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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

II domenica Quaresima – anno B – 2015

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Gen 22,1-18; Sal 115; Rom 8,31-34; Mc 9,2-10

Sacrificio è il termine chiave per entrare nel dramma di Abramo e nel significato della pagina scandalosa della ‘legatura di Isacco’. Al centro sta il profilo di Abramo come uomo di fede, ma il racconto racchiude anche l’indicazione di una rottura e di uno ‘scioglimento della legatura’. Il Dio di Abramo non è una divinità dei sacrifici. Questo testo sorse per indicare le origini di un antico santuario in Israele dove non si praticavano i sacrifici umani come nei culti cananei. Il racconto infatti è quello di un sacrificio mancato, non effettuato: una legatura che alla fine viene sciolta.

La pagina può essere letta come una grande contestazione nei confronti dei sacrifici umani e della logica sottostante all’idea del sacrificio come prestazione umana per placare una divinità adirata e assetata di sangue. Il Dio di Abramo non vuole sacrifici umani: è radicalmente diverso da un’immagine della divinità che pretende di essere temuta e rabbonita con la distruzione della vita umana. E’ il Dio della discendenza ‘come le stelle del cielo e come la sabbia del mare’, Dio della vita e della benedizione. E’ il Dio che benedice perché ‘tu hai obbedito alla mia voce’. Ciò che chiede è l’ascolto del cuore, la disponibilità dell’affidamento radicale alle sue chiamate. Chiede di intendere la vita come dono in cui tutto può essere letto nel suo provenire da un disegno di amore: Dio amante della vita che dà oltre ogni attesa. Dona la vita e non la toglie. Il suo rivolgere la parola è per instaurare una relazione nella fiducia, nell’affidamento. Il sacrificio non attuato di Isacco segna così la fine ed il superamento della logica dei sacrifici.

Al centro del racconto sta l’attitudine della fede di Abramo. Una fede non dei sacrifici ma del cuore, della consegna di sè. Abramo è uomo dell’ascolto: si lascia coinvolgere da una chiamata: tutta la sua esistenza è presa in un dialogo di affidamento totale. Dio è il fedele, ha offerto la sua alleanza e attende una risposta di amore: Abramo è padre della fede perché vive la disponibilità di mettere Dio stesso al primo posto della sua esistenza, in un ascolto radicale della sua parola. E’ l’uomo che accetta di venire spossessato di ogni cosa di cui possa rivendicare la proprietà: in questo senso è libero. Vive la libertà della relazione e accoglie ogni cosa come donata.

C’è poi la presenza di Isacco. Isacco è il figlio restituito: è restituito a Dio perché da Dio, dalla gratuità della sua promessa e del suo dono, proveniva. Ma colui che nel suo nome reca il rinvio al riferimento al sorriso di Dio, viene restituito anche ad Abramo, suo padre, perché il Dio del dono non viene meno alla sua fedeltà. Isacco è quindi figura di una restituzione. Abramo è disposto a restituire a Dio tutto quello che aveva ricevuto. Nella drammaticità del racconto e del dialogo tra Dio e Abramo il figlio diviene il simbolo più alto e profondo del dono di Dio che investe tutta la vita di Abramo. Consegnando, restituendo Isacco, Abramo è disposto a restituire a Dio l’intera sua esistenza. In questo attegiamento di restituzione Abramo vive la sua fede: la sua vita viene riportata a Dio, ricevuta come dono immeritato. In tal modo rinuncia alla logica di un possesso che trattiene, vive la riconoscenza come riconosciemnto di un volto: tutto viene da Lui come Tu amante.

Questa pagina presenta anche il tratto fondamentale del volto del Dio di Abramo. Jahwè è il fedele, presenza che restituisce: ridona ancora Isacco, il figlio della promessa, come affidamento nuovo, a simboleggiare un dare se stesso, un darsi nell’incontro. Un Dio che non trattiene nulla: si rivela così come Dio che si affida. Si possono così scorgere nel procedere del racconto alcune caratteristiche del cammino di fede come incontro: la promessa e il dono di Dio alla radice. Abramo si consegna totalmente e vive così la sua fede spoglia. Dio stesso che si affida e restituisce. Isacco si scopre restituito e coinvolto in un cammino di fiducia. E’ il superamento di una religione dei sacrifici e apertura di percorso nuovo, di una fede nel prendersi carico.

I profeti in Israele avevano colto il pericolo sempre alla porta di intendere il sacrificio come culto che conduce a dimenticare l’alleanza, culto rivolto a un idolo fatto ad immagine dell’uomo e non al Dio dell’alleanza e della promessa: “smettete di presentare offerte inutili, l’incenso è un abominio per me… Cessate di fare il male imparate a fare il bene ricercate la giustizia, soccorrete l’oppresso, rendete giustizia all’orfano difendete la causa della vedova” (Is 1,10-20)

“…se Dio è per noi chi sarà contro di noi? Egli, che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi, non ci donerà ogni cosa insieme a lui?” Paolo ha probabilmente davanti a sé la vicenda di Abramo quando scrive questa pagina della lettera ai Romani. Il consegnarsi del Figlio non va letto secondo lo schema dei sacrifici religiosi. Con i sacrifici sono gli uomini che cercano di propiziarsi una divinità esigente e vendicatrice e per questo ricercano una espiazione. E’ in essi presente una concezione del Dio del sacrificio, bisognoso di appagamento e vendicativo. I profeti insistevano sul ‘vero sacrificio’ non del rito, ma della vita vissuta come disponibilità all’alleanza (Is 58,5-9). Paolo avendo a mente questi riferimenti, dice che Dio ha compiuto un intervento liberatore per mezzo di suo figlio. Non è un movimento umano ad avere il primato: non l’uomo si avvicina a Dio ma “Dio in Cristo ha riconciliato a sé il mondo” (2Cor 5,19). In Gesù si svela il volto del Padre che consegna e si consegna nel Figlio. Gesù si consegna raccontando con la sua vita l’amore del Padre. Il suo darsi è vissuto in piena comunione con il movimento di dono che il Padre da sempre vive, è la più alta obbedienza vissuta come sintonia e accoglienza di quell’amore.

Marco costruisce la pagina dell’evento della trasfigurazione al centro del suo vangelo, ponendola in rapporto al momento del battesimo – lì Gesù aveva ascoltato la voce che diceva ‘Tu sei il mio Figlio, l’eletto…’ – e in rapporto alla croce in cui la voce del centurione riconosce veramente quest’uomo era figlio di Dio… -. Marco presenta un evento di rivelazione, di teofania e tesse il racconto sulla filigrana del capitolo 24 del libro dell’Esodo.

Il volto di Gesù ‘cambiò d’aspetto’, dice Marco, e le sue vesti sono pargonate al biancore degli abiti appena lavati da un lavandaio. In contrasto con la luminosità e insieme ad essa, la nube e la sua ombra. E’ segno della presenza di Dio, avvolge tutti, svela una presenza ma nel contempo la mantiene velata. Paradosso di un farsi vicino che avviene nella concretezza dell’umanità. Il Dio umanissimo si rende vicino nel volto umano di Gesù. Nell’ombra si attua un’esperienza di luce che rinvia all’identità di Gesù. La voce dall’alto, questa volta udita dai presenti, proclama che egli è il Figlio e rinvia all’ascolto: ‘Ascoltatelo’. La sua vita si comprende come esistenza di ‘figlio’ interamente posta nella relazione fondamentale al Padre e agli altri.

Marco ha in mente la festa di Sukkot, festa della luce e festa delle capanne, memoria del cammino dell’esodo. Era questa la festa delle tende che prevedeva anche un rito di intronizzazione del messia. Nel giorno culmine della festa che durava sette giorni Gesù è così presentato con i tratti del Messia. Ma è un messia dal volto nuovo e scandaloso: è il messia debole, che percorre la via del servizio, venuto per servire, fino alla fine facendo della sua vita una esistenza per gli altri. Al termine non videro più nessuno, se non Gesù, solo, con loro. Questo rimanere con Gesù, il seguirlo nel suo cammino umano è l’indicazione che Marco offre anche a noi per poter vivere un incontro che cambia i nostri criteri e li apre alla via di Gesù.

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Alcune considerazioni per noi oggi.

Sacrificio di Isacco rinvia all’uccisione di uomini e donne oggi, vittime di sacrifici. Anche oggi l’uccisione di persone e la distruzione è connessa ad una pretesa purezza religiosa, ad un culto. Le decapitazioni operate dai fondamentalisti del Stato islamico, la distruzione di libri e statue antichissime e reperti storici testimonianze di civiltà sono tragici segni di un modo di intendere la religiosità componendola con la distruzione di ciò che è opera dell’intelligenza umana e con la eleiminazione delle stesse vite umane: l’uccisione come atto di offerta a Dio, come esecuzione di condanne motivate con la fede.

Una logica della religione del sacrificio è presente anche nella retorica dei sacrifici richiesti ad interi popoli per sottostare alle regole del Moloch di un’economia che ha le sue leggi e i suoi centri sacerdotali. A questi nuovi dèi sono sacrificate le sorti di tanti, costretti a mendicare in fila il pasto di un giorno, come accade quotidianamente alle porte della sede della Caritas di Atene in Grecia, o in modo meno visibile ancora, nell’impoverimento di intere popolazioni nei paesi africani, ridotte alla miseria e allo sfruttamento nella condizione di schiavitù, che è una condizione di morte.

A fronte di tali barbarie possiamo chiederci cosa implichi vivere la fede di Abramo come appello ad un affidamento a Dio che non può comporsi in modo assoluto con il sacrificio di esseri umani, che può essere vissuto solamente in un restituire la propria vita riconoscendo la dignità di ogni volto…

Chi condannerà? Domanda Paolo ponendosi di fronte alla consegna di Gesù, che ha fatto della sua vita un servizio per tutti divenendo uomo per gli altri. Chi condannerà? E’ forse questo l’atteggiamento da maturare nel superamento della logica di una religione dei sacrifici, per aprirsi alla testimonianza di Gesù. La sua vita ha annunciato il regno come vicinanza di Dio, compimento di vita umana bella e luminosa: un annuncio per tutti, senza condanne, ma con il fascino dell’indicazione e della testimonianza. Trasfigurazione è grande simbolo di una vita capace di bellezza e intesa nel senso del servizio. Eppure la logica della condanna è ancora abbondantemente presente nella sensibilità ecclesiale ed è segno di incapacità di vivere di seguire Gesù. Quando la chiesa nei suoi diversi soggetti imparerà a liberarsi dalla logica della condanna per porre ogni energia nel testimoniare – accettando la consapevolezza della gradualità e dell’imperfezione – il vangelo?

Alessandro Cortesi op

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