la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

II domenica di Avvento anno B – 2014

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(Pergamonmuseum -Berlino – porta di Ishtar)

Is 40,1-5.9-11; 2Pt 3,8-14; Mc 1,1-8

‘Consolate’ è parola iniziale e termine chiave del messaggio di un profeta del tempo della fine dell’esilio. In una condizione di crisi, di buio e schiavitù, il profeta, uomo capace di ‘visione’ perché sa leggere il presente alla luce della storia di alleanza con Dio, intravede un cammino nuovo che si apre. Accoglie la spinta interiore ad alzare la voce e richiama alla fedeltà di Dio, se ne fa portavoce ed invita a partecipare alla chiamata a ‘consolare’. Sorge così una parola di consolazione rivolta ai deportati perché si sollevino guardino oltre il presente e si preparino ad un cammino.

Il ritorno e la liberazione dall’esilio sono così descritti con i tratti di un secondo esodo. Come nell’uscita dall’Egitto nel deserto così, in un tempo nuovo e diverso, il Dio d’Israele sarà ancora guida e il popolo incontrerà ancora il suo volto di Dio dell’alleanza. La questione fondamentale riguarda ancora il volto di Dio, la sua presenza vicina. E’ il signore della storia e di fronte a lui gli dèi delle potenze straniere sono nulla: “Ecco tutti costoro sono niente, nulla sono le loro opere; vento e vuoto sono gli idoli degli dèi” (Is 41,29). In questo si concentra la parola del profeta, nel richiamo alla fede nell’unico Dio signore del creato e della storia: “Così dice il Signore, il re d’Israele, il suo redentore, il Signore delle schiere: Io sono il primo, io sono l’ultimo, oltre a me non c’è nessun altro Dio” (Is 44,6).

Viene così presentato il grido, a voce alta, di un messaggero: annuncia che Dio sta per intervenire e torna a camminare con il suo popolo così come aveva fatto all’uscita dall’Egitto: “Dio guidò il suo popolo per la strada del deserto verso il mare Rosso… Il Signore marciava alla loro testa di giorno con una colonna di nube, per guidarli sulla via da percorrere, e di notte con una colonna di fuoco per far loro luce, così che potessero viaggiare giorno e notte” (Es 13,18.21).

E mentre i deportati erano costretti a costruire la via lunga e diritta che portava ai templi delle divinità babilonesi, dove si sarebbero svolte le processioni in onore del dio Marduk, la visione nella fede apre un diverso orizzonte: quella strada sarà percorsa come ‘via sacra’, per uscire dalla schiavitù e sarà percorsa a ritroso da un popolo liberato, attraversando ancora il deserto. E’ questa una strada sulla quale Dio viene e su cui il popolo dovrà camminare con gioia per tornare alla terra, segno della promessa ad Abramo. E’ ritorno dall’esilio che riporterà Israele alla condizione dello scoprirsi ancora pellegrino, del vivere la provvisorietà, trovando appoggio e stabilità solo nella promessa e nella presenza del Dio vicino che continua a venire. ‘Il Signore Dio viene con potenza’. La visione del profeta è così una scena di trionfo paradossale, e sfocia in un quadro di dolcezza: Dio che detiene il dominio, il Dio della potenza che viene e opera i proidigi dell’esodo ha i tratti del pastore che si china sulle pecore madri e sugli agnellini e li prende con sè.

Marco, all’inizio del suo vangelo riprende il messaggio del secondo Isaia e la accosta alla voce di un altro profeta (Malachia, della prima metà del V secolo) in un tempo di crisi: si parla del giorno del Signore, preceduto dalla presenza di un messaggero che prepara la via a Dio stesso: (Mal 3,1-4). Ancora si rinvia al cammino dell’esodo e alla presenza di Dio che guida il suo popolo (Es 23,20; cfr 14,19; 33,2,). In questo quadro Marco introduce la figura del Battista. A differenza di Matteo che presenta il Battista come profeta dell’annuncio dell’ira imminente e del giudizio (cfr Mt 3,7-10) Marco insiste su un tratto del profeta battezzatore: egli è solamente ‘voce’, messaggero del giorno del Signore, dell’intervento definitivo di Dio. La sua voce è rinvio ad un altro, a Gesù, presentato come ‘il più forte’ (cfr. Mc 3,22; Lc 11,22): può vincere le opere di ‘colui che divide’, Satana, e battezzerà con Spirito Santo. Gesù è così presentato come l’atteso, colui che viene a sconfiggere il male e a donare lo spirito, il dono degli ultimi tempi (Gl 3,28-29; Is 44,3; Ez 36,26). Il presente ‘viene’ sta ad indicare l’imminenza del venire di Gesù. E’ Gesù il centro della nostra attesa.

Il deserto è il luogo in cui Marco, nella prima pagina del suo vangelo, introduce la figura di Giovanni Battista. Deserto è condizione di aridità, lo spazio in cui la voce del profeta si disperde: “voce che grida nel deserto: preparate la via del Signore”. C’è una leggera variazione nella citazione: ora il deserto è luogo della voce, di un annuncio. E si compone acon l’invito del profeta che invitava a segnare una strada nel deserto.

Il deserto è lontano dal tempio, è simbolo dell’aridità della vita e di una condizione di mancanza. E nel deserto una strada… Deserto e strada sono forse le coordinate in cui intendere in modi nuovi la nostra esistenza credente oggi. La strada nel deserto è il cammino dell’esodo. Ma proprio sulla strada Gesù incontra le persone: Gesù è stato uomo che ha conosciuto la bellezza e la fatica del camminare, del percorrere strade di umanità. Sulla via indica come la fede non è né dottrina, né codice etico, ma un’esperienza d’incontro. Ha i tratti di un cammino che investe tutta la vita.

Nel deserto la voce di Dio è parola di consolazione: ‘Consolate il mio popolo’. Consolazione è bella notizia per la nostra esistenza, non atteggiamento che distoglie e rende indifferenti a trasformare quanto è ingiusto e malvagio. Nel deserto e nelle aridità del presente siamo spinti a portar quanto non è grandezza nostra, ma viene da Dio: “ Dio…ci consola in ogni nostra tribolazione perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in qualsiasi genere di afflizione con la consolazione con cui siamo consolati noi stessi da Dio” (2 Cor 1,3-5).

DSCF2440Alcune osservazioni per oggi, in riferimento al deserto:

il deserto e la città.

Zygmunt Bauman ha definito le città contemporanee un ‘deserto sovraffollato’: la sensazione è quella di vivere da stranieri e perduti, nell’impossibilità di riconoscere vicini e lontani, amici e nemici e nella percezione dell’essere stranieri. Le città sono come laboratori in cui si sta attuando un enorme esperimento di convivenza globale.

“Il deserto, ha detto Edmond Jabés, … è uno spazio dove un passo dà vita ad un altro che lo cancella, e l’orizzonte significa speranza per un domani che parla. Non si va nel deserto per cercare un’identità, ma per perderla, per perdere la propria personalità, per diventare anonimi (…) In una terra natale, comunemente chiamata società moderna, il pellegrinaggio non è più una scelta del modo di vivere; sempre meno si tratta di una scelta eroica o santa. Vivere la propria vita come un pellegrinaggio non è più quel tipo di saggezza etica rivelata a, o intuita dagli eletti o dai giusti. Il pellegrinaggio è ciò che uno fa per necessità, per evitare di perdersi in un deserto; per dare al cammino significato mentre vagabonda senza meta. (…) il mondo-deserto obbliga a vivere la vita come un pellegrinaggio. Ma dal momento che la vita è un pellegrinaggio, il mondo sulla soglia è come il deserto, senza tratti specifici, dal momento che il significato deve ancora essergli conferito dal vagabondare, che lo trasforma in traccia che conduce alla fine del cammino, dove il significato attende. Questo «dare» significato è stato chiamato «costruzione dell’identità» il pellegrino e il mondo-deserto in cui egli cammina acquistano significato insieme, e l’uno attraverso l’altro. (Da Z.Bauman, La società dell’incertezza, Da pellegrino a turista, ed. Il Mulino 31-32)

il deserto: luogo della vita.

Sul deserto alcune parole di Arturo Paoli che in questi giorni ha compiuto 102 anni: “Prima del deserto la mia vita era stata piena e interessante, naturalmente con qualche stanchezza e con l’amarezza degli ultimi eventi che ci avevano costretti ad abbandonare Roma e tutti gli impegni ai vertici della Gioventù cattolica (…) Il deserto è stato un passaggio fondamentale nella mia vita, nell’aver capito di non vivere più per me e che negli anni precedenti avevo vissuto con egoismo, anche se non me ne rendevo conto e magari venivo elogiato per il mio altruismo, ma dentro di me sentivo che agivo egoisticamente. La grande virtù del deserto è quella di spogliarti, di farti morire al passato e farti rinascere, come Gesù dice a Nicodemo: devi rinascere in spirito e verità. La vita cristiana è morire a te stesso e rinascere per l’altro. Abbandonare la fede astratta verso un Essere invisibile e orientarla verso l’amicizia con Gesù e il suo progetto di pacificare il mondo. Penso spesso che il deserto non è solo un luogo. C’è il deserto del cuore. Ma affermo che non esiste altro mezzo per liberare il nostro cuore, per farne l’abitazione dell’”ospite sacro”. (da A.Paoli, Rinascere dal deserto, “Ore undici”, gennaio 2011)

il deserto: luogo dell’attesa

Sul senso dell’attesa nel deserto, una poesia di Clemente Rebora (1885-1957) che si chiude con il bisbiglio di una voce attesa:

Dall’immagine tesa / vigilo l’istante / con imminenza di attesa – / e non aspetto nessuno: / nell’ombra accesa / spio il campanello / che impercettibile spande / un polline di suono –
e non aspetto nessuno: / fra quattro mura / stupefatte di spazio / più che un deserto / non aspetto nessuno. / Ma deve venire, / verrà, se resisto / a sbocciare non visto, / verrà d’improvviso, / quando meno l’avverto. / Verrà quasi perdono / di quanto fa morire, / verrà a farmi certo / del suo e mio tesoro, / verrà come ristoro / delle mie e sue pene, / verrà, forse già viene / il suo bisbiglio.

il deserto: luogo dello spogliamento.

René Voillaume, Pregare per vivere, ed. san Paolo: “Anche noi, come Gesù durante la sua vita terrena, abbiamo bisogno di periodi di ritiro e di deserto, che’ non devono sembrarci periodi sottratti agli uomini. (…) Il periodo di deserto è una prova, un test come un tentativo pieno di fiducia per sollecitare Dio a venire verso di noi, nella nostra impotenza, per condurci a lui. Ciò che, dunque, è essenziale, in un periodo di deserto, è lo spogliamento totale e l’attesa serena e silenziosa di Dio in una certa inattività delle nostre capacità. Questa attesa passiva, senza una risposta di Dio sarebbe nociva se si prolungasse molto, ma è piena di vantaggi se è breve, come un grido di aiuto lanciato verso Dio e di cui noi abbiamo bisogno, di tanto in tanto, per sostenere la nostra preghiera”.

il deserto: luogo dell’incontro e dello scambio che genera cambiamento.

“Ma ciò che spinge a risalire fiumi e attraversare deserti per venire fin qui non è solo lo scambio di mercanzie che ritrovi sempre in tutti i bazar dentro e fuori l’impero del Gran Kan, sparpagliate ai tuoi piedi sulle stesse stuoie gialle, all’ombra della stessa tenda scacciamosche, offerti con gli stessi ribassi di prezzo menzonieri. Non solo a vendere e a comprare si viene ad Eufemia, ma anche perchè la notte accanto ai fuochi tutt’intorno al mercato, seduti sui sacchi o sui barili o sdraiati su mucchi di tappeti, a ogni parola che uno dice – come “lupo”, “sorella”, “tesoro nascosto”, “battaglia”, “scabbia”, “amanti”- gli altri raccontano ognuno la sua storia di lupi, di sorelle, di tesori, di scabbia, di amanti, di battaglie. E tu sai che nel lungo viaggio che ti attende, quando per restere sveglio al dondolio del cammello o della giunca ci si mette a ripensare tutti i propri ricordi a uno a uno, il tuo lupo sarà diventato un altro lupo, tua sorella una sorella diversa, la tua battaglia altre battaglie, al ritorno da Eufemia, la città in cui ci si scambia la memoria a ogni solstizio e a ogni equinozio”. (da Italo Calvino, Le città invisibili, ed.Einaudi)

Alessandro Cortesi op

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