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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

II domenica dopo Natale – anno B – 2015

DSCF5506Sir 24,1-4.8-12; Ef 1,3-6.15-18; Gv 1,1-18

“Ho posto le radici in mezzo a un popolo glorioso, nella porzione del Signore è la mia eredità, nell’assemblea dei santi ho preso dimora…”

“E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi…”

“Casa. L’ho già detto e lo ripeto: una casa per ogni famiglia. Non bisogna mai dimenticare che Gesù nacque in una stalla perché negli alloggi non c’era posto, che la sua famiglia dovette abbandonare la propria casa e fuggire in Egitto, perseguitata da Erode. Oggi ci sono tante famiglie senza casa, o perché non l’hanno mai avuta o perché l’hanno persa per diversi motivi. Famiglia e casa vanno di pari passo! Ma un tetto, perché sia una casa, deve anche avere una dimensione comunitaria: il quartiere ed è proprio nel quartiere che s’inizia a costruire questa grande famiglia dell’umanità, a partire da ciò che è più immediato, dalla convivenza col vicinato. Oggi viviamo in immense città che si mostrano moderne, orgogliose e addirittura vanitose. Città che offrono innumerevoli piaceri e benessere per una minoranza felice ma si nega una casa a migliaia di nostri vicini e fratelli, persino bambini, e li si chiama, elegantemente, “persone senza fissa dimora”. È curioso come nel mondo delle ingiustizie abbondino gli eufemismi. Non si dicono le parole con precisione, e la realtà si cerca nell’eufemismo. Una persona, una persona segregata, una persona accantonata, una persona che sta soffrendo per la miseria, per la fame, è una persona senza fissa dimora; espressione elegante, no? Voi cercate sempre; potrei sbagliarmi in qualche caso, ma in generale dietro un eufemismo c’è un delitto.

Viviamo in città che costruiscono torri, centri commerciali, fanno affari immobiliari ma abbandonano una parte di sé ai margini, nelle periferie. Quanto fa male sentire che gli insediamenti poveri sono emarginati o, peggio ancora, che li si vuole sradicare! Sono crudeli le immagini degli sgomberi forzati, delle gru che demoliscono baracche, immagini tanto simili a quelle della guerra. E questo si vede oggi.

Sapete che nei quartieri popolari dove molti di voi vivono sussistono valori ormai dimenticati nei centri arricchiti. Questi insediamenti sono benedetti da una ricca cultura popolare, lì lo spazio pubblico non è un mero luogo di transito ma un’estensione della propria casa, un luogo dove generare vincoli con il vicinato. Quanto sono belle le città che superano la sfiducia malsana e che integrano i diversi e fanno di questa integrazione un nuovo fattore di sviluppo! Quanto sono belle le città che, anche nel loro disegno architettonico, sono piene di spazi che uniscono, relazionano, favoriscono il riconoscimento dell’altro! Perciò né sradicamento né emarginazione: bisogna seguire la linea dell’integrazione urbana! Questa parola deve sostituire completamente la parola sradicamento, ora, ma anche quei progetti che intendono riverniciare i quartieri poveri, abbellire le periferie e “truccare” le ferite sociali invece di curarle promuovendo un’integrazione autentica e rispettosa. È una sorta di architettura di facciata, no? E va in questa direzione. Continuiamo a lavorare affinché tutte le famiglie abbiano una casa e affinché tutti i quartieri abbiano un’infrastruttura adeguata (fognature, luce, gas, asfalto, e continuo: scuole, ospedali, pronto soccorso, circoli sportivi e tutte le cose che creano vincoli e uniscono, accesso alla salute — l’ho già detto — all’educazione e alla sicurezza della proprietà”.

Due versetti delle letture di questa domenica accostati ad un brano del discorso di Francesco, vescovo di Roma, ai rappresentanti dei movimenti popolari riuniti a Roma il 28 ottobre 2014. In tale accostamento sta una provocazione ad intendere le pagine della Scrittura di questa domenica quale chiamata a scorgere come possiamo oggi fare casa insieme e accogliere la presenza di Dio che prende dimora e apre ad una storia in cui le case siano luoghi di condivisione: come possiamo rendere le nostre case luoghi di ospitalità viva e apert?

“Venne ad abitare… ha posto la sua tenda in mezzo a noi”: questa parola evoca il il segno della presenza nascosta di Dio, la dimora, l’arca dell’alleanza, segno di quella vicinanza del Dio incontrato vicino nel cammino dell’esodo.

Il dimorare in mezzo a noi di Gesù come parola e comunicazione del Padre, è l’annuncio al centro di queste letture.C’è infatti al centro un messaggio sulla dimora, e la dimora è la casa. Casa di Dio e case di uomini e donne: l’umanità di Gesù è dimora di chi si è reso solidale fino in fondo con la nostra storia umana.

Nella realtà delle case umane, nella diversità delle forme in cui l’abitare insieme prende concretezza alle diverse latitudini, dalle capanne agli appartamenti, dalle case di campagna a quelle delle città, dalle costruzioni di fango e pietra alle abitazioni di cemento e mattoni, dai ripari dei luoghi caldi a quelli di regioni segnate dal gelo, la casa è luogo della vita, dello stare insieme, delle relazioni: del mangiare insieme, del lavoro domestico, dell’amore, del riposo, del tempo quotidiano, del riparo da pericoli e intemperie, della parola scambiata e della condivisione del tempo e delle cose.

Viviamo oggi l’ingiustizia di non procurare una dimora dignitosa a tanti e di essere indifferenti verso chi non ha casa. Essere senza casa non è solamente essere privi di un tetto, ma significa molto di più: reca con sé l’essere relegati in un isolamento senza attenzione e senza cura. Mentre il vangelo ci parla di un Dio che si mette in relazione e vuole che tutti si sentano a casa come figli attesi e accolti. Come vivere una umanità che sia casa per altri?

Natale è scoperta che la presenza di Dio in mezzo a noi prende casa in una umanità fragile. Il bambino di Nazaret è appello a vivere l’incontro con Dio nell’incontro con l’umanità ferita e senza sostegno. E’ una via di sapienza da accogliere per cambiare le nostre vite. Per scoprire la bellezza di una casa e come nel quotidiano si apre la possibilità d’incontro con Dio. Non è un Dio lontano e inavvicinabile ma si è fatto vicino prendendo casa nella nostra umanità, e sta dentro la nostra vita. Questo significa una spiritualità dell’incarnazione: la carne, cioè la vita concreta di uomini e donne è luogo dell’incontro con Dio che ha preso casa tra di noi nella vita di Gesù.

Alessandro Cortesi op

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