la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

II domenica tempo ordinario anno B – 2015

640px-Mathis_Gothart_Grünewald_022 - Versione 2(Mathias Grünewald – altare di Isenheim 1512-1516 – particolare)

1Sam 3,3-19; 1Cor 6,13-20; Gv 1,35-42

Il giovane Samuele scopre Dio si rende vicino nella sua vita con la sua parola. Samuele è figlio giunto come dono inatteso ad Anna, donna che non poteva avere figli, rimproverata dal sacerdote nel tempio perché con il suo pianto non aveva un comportamento decoroso. Samuele fa questa esperienza in un tempo in cui la parola del Signore era rara. Coglie poco alla volta con difficoltà e fatica la chiamata di Dio: “Mi hai chiamato, eccomi! Egli rispose: Non ti ho chiamato, torna a dormire! … Parla, Signore, perché il tuo servo ti ascolta”.

E’ una chiamata difficile da ricevere, e Samuele si apre poco alla volta ad intenderla, all’ascolto, anche grazie alla disponibilità di Eli. La scambia infatti per la voce del sacerdote, ma il medesimo Eli non si frappone, non lo distoglie con le sue parole, ma lo indirizza ad una parola altra, da accogliere anche per lui, anziano, sconosciuta. Lo invita così all’ascolto: “se ti chiamerà ancora dirai: Parla Signore perché il tuo servo ti ascolta”. Il volto di Dio è di un Tu che rivolge la sua parola e chiama per nome: a Samuele indica una missione, il senso della sua esistenza in un dialogo. Come con Abramo, e con Mosè. Anche Samuele raggiunto in modo inatteso vive una fatica per cogliere da dove provenga la voce che lo chiama.

“Ecco l’agnello di Dio che toglie i peccati del mondo… “. Il quarto vangelo non narra il battesimo di Gesù ma lo presuppone. Giovanni non battezza Gesù ma lo indica come l’agnello: un rinvio al suo cammino e alla croce. Il momento della morte di Gesù nel IV vangelo coincide con il tempo in cui nel tempio venivano sacrificati gli agnelli per la Pasqua, (Gv 19,36). Indicare Gesù come agnello così rinvia a signficato della Pasqua, e al cammino della liberazione dall’Egitto (Es 12). La vicenda di Gesù ha al cuore la pasqua. Il termine ‘agnello’ in aramaico (talja) indicava sia l’agnello sia il servo, e sa qui un altro rinvio alla figura del ‘servo di Jahwè’ di Isaia: “Maltrattato si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca: era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori e non aprì la sua bocca” (Is 53,7). Il ‘servo’ prende su di sé il peccato del popolo con la nonviolenza ‘toglie il peccato del mondo’: ‘prende sulle spalle’ e ‘toglie via’, nel medesimo tempo. Porta i pesi degli altri e non pone pesi insopportabili sulle spalle degli altri.

Anche la pagina del vangelo parla di chiamate: vi sono i primi discepoli, che seguono Gesù. Che cosa cercate? E’ la prima domanda: la sequela si apre non con un discorso ma con un interrogativo. Così Gesù suscita un cammino e invita ad uno stare insieme. Seguirlo si radica su un cercare ed implica andare al fondo di un’inquietudine e di una attesa.

‘Che cosa cercate?’ è la grande domanda che attraversa il quarto vangelo. In ogni cuore c’è una sete profonda – come per la donna di Samaria al cap. 4 -. Gesù non mette al primo posto una sua risposta: piuttosto invita a stare nella ricerca, fa spazio ad una inquietudine, accompagna a porsi domande. Apre ad uno stare insieme. Oltre ogni pretesa di chiudere anche la sua presenza entro i ristretti confini di una ‘religione’ o di un tempio.

La strada conduce fino al giardino fuori del sepolcro alla fine del vangelo (Gv 20,11), quando il giardiniere sconosciuto rivolge a Maria di Magdala in lacrime una parola sconvolgente: ‘Donna, perché piangi? Chi cerchi?’. E’ chiamata per nome: ‘Maria’ e la domanda passa dal ‘che cosa’ al ‘chi’. L’intero vangelo si fa così itinerario da una ricerca di qualcosa alla ricerca di un tu, di una relazione ‘chi cerchi?’. E’ Gesù, la sua presenza, come parola di Dio al cuore di ogni ricerca umana.

Dove dimori? E’ un’altra domanda: racchiude non solo la ricerca della casa di Gesù, ma pone la questione su dove Gesù rimane. E Gesù ancora invita ad un cammino. ‘Venite e vedete’. Per accogliere lui è importante camminare, ‘venire’ e ‘vedere’, fare esperienza della sua vita, lasciarsi accogliere da lui. Si tratta di un coinvolgimento quotidiano dell’esistere, che apre ad un vedere nuovo.

Tutto questo avviene all’interno di una rete di relazioni. L’incontro con Gesù passa attraverso il tessuto delgli incontri. Sono gli incontri della quotidianità, della parentela e dell’amicizia: Andrea è fratello di Simone, Filippo è della città di Andrea, Filippo incontra Natanaele…. L’incontro con Gesù passa non attraverso voci magiche, eccezionali, ma nel tessuto delle parole, delle chiamate e delle relazioni di ogni giorno.

DSCF5464Alcuni spunti di riflessione per noi oggi

Parlare e ascoltare. Eli indica a Samuele un ascolto da coltivare. Giovanni indica Gesù e intende la sua presenza accanto a lui nell’espressione: “egli deve crescere io diminuire” (Gv 3,30). Eli può essere visto come una figura di educatore, capace di favorire un ascolto non delle parole proprie ma della parola di Dio. Questa si fa presente nel cuore di ognuno, come chiamata a compiere il proprio nome, unico e originale, la via della propria vita che nessun modello o regola può predeterminare, ma che va soperta nel dare spazio alla parole: alle parole umane e a quella Parola di Dio racchiusa nel proprio nome, nella vita.

Di fronte alle situazioni di violenza e di disumanità che sperimentiamo si accresce il senso di urgenza di quell’accompagnare alla scoperta di vie di umanizzazione che è la funzione educativa. Ma educare non è imporre un proprio modello, non è riempire di parole già date, è piuttosto fare spazio, aprire le possibilità per una ricerca oltre le chiusure e la bruttura del presente: fare spazio per un cammino in cui sia possibile l’accoglienza e lo scambio di parole di relazione.

Fare l’insegnante – osserva Carla Melazzini in “Insegnare al principe di Danimarca” (ed. Sellerio 2011) libro testimonianza di un’esperienza di scuola con ragazzi difficili in quartieri degradati – vuol dire “dare significato alla parola”, aprire a quello scambio di parole che rende possibile la comunicazione con l’altro e il superamento della violenza. Da qui la necessità di saper “accogliere i silenzi, i veti, ma anche gli indizi, i suggerimenti, gli orientamenti da parte degli alunni, pena la perdita, appunto, della significanza”. L’educazione come cammino comune, non relazione di dipendenza ma scoperta insieme nel ridare parola, nel fare spazio per ascolto, nello scambio di parole.

Alessandro Cortesi op

parole rodari

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