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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Archivi per il mese di “marzo, 2015”

Giovedì santo: le due lavande

onction-bethanie-et-tombeau-xiveGiovedì santo è giorno che introduce nel triduo pasquale. I segni, le parole i silenzi, la musica della liturgia accompagnano e immettono nel mistero della pasqua, centro dal quale prende vita l’esperienza della fede. Al cuore del giovedì santo stanno due segni di lavanda: al mattino nell’eucaristia crismale si legge la pagina dell’unzione di Betania (Gv 12,1-11), alla sera nella memoria della cena del Signore si rivive il gesto di Gesù che lava i piedi ai suoi (Gv 13,1-17).

L’olio profumato è segno portato da una donna. Mentre Gesù si trovava a Betania ad un banchetto in cui anche Lazzaro era uno dei commensali – narra il IV vangelo – Maria entrò e ruppe un vasetto, pieno di olio profumato iniziando ad ungere i piedi di Gesù “poi li asciugò con i suoi capelli e tutta la casa si riempì dell’aroma di quel profumo”.

Nel suo vangelo Marco pone il medesimo gesto all’inizio del racconto della passione: gesto di una donna di cui non è indicato il nome, che – Marco sottolinea – unge il capo di Gesù. E trova accoglienza e corrispondenza da parte di Gesù: “In verità vi dico che dovunque, in tutto il mondo, sarà annunziato il vangelo, si racconterà pure in suo ricordo ciò che ella ha fatto” (Mc 14,9). L’annuncio del vangelo reca con sé indelebilmente il ricordo di questo gesto di gratuità e di cura. E’ un gesto di profezia che che rinvia alla morte di Gesù, all’unzione del suo corpo dopo la morte. E’ gesto di speranza che annuncia che quel corpo non resterà nel sepolcro ma, segnato dalle ferite, sarà il corpo glorioso del Risorto. I gesti di Maria richiamano così quelli dell’amata del Cantico: “Mentre il re è sul suo divano, il mio nardo spande il suo profumo” e l’accoglienza di Gesù è presentata come la risposta dell’amore: “un re è stato preso dalle tue trecce” (Ct 7,6).

Il IV vangelo pone così un parallelismo tra due lavande dei piedi: i piedi di Cristo, unti dall’olio profumato versato da Maria e i piedi dei discepoli lavati da Cristo nell’ultima cena con i suoi.

lavandaNella cena del Signore, la sera del giovedì santo, si fa memoria della lavanda dei piedi. E’ il gesto di Gesù rivolto a Pietro e ai suoi discepoli. E’ la sintesi della sua vita – “li amò sino alla fine” – e chiave per comprendere la sua morte. L’acqua versata è un altro genere di unzione. Gesù ora lava i piedi ai suoi, versandovi acqua e asciugandoli con l’asciugatoio. “Quello che io faccio tu ora non lo capisci, ma lo capirai dopo”. “…Voi mi chiamate maestro e signore e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. Vi ho dato infatti l’esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi.” (Gv 13,13-15). Il gesto del lavare i piedi è unito così alla promessa di essere beati nel compiere e continuare questo stile: “Sapendo queste cose, sarete beati se le metterete in pratica”. Lavare i piedi dei poveri diviene così il segno di riconoscere l’autentico volto di Gesù e di scoprire il proprio volto.

Come Maria aveva unto i piedi di Gesù, ora Gesù chinatosi, lava i piedi. Indica uno stile di vita per la sua comunità, apre la via per incontrarlo e rimanere in lui: solamente nel chinarsi per lavare i piedi, nell’assumere non la logica della superiorità e del privilegio, ma nello scegliere la via del servizio agli altri si potrà ‘aver parte a Gesù’.

Il gesto del lavare i piedi racchiude un’indicazione di un modo di essere discepoli, chiamati ad intendere la propria esistenza nel servizio e continuare lo stile di Gesù ‘il figlio dell’uomo che non è venuto per essere servito ma per servire e dare la sua vita in riscatto per tutti’.

La lavanda dei piedi di Gesù con l’olio è segno che la vita può essere intesa nella cura, coltivando i gesti della gratuità, nello spendersi: è questo vangelo, bella notizia per uomini e donne. La lavanda dei piedi dei discepoli con l’acqua è invio ad un servizio verso tutti coloro nei quali Gesù si farà incontrare: “ogni volta che avete fatto queste cose ad uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Mt 25,40).

I piedi di Gesù, i piedi dei discepoli, sono i piedi di chi percorre le strade dell’umanità, di chi intende la vita come cammino insieme, in fedeltà al vangelo. Pasqua ci ricorda questo camminare accogliendo il profumo della cura e accogliendo l’invito ‘come ho fatto io fate anche voi’.

 Alessandro Cortesi op

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Domenica delle Palme e della Passione del Signore, anno B – 2015

agony in the garden 1465 National Gallery(Giovanni Bellini, agonia di Gesù nel giardino, 1459-1465, National Gallery)

Is 50,4-7; Fil 2,6-11; Mc 14,1-15,47

Nel suo racconto della passione Marco s’interroga in particolare sull’identità di Gesù, filo rosso dell’intero vangelo: vangelo è infatti la bella notizia di Gesù il suo annuncio del regno. Ma bella notizia è Gesù stesso, come viene suggerito sin dalle prime righe: “Principio del vangelo di Gesù Cristo figlio di Dio”. Gesù è presentato da subito con il profilo del messia: ‘figlio di Dio’ è titolo del re messia (ad esempio nel Salmo 2,7). Tuttavia nel corso del vangelo Marco è attento a precisare che quando qualcuno esprime un aspetto dell’identità di Gesù, viene messo a tacere: l’intimazione a tacere è rivolta ai demoni (1,24; 3,11), a persone guarite (Mc 1,44), agli apostoli (Mc 9,7.9). Marco è consapevole della possibilità di costruire un’immagine falsata di Gesù: sa che Gesù può essere confuso con attese di un messia ben diverso. Nel racconto della passione Marco è attento a presentare il volto di Gesù che porta a compimento la sua strada e manifesta quale tipo di messia compie con la sua esistenza.

Marco ritrae Gesù prima di essere arrestato nel momento della paura e dell’angoscia, in preda allo sfinimento ed alla debolezza umana. Lo descrive inoltre sempre più solo: anche gli apostoli lo lasciarono “Tutti allora abbandonatolo, fuggirono” (14,50). Nel momento drammatico nell’orto degli ulivi Marco ricorda la preghiera di Gesù: “Abbà Padre, allontana da me questo calice”. Lo fissa ancora in un silenzio che si fa più profondo di fronte al sommo sacerdote: “Non rispondi nulla?… Ma egli taceva e non rispondeva nulla” (14,60), e poi di fronte a Pilato (14,5). Ancora lo presenta nella sua incapacità a portare il patibulum della croce che veniva caricata sulle spalle ai condannati tanto che un certo Simone di Cirene fu costretto a portarlo (14,21). Infine Marco riporta le parole di sfida a lui rivolte sotto la croce: dicevano “ha salvato altri, non può salvare se stesso! Il Cristo, il re d’Israele, scenda ora dalla croce, perché vediamo e crediamo” (14,32-33). Il credere è qui inteso come risposta alle opere di potenza. E Marco lo contrappone ad un credere che nasce dalla croce: Gesù è messia che percorre la via della croce, che rimane fedele nella linea del servire e del dare la vita per… solo la via della croce è la via della risurrezione e della vita.

Gesù nel racconto della passione di Marco si mostra nel volto di messia che non scende dalla croce. Nel momento della morte si rivolge al Padre con le parole iniziali del salmo 22,2: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato”. E’ una preghiera drammatica, che dà voce alla solitudine e all’abbandono del giusto che soffre. Sono le prime parole di un salmo di lamento che tuttavia si conclude con le parole di un affidamento senza limiti a Dio, colui che esaudisce il grido del perseguitato e non gli nasconde il suo volto. Gesù è messia che prende su di sé la debolezza e vive la sua via come dono di sé fino alla fine.

Secondo il modo di pensare umano la potenza e la violenza di ogni potere hanno ragione; in modo paradossale Gesù inerme davanti al sommo sacerdote afferma la sua pretesa di essere lui il Figlio dell’uomo, figura del giudice degli ultimi tempi (cfr. Dan 7), colui che giudicherà il mondo e la storia (14,62).

Proprio nel momento della morte di Gesù, Marco annota due particolari: per la prima volta nel vangelo risuona una professione di fede senza che sia imposto il silenzio. Il centurione, un pagano, soldato dell’impero dice: “veramente quest’uomo era figlio di Dio”. E’ riconoscimento del volto del messia nel crocifisso venuto non per essere servito ma per servire e per dare la sua vita per tutti. E’ parola che interpreta il senso di tutta la vita di Gesù e la sua stessa morte, così come Gesù aveva indicato ai suoi: “Questo è il mio sangue, il sangue dell’alleanza, versato per molti” (14,24).

La sua morte è stata esito di complotto dei poteri politico e religioso, impauriti e inquieti di fronte a Gesù. Più profondamente la sua morte è momento ultimo della fedeltà radicale al suo essere messia venuto per servire (cfr. Mc 10,45).

Nel momento della sua morte – scrive Marco – ‘il velo del tempio si squarciò in due dall’alto in basso’. E’ un’indicazione simbolica, che corrisponde allo squarcio dei cieli, presentato al momento del battesimo di Gesù. La presenza di Dio non è separata, lontana, chiusa da barriere, ma l’incontro con Dio è possibile nel coinvolgimento sulla strada di Gesù, nell’incontro con la sua umanità. Di fronte al sommo sacerdote Gesù aveva contrapposto il ‘tempio fatto da mani d’uomo’ e il ‘tempio non fatto da mani d’uomo’ (14,58): Marco presenta il Cristo, nel momento della morte, come nuovo tempio, luogo vivente dell’incontro con Dio. Si può incontrare Dio e aprirsi al senso profondo della propria vita oltre ogni barriera. A tutti, a partire dal centurione pagano, è possibile proclamare quanto nel vangelo solamente la voce di Dio aveva annunciato: ‘Questi è il mio Figlio, l’amato’ (cfr Mc 1,11; 9,7). La morte di Gesù è fecondità di un incontro nuovo con Dio stesso, aperto a tutti.

Quel giovinetto che l’aveva seguito vestito solo di un lenzuolo perché voleva vedere le vicende della passione ed era fuggito via nudo (Mc 14,51-52), sarà il giovinetto seduto sulla destra del sepolcro, vestito d’una veste bianca che annuncia: ‘E’ risorto non è qui… vi precede in Galilea…là lo vedrete…’ (Mc 16,5).

2745957850Alcune riflessioni per noi oggi

Non si può ascoltare in questi giorni il racconto della passione senza andare con il pensiero alle vittime del volo Barcellona-Düsseldorf del 24 marzo u.s., schiantatosi sulle Alpi francesi, e ai familiari e amici. Un evento che ha sconvolto in questi giorni a livello diffuso, portando a identificarsi con coloro che improvvisamente hanno avuto la loro vita interrotta in modo così tragico e a considerare come i destini dei popoli, delle famiglie e delle persone sono inscindibilmente legati. Lo schianto dell’aereo A320 costituisce una tragedia europea che accomuna nel dolore e apre a quel senso profondo di solidarietà che scatta quando si avverte con più evidenza la medesima condizione umana e fragile e che dovrebbe essere presente anche in tutti gli altri momenti dell’esistenza. Ha portato anche a confrontarsi brutalmente con l’esperienza della morte quale evento che genera domande e rimane grande scandalo della vita umana. Con i primi chiarimenti su ciò che ha originato tale tragedia si è anche presentato l’interrogativo sulla morte causata dalla scelta umana maturata nel buio di una mente segnata dalla malattia e dalla depressione.

Non si può leggere il racconto della passione senza sentirsi partecipi dell’abisso del dolore che segna le vite di tutti coloro che si sono trovati improvvisamente a perdere i loro cari. Un’immagine di questi giorni può essere di aiuto a cogliere l’importanza di ascoltare il racconto della passione e di trovare in esso un annuncio di speranza: è l’immagine del volto sconvolto di Ulrich Wessel, preside del Joseph-König-Gymnasiums di Haltern am See, cittadina del Rheinland-Pfalz.

Germanwings A320 abgestürzt - Haltern am SeePer primo si è trovato nella drammatica situazione di dover comunicare la notizia della morte di sedici alunni e di due insegnanti della sua scuola alle loro famiglie. Caricato di una responsabilità e di un peso insopportabile nell’incontrare il dolore e la disperazione di genitori e congiunti. Richiesto di riferire sulla situazione della scuola nella conferenza stampa tenuta nella cittadina di Haltern è intervenuto, tra il sindaco e la ministra della scuola, circondato da microfoni di fronte ai giornalisti, al centro di una sala del Municipio in cui era attesa una sua parola. Ben poco aveva da dire: solo i sui occhi lucidi, il volto disfatto, tirato e i capelli scomposti, parlavano. Dietro di lui, sulla parete, immobile, stava la scultura di un crocifisso, immagine illuminata del corpo di Gesù, le braccia aperte, i piedi inchiodati in parallelo e distesi, il capo inclinato sopra a tutto quel dolore. Quel crocifisso, immagine silenziosa sotto le capriate di legno della sala del Comune era una memoria: Gesù è entrato negli abissi umanamente incomprensibili della morte. La salvezza che ci ha portato non è avvenuta ‘nonostante la morte’, ma egli stesso è passato attraverso il buio e l’assurdità di una morte causata da scelte umane di violenza, di incomprensione, di ostilità, di irresponsabilità, di inconsapevolezza (‘… non sanno quello che fanno…’) e dentro a tale morte ha portato il seme di una fecondità nuova. Chi vive nel dolore della morte non rimane solo. La testimonianza di coloro che seguono Gesù è chiamata a seguirlo, ad essere vicini a chi sta nell’ombra di morte, a scorgere che anche l’abisso dell’assurdità del dolore è stato attraversato dalla presenza di Gesù che ha raccontato nella sua vita il volto di Dio che raccoglie il dolore e ogni pianto, non lo lascia nella solitudine e non lo dimentica. Nell’abisso della morte Gesù ha posto il seme di vita nuova.

Alessandro Cortesi op

V domenica Quaresima – anno B – 2015

DSCN0725Ger 21,31-34; Eb 5,7-9; Gv 12,20-33

Il cammino di quaresima ci orienta verso l’ora di Gesù, l’ora della sua passione. E’ questa l’ora della alleanza. La lettura dal libro della consolazione di Geremia contiene la promessa di una alleanza nuova scritta nel profondo del cuore, una alleanza che compirà la parola di Jahwè ‘Io sono il Signore tuo Dio’ (Es 20,1): “Porrò la mia legge nel loro animo, la scriverò sul loro cuore. Allora io sarò il loro Dio ed essi il mio popolo”. Quella reciproca appartenenza, nucleo profondo dell’alleanza, sarà una realtà nuova interiore che investirà e trasformerà l’intimo dei cuori.

La pagina della lettera agli Ebrei, conduce a fissare l’attenzione su Cristo il Figlio che imparò l’obbedienza come ascolto radicale dalle cose che patì. Indica come in lui si compie l’alleanza promessa: “reso perfetto divenne causa di salvezza per tutti coloro che gli obbediscono.” Cristo una volta per tutte si è offerto con un amore capace di giungere fino alla fine per la salvezza. In lui si compie l’alleanza definitiva. Il suo essere sacerdote, figura di mediazione tra Dio e l’umanità, è di tipo nuovo rispetto al sacerdozio ebraico. Anzi ne costituisce un radicale superamento: Gesù è sacerdote di tipo nuovo non perché compie riti particolari, o perché appartiene ad una élite connessa al culto o alla guida della comunità, ma perché ha fatto della sua vita un dono, ha vissuto un orientamento al Padre, una obbedienza a lui in tutta la sua esistenza, in solidarietà con ogni uomo e donna. Il culto diviene il dono di sé, si rapporta alla vita e si compie nella compassione e nella giustizia.

Nella passione Gesù ‘offrì preghiere con forti grida e lacrime a colui che poteva liberarlo da morte e fu esaudito per la sua pietà’. Si può leggere questo drammatico versetto vedendo in esso l’indicazione della via seguita da Cristo, la sua fedeltà al Padre. Ed il Padre l’ha esaudito non perchè l’ha liberato dalla morte ma perché lo ha sostenuto nella fedeltà alla testimonianza dell’amore: il mistero di Dio è infatti l’amore debole e inerme che si dà fino alla fine. La salvezza per noi ha la sua origine nel dono di amore di Gesù.

Nella pagina del IV vangelo alcuni greci presenti a Gerusalemme cercano Filippo, uno dei discepoli di Gesù, con un nome di origine greca originario di Betsaida, e chiedono: ‘Vogliamo vedere Gesù’: il termine ‘vedere’ nel IV vangelo indica la tensione a cogliere la dimensione profonda degli eventi ed il loro significato. E’ domanda della comunità giovannea che esprime la tensione a cogliere il mistero profondo dell’identità di Gesù. Filippo si reca da Andrea e poi con lui da Gesù. Da qui si sviluppa un discorso di Gesù che parla della sua ‘ora’ e indica il suo cammino usando il paragone con il seme di grano che, se non cade in terra e non muore, rimane solo, ma se muore genera molto frutto. Gesù parla di sé e del mistero della sua vita, mistero di glorificazione e di morte nel contempo: “E’ giunta l’ora che sia glorificato il figlio dell’uomo. In verità, in verità vi dico: se il chicco di grano caduto per terra non muore rimane solo; se invece muore produce molto frutto. Chi ama la sua vita la perde e chi odia la sua vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna”

Appaiono parole chiave del IV vangelo: l’ora, la glorificazione, il morire, il perdere la vita, il servire, la vita eterna. Gesù riferendosi all’ora conduce a cogliere il senso della sua esistenza: l’ora della sua vita è il momento della sua morte. In quell’ora si consegna al Padre e si da’ per tutti, come colui che scende e serve. Consegnato nel tradimento, è in realtà egli stesso che, in libertà piena, si consegna per noi. La sua ora è ora di morte e tuttavia per il IV vangelo è un’ora di glorificazione, perché proprio lì, in quella morte, si manifesta il volto di Dio come amore.

Gesù intende la sua vita come una semina, e indica la sua morte come il momento di un perdersi che genera vita: “per questo sono giunto a quest’ora. Padre glorifica il tuo Nome”. Nel perdere la vita Gesù manifesta la vita di Dio, il suo volto come vita che si dona e sa che solo così si genera una vita abbondante: quell’ora apre ad una vita feconda, la vita eterna. La gloria di Gesù si rivela nel dono della sua vita e nell’amore sulla croce.

Quell’ora che a Cana non era ancora arrivata, che ‘sta venendo’ nell’incontro di Gesù con la donna di Samaria, adesso è giunta: “E’ giunta l’ora che sia glorificato il figlio dell’uomo”. Per il IV vangelo l’ora di Gesù è la grande trama su cui è tessuto l’intero scritto: tutto sta in tensione verso quell’ora. E’ l’ora della croce che si prolunga e comprende la passione la morte la risurrezione e l’ascensione di Gesù, la sua glorificazione. E’ l’ora in cui tutti volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto; è anche l’ora in cui, quando sarà innalzato da terra, Gesù attirerà tutti a sé.

Alla domanda dei greci, che desideravano vedere Gesù, Gesù indica la croce come momento in cui tutti lo potranno vedere: sia i figli e discendenti di Abramo, sia i greci, i pagani, possono vedere in lui la gloria stessa di Dio, il volto di Dio come amore visibile nel profilo dell’innalzato.

L’ora di Gesù non è solo un momento cronologico nel corso della sua vita, ma si connota come un tempo che anticipa ogni futuro e indica l’orientamento di tutta la storia: l’ora di Gesù è tempo finale che irrompe nel presente e rende vicino la profondità dell’amore di Dio per l’umanità.

E’ l’ora della compagnia in cui Gesù apre la strada a coloro che lo hanno seguito e sono suoi servi. Quest’ora è avvertita in modo drammatico: Gesù vive paura ed angoscia di fronte a quest’ora ed invoca ‘Padre glorifica il tuo nome’. Il Padre è coinvolto e presente nell’ora di Gesù, e conferma la via che Gesù sta seguendo. Nel momento in cui è trafitto inizia quel movimento di attrazione e di coinvolgimento che si allarga: coloro che hanno visto la sua ‘gloria’ possono ‘vedere’ la sua vita e comprendere in modo nuovo la propria esistenza.

DSCF5546Alcune riflessioni per noi oggi

Come il seme di grano, se non muore rimane solo… Ascoltiamo queste lettura mentre siamo colpiti da notizie di attentati e atti terroristici: ultimi in ordine di tempo l’attentato contro cristiani radunati nell’Eucaristia domenicale a Lahore, e quello conclusosi con l’uccisione di molti turisti provenienti da ogni parte del mondo mentre si recavano a visitare il museo del Bardo a Tunisi.

Sono episodi e scelte di morte che si susseguono in questo tempo segnato da intolleranza, violenza, fondamentalismi. Sono momenti che evidenziano una guerra intestina al mondo islamico per guadagnare posizioni di dominio e controllo tra correnti di potere diverse che non si fanno scrupolo nell’utilizzo del fattore religioso per giustificare i loro atti criminali e mirano a suscitare quello scontro di civiltà su cui gruppi di potere e violenti possono lucrare. Sono momenti che suscitano le reazioni scomposte di chi alla violenza non sa fare altro che opporre la logica della guerra e dell’intolleranza, senza riflettere sull’inutilità di seminagioni di morte.

Ad una lettura forse più profonda tutti questi eventi segnalano l’emergere di scelte di morte che sono frutti velenosi di tanti semi di violenza e di guerra gettati a piene mani nella storia degli ultimi decenni in particolare. Decenni di bombardamenti in Afghanistan, l’illusione di esportare la democrazia senza interagire con culture diverse con l’uso delle armi e della guerra in Irak, il lungo sostegno e appoggio prima e il rapido abbandono poi di dittatori che avevano governato in molti paesi del Nordafrica, soprattutto il commercio di armi che ha alimentato e continua ad alimentare in modo criminale le strategie di chi le utilizza: sono tutti semi di morte gettati con abbondanza e senza scrupoli di sorta da parte occidentale, che prima o poi generano mostri.

E quando i mostri si avvicinano con le loro ombre e appaiono incombenti invadendo il nostro quotidiano ritenuto tranquillo e distante dai luoghi della violenza, non possiamo dimostrarci sorpresi o sconcertati. L’indifferenza e l’assenza di scelte politiche di fronte al fenomeno delle migrazioni dal sud del Mediterraneo, la tranquilla assuefazione alla produzione e al commercio delle armi sono altri aspetti delle gravi responsabilità dell’Occidente in genere e dei paesi europei, centrati sui propri interessi e ripiegati nell’alimentare un sistema economico che uccide. Sta qui il punto di un cambiamento radicale necessario e urgente.

Semi di morte contrapposti al seme di grano che solo se muore produce frutto. Il richiamo a pensare la vita come seme di grano che chiede di essere seminato, di andare perduto per generare fecondità nuova è una direzione diversa: è prospettiva di solidarietà e condivisione. In questo perdersi, nel considerare la propria vita legata ad altri e nella linea del servizio per tutta l’umanità, solamente può esserci un ritrovarsi. Nel concepire l’esistenza come consegna al Padre e agli altri sta una fecondità che non viene da nostre capacità ma da chi è la fonte della vita.

“Porrò l’alleanza nei cuori…” Viviamo oggi un senso più profondo della responsabilità personale, della autonomia nelle scelte, della rilevanza delle scelte derivanti dalla coscienza in tutto ciò che facciamo. Tuttavia assistiamo attorno a noi a continue manifestazioni di percorsi in cui è assente la consapevolezza di responsabilità nei confronti degli altri: i casi di corruzione emersi a più riprese negli ultimi tempi ed anche in questi ultimi giorni ne sono un sintomo.

Come osserva Alberto Vannucci, docente di Scienza Politica all’Università di Pisa: “A fronte di una politica in via di liquefazione, ben strutturate appaiono invece le reti di una corruzione spesso eletta a sistema e metodo di governo. Coerentemente col paradigma neoliberista, infatti, nei vari e assortiti comitati d’affari si realizza una privatizzazione del bene comune, convertito in potere d’acquisto e spartito tra i pochissimi partecipanti al gioco della corruzione”.

Tale osservazione dovrebbe rendere vigili e stare in guardia di fronte a linee di tendenza dell’attuale momento politico: “Dovrebbe poi destare qualche preoccupazione in più il fatto che il modello di ‘catena di comando’ che l’agenda politica delle riforme a tappe forzate prevede di applicare ad ogni livello – da quello di governo, a quello ‘manageriale’ della dirigenza amministrativa, fino alla Rai e alle scuole – ricalchi il modello-Incalza, che poi è analogo a quello della ‘cricca della Protezione civile’, fino agli scandali incensata come paradigma efficientista da imitare e replicare. Un ‘dominus’ sciolto da vincoli e impacci, forte di un’investitura politica – dall’alto o dal basso, a seconda del ruolo – cui si attribuiscono grandi poteri in assenza di contrappesi e strumenti efficaci di controllo” (da http://www.libertaegiustizia.it 18 marzo 2015).

Così ancora annota Roberta De Monticelli: “La corruzione della legge, il suo appiattimento sul fatto. La sola direzione nel rapporto fra l’ideale e il reale che chi è al potere conosca, in Italia, da troppo tempo, ma con un’accentuazione e un’accelerazione parossistica negli ultimi tempi. Che l’ideale si riduca al reale, che il diritto si schiacci sul potere e il dovere sulla forza di chi ce l’ha. Speriamo che non avvenga ancora . In ogni caso, l’autorità dell’Autorità anticorruzione ha una sola fonte: noi cittadini. Cosa avverrebbe se – Cantone non voglia – passasse invece la proposta di appiattire sulla realtà perfino uno straccio di ideale come quello, minimo, che chi a giudizio dei tribunali ha abusato del potere, debba lasciarlo almeno fino a prova contraria? Forse è bene almeno prenderne atto: sono le nostre coscienze, l’ultima barriera. Quando cederanno anche quelle, la differenza fra uno Stato e una combriccola di briganti non esisterà più. Forse non siamo mai stati così vicini a questo limite” (Abuso d’ufficio, niente scorciatoie, “Il Fatto quotidiano” 18 marzo 2015).

Il richiamo alla responsabilità personale e all’ascolto della coscienza, laddove Dio parla nella profondità del cuore, dovrebbe essere forse oggi uno degli appelli che emergono dall’ascolto del vangelo, di cui farsi voce e testimoni.

Alessandro Cortesi op

Europa in discussione

 

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E’ appena uscito il volume

Europa in discussione (a cura di A.Cortesi), ed. Nerbini Firenze 2015

– pubblicazione promossa dal Centro Espaces Giorgio La Pira – Pistoia –

“Quando parliamo di Europa infatti non parliamo di qualcosa di altro dalla realtà in cui siamo ormai comunemente immersi, quotidianamente. Noi siamo Europa e non solo per ragioni di tipo storico, culturale o per i vincoli giuridici che abbiamo scelto nel corso dei decenni passati ma perché l’Europa è ormai il terreno coltivato dove crescono le vite di milioni di cittadini, i cui destini sono ormai intrecciati sia nel bene, le prospettive di un futuro migliore, sia nel male, la condivisione delle difficoltà presenti…” (dall’introduzione di Giovanni Paci)

INDICE DEL VOLUME

Giovanni Paci              Introduzione

Parte I – Unione europea: storia e diritti

Pietro Giovannoni      Introduzione storica

Vincenzo Caprara       Europa e diritti: tra diritti dichiarati e diritti negati

Parte II – Politica e quadro internazionale

Renzo Innocenti         Europa in discussione. Punti di crisi dell’Unione Europea e prospettive di uscita

Antonio Miniutti        Europa, quale destino?

Claudio Monge          Mediterraneo-Europa: uno sguardo al futuro nei rivolgimenti del presente dall’osservatorio turco

Parte III – Società, economia e lavoro

Filippo Buccarelli       Diritti, doveri, sfide per la cittadinanza europea

Sebastiano Nerozzi     Squilibri economici e unificazione politica: quale futuro per l’Europa?

Francesco Lauria        L’Europa e la scomparsa del futuro. Ritrovare il tempo nella crisi della rappresentanza sociale e della democrazia

Parte IV – Teologia

Alessandro Cortesi     Un’Europa diversa è possibile

Daniele Aucone            Antropologia del credere. Una sfida per la teologia in Europa

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chi desidera ricevere una o più copie può farne richiesta scrivendo all’indirizzo mail: espacespistoia@gmail.com

IV domenica di Quaresima – anno B – 2015

Cima_da_Conegliano,_Cristo_in_pietà_sostenuto_dalla_Madonna,_Nicodemo_e_san_Giovanni_Evangelista_con_le_Marie,_bis

(Cima da Conegliano, Cristo in pietà sostenuto dalla Madonna, Nicodemo e Giovanni Evangelista con le Marie, Gallerie dell’Accademia – Venezia)

2Cr 36,14-23; Ef 2,4-10; Gv 3,14-21

La promessa di Dio attraversa la storia, ed è continuamente riproposta in una vicenda colma di contraddizioni e di interruzioni. La pagina che sintetizza il cammino di Israele tratteggia lo stile con cui Dio guida la storia. L’infedeltà del popolo, il non ascolto dei messaggeri, i profeti, vien così vista come causa nascosta dietro il disastro dell’esilio. Il Dio dei padri si prende cura con attenzione e passione. Il suo agire è in vista di salvezza e non viene meno, è senza riposo, non ha termine. Esso si attua con la chiamata di uomini e donne che divengono portatori della parola, richiami dell’alleanza. Messaggeri, figure di mediatori, chiamati ad essere protavoce, testimoni, richiami viventi ad una parola di promessa che non viene meno. L’agire di Dio è libero e non si lascia rinchiudere né dall’infedeltà, né dall’assenza di risposta. La vicenda dell’esilio è così letta come conseguenza di un rifiuto di accogliere l’alleanza proposta con premura e ripetutamente. E Dio non si stanca di offrire salvezza. Ad un certo punto suscita lo spirito di Ciro, re di Persia, un pagano, che con il suo editto di liberazione apre la possibilità al popolo d’Israele di uscire dall’esilio, di ritornare alla terra promessa. Ciro il re pagano, dominatore di un nuovo impero è visto come portavoce, suo malgrado, senza consapevolezza, di liberazione e di un cammino nuovo per il popolo d’Israele. L’editto del nuovo re che apre la possibilità di ritorno dall’esilio è così letto come un segno della premura di Dio stesso che ci raggiunge sempre dentro la storia e attraverso l’operare umano che fa procedere una storia di salvezza.

“Per grazia infatti siete salvati mediante la fede; e ciò non viene da voi, ma è dono di Dio; né viene dalle opere, perché nessuno possa vantarsene. Siamo infatti opera sua, creati in Cristo Gesù per le opere buone, che Dio ha preparato perché in esse camminassimo” L’autore della lettera agli Efesini insiste sull’azione di Dio: la salvezza giunge per grazia e proviene da un dono di misericordia. La salvezza non è prodotto umano, né è esito delle opere, ma un dono. E’ una prospettiva che contrasta ogni visione religiosa che pone al centro il merito dell’uomo e la grandezza dell’operare umano. Queste parole ci riportano al cuore dell’esperienza di fede, ad un essere creati secondo un disegno di bontà: ci ha creato per le opere buone. C’è un rovesciamento di ogni concezione che mette l’efficienza e il vanto umano al centro. La salvezza irrompe come dono da accogliere nella fede come affidamento. Non c’è alcun motivo di vanto nell’esperienza di fede: unico vanto possibile sta nello scoprire l’agire di Dio in se stessi e nella storia. Da qui sorge una storia nuova. ‘Camminare in opere belle’ è espressione che indica una direzione per divenire ciò che siamo. L’esperienza della fede non può essere confusa con una teoria che non tocca l’esistenza, o con una ideologia religiosa che garantisce lo status quo, si compie piuttosto nel coinvolgimento della vita: è un camminare. Ed è camminare in fedeltà ad un atto creativo: creati per un operare buono, di salvezza nella responsabilità per la vita degli altri, per la vita in tutte le sue espressioni.

Nicodemo, come tutti i personaggi nel IV vangelo, è una figura simbolo, un paradigma in cui molti altri si possono riconoscere. E’ il maestro di Israele che, di notte, si reca da Gesù. E’ uomo di studio, capace di insegnare ad altri, tuttavia è anche inquieto ricercatore, capace di lasciarsi colpire da una parola nuova: la parola e la libertà di Gesù non lo lasciano indifferente e per questo va ad incontrarlo. Di notte si reca da lui; la notte è elemento simbolico carico di signifcato nel Iv vangelo. Il buio è simbolo di chiusura e d’incapacità legata ad un sapere che chiude, ed anche di rifiuto. In questo buio sta però una ricerca incerta. Nicodemo è figura complessa perché interroga e vive un desiderio. Gesù lo spiazza: a lui, maestro maturo dice che è necessario rinascere, tornare bambini, ricominciare di nuovo. Lo disorienta perché gli dice che rinascere non è sforzo nostro, ma viene dal soffio dello Spirito, Esige solamente attitudine di accoglienza, apertura ad un dono, che viene dall’alto. Nicodemo così deve rinascere dall’alto e di nuovo. Da oltre e con un nuovo inizio. Non è opera sua, non è frutto del suo sapere. Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio. Nel cuore di Dio sta la premura che nulla vada perduto, che sia data vita, che tutti abbiano la vita. Vedere il regno di Dio, entrare nel regno di Dio. Non c’è condanna ma premura per la vita. Ma questo implica un rinascere, un lasciarsi prendere dal soffio dello Spirito. C’è una passione di Dio di vita per tutti. La vita eterna non è una dimensione futura, ma esperienza che può iniziare sin d’ora.

Per rinascere la questione fondamentale è entrare in una relazione con Gesù nel suo dare la vta fino alla fine. A questo punto sta il riferimento all’innalzamento. Gesù innalzato è Gesù visto nel suo essere posto sulla croce. E’ un paradosso. Colui che è appeso sulla croce dal punto di vista umano è un uomo abbassato, ridotto all’umiliazione alla sofferenza e al disprezzo. Non è l’innalzato ma l’abbassato. Eppure, il IV vangelo legge la croce come luogo alto, dove si attua un innalzamento: proprio nel suo essere innalzato il crocifisso è in grado di radunare attorno a sé tutti coloro che possono fissare su di lui lo sguardo. Il luogo dell’abbassamento cela in modo paradossale l’essere posto in alto, un movimento così di innalzamento, e diviene luogo dello svelarsi della gloria in una esistenza donata. L’essere innalzato è segno di vita donata, come nel deserto il serpente innalzato da Mosè sull’asta fu motivo di salvezza per il popolo (Num 21,4-9). Fissare lo sguardo su di lui è motivo di speranza e di vita. Sulla croce secondo il IV vangelo Gesù diviene centro di un raduno che coinvolge vicini e lontani: per trovare e ricevere vita. E in quanto innalzato sulla croce mostra lì la ‘gloria’ di Dio, lo spessore della sua vita, il suo amore. E’ questa la vita che Gesù è venuto a portare, vita eterna: Gesù mostra sulla croce il volto di Dio che ama. Per questo a Nicodemo Gesù spiega che non è inviato per giudicare il mondo, ma perché il mondo sia salvato. E Nicodemo, sempre nel IV vangelo è indicato come uno tra coloro insieme a Giuseppe di Arimatea, che si presero cura del corpo di Gesù, dopo la sua morte, portando oli e profumo, mirra e aloe (Gv 19,39). Credere in Gesù si connota per il IV vangelo come adesione a lui che sulla croce ha mostrato il volto di Dio come amore che si dona fino alla fine.

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Alcune riflessioni per noi oggi

Compito dei profeti è leggere la storia cercando di cogliere la chiamata di Dio presente e la rivelazione continua che si attua all’interno di una storia segnata dalla promessa. Israele ha imparato a leggere anche negli eventi drammatici come l’esilio un richiamo ad una relazione con Dio che non viene meno. Anche oggi viviamo le contraddizioni di una storia in cui la violenza, il terrore, la sopraffazione e l’esclusione sono presenti. Ci sono forze che si oppongono alla ricerca di vita buona e rifiutano ciò che costituisce il desiderio umano, la ricerca della pace e della vita, di dignità, lavoro e relazioni. In questa storia siamo chiamati a denunciare tutto ciò che costituisce tenebra, ma anche a scorgere i segni di una chiamata, le proposte da parte di Dio che non vuole che nulla vada perduto, che è appassionato per la vita. Lo sguardo profetico dovrebbe condurci a scorgere le figure di chi porta avanti la storia di alleanza, progetti di pace, di riconoscimento della preziosità di ogni vita quali messaggeri che Dio non si stanca di suscitare perché la storia proceda verso un fine di salvezza e di vita.

Tiziano Terzani poco dopo il settembre 2001, quando l’attentato alle torri gemelle di New York segnò l’inizio di una nuova stagione di guerra, cercava di richiamare ad una lettura profonda della storia per scorgerne le esigenze di una conversione alla pace e alla trasformazione in radice delle attitudini di odio in orizzonti di incontro. In questa provocazione a cogliere il presente come motivo di ripensamento richiamava le intuizioni di Gandhi, parole che hanno ancora una attualità sorprendente in un tempo di rinfocolamento di nuovi odi e intolleranze: “Il nostro di ora è un momento di straordinaria importanza. L’orrore indicibile è appena cominciato, ma è ancora possibile fermarlo facendo di questo momento una grande occasione di ripensamento. E’ un momento anche di enorme responsabilità perché certe concitate parole, pronunciate dalle lingue sciolte, servono solo a risvegliare i nostri istinti più bassi, ad aizzare la bestia dell’odio che dorme in ognuno di noi e a provocare quella cecità delle passioni che rende pensabile ogni misfatto e permette, a noi come ai nostri nemici, il suicidarsi e l’uccidere. ‘Conquistare le passioni mi pare di gran lunga più difficile che conquistare il mondo con la forza delle armi. Ho ancora un difficile cammino dinanzi a me, scriveva nel 1925 quella bell’anima di Gandhi. E aggiungeva: ‘Finché l’uomo non si metterà di sua volontà all’ultimo posto fra le altre creature sulla terra, non ci sarà per lui alcuna salvezza’” (Tiziano Terzani, Lettere contro la guerra, Longanesi Milano 2002, 38).

Nicodemo è figura complessa ed anche contradittoria: esprime una orgogliosa chiusura nel suo essere sapiente, e nello stesso tempo è uomo che si lascia interrogare. Esprime forse la contraddizione e la fatica presente in ognuno. Riceve la provocazione a rinascere, a concepire la vita non come conquista ma come dono, ad uscire da costruzioni frutto di una sua pretesa autosufficienza e da un sistema di cui era divenuto un ingranaggio. E’ provocato da Gesù a lasciarsi prendere da un soffio nuovo, da un respiro che lo apre ad una novità inedita nella sua stessa vita: è lo Spirito. Forse Nicodemo potrebbe raffigurare una chiesa che deve scendere dai piedistalli delle proprie certezze, per lasciarsi rinnovare profondamente, per cambiare sia nelle strutture ma anche nella percezione che al centro deve mettere la imprendibilità dello Spirito che soffia dove vuole ed è da ricercare al di fuori degli ambiti scontati. Solo se ci si apre a vivere una libertà di pensare la vita cristiana non come mantenimento di una dottrina intangibile, ma come esperienza di affidamento a Dio appassionato dell’umanità, nella chiamata a comunicare vita e salvezza per le persone, sta la possibilità di futuro in fedeltà al vangelo per le comunità oggi.

Alessandro Cortesi op

III domenica Quaresima anno B – 2015

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Es 20,1-17; 1Cor 1,22-25; Gv 2,13-25

Le dieci parole acquistano il loro profondo significato dalla prima parola che sta all’inizio: “Io sono il Signore, tuo Dio che ti ha fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla condizione di schiavitù”. E’ parola di alleanza e di relazione. E’ il nome di Dio come Tu amante e liberatore che per primo offre all’uomo la possibilità di entrare in un rapporto in cui il suo volto è prezioso. Parola di un Dio amante, che rivolge la prima parola e chiede di farsi dire ‘tu’, che si china sull’uomo piegato e sfigurato. E’ parola di Dio che guarda e si prende cura di chi vive nella condizione di schiavitù: ‘Io sono tuo… ci sono per liberarti’. Le dieci parole allora possono essere lette come traduzione nel quotidiano di quest’unica e prima parola di Dio. Incontrare il Dio dell’alleanza è lasciarsi prendere dalla sua parola, nella corrente di una relazione vivente. Al principio sta un dono e un incontro. Questa parola di Dio vuole libertà e trae fuori dalla schiavitù, ed insieme orienta anche la vita di chi ascolta. Le dieci parole indicano un dono e nel contempo aprono una strada. Chi ascolta è chiamato a comprendersi in due direzioni: nell’incontro con Dio stesso, la prospettiva delle prime tre parole, e nell’incontro con gli altri, l’orizzonte delle altre sette parole. La relazione è al centro: le dieci parole aprono una spiritualità dell’incontro. Su questa via Israele viene posto portavoce di una parola di Dio per tutta l’umanità e introdotto in un cammino di liberazione. Nel lasciare spazio per il Dio vicinissimo che si comunica in una storia e nel rapporto con gli altri sta la via per un compimento della propria esistenza.

Paolo, nel suo cammino di ebreo osservante della Legge visse l’esperienza inattesa di essere afferrato da Dio stesso, il Dio dei padri. Descrive questo passaggio come un evento di incontro, il rivelarsi di una presenza, del Figlio, Gesù Cristo. Paolo scopre da quel momento che la parola definitiva nella sua vita è Gesù, e questi crocifisso: il volto di Dio si manifesta nello svuotamento di Gesù, nella sua croce. Per Paolo è questo un ribaltamento dell’idea di un Dio onnipotente e della legge. Questa sua scoperta è quanto comunica ancora nella sua prima lettera alla comunità di Corinto, dove già aveva predicato agli inizi degli anni ’50. La vicenda di Gesù con al centro la morte di croce è parola definitiva di Dio: nel cammino di dono della sua vita per gli altri Gesù è rivelazione del volto di Dio stesso. Nel rapporto con lui si può trovare il senso dell’esistenza. Ogni ricerca di potenza, ogni ricerca di sapienza è vuota. Paolo propone alla comunità di Corinto ciò che per primo ha vissuto. La vicenda di Gesù è sapienza diversa da ogni sapere umano e la sua debolezza manifesta una forza nuova e paradossale: il Dio di Gesù Cristo si rende vicino nella debolezza, nel darsi fino alla fine, nel fare della sua vita una consegna radicale nell’ascolto al Padre fino alla morte e alla morte di croce. Al cuore del suo vangelo, bella notizia che apre un senso nuovo e profondo alla vita, Paolo propone il paradosso cristiano, la ‘stoltezza’ e la ‘debolezza’ della croce che ha vinto la morte e ha generato una vita nuova per tutti.

Il brano del IV vangelo insiste sul riferimento alla Pasqua: “Si avvicinava intanto la pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme” (Gv 2,13), “ Mentre era a Gerusalemme per la Pasqua…”. Giovanni pone l’episodio della cacciata dei venditori dal tempio proprio all’inizio della attività pubblica di Gesù, nei giorni della festa di Pasqua. Il gesto di Gesù sulla spianata del tempio di Gerusalemme è attestata in modo diverso dal IV vangelo (Gv 2,14-16) e dal vangelo di Marco (11,15-19) – poi ripreso da Matteo (21,12-13.17) e Luca (19,45-48) – che in modo forse più plausibile dal punto di vista storico, situa questo gesto in giorni vicini all’ultima Pasqua. Marco parla di cacciata dal tempio di coloro che vendevano e compravano. Giovanni precisa che vennero cacciati anche buoi e pecore per i sacrifici e che Gesù si fece una frusta. A spiegazione del gesto, pone poi una parola che unifica insieme due testi, uno del secondo-Isaia: “La mia casa – dice il Signore – è casa di preghiera per tutti i gentili” (Is 56,7). Si tratta di un testo che presenta un’apertura universale. Il secondo di Geremia: “Voi invece ne avete fatto una spelonca di ladri” (Ger 7,11). Questi testi sono indicazione che qui non si tratta di una contrapposizione né al culto né al tempio, piuttosto il riferimento va a quanto avveniva nel cortile dei gentili dove erano collocati i venditori di animali per i sacrifici e i cambiavalute che davano le monete di Tiro necessarie per pagare la tassa del tempio. Il gesto assume quindi i contorni di un gesto profetico, contro la commercializzazione presente che porta a guadagni per la classe sacerdotale, e contro la concezione del tempio come luogo di sfoggio di potenza e ricchezza, soprattutto dopo l’operazione di Erode il grande che aveva ampliato il tempio in modo imponente. Gesù parla così della preghiera, possibile senza spese, mentre i sacrifici esigevano che i poveri acquistassero colombe e, i ricchi, pecore e buoi. Il messaggio di Gesù si delinea come profezia che annuncia l’inutilità dell’istituzione stessa del tempio: l’incontro con Dio già è possibile nel presente e sta avvenendo fuori degli spazi sacri, sulle vie della Galilea nell’ascolto del messaggio di Gesù, nei gesti di accoglienza e liberazione. Già si rende presente ciò che nel suo linguaggio egli esprimeva nei termini di ‘regno di Dio’: la vicinanza di Dio che apre la possibilità di un incontro per tutti, anche per i pagani, esclusi dalla salvezza. Il IV vangelo sottolinea che Gesù parlava del ‘tempio del suo corpo’, distrutto nella morte ma risuscitato da Dio con accenno al tempio utilizzato come metafora. Per Giovanni infatti il tempio in cui è presente la dimora di Dio non è tempio costruito su di un monte ma è la presenza di Cristo e il suo corpo. L’incontro con Dio passa attraverso l’umanità che il Figlio ha preso pienamente. La Parola di Dio, per il IV vangelo nel suo farsi carne, ha indicato che l’incontro con Dio passa per l’incontro con l’umanità di Gesù e con la vita umana nella sua povertà e precarietà, con cui si è fatto solidale.

0x768141883420878915Alcune riflessioni per noi oggi.

Le due puntate di Roberto Benigni sui dieci comandamenti in TV ha avuto un enorme successo lo scorso dicembre. Ci si può chiedere il motivo di questo: forse una delle chiavi di lettura sta nella passione con cui un grande attore ha presentato una pagina nota ma non ascoltata nelle sue profondità. Ma forse soprattutto una ragione sta nel fatto che Benigni ha messo in evidenza il cuore di queste parole come declinazione dell’unica parola che apre una vita in relazione, toccando le corde sensibili dell’umano e rincorrendo parole quotidiane. Ha così intercettato le aspirazioni più profonde delle persone mettendosi di fronte ad una parola di Dio in modo nudo, alla ricerca di autenticità. L’ascolto di questa pagina in collegamento all’esistenza umana diviene allora non il confronto con una serie di comandamenti provenienti da una divinità lontana e autoritaria, ma una parola dell’amore offerta. Una parole capace di dare voce ai desideri più profondi presenti nella vita stessa e capace di parlare per la vita: e solo le parole dell’amore e i gesti dell’amore, solo i movimenti che partono dall’interno della vita possono muovere e cambiare l’esistenza. La provocazione di un tale commento che diviene improvvisamente non solo udibile, ma anche affascinante, è una grande sfida per il modo in cui accostiamo le pagine della Scrittura. Solo un ascolto connesso alla vita sensibile alle esperienze dell’umanità, aperto a porsi in contatto con le domande della vita può aprire significati e orizzonti nuovi e inediti per tutti.

Paolo sottolinea come Gesù rivela un Dio debole, un’esistenza che si svuota… Se l’esistenza di Gesù è stata nel segno dello svuotamento (kenosis) anche l’ascolto dei credenti e la loro testimonianza vanno posti in questa linea. Cosa può significare oggi vivere un’esperienza comunitaria che si ponga su questa linea? Potrebbe significare uscire da tutte le forme del clericalismo e dalle ricerche di grandezza e onnipotenza, legate ad una visione di Dio onnipotente e lontano. Potrebbe anche cercare di vivere essnzialità e spogliamento di tutte quelle forme esteriori o di grandezza che nascondono il volto del crocifisso. Potrebbe anche e più profondamente essere scoperta che Gesù Cristo che si è svuotato rivelandoci il volto di un dio debole, è vuotato dentro questa storia e dentro questa vienda umana. Allora la storia e i cammini umani sono luoghi in cui Dio è già presente e siamo chiamati ad ascoltare e imparare da tale svuotamento a leggere le chiamate di Dio, il suo comunicarsi continuo nella storia, nei segni dei tempi, nei segni del nostro tempo.

Parlava del tempio del suo corpo… Corpo di Cristo e corpi nostri. Corpi di coloro che sono oggi crocifissi e resi schiavi e condannati. Nel film ‘Jesus de Montréal’ (diretto da Denys Arcand, 1989, vincitore del premio giuria al festival di Cannes 1989) una suggestiva trasposizione del gesto di Gesù nel tempio che rovescia i tavoli del mercato, è reso nel gesto irato del protagonista (che nel film ricopre il ruolo di Gesù), che si ribella allo sfruttamento del corpo delle donne da parte dei dirigenti di una compagnia cinematografica che fanno sfilare alcune ragazze durante un provino e si scaglia contro le macchine da presa e le attrezzature fotografiche con cui i loro corpi sono sfruttati. Oggi 8 marzo è festa della donna, giorno che ricorda oppressioni e lotte: momento per riflettere sulle diverse modalità d’ingiustizia e di sfruttamento nei confronti delle donne, nel mondo del lavoro, nella tratta a scopo di prostituzione, nello sfruttamento, nel non riconoscimento della dignità di donne ridotte a cose e sottomesse al potere.

Nella mentalità biblica il corpo non è solamente una parte materiale senza importanza o sede di negatività, uno strumento separato dalla dimensione dello spirito. E’ piuttosto indicazione di una totalità complessa dell’identità umana e dell’esistenza in relazione. Comunichiamo con gli altri nella nostra corporeità che in sé vive del respiro dello spirito. L’interiorità stessa si comunica solamente nel e per mezzo di un corpo. Per questo non abbiamo un corpo ma siamo un corpo. L’attenzione al corpo, alla salute, allo stare bene è esperienza del nostro tempo, talvolta essa racchiude ancora tracce di una antica separazione, del dualismo che separa concretezza e idealità: si tende ad un corpo ideale e non si prende atto delle condizioni concrete e limitate del nostro stare al mondo. L’attenzione alle persone, nella concretezza di una corporeità situata, rinvia a tutte le dimensioni della vita, è via per scoprire il corpo come vita e relazione e per vivere il rispetto, per non ridurre il tempio di Dio ad un mercato.

Alessandro Cortesi op

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