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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

V domenica Quaresima – anno B – 2015

DSCN0725Ger 21,31-34; Eb 5,7-9; Gv 12,20-33

Il cammino di quaresima ci orienta verso l’ora di Gesù, l’ora della sua passione. E’ questa l’ora della alleanza. La lettura dal libro della consolazione di Geremia contiene la promessa di una alleanza nuova scritta nel profondo del cuore, una alleanza che compirà la parola di Jahwè ‘Io sono il Signore tuo Dio’ (Es 20,1): “Porrò la mia legge nel loro animo, la scriverò sul loro cuore. Allora io sarò il loro Dio ed essi il mio popolo”. Quella reciproca appartenenza, nucleo profondo dell’alleanza, sarà una realtà nuova interiore che investirà e trasformerà l’intimo dei cuori.

La pagina della lettera agli Ebrei, conduce a fissare l’attenzione su Cristo il Figlio che imparò l’obbedienza come ascolto radicale dalle cose che patì. Indica come in lui si compie l’alleanza promessa: “reso perfetto divenne causa di salvezza per tutti coloro che gli obbediscono.” Cristo una volta per tutte si è offerto con un amore capace di giungere fino alla fine per la salvezza. In lui si compie l’alleanza definitiva. Il suo essere sacerdote, figura di mediazione tra Dio e l’umanità, è di tipo nuovo rispetto al sacerdozio ebraico. Anzi ne costituisce un radicale superamento: Gesù è sacerdote di tipo nuovo non perché compie riti particolari, o perché appartiene ad una élite connessa al culto o alla guida della comunità, ma perché ha fatto della sua vita un dono, ha vissuto un orientamento al Padre, una obbedienza a lui in tutta la sua esistenza, in solidarietà con ogni uomo e donna. Il culto diviene il dono di sé, si rapporta alla vita e si compie nella compassione e nella giustizia.

Nella passione Gesù ‘offrì preghiere con forti grida e lacrime a colui che poteva liberarlo da morte e fu esaudito per la sua pietà’. Si può leggere questo drammatico versetto vedendo in esso l’indicazione della via seguita da Cristo, la sua fedeltà al Padre. Ed il Padre l’ha esaudito non perchè l’ha liberato dalla morte ma perché lo ha sostenuto nella fedeltà alla testimonianza dell’amore: il mistero di Dio è infatti l’amore debole e inerme che si dà fino alla fine. La salvezza per noi ha la sua origine nel dono di amore di Gesù.

Nella pagina del IV vangelo alcuni greci presenti a Gerusalemme cercano Filippo, uno dei discepoli di Gesù, con un nome di origine greca originario di Betsaida, e chiedono: ‘Vogliamo vedere Gesù’: il termine ‘vedere’ nel IV vangelo indica la tensione a cogliere la dimensione profonda degli eventi ed il loro significato. E’ domanda della comunità giovannea che esprime la tensione a cogliere il mistero profondo dell’identità di Gesù. Filippo si reca da Andrea e poi con lui da Gesù. Da qui si sviluppa un discorso di Gesù che parla della sua ‘ora’ e indica il suo cammino usando il paragone con il seme di grano che, se non cade in terra e non muore, rimane solo, ma se muore genera molto frutto. Gesù parla di sé e del mistero della sua vita, mistero di glorificazione e di morte nel contempo: “E’ giunta l’ora che sia glorificato il figlio dell’uomo. In verità, in verità vi dico: se il chicco di grano caduto per terra non muore rimane solo; se invece muore produce molto frutto. Chi ama la sua vita la perde e chi odia la sua vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna”

Appaiono parole chiave del IV vangelo: l’ora, la glorificazione, il morire, il perdere la vita, il servire, la vita eterna. Gesù riferendosi all’ora conduce a cogliere il senso della sua esistenza: l’ora della sua vita è il momento della sua morte. In quell’ora si consegna al Padre e si da’ per tutti, come colui che scende e serve. Consegnato nel tradimento, è in realtà egli stesso che, in libertà piena, si consegna per noi. La sua ora è ora di morte e tuttavia per il IV vangelo è un’ora di glorificazione, perché proprio lì, in quella morte, si manifesta il volto di Dio come amore.

Gesù intende la sua vita come una semina, e indica la sua morte come il momento di un perdersi che genera vita: “per questo sono giunto a quest’ora. Padre glorifica il tuo Nome”. Nel perdere la vita Gesù manifesta la vita di Dio, il suo volto come vita che si dona e sa che solo così si genera una vita abbondante: quell’ora apre ad una vita feconda, la vita eterna. La gloria di Gesù si rivela nel dono della sua vita e nell’amore sulla croce.

Quell’ora che a Cana non era ancora arrivata, che ‘sta venendo’ nell’incontro di Gesù con la donna di Samaria, adesso è giunta: “E’ giunta l’ora che sia glorificato il figlio dell’uomo”. Per il IV vangelo l’ora di Gesù è la grande trama su cui è tessuto l’intero scritto: tutto sta in tensione verso quell’ora. E’ l’ora della croce che si prolunga e comprende la passione la morte la risurrezione e l’ascensione di Gesù, la sua glorificazione. E’ l’ora in cui tutti volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto; è anche l’ora in cui, quando sarà innalzato da terra, Gesù attirerà tutti a sé.

Alla domanda dei greci, che desideravano vedere Gesù, Gesù indica la croce come momento in cui tutti lo potranno vedere: sia i figli e discendenti di Abramo, sia i greci, i pagani, possono vedere in lui la gloria stessa di Dio, il volto di Dio come amore visibile nel profilo dell’innalzato.

L’ora di Gesù non è solo un momento cronologico nel corso della sua vita, ma si connota come un tempo che anticipa ogni futuro e indica l’orientamento di tutta la storia: l’ora di Gesù è tempo finale che irrompe nel presente e rende vicino la profondità dell’amore di Dio per l’umanità.

E’ l’ora della compagnia in cui Gesù apre la strada a coloro che lo hanno seguito e sono suoi servi. Quest’ora è avvertita in modo drammatico: Gesù vive paura ed angoscia di fronte a quest’ora ed invoca ‘Padre glorifica il tuo nome’. Il Padre è coinvolto e presente nell’ora di Gesù, e conferma la via che Gesù sta seguendo. Nel momento in cui è trafitto inizia quel movimento di attrazione e di coinvolgimento che si allarga: coloro che hanno visto la sua ‘gloria’ possono ‘vedere’ la sua vita e comprendere in modo nuovo la propria esistenza.

DSCF5546Alcune riflessioni per noi oggi

Come il seme di grano, se non muore rimane solo… Ascoltiamo queste lettura mentre siamo colpiti da notizie di attentati e atti terroristici: ultimi in ordine di tempo l’attentato contro cristiani radunati nell’Eucaristia domenicale a Lahore, e quello conclusosi con l’uccisione di molti turisti provenienti da ogni parte del mondo mentre si recavano a visitare il museo del Bardo a Tunisi.

Sono episodi e scelte di morte che si susseguono in questo tempo segnato da intolleranza, violenza, fondamentalismi. Sono momenti che evidenziano una guerra intestina al mondo islamico per guadagnare posizioni di dominio e controllo tra correnti di potere diverse che non si fanno scrupolo nell’utilizzo del fattore religioso per giustificare i loro atti criminali e mirano a suscitare quello scontro di civiltà su cui gruppi di potere e violenti possono lucrare. Sono momenti che suscitano le reazioni scomposte di chi alla violenza non sa fare altro che opporre la logica della guerra e dell’intolleranza, senza riflettere sull’inutilità di seminagioni di morte.

Ad una lettura forse più profonda tutti questi eventi segnalano l’emergere di scelte di morte che sono frutti velenosi di tanti semi di violenza e di guerra gettati a piene mani nella storia degli ultimi decenni in particolare. Decenni di bombardamenti in Afghanistan, l’illusione di esportare la democrazia senza interagire con culture diverse con l’uso delle armi e della guerra in Irak, il lungo sostegno e appoggio prima e il rapido abbandono poi di dittatori che avevano governato in molti paesi del Nordafrica, soprattutto il commercio di armi che ha alimentato e continua ad alimentare in modo criminale le strategie di chi le utilizza: sono tutti semi di morte gettati con abbondanza e senza scrupoli di sorta da parte occidentale, che prima o poi generano mostri.

E quando i mostri si avvicinano con le loro ombre e appaiono incombenti invadendo il nostro quotidiano ritenuto tranquillo e distante dai luoghi della violenza, non possiamo dimostrarci sorpresi o sconcertati. L’indifferenza e l’assenza di scelte politiche di fronte al fenomeno delle migrazioni dal sud del Mediterraneo, la tranquilla assuefazione alla produzione e al commercio delle armi sono altri aspetti delle gravi responsabilità dell’Occidente in genere e dei paesi europei, centrati sui propri interessi e ripiegati nell’alimentare un sistema economico che uccide. Sta qui il punto di un cambiamento radicale necessario e urgente.

Semi di morte contrapposti al seme di grano che solo se muore produce frutto. Il richiamo a pensare la vita come seme di grano che chiede di essere seminato, di andare perduto per generare fecondità nuova è una direzione diversa: è prospettiva di solidarietà e condivisione. In questo perdersi, nel considerare la propria vita legata ad altri e nella linea del servizio per tutta l’umanità, solamente può esserci un ritrovarsi. Nel concepire l’esistenza come consegna al Padre e agli altri sta una fecondità che non viene da nostre capacità ma da chi è la fonte della vita.

“Porrò l’alleanza nei cuori…” Viviamo oggi un senso più profondo della responsabilità personale, della autonomia nelle scelte, della rilevanza delle scelte derivanti dalla coscienza in tutto ciò che facciamo. Tuttavia assistiamo attorno a noi a continue manifestazioni di percorsi in cui è assente la consapevolezza di responsabilità nei confronti degli altri: i casi di corruzione emersi a più riprese negli ultimi tempi ed anche in questi ultimi giorni ne sono un sintomo.

Come osserva Alberto Vannucci, docente di Scienza Politica all’Università di Pisa: “A fronte di una politica in via di liquefazione, ben strutturate appaiono invece le reti di una corruzione spesso eletta a sistema e metodo di governo. Coerentemente col paradigma neoliberista, infatti, nei vari e assortiti comitati d’affari si realizza una privatizzazione del bene comune, convertito in potere d’acquisto e spartito tra i pochissimi partecipanti al gioco della corruzione”.

Tale osservazione dovrebbe rendere vigili e stare in guardia di fronte a linee di tendenza dell’attuale momento politico: “Dovrebbe poi destare qualche preoccupazione in più il fatto che il modello di ‘catena di comando’ che l’agenda politica delle riforme a tappe forzate prevede di applicare ad ogni livello – da quello di governo, a quello ‘manageriale’ della dirigenza amministrativa, fino alla Rai e alle scuole – ricalchi il modello-Incalza, che poi è analogo a quello della ‘cricca della Protezione civile’, fino agli scandali incensata come paradigma efficientista da imitare e replicare. Un ‘dominus’ sciolto da vincoli e impacci, forte di un’investitura politica – dall’alto o dal basso, a seconda del ruolo – cui si attribuiscono grandi poteri in assenza di contrappesi e strumenti efficaci di controllo” (da http://www.libertaegiustizia.it 18 marzo 2015).

Così ancora annota Roberta De Monticelli: “La corruzione della legge, il suo appiattimento sul fatto. La sola direzione nel rapporto fra l’ideale e il reale che chi è al potere conosca, in Italia, da troppo tempo, ma con un’accentuazione e un’accelerazione parossistica negli ultimi tempi. Che l’ideale si riduca al reale, che il diritto si schiacci sul potere e il dovere sulla forza di chi ce l’ha. Speriamo che non avvenga ancora . In ogni caso, l’autorità dell’Autorità anticorruzione ha una sola fonte: noi cittadini. Cosa avverrebbe se – Cantone non voglia – passasse invece la proposta di appiattire sulla realtà perfino uno straccio di ideale come quello, minimo, che chi a giudizio dei tribunali ha abusato del potere, debba lasciarlo almeno fino a prova contraria? Forse è bene almeno prenderne atto: sono le nostre coscienze, l’ultima barriera. Quando cederanno anche quelle, la differenza fra uno Stato e una combriccola di briganti non esisterà più. Forse non siamo mai stati così vicini a questo limite” (Abuso d’ufficio, niente scorciatoie, “Il Fatto quotidiano” 18 marzo 2015).

Il richiamo alla responsabilità personale e all’ascolto della coscienza, laddove Dio parla nella profondità del cuore, dovrebbe essere forse oggi uno degli appelli che emergono dall’ascolto del vangelo, di cui farsi voce e testimoni.

Alessandro Cortesi op

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