltivare come doni che possono portare frutto abbondante. E’ posta in gioco la capacità di essere creativi e inventivi. La parabola sottolinea così un tratto della vita dei discepoli di Gesù chiamati a vivere la risposta ad una consegna: tanto o poco non importa, ciò che è importante è scoprire la responsabilità nell’incontro.

La parabola dei talenti è divenuta sinonimo di un modo di concepire la vita dando il primato all’esigenza di porre a frutto capacità e competenze umane. Tale linea interpretativa rischia di perdere di vista il messaggio centrale e di piegare la parabola ad una logica di efficienza e di produttività propria del mondo capitalistico. Lo sviluppo del racconto conduce in altre direzioni: il suo vertice non sta nell’esigenza di produrre e di moltiplicare le ricchezze. Sta piuttosto nel dialogo tra il padrone e l’ultimo servo: i primi due ricevono un elogio per la loro immaginazione nell’aver reso fecondo quanto avevano ricevuto. Il terzo servo invece viene rigettato non perché ha compiuto qualcosa di sbagliato ma perché ha vissuto prigioniero della paura e si è chiuso ad orizzonti di libertà. Talmente impaurito da avere nascosto, mettendolo sotto terra il talento ricevuto. Il rapporto con il padrone è stato da lui concepito non come uno spazio di responsabilità e di creatività, ma un’esperienza di oppressione, di blocco, di morte. Il seppellimento del talento è metafora di una scelta di morte e non di vita.

Gesù introduce con questa parabola un appello ad intendere la vita scoprendo il volto di Dio della consegna e dell’affidamento: è una parola sul volto di Dio. ‘Entra nella gioia del tuo padrone’ è l’invito rivolto ai servi. Tale parola va ben oltre la possibilità umana di relazione tra un padrone e i suoi servi: Gesù introduce qui un insegnamento sul regno e conduce così ad intendere in modo nuovo il rapporto con Dio stesso. I talenti costituiscono una realtà donata: un talento indicava decine di chili d’oro, una ricchezza spropositata. Racchiudono quindi l’affidamento di un dono senza misura che diviene appello ad una risposta e ad una responsabilità. Il servo che non ha compreso la ricchezza del rapporto con quel padrone non comprende nulla del volto di Dio Padre. Vive nella paura e si lascia rinchiudere in un’idea preconcetta (un volto di Dio pensato ad immagine dei padroni terreni) che lo rende incapace di agire: “So che sei un uomo esigente, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso”. Ha considerato il talento come ricchezza da conservare, non carica di una attesa e di un affidamento di speranza. Non comprende che il talento affidatogli è segno di una relazione a cui rispondere con tutta la sua vita. Con riconoscenza e creatività. E’ questa la gioia a cui Gesù intende aprire i cuori di chi lo ascolta.

300px-FusiAlcune osservazioni per noi oggi

La paura è uno dei tratti del nostro tempo. La paura che blocca, intristisce, rende incapaci di immaginazione creativa. E’ la paura di perdere qualcosa, ed è la paura di sottostare alle regole di un sistema economico che si pone come nuovo impero. La creatività si oppone alla paura. Come vincere le paure diverse che impediscono oggi di accogliere il presente con senso di responsabilità di fronte agli altri, come dare spazio alla creatività per individuare soluzioni nuove di fronte ai problemi e difficoltà della vita? Come passare dalla mentalità di possessori impauriti alla logica di chi deve custodire in modo creativo una realtà preziosa ricevuta, anche nel cammino della chiesa?

“Stende la sua mano alla conocchia e le sue dita tengono il fuso. Apre le sue palme al misero, stende la mano al povero”. I gesti della tessitura, segno dell’attenzione al quotidiano di un lavoro paziente e respira della vita della casa, e i gesti di attenzione al povero, che costruiscono la relazione con gli altri. Sono i movimenti di una vita fatta di operosità concreta, di lavoro, di costruzione di rapporti nella consapevolezza che siamo tutti legati. Sono queste le immagini della quotidianità, segni di una fedeltà alla terra, all’attenzione rivolta alle piccole cose. Nel profilo di una donna – forse anche simbolo della sapienza, ma anche rinvio alle attività quotidiane di tante donne conrete – sono indicati i gesti di custodia e di costruzione di rapporti. Come una casa fatta di presenze e di volti. E’ l’indicazione di una spiritualità delle cose, dove nell’uso delle mani, nei gesti di ogni giorno si incontra lì vicino, non in luoghi lontani, la presenza di Dio e della sua chiamata. Questa attenzione al quotidiano, la scelta di dare spazio alle cose, a tutto ciò che possiamo fare con le mani è via di una spiritualità che dà spessore all’umano come luogo di fedeltà a Dio.

Paolo alla comunità di Tessalonica indica un tempo che si conclude. Le doglie giungono improvvise. Il Signore tornerà. Il suo giorno sarà incontro e compimento di una lunga attesa. E così richiama a vivere il presente mantenere desta l’attesa, orientando le proprie scelte in ciò che rimane, che umanizza la vita ed è più importante. E’ un invito a recuperare il senso di una fede orientata al futuro e non solo ripiegata sulle costruzioni del presente: è la prospettiva liberante che relativizza le cose e pone al giusto posto ogni costruzione umana. E’ richiamo ad uno sguardo di speranza.

Alessandro Cortesi op

Dedicazione della Basilica Lateranense – 2014

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Ez 47,1-12; Sal 45; 1Cor 3,9-17; Gv 2,13-22

La visione di Ezechiele parla del significato della costruzione del tempio di Gerusalemme in un’epoca in cui il tempio distrutto dopo l’esilio veniva poco alla volta ricostruito. L’immagine del tempio è legata all’altra grande immagine dell’acqua portatrice di vita e fecondità che sgorga dal suo interno e dilaga al di fuori. Il tempio è così letto come luogo di presenza di Dio, sorgente di fecondità. Da lì fuoriesce l’acqua che non può essere trattenuta entro i limiti della costruzione e abbonda in modo sorprendente espandendosi progressivamente. L’acqua che sgorga verso oriente è grande simbolo dell’abbondanza di una vita comunicata ad ogni creatura.rinvio alla creazione stessa quale tempio vivente, spazio di vita che racchiude la presenza di Dio. Tempio della gloria di Dio è quindi il creato, luogo della vita, dove scorre un’acqua portatrice di forza e guarigione. E’ forza che risana, ed è anche simbolo di una presenza. Il Dio del creato non solo è all’origine di tutte le cose ma è Dio presente nella creazione, che permea con la sua presenza dal di dentro ogni realtà. Con il suo respiro di vita donata, con lo spirito e l’energia vitale posta nelle realtà uscite dalle sue mani, Dio stesso attua una presenza non dall’esterno, ma dal di dentro. Il tempio di Gerusalemme è simbolo della presenza di Dio e del suo spirito in mezzo al suo popolo, una presenza di dono, come sorgente da cui sgorga energia di vita, grazia in abbondanza.

“Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere’. Gli dissero allora i giudei: ‘questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere? Ma egli parlava del tempio del suo corpo”. Il IV vangelo colloca il gesto provocatorio di Gesù di scacciare dal tempio i venditori insieme agli animali proprio ai primi capitoli nel contesto di una polemica di coloro che guardavano alle grandi opere di iniziativa di Erode il grande. Gesù pone un gesto di rottura presentato come un segno profetico, che costtuisce una protesta di fronte al luogo del tempio divenuto mercato e racchiude un annuncio sulla vita stessa di Gesù, sulla sua identità.

Non è solamente richiamo a non scambiare le cose di Dio con gli affari umani e a non fare della casa di preghiera un luogo di mercato. C’è infatti qualcosa di più profondo: Gesù accompagna il gesto con una parola. Parla della distruzione del tempio ma anche del ‘sorgere nuovo’ di un altro tempio. Tutti pensano alla distruzione e all’impossibile ricostruzione di un edificio di pietre, imponente e grandioso. Gesù invece ‘parlava del suo corpo’. L’annuncio profetico è critica radicale rivolta ad ogni genere di tempio che pretende di racchiudere la presenza di Dio e rende il rapporto con Dio una questione di potere religioso che s’incrocia e si mescola con altri poteri. E’ contestazione del modo di intendere la fede come istituzione religiosa che assume la medesima logica dei poteri mondani assoggettandosi al dominio del denaro e ad un modo di intendere la vita come mercato.

Con questo gesto Gesù annuncia che l’autentico tempio, il luogo dell’incontro con Dio, è il suo ‘corpo’. La sua umanità, i suoi gesti, il suo morire sono lo spazio nuovo in cui incontrare il Padre. L’umanità vivente il suo condividere l’intera esperienza umana è lugoo dell’incontro con Dio. Nessun tempio umano, nessuna basilica o costruzione, e nessuna istituzione stabilita su un qualsiasi potere può sostituire il tempio che è il corpo di Gesù: il ‘tempio’ autentico è il suo corpo e l’incontro con Dio si compirà non su uno o un altro tempio ma nella apertura a riconoscere il corpo di Gesù nel corpo di tutti i crocifissi con cui Gesù stesso si identifica.

“Secondo la grazia che mi è stata data, come un architetto io ho posto il fondamento; un altro poi vi costruisce sopra. Ma ciascuno stia attento a come costruisce. Infatti nessuno può porre un fondamento diverso da quello che già vi si trova, che è Gesù Cristo”. Paolo rivolge queste parole alla comunità di Corinto. Diversi predicatori con fascino carismatico e riscontrando successo e seguito rivendicavano un’autorità particolare sulla comunità e venivano riconosciuti da diverse fazioni tra loro in conflitto. Paolo scorge in questo un venir meno a qulacosa di essenziale dell’esperienza di fede. Intende così ricondurre alla grande domanda sul fondamento. Qual è il fondamento di ogni costruzione, ma anche il fondamento di quella costruzione che è una comunità? Per quale ragione esiste una chiesa, quale il motivo che sta al fondo dell’esperienza di una comunità? Paolo indica l’importanza di recuperare il riferimento essenziale a Gesù. Così ricorda il centro della fede: l’unico fondamento è Cristo. Invita a tornare e a lui e fare di lui il criterio delle scelte e della vita. Un ritorno all’essenziale, una provocazione a non perdersi e a non confondere il fondamento con chi ha costruito sopra o ha portato il suo contributo nella crescita della comunità stessa. E l’edificio diviene metafora per la vita della chiesa come comunione vivente: si tratta di un edificio non di pietre ma di persone ciamate ad edificarsi in modo reciproco. La vita della fede viene così descritta come un’esperienza segnata da dinamismo, come edificio che viene poco alla volta costruito ed ha bisgono di mantenimento e di restauro. E’ un edificare nella rete di relazioni reciproche e molteplice. Paolo ricorda ai cristiani di Corinto che ‘lo Spirito abita in voi’. L’esperienza della chiesa è quella di un cantiere sempre aperto, un edificio in costruzione: lo Spirito è al cuore di comunità in cui tutti sono chiamati ad essere protagonisti e responsabili insieme. In cammino sull’unico fondamento di Cristo crocifisso.

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Alcune riflessioni per l’oggi.

L’acqua che sgorga dal tempio nella visione di Ezechiele e che porta energia e vita apre a considerare la forza di vita proveniente da Dio. Il fluire di quest’acqua non rimane chiuso, regimato entro argini fissati, e non può nemmeno essere contenuto all’interno della costruzione del tempio, ma tende ad uscire, porta fecondità oltre ogni confine, al di fuori del tempio. La natura stessa, ogni suo elemento della vita animale e vegetale, gli alberi nella loro diversità e nei frutti sono toccati dalla forza vivificante di quest’acqua. Tempio è quindi la terra, la creazione stessa e tutto ciò che le appartiene, e in questo tempio è da riscoprire il senso nascosto della presenza di Dio che si rende vicino nel respiro della creazione.

Il richiamo di Paolo è rivolto a recuperare l’unico fondamento su cui si costruisce la comunità. Tempio è quindi anche la comunità, quel tempio vivente che è la compresenza di tutti coloro che si ritrovano in Cristo. Paolo pone la domanda di fondo: su che cosa si costruisce la vita delle comunità? Su quale tipo di fondamenti? Su quali criteri si edifica? E’ anche richiamo a quell’arte di edificare la comunità che non tocca solamente gli aspetti istituzionali della chiesa, ma tutte le forme di vita comune che sorgono nelle case, nelle famiglie, nei luoghi di lavoro e di attività, in tutti gli spazi umani di relazione. Oggi viviamo la difficoltà a vivere una dimensione relazionale che non sia relegata all’ambito virtuale – quel modo di relazionarsi che genera la solitudine del cittadino globale – e senza effettivo coinvolgimento in relazioni significative. Costruire comunità è opera quotidiana, faticosa uscita dai bastioni di difesa di individualità impaurite o aggressive, tessitura faticosa di percorsi di relazioni che lascino spazio a quella presenza di Dio che passa e si rende presente nel dialogo e nell’incontro.

“Il tempio di Dio siete voi”: Paolo richiama ad una ulteriore dimensione del ‘tempio’. Tempio è la persona umana, il corpo stesso nel suo significato di sede di relazione con altri. Alcuni riferimenti della cronaca recente possono essere collegati a questo invito. Abbiamo potuto vedere ancora in questi giorni le foto di un corpo martoriato di un giovane, Stefano Cucchi, che dopo l’arresto causato dal suo essere caduto nel vortice della tossicodipendenza, ha subito botte e torture. E’ stato malmenato, costretto alla fame, e condotto alla morte mentre era affidato nelle mani della polizia penitenziaria, di medici e infermieri in carcere. Il fatto che in sede gudiziaria non sia stata appurata alcuna responsabilità per questa uccisione ha suscitato l’indignazione e la reazione di fronte all’incapacità di riconoscere responsabilità di tali violenze e violazioni del diritto fondamentale alla dignità umana, del diritto ad essere custoditi con rispetto anche nella condizione di arresto. Ha condotto a riflettere sulle condizioni di chi è più fragile ed è messo in custodia di altre mani, delle istituzioni sociali e statali, nelle situazioni di infermità fisica o mentale e nell’esperienza di chi è ristretto nelle carceri. Abbiamo visto le riprese di attacchi condotti dalla polizia su ordine di responsabili a livelli superiori con manganellate contro un corteo di lavoratori, a dimostrazione di un disprezzo verso chi difende la fondamentale dignità del lavoro a fronte di un predominio di un mercato sempre più dominato dalla finanza. Abbiamo anche visto le immagini di profughi provenienti stremati dall’Africa lasciati senza soccorsi per ore sulle coste spagnole a motivo del sospetto che fossero portatori del contagio del virus Ebola, e poi portati via ammassati su di un camion della spazzatura. Segno evocativo di un modo di trattare esseri umani, corpi affaticati e spossati, come spazzatura e come scarti. Ogni atto che sfigura il corpo umano e lo rende assoggettato, asservito, disprezzato, ogni atteggiamento che non riconosce la persona, soprattutto quella inerme e più fragile, come depositaria di una dignità unica, è attentato alla presenza di Dio. Tempio è il corpo di ogni persona. L’autentico tempio in cui oggi incontrare il Dio di Gesù Cristo è il corpo di coloro che sono vittime e crocifissi. Nel mondo dominato dalla logica del mercato che pone il profitto come primo orizzonte che dà senso alla vita la provocazione a pensare il senso del tempio fuori dai confini e oltre ogni tempio, nel respiro della terra, nella vita, nei corpi, nelle relazioni, è motivo di profonda riflessione e di nuovi orientamenti.

Alessandro Cortesi op

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