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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Archivi per il mese di “aprile, 2015”

V domenica di Pasqua – anno B – 2015

DSCF5623At 9,26-31; 1Gv 3,18-24; Gv 15,1-8

L’immagine della vigna è familiare nella Bibbia; la vite è la coltura tipica del mediterraneo e nel primo testamento la vite è immagine usata per parlare del popolo d’Israele. Dio stesso ha un rapporto con Israele come quello del contadino con la propria vigna: una relazione di cura appassionata, fedeltà amorosa, vicinanza. La vigna viene così ad indicare il popolo liberato da Dio, soggetto del dono dell’alleanza: “Hai divelto una vite dall’Egitto, per trapiantarla hai espulso i popoli… Le hai preparato il terreno, hai affondato le sue radici e ha riempito la terra… Dio degli eserciti, volgiti, guarda dal cielo e vedi e visita questa vigna, proteggi il ceppo che la tua destra ha piantato, il germoglio che ti sei coltivato (Sal 80,9-10.15-16). Tale attenzione di amore non trova però risposta piuttosto infedeltà, dimenticanza, durezza di cuore di Israele.

Attorno all’immagine della vigna Isaia dipinge il quadro di un rapporto di amore e di delusione nel famoso cantico del capitolo 5: “Canterò per il mio diletto il mio cantico d’amore per la sua vigna. Il mio diletto possedeva una vigna sopra un fertile colle. Egli l’aveva vangata e sgombrata dai sassi e vi aveva piantato scelte viti; vi aveva costruito in mezzo una torre e scavato anche un tino. Egli aspettò che producesse uva ma essa fece uva selvatica. Or dunque, abitanti di Gerusalemme e uomini di Giuda, siate voi giudici fra me e la mia vigna… Ora voglio farvi conoscere ciò che sto per fare alla mia vigna: toglierò la siepe e si trasformerà in pascolo, demolirò il suo muro di cinta e verrà calpestata. La renderò un deserto non sarà potata né vangata e vi cresceranno rovi e pruni” (Is 5,1-6)

Isaia conclude: la vigna è la casa di Israele, vigna che, nonostante tutte le cure, ha prodotto frutti selvatici. Anche altri profeti riprendono il medesimo riferimento: Geremia prima (Ger 2,21), poi Ezechiele (Ez 13,1-6): parla di una vite sterile che non porta frutto e annuncia il fuoco per ogni tralcio secco come castigo.

Il IV vangelo riprende questa immagine nei discorsi dell’ultima cena, ai capp. 15 e 16. Gesù applica a se stesso il rinvio alla vigna: ‘Io sono la vera vite’. La vite ora sta ad indicare la presenza stessa di Gesù. La sua vicenda si pone in stretto rapporto a quella di Israele. In lui si compie la cura del Padre di cui la vite era simbolo. E’ lui che porta frutto, e i frutti non sono altro che un vita nell’amore, risposta all’amore di Dio: in lui sono giunti allora i tempi ultimi che vedono la piena risposta di Israele all’amore di Dio liberatore. Chi rimane unito, come i tralci alla vite porta frutto in lui. C’è una comunicazione nuova di vita che dal rimanere in lui trae origine. Chi crede nel suo nome viene ad essere tralcio vivente della sua stessa vita.

Rimanere è il verbo centrale di questa pagina. ‘Rimanete in me’ è l’invito ripetuto. ‘Maestro dove dimori?’ era stata la domanda rivolta a Gesù all’inizio del quarto vangelo dai discepoli. ‘Venite e vedete’ fu la risposta, ed essi lo seguirono e ‘rimasero’ presso di lui (Gv 1,39). Il verbo ‘rimanere’ indica familiarità di vita, incontro di amicizia, condivisione profonda di esperienza. Rimanere rinvia ad un coinvolgimento personale e profondo nella vita di Gesù, un dimorare in lui trovando così coinvolgimento di vita e legame: ‘Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui’ (Gv 6,56). L’offerta di amicizia di Gesù ai suoi genera una reciprocità: i tralci rimangono nella vite ma anche Cristo rimane nei suoi e dà possibilità di portare frutto.

L’essere discepoli di Cristo si attua nei frutti: immagine che rinvia all’operare come espressione di uno stile e il senso della sua vita. Gli stessi tralci, coloro che credono non vivono da soli, distaccati gli uni dagli altri, ma legati tra loro nella medesima linfa di vita: Gesù propone ai suoi un ‘rimanere’ che implica vivere come comunità un amarsi reciprocamente: motivazione e forza dello stare insieme sta nella forza di vita che da lui proviene. “Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla”.

La seconda lettura di oggi presenta i tratti della vita dei figli di Dio (1Gv 3,1-4,6). Annuncia il comandamento dell’amore, invitando ad uscire da facili intimismi per assumerlo con responsabilità nel quotidiano: si tratta di amare non in modo generico ma nella concretezza. La chiamata fondamentale è amarci gli uni gli altri e il criterio di verifica del nostro agire è quanto Gesù ha compiuto: ‘Egli ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli’. L’invito diviene aprire gli occhi su chi, vicino o lontano è nella difficoltà ed ha bisogno del nostro aiuto. L’amore assume quindi caratteristiche di concretezza e di urgenza per ciascuno nel quotidiano dell’esistenza. Il dimorare di noi in Dio e di Dio in noi non è esperienza fuori dalla storia e dalla vita, ma passa attraverso il rapporto con gli altri.

L’invito a rendere concreta l’esperienza dell’amore si collega nella lettera all’affermazione del riferimento a Cristo venuto nella carne. E’ un messaggio che sottopone a critica modi di vivere il cristianesimo nell’ indifferenza rispetto alle vicende della storia, con senso di distanza rispetto ai problemi degli atri, in una attitudine intellettualistica o intimistica. La parola di Gesù e la sua testimonianza rinviano ad un prendere posizione, ad uno stare dalla parte dei poveri, ad un impegno di assunzione di responsabilità politica nella storia.

Festival-dei-semi-del-cibo-e-della-democrazia-della-terra_article_bodyAlcune riflessioni per noi oggi

C’è una capacità nascosta nel modo di leggere dell’uomo occidentale segnato dal mito dell’efficienza, del produrre e del fare, che rischia di rovinare la lettura di questa pagina di Giovanni. Essere nella vite, rimanere nella vite, entrare in una relazione, è un movimento non di efficienza ma di accoglienza. Il rischio è l’accento posto sul ‘portare frutti’: tutto allora viene letto nella dimensione della visibilità di qualcosa che proviene dall’opera dell’uomo, prodotto che manifesta efficacia e, in fondo, potenza. E’ l’enfasi su quanto è ponderabile e misurabile. E’ lo sguardo che si fissa sui risultati e non lascia spazio a chi non produce, anche se il non produrre è non riuscire a compiere effetti visibili di bene. C’è una sapienza da cogliere dalla lettura che proviene da sensibilità segnate da altre culture in cui la dimensione del produrre e del fare non è così principale e onniavvolgente. Produrre frutti è legato al rimanere nell’amore, e i frutti dell’amore non sono nemmeno opere, non sono quantificabili, non possono essere giudicati da nessun controllo di qualità e di quantità soprattutto. E’ la gratuità dell’amore a cui lasciarsi convertire per non piegare anche il vangelo a schemi che sono quelli del profitto, del frutto come effetto abbondante che ripaga un soggetto ripiegato sulla propria affermazione.

Gesù parlava di vite, tralci, vigne: colture della terra che dice la sua attenzione alla terra e al cibo che dalla terra viene come dono e come segno della cura di Dio creatore. In questi giorni s’inaugura l’Expo di Milano, un evento pieno di contraddizioni: ‘Nutrire il pianeta energia per la vita’ è il suo titolo. L’Expo può essere occasione di consapevolezza della fame che segna drammaticamente il mondo dividendolo tra chi soffee la fame e chi vive nell’abbondanza e così l’urgenza di uscire dalla retorica per operare scelte di condivisione del cibo. Tuttavia all’Expo avranno la predominanza le grandi multinazionali – McDonald, Nestlè Monsanto e altre – che sono le principali responsabili delle politiche agricole che affamano il pianeta. E’ notizia di questi giorni che anche il padiglione vaticano sia costato tre milioni di dollari. Per quali finalità una tale spesa? Il rischio è quello di essere abbagliati da un grande evento luccicante al punto da perdere la capacità critica e di essere incapaci di leggerne le contraddizioni. Certamente l’Expo come esposizione universale è grande palcoscenico che può divenire una grande kermesse gastronomica di esaltazione del cibo nelle sue varietà e forme, buono e gustoso.

E tuttavia il cibo non può essere visto nel suo essere buono, ma anche nelle altre indispensabili caratteristiche: che sia cioè sano, frutto di coltivazioni senza uso di elementi nocivi, e che sia giusto, ossia sia esito di modi di coltivazione e produzione in cui vi sia attenzione ai diritti dei lavoratori e rispetto per la terra. Ma lo sfruttamento e la devastazione della terra e la violazione dei diritti nei modi di produzione del cibo sono fenomeni presenti e da rilevare per l’illegalità.

Attorno al cibo si attuano forme di falsificazione, come i marchi di prodotti spacciati come italiani e che tuttavia contengono ingredienti provenienti da altri luoghi e magari sottoposti a trattamenti nocivi che in Italia sono vietati, oppure marchiati come propri di aziende italiane che tuttavia hanno delocalizzato la loro produzione.

Il cibo, come il lavoro non può esser considerato solamente come merce, ma dev’essere visto come bene da condividere e che è per tutti. Le nuove tecnologie possono essere utili ma è da cogliere come esse possono causare processi di impoverimento e di sfruttamento: è il caso ad esempio dei contadini del Messico impoveriti dall’importazione di enormi quantità di mais transgenico.

Così nel mondo la terra viene utilizzata sempre più per la produzione di biocarburanti, sottraendo in tal modo innumerevoli ettari di terreno alla produzione di cereali, che a livello mondiale addirittura decresce. Fa impressione leggere le statistiche su consumo di cibo e scorgere che il cibo sprecato nel mondo è un terzo del cibo prodotto ed è quattro volte la quantità per coprire il fabbisogno di cibo di coloro che soffrono la fame. La malnutrizione segna la vita di 805 milioni di abitanti del mondo, soprattutto in Asia e Africa. Il diritto al cibo è una delle frontiere di umanizzazione di questo nostro tempo. Expo può essere occasione per fare avvertire, benché soffocata dai ‘padroni del cibo’ questo grido di dolore.

Offrire una visione critica di Expo 2015 può essere un momento di  maturazione di consapevolezza delle esigenze concrete dell’amore di fronte a chi soffre la fame, di fronte alla devastazione della biodiversità. L’urgenza di una diversa impostazione del sistema economico globale, l’attenzione e la venerazione da riscoprire per l’acqua per la terra, per il cibo sano, per tutti e frutto di giustizia è una delle frontiere di un amore che si fa concreto nella storia.

Alessandro Cortesi op

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Riflessioni nel 25 aprile

disegno barconi mediterraneoRaccolgo alcune voci dopo la ennesima strage di migranti che hanno perso la vita nel mare Mediterraneo. Sono voci di tipo diverso. Un analista di un grande quotidiano La Stampa, Stefano Lepri, una scrittrice di origine somala, Igiaba Scego, un prete eritreo, don Mussie Zerai, infine la voce capace di critica di don Giancarlo Perego responsabile di Caritas Migrantes.

Stefano Lepri scrive di fronte alle timide e inadeguate decisioni europee frutto di una dipendenza da interessi nazionali e preoccupazioni elettorali di corto respiro: “La Germania è incapace di cambiare scelte economiche giuste ieri, inadeguate oggi; paralizza tutti l’instabilità politica della Francia. Ancora una volta, messa sotto pressione da un dramma, l’Europa concorda misure limitate, non risolutive. Senza l’orrore dei migranti annegati, i suoi governi non sarebbero riusciti a concordare nulla e avrebbero proseguito nel consueto scaricabarile reciproco. Le difficoltà dell’Unione oggi stanno tutte in questo oscillare tra l’inerzia e azioni tardive o carenti che a loro volta innescano nuove difficoltà. Così è stato per la crisi dell’euro, così per la crisi ucraina; così è di fronte ai barconi stracarichi che affondano nel Mediterraneo”. (Bruxelles resta ostaggio dei nazionalismi “La Stampa” del 24 aprile 2015)

Igiaba Scego, scrittrice, ricorda la storia della sua famiglia, l’improvvisa condizione di impoverimento creata dall’emergere di un nuovo regime, la perdita di tutto e la decisione di partire. Ma al contempo ricorda la possibilità di una fuga per vie che non costringevano a consegnarsi in condizioni di schiavitù e di perdita di tutto.

“Potrei dire che c’è solo indifferenza in giro. Ma temo che ci sia qualcosa di più atroce che ci ha divorato l’anima. L’ho sperimentato sulla mia pelle quest’estate ad Hargeisa, una città nel nord della Somalia. Una signora molto dignitosa mi ha confessato, quasi con vergogna, che suo nipote era morto facendo il tahrib, ovvero il viaggio verso l’Europa. “Se l’è mangiato la barca”, mi ha detto. La signora era sconsolata e mi continuava a ripetere: “Quando partono i ragazzi non ci dicono niente. Io quella sera gli avevo preparato la cena, non l’ha mai mangiata”. Da quel giorno spesso sogno barche con i denti che afferrano i ragazzi per le caviglie e li divorano come un tempo Crono faceva con i suoi figli. Sogno quella barca, quei denti enormi, grossi come zanne di elefante. Mi sento impotente. Anzi, peggio: mi sento un’assassina perché il continente, l’Europa, di cui sono cittadina non sta alzando un dito per costruire una politica comune che affronti queste tragedie del mare in modo sistematico. Anche la parola “tragedia” forse è fuori luogo, ormai dopo venticinque anni possiamo parlare di omicidio colposo e non più di tragedie; soprattutto ora dopo il blocco da parte dell’Unione Europea dell’operazione Mare Nostrum. Una scelta precisa del nostro continente che ha deciso di controllare i confini e di ignorare le vite umane. (Igiaba Scego, Quei ragazzi divorati in mezzo al mare dalla nostra indifferenza, “Internazionale” 19 aprile 2015).

.foglietto migranti

“Voglio che tu mi ricordi, non mi dimenticare, amor mio…Voglio che tu non ti dimentichi di Salem, amore.. ti amo”
(Trovato nella tasca di Salem, 20 anni, arrivato cadavere a Pozzallo)

In un’intervista a don Mussie Zerai prete eritreo dell’agenzia Habeisha («Paghiamo quindici anni di politiche europee criminali» intervista a don Mussie Zerai a cura di Marco Omizzolo e Roberto Lessio “Il manifesto” 24 aprile 2015) don Zerai parla di una «guerra criminale» e rivolge una dura accusa all’Unione europea. “Negli ultimi quindici anni siamo passati di tragedia in tragedia e non è mai cambiato nulla. L’Europa preferisce guardare da un’altra parte; finanzia con miliardi di euro l’acquisto di armi e così decide di accontentare la lobby della politica securitaria; di contro dice di non avere i soldi per rifinanziare Mare nostrum. Qui sta la dichiarazione di guerra contro i migranti e i profughi. Lasciarli morire in mare è solo un modo passivo di combattere una guerra che non si vuole dichiarare; questo significa fare scelte politiche criminali. A questa Europa non gliene frega nulla di proteggere i profughi”. Lo stesso don Zerai suggerisce in sintesi alcune proposte in senso positivo: “Quali sono le proposte per evitare il perpetuarsi di questa guerra criminale contro i profughi? Esistono almeno tre proposte. In primis, andare alle radici del problema, ossia nei paesi di origine e risolvere le cause della migrazione forzata. È un progetto di lungo periodo ma bisogna iniziare. Secondo poi è necessario proteggere i migranti forzati nei paesi di transito. Quando un eritreo scappa va in Sudan o in Etiopia ed è lì che si devono realizzare condizioni di vivibilità. Infine, avere un programma europeo di reinsediamento, come avviene negli Stati Uniti o in Canada, per un numero considerevole di persone riconosciute dall’Unhcr bisognose di protezione internazionale da ricondurre legalmente verso il paese che può offrire loro accoglienza e asilo. Sono proposte inascoltate dall’Europa, mentre ai suoi confini migliaia di profughi sono mercanteggiati con la complicità di apparati statali e gruppi criminali”.

Giancarlo Perego, direttore generale della fondazione Migrantes della Cei ha detto in un’intervista a Radio Vaticana riportata dalla redazione di Vatican Insider: «Il vertice europeo vede piccoli passi di una Europa che è ancora incerta e paurosa di affrontare un dramma di migliaia di persone che sono sulle coste libiche, di 200.000 persone che sono arrivate in Europa lo scorso anno e di questi morti che ci lasciamo alle spalle (…) Piccoli passi perché, se è vero che sono state aumentate le risorse, che hanno raggiunto sostanzialmente la stessa somma che l’Italia aveva messo a disposizione da sola per Mare Nostrum e si lotta ancora contro i trafficanti con alcune azioni anche puntuali, si dimentica completamente una serie di aspetti che erano invece fondamentali e anche richiesti dall’Onu. (…) E si dimentica ancora una volta il soccorso in mare. Credo quindi che da questo vertice abbiamo la sconfitta di un’Europa sociale e solidale di fronte al dramma delle migrazioni (Intervista «L’Europa solidale esce sconfitta dal vertice» “La Stampa-Vatican Insider” 23 aprile 2015).

Queste voci confermano in una convinzione: appare in atto una manovra per distrarre dalle autentiche questioni che anche l’ultima strage di migranti apre a considerare. A livello di informazione pubblica, e nel prevalere degli egoismi nazionali nelle istituzioni europee. Furio Colombo in un articolo dal titolo ‘Prima di tutto viene la guerra’ (“il Fatto Quotidiano” 24 aprile 2015) commenta le misure europee e italiane nella linea di affondare le barche e chiudere il mare riportando alcune voci critiche: “Una sola persona in Italia (Laura Boldrini, a DiMartedì su La7 del 21 aprile) ha aperto con molta enfasi il caso, ripetendo “non vi rendete conto che non è possibile?” e ha cercato di attrarre l’attenzione sul fascino infantile della proposta (vado e distruggo tutto).
Tutta la grande stampa, all’unisono, ha trascurato l’evento e ignorato la stroncatura. Gli ordini sono ordini, e noi abbiamo un genio alla volta. Questa volta è Renzi e lui sospetta quei disgraziati sui barconi e dice, con grande intuito: “Affondiamoli tutti prima che partano”.
Nella Penisola non è rimasto che un diplomatico straniero, Monsignor Perego, della Agenzia Vaticana per i Migranti, capace di dire: “Noi proviamo vergogna per una simile proposta”. Come per la Shoah, nessun altro essere umano italiano ha sollevato obiezioni. Anzi molte testate (insieme a Il Giornale) hanno celebrato”.

La battuta ‘nei barconi non vi sono solo innocenti’ pronunciata mentre le televisioni trasmettevano le immagini di corpi senza vita che galleggiavano trascinati dalle onde e di uomini e donne che ponevano tutta la loro energia nel cercare di salvare i superstiti, nel raccogliere le salme da trasportate sulle navi, è rivelatrice di un grande inganno: è lo sviamento dell’attenzione dai reali problemi, dalla presa in carico di un cambiamento che investe il modello economico dominante, dall’esigere lo spostamento di risorse dalle armi alla solidarietà, alla inutile logica del mostrare i muscoli e dell’uso delle armi. Di questo tipo di approcci non abbiamo bisogno. Sono frutto di incapacità politica, di indifferenza rispetto ad esigenze di umanità e giustizia e sono strumentalizzazioni a scopi propagandistici.

Le autentici questioni da affrontare con urgenza e decisione sono la questione del salvare vite umane in mare, la questione di aprire possibilità per chi è nella condizione di rifugiato di vedere riconosciuti diritti inalienabili, la questione di intervenire per accompagnare alla formazione di governi democratici, di aiutare le popolazioni e di operare scelte economiche a favore dei Paesi dell’Africa, non solo quelli che si affacciano sul Mediterraneo, ma quelli situati più a Sud. Ed infine la questione di indirizzare impegno, energie eocnomichen e culturali perché in questi Paesi si attuino condizione che non costringano i loro cittadini ad andarsene, e porsi così lo scopo di eliminare le cause delle migrazioni, la povertà estrema, la violenza, la guerra.

L’ascolto di queste voci conduce a pensare che un’Europa che si muove senza farsi carico di tali questioni tradisce i valori su cui è sorta dopo il disastro del secondo conflitto mondiale. Si rivela insufficiente e vana la retorica di diritti riconosciuti sulla carta ed elusi nelle situazioni concrete, e appare offensiva la mancanza di memoria che celebra gli anniversari delle stragi della guerra e contemporaneamente si muove per riprodurre altre guerre. Il senso di fare memoria della liberazione oggi 25 aprile trova attualità nel presente nel farsi responsabili di liberazione da guerre presenti, nell’aprire percorsi di libertà per i popoli dell’Africa e delle parti del mondo dove è presente la schiavitù nelle diverse forme della oppressione politica, economica religiosa e sociale.

Un governo che intende risolvere i problemi inviando droni a bombardare le barche in Libia e coloro che condividono questo miope indirizzo a livello europeo manifestano una profonda inadeguatezza culturale e politica, dimostrano incapacità di comprendere che la vita di queste persone e di questi popoli e le scelte che si prendono di fronte a loro coinvolgono i fondamenti del nostro vivere insieme nel riconoscere dignità umana. Un’Europa che non sappia affrontare nelle sue forme istituzionali questa emergenza del nostro tempo, tradisce le ragioni per cui sorta. Non possiamo restare indifferenti di fronte a tutto ciò. Non possiamo delegare. Siamo davanti a movimenti di popoli, di uomini e donne come noi, con i loro affetti, sogni speranze, con i loro legami di parentela, con la loro vita umana che chiama ad un dovere di responsabilità e di attenzione solidale.

Alessandro Cortesi op

Europe save the lives

IV domenica di Pasqua – anno B – 2015

DSCN0497At 4,8-12; 1Gv 3,1-2; Gv 10,11-18

“Questo Gesù è la pietra, che è stata scartata…”. La pietra scartata è immagine biblica che racconta come agisce Dio: Dio va alla ricerca dell’ultimo, guarda il dimenticato, solleva e rovescia la condizione di chi è senza appoggi, si china sulle vittime e su chi non ha altro sostegno. Il suo agire è diverso dall’attitudine diffusa che scarta ed esclude. Lo stile Dio è la tenerezza di chi va alla ricerca del perduto. La sua potenza si rivela nello scendere e risollevare chi è indebolito e vittima senza difese.

Dall’esperienza di Dio che prende la pietra scartata sgorga la lode del salmo: “Ti rendo grazie perché mi hai risposto, perché sei stato la mia salvezza. La pietra scartata dai costruttori è divenuta testata d’angolo. Questo è stato fatto dal Signore, una meraviglia agli occhi nostri” (Sal 117).

In rapporto a questo agire di Dio la prima comunità cristiana legge la risurrezione di Gesù: essa riconosce in lui il volto dello sconfitto, dell’umiliato sulla croce. Proprio lui è stato costituito ‘signore’ in virtù della potenza di Dio. Ed è lui pietra scartata, a divenire base della costruzione di un edificio nuovo, della vita di una comunità che in lui trova unico fondamento.

In questo orizzonte è colto un senso profondo della vita, la risposta alla attesa di felicità: non c’è altra salvezza da ricercare in altre soluzioni o progetti. In Gesù – è questa l’esperienza della prima comunità cristiana – si incontra l’azione potente del Padre che accoglie chi è scartato ed eliminato. In Gesù trova speranza la vicenda di tanti poveri che non hanno appoggio umano e si affidano al Dio fedele, capace di rovesciare i potenti dai troni e di innalzare gli umili.

“Carissimi, vedete quale grande amore ci ha dato il Padre… noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato”. Al cuore della prima lettera di Giovanni sta una parola sull’identità del credente: il suo centro sta al di fuori di sé: è qualcuno che ha accolto un amore quale dono del Padre. La sua identità fa riferimento così ad un amore ricevuto, ad un Altro. Da lì proviene la meraviglia per la gratuità di un incontro. Il credere è esperienza di comunione. Dio ha il volto dell’amore: chi sperimenta l’amore, che raggiunge nei gesti umani della vicinanza, dell’accoglienza, della cura, nella concretezza della sua vita, può comprendere qualcosa del volto di Dio.

Il credente scopre così di essere figlio, meglio, partecipe di una comunità di figlie e figli. “Non solo siamo chiamati figli di Dio, ma lo siamo realmente”. ‘Figlio’ è un nome che dice legame: una dipendenza originaria da cui la vita ha tratto il suo inizio. E’ il legame profondo della generazione, un codice scritto nelle profondità dell’essere, nella psiche, nelle cellule del proprio corpo. Ma la condizione di figli non è solo un fatto biologico. Si è figlie e figli in quanto si attuano e si scoprono nell’esistenza legami e relazioni in cui la solitudine è vinta nell’incontro e riempita dalla cura e dalla presenza di qualcuno vicino. Scoprire di essere figli è cammino in un amore ricevuto, è meraviglia per la gratuità che avvolge senza merito, dono che segna la propria esistenza, è l’apertura a trovare radice della propria vita nel dono di altri. Così la vita dei cristiani è esistenza di figli, scoperta di un dono che precede e di uno sguardo appassionato, quello di un padre-madre, Dio come ‘tu amante’, che non dimentica le nostre vite e non è indifferente a nessuno.

La prima lettera di Giovanni ricorda anche che il nostro essere figli si colloca all’interno di una tensione tra il momento presente, con tutte le sue contraddizioni, ed un futuro di compimento. ‘Noi saremo simili a lui’: è una promessa ed anche un invito a scorgere le profondità dell’esistenza. C’è un dono di somiglianza sin d’ora in atto che apre a responsabilità e a scelte libere. Dentro ad esistenze che vivono la fatica e la precarietà c’è una chiamata ad una esperienza dell’amore più profonda e piena: ‘lo vedremo così come egli è’: è la grande promessa e attesa della fede. E’ la promessa di una vita aperta all’esperienza dell’amore che non siamo in grado di esprimere.

“Io conosco il Padre e do la mia vita per le pecore”. Gesù è la pietra scartata che è divenuta testata d’angolo: la sua vita è stata in tutti i suoi momenti testimonianza di amore gratuito e liberante del Padre. Per il modo in cui ha vissuto è stato scartato. La sua vita è stata una discesa nella debolezza dell’amore, fino a perdere la vita stessa per i suoi, le sue pecore.

L’immagine del pastore è cara alla Bibbia: Dio stesso è presentato come pastore e il suo agire contrapposto ai pastori, i capi del popolo, preoccupati dei propri interessi e non della cura delle pecore. Pastore è infatti chi nutre, che alimenta la vita, che avverte la propria esistenza legata e dipendente da quella delle pecore. Tutt’altro dall’idea del pastore come capo e dominatore che vive la superiorità del comandare.

Gesù è indicato come ‘pastore bello’. Nel suo agire nel suo volto si rende visibile il volto di Dio. Nel suo essere pastore si compie secondo il IV vangelo un farsi vedere del volto di Dio come colui che procura vita, che ha cura della vita di tutti.

Per i pastori del tempo di Gesù alcune poche pecore costituivano una piccola proprietà che consentiva loro la sussistenza: erano care come la propria vita. Il pastore conosce le sue pecore e le pecore ‘conoscono me’: conoscere nel IV vangelo verbo con una particolare importanza: esprime una relazione di vita, un’esperienza e parla di reciprocità: c’è un rapporto unico e personale. Non solo il pastore conosce ma anche le pecore conoscono.

Gesù dà la sua vita per i suoi, diviene uno scarto secondo le logiche del potere umano. Ma proprio in questo offrire la vita manifesta il volto di Dio. La debolezza della libertà è il massimo potere sulla vita, nel suo darsi si manifesta l’amore del Padre che dà salvezza, senso e compimento alla vita. Il volto di Dio è lì in una vita donata fino alla fine, nel chinarsi di chi serve, nell’amore che si dona per gli altri.

La pagina apre un’ulteriore approfondimento: ‘ho altre pecore che non provengono da questo recinto; e anche queste io devo condurre; ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge e un solo pastore’. Gesù come ‘pastore’ compie un raduno nel suo donare la sua vita: sta qui il senso più profondo della sua testimonianza, il dono di sé è forza che raccoglie e genera la possibilità di incontro, di superamento della dispersione Lo sguardo di Gesù va oltre ogni recinto che racchiude.

Earth_Day_FestivalAlcune osservazioni per noi oggi

Pietro parla di Gesù come pietra scartata per rispondere alla domanda suscitata dall’aver portato beneficio ad un uomo infermo. Nel nome di Gesù si pone l’azione dei discepoli. Nel nome di Gesù, pietra scartata, Pietro ritrova il criterio di fondo di un agire che guarda a chi è infermo.

In questi giorni ancora abbiamo ancora assistito ad eventi tragici in cui centinaia di uomini donne bambini sono morti nel mare Mediterraneo per il capovolgimento di barconi su cui erano stati caricati come sfruttati e schiavi, quasi al termine del lungo viaggio che li ha condotti dalle regioni interne dell’Africa, la Somalia l’Eritrea, il Mali, il Gambia, sino alle coste della Libia. Cercavano salvezza e hanno trovato la morte. Sono loro oggi le pietre scartate di un mondo in cui l’indifferenza e la preoccupazione per difendere la propria ricchezza impedisce di perseguire scelte di cura e solidarietà tra i popoli. I loro volti sono un appello a pensare il nostro agire nel nome di Gesù pietra scartata, a ritrovare in lui il criterio di scelte che sappiano prolungare il suo ‘passare facendo del bene’. La salvezza passa attraverso un salvare vite umane, le vite da trarre in salvo dai flutti del mare, ma anche le vite da trarre in salvo dall’indifferenza e dall’egoismo…

Tommaso di Francesco, evidenziando le radici della questione di un Occidente responsabile delle guerre e miserie dei Sud del mondo, s’interroga su modi nuovi di fare memoria del 25 aprile come festa di liberazione che investa il presente : “E invece, se di fronte a questo vuoto e disastro politico, facessimo del 25 aprile — attanagliato quest’anno del 70esimo da ritualità e conflitti — anche il 25 aprile della liberazione dei migranti dai muri della Fortezza Europa, dalle nuove guerre e miserie, dalla condizione «clandestina» e dalle stragi amare alle quali sono condannati? Se per ricordare e rivitalizzare la memoria della Resistenza dessimo la parola — e i contenuti sulle nuove oppressioni — ai sopravvissuti dei naufragi e ai tanti immigrati che fanno crescere il nostro Pil e la nostra demografia?” (Il 25 aprile dei migranti, “Il manifesto” 22 aprile 2015)

Toccante la preghiera laica di Erri De Luca pronunciata in riferimento a quanto avvenuto nel canale di Sicilia:

Mare nostro che non sei nei cieli

e abbracci i confini dell’isola e del mondo

sia benedetto il tuo sale e sia benedetto il tuo fondale


accogli le gremite imbarcazioni senza una strada sopra le tue onde

i pescatori usciti nella notte le loro reti

tra le tue creature che tornano al mattino

con la pesca dei naufraghi salvati


Mare nostro che non sei nei cieli

all’alba sei colore del frumento

al tramonto dell’uva di vendemmia

che abbiamo seminato di annegati più di qualunque età delle tempeste


Mare nostro che non sei nei cieli

tu sei più giusto della terra ferma pure quando sollevi onde a muraglia

poi le riabbassi a tappeto

custodisci le vite, le visite cadute come foglie sul viale

fai da autunno per loro da carezza, da abbraccio

da bacio in fronte di padre e di madre prima di partire.

(Erri De Luca a LA7 Piazza pulita 20 aprile 2015)

Il riferimento al pastore andrebbe spogliato dei riferimenti metaforici e riportato ad una dura concretezza: l’esperienza dei pastori è comunanza di vita con le pecore, fatta di fatica, di tempo, di silenzio, di mani indurite. Il tempo dei pastori è speso totalmente nella cura: il chiamare per nome le singole pecore, il saperle riconoscere una ad una è capacità propria di chi vive la fatica di una vita spesso ingrata. La vita dei pastori è dura. Nel passaggio ad intendere il pastore in senso metaforico come ‘guida’ si è perso il senso profondo della concretezza di un’esperienza che è in primo luogo di condivisione totale di vita e di incontro e si è ingenerata anche l’idea di una comunità-gregge.

Nella vicenda di Israele pastore è Abramo, pastore è Mosè, come Davide era bambino pastore quando fu chiamato dal pascolo. I profeti hanno pagine durissime (Ezechiele in particolare) contro i pastori preoccupati solo di se stessi, dei propri interessi. E’ l’idea ripresa nelle parole di Gesù: ci sono pastori che sono mercenari e non si curano delle pecore.

Forse dovremmo pensare ai pastori come persone preoccupate per alimentare vita, per aprire percorsi di vita per gli altri… capaci di custodia di persone, ma anche capaci di custodia della vita nelle sue espressioni diverse, in un rapporto nuovo con la terra. Ci si aprirebbe a scoprire come pastori non sono una categoria di guide avvolte da un’aurea sacrale. Piuttosto profilo del pastore è nascosto in tutte e tutti coloro che custodiscono la vita di altri, la fanno maturare, non chiudono recinti, ma seguono con pazienza per aprire cammini nuovi, dove ci sia vita, dove ci sia cura, dove ognuna e ognuno si senta riconosciuto come unico. Profeti di una cura della terra in attenzione ai semi di vita, preoccupati di non disprezzare e calpestare il respiro della vita nelel sue diverse forme e di aprire vie di maturazione e condivisione. Pastori capaci di custodia oltre i recinti culturali e religiosi.

Alessandro Cortesi op

III domenica di Pasqua – anno B – 2015

3709436_orig(Georges Rouault – Gesù e cinque apostoli Metropolitan Museum of Art)

At 3,13-15.17-19; 1Gv 2,1-5a; Lc 24,35-48

L’annuncio della risurrezione è al cuore della vita della comunità cristiana. Nei discorsi disseminati nel libro degli Atti degli Apostoli, si possono rintracciare gli schemi fondamentali della prima predicazione su Gesù quale primo sviluppo dell’annuncio della fede: al centro sta la testimonianza della morte e della risurrezione di Cristo: “Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture” (1Cor 15,4).

Nel discorso a Gerusalemme (At 3,12-26) Pietro evidenzia una radicale opposizione. Da un lato l’agire di chi ha condannato Gesù in riferimento agli abitanti di Gerusalemme, ‘voi e i vostri capi’: l’ignoranza, il rifiuto, il rinnegamento e l’uccisione di Gesù. D’altra parte in linea opposta sta l’azione potente di Dio che non lo ha lasciato nell’oscurità della morte ma lo ha ‘rialzato’: è lui il Padre, a cui Gesù come Figlio ha affidato tutta la sua vita rivolgendosi a Lui come Abbà, a cui ha consegnato la sua vita nel momento della morte (Lc 23,46): è lui che lo ha risuscitato dai morti.

La nostra fede oggi si fonda sulla testimonianza di chi ha vissuto l’incontro nuovo con Gesù, il crocifisso, dopo i giorni della passione. L’esperienza dei primi testimoni fu quella del suo farsi incontro, il medesimo di prima, ma ora vivente in modo nuovo, nella condizione di una vita nuova oltre la morte. Gesù non è tornato alla vita di prima, la sua risurrezione è evento assolutamente nuovo e la sua presenza reale e vicina chiede di essere riconosciuta con uno sguardo nuovo, nella fede.

Il Padre rialzando Gesù ha portato a compimento – dice Pietro – ‘ciò che aveva annunziato per bocca di tutti i profeti, che cioè il Cristo sarebbe morto’. La Pasqua è evento insieme di passione morte e risurrezione. L’annuncio dei profeti racchiude l’attesa di un messia che avrebbe attuato la promessa di Dio e avrebbe agito secondo lo stile di Jahwè. Luca insiste in tutta la sua opera, sul fatto che la passione di Cristo è stata predetta dai profeti (cfr. Lc 9,22; 18,31, 22,22; 24,7; At 2,23; 3,18; 4,28). Non si tratta del compimento letterale di una previsione; piuttosto, e molto più profondamente, di una coerenza tra l’agire di Dio nella storia della salvezza e la vicenda di Gesù di Nazaret.

Luca legge tale legame profondo alla luce di quanto è avvenuto nella Pasqua di Gesù. La sofferenza, la passione e la morte di Cristo sono così viste come adempimento del farsi vicino di Dio all’umanità per vie ‘che non sono le vostre vie’, per sentieri altri rispetto a quelli dell’apparenza, del potere e della violenza. Cristo compie le Scritture perché si pone inerme davanti al rifiuto, vive lo stile del servizio, si pone dalla parte di e con chi umanamente è disprezzato e tenuto ai margini, percorre la via della misericordia e del perdono, ha il profilo del povero.

Nella prima comunità poteva esserci il rischio di dimenticare che Gesù aveva scelto di vivere come povero, con coloro che erano i poveri di Jahwè, si era messo dalla parte delle vittime, accettando di restare fedele fino in fondo alla via del servizio: Luca presenta questo nel vangelo nel percorso deciso di Gesù verso Gerusalemme sapendo che lì avrebbe incontrato il rifiuto e la condanna. La risurrezione è evento di conferma da parte del Padre che quella via verso Gerusalemme è la via della vita e della risurrezione. E’ il crocifisso che il Padre ha glorificato: la sua gloria è l’altro versante del suo dono e della fedeltà al suo progetto.

Le narrazioni delle apparizioni di Gesù nei vangeli costituiscono approfondimenti riguardo l’annuncio della risurrezione di Gesù e indicazione su come possiamo incontrarlo nella nostra vita. Luca presenta un incontro con il Risorto a Gerusalemme, centro del suo vangelo, là dove tutto era iniziato, nel tempio (Lc 1,8) e dove ora gli undici e gli altri con loro sono provocati ad aprirsi ad un modo nuovo di incontro con lui.

La prima preoccupazione in questi racconti sta nel presentare il Risorto come il medesimo Gesù crocifisso: la sua presenza è viva e reale. Gesù è veramente risorto. Luca era preoccupato di contrastare interpretazioni puramente spiritualistiche, presenti probabilmente all’interno della sua comunità, di chi era permeato di cultura e sensibilità greca che deprezzava la dimensione della corporeità. Costoro erano propensi ad accettare la risurrezione come una sorta di immortalità dell’anima ma nulla più. L’annuncio della risurrezione è invece sconvolgente e nuovo. Gesù – dice Luca – non è un fantasma. L’invito a toccare e guardare, è invito ad aprirsi ad un incontro che coinvolge e trasforma profondamente l’esistenza in tutti i suoi aspetti. ‘Sono proprio io’. L’incontro con il risorto si attua in un coinvolgimento della corporeità, ma in una condizione totalmente nuova e perciò investe la dimensione storica dell’esistenza umana.

L’incontro con il risorto avviene nell’esperienza del mangiare insieme: egli per primo chiede qualcosa da mangiare e mangia con loro. In questo gesto sta il significato della condivisione e della concretezza della presenza di Cristo che rimane, anche se ora in modo nuovo, che richiede un percorso di fede. Il mangiare insieme richiama l’esperienza dello stare a tavola di Gesù con pubblicani e peccatori, così come il segno dell’ultima cena in cui Gesù ha manifestato di stare in mezzo ai suoi come colui che serve. Nel mangiare con lui e nel condividere la comunità viene radunata di nuovo dal suo saluto: ‘Pace a voi’. Gesù, in mezzo ai suoi, apre loro la mente all’intelligenza delle Scritture: invita perciò a ritornare alle Scritture scoprendo il disegno di fedeltà di Dio nella storia il luogo in cui incontrare il Risorto.

I doni del risorto sono il saluto di pace e l’apertura della mente per tornare alle Scritture. E’ questo l’orizzonte entro il quale poter vivere oggi l’esperienza del Risorto che ci fa suoi testimoni.

DSCF5592Alcune riflessioni per noi oggi

Gesù chiese loro: Avete qualcosa da mangiare?… “Nutrire il pianeta, Energia per la vita” è il tema dell’Esposizione universale di Milano 2015. Si tratta di una grande manifestazione che pone tanti interrogativi ed evidenzia anche la profonda contraddizione di un mondo in cui si organizza un evento di tale grandezza e non si attuano politiche per dare il pane indispensabile alla vita per tutti. Il rischio è quello di fermarsi alla retorica grandiosa di una manifestazione che non pone quale priorità effettive scelte di lotta alla fame e alla malnutrizione. Grandi multinazionali che sfruttano la terra, la rubano ai contadini e impediscono colture tradizionali faranno mostra di sé all’Expo con i loro finanziamenti.

Tuttavia in questo evento si può rintracciare anche una sfida che pone al centro la questione della possibilità di cibo per tutti oggi nel pianeta e le vie per poter mangiare insieme oggi in modo sano e recuperando quel rapporto fondamentale con la terra, nel rispetto e nella cura.

Mangiare e mangiare insieme è esperienza umana che racchiude una molteplicità di significati: il cibo è innanzitutto frutto di lavoro. E’ il lavoro diversificato dalla coltivazione, alla trasformazione, al commercio, fino alla scelta degli ingredienti per la preparazione di un piatto alla cottura o al dosaggio degli ingredienti.

Il cibo preparato e condiviso è poi il segno di un dono che si riceve: un dono che proviene dalla terra e da Dio stesso, riconosciuto in diverse tradizioni religiose quale fonte della vita e di ogni nutrimento. Ma il cibo è anche dono di chi l’ha preparato, che racchiude la cura e la pazienza, l’affetto di chi si è dedicato nell’attività del cucinare. Attorno al cibo può sorgere l’esperienza della gratitudine per un dono che si riconosce venire da altro e per il lavoro di persone racchiuso in ogni cibo che si mangia.

Mangiare insieme è anche rito in cui si attuano relazioni e in cui si vive una sapienza che sta dentro ai sapori e alle preparazioni dei diversi cibi e sta anche nell’incontro che attorno al cibo si attua. Sapore è termine legato ad una sapienza che ha controni relazionali. Attorno al cibo si vive poi anche la forte esperienza del ricordo, come chi reca nella memoria i sapori e i profumi dei cibi della propria infanzia o di momenti di vita vissuti insieme, o come chi migrante, proprio attraverso il cibo, vive l’esperienza della memoria della propria terra e della comunione con persone con cui ha condiviso la tavola.

Mangiare insieme è esperienza di convivialità: proprio nella convivialità, nel mangiare insieme la prima comunità cristiana scorge un luogo umanissimo d’incontro con il risorto. E’ questa una provocazione a pensare oggi come attuare una convivialità quotidiana capace di accogliere tale dono e come pensare questa convivialità nel dare possibilità a tutti di una alimentazione sufficiente, buona e sana in un mondo affamato di pane quotidiano e di relazioni autentiche.

Alessandro Cortesi op

Appendice: tratto da Gloria Riva, Il pesce, il pendolo e una luce per l’umanità, “Avvenire” del 14 agosto 2014

Chagall400-1“… Il sostantivo ICTYS (pesce in greco), fin dalle origini della cristianità fu considerato acronimo del nome di Gesù: Iesous Christos Theou Uios Soter, ovvero Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore. All’indomani della passione Cristo mostra a Pietro come la Chiesa, assisa alla sua mensa, avrebbe mangiato, nei secoli, il cibo della passione. Così 2000 anni dopo un artista ebreo come Chagall per delineare il dramma di un secolo di persecuzioni realizzò una tra le più suggestive sue opere: il tempo è un fiume senza rive.

Immerso nel blu del mistero campeggia un pendolo, segno dello scorrere del tempo; nelle acque del fiume una barca a remi è condotta da un uomo solitario e, dall’altra parte, una coppia amoreggia sulle rive: siamo noi, tutti noi con i nostri affanni e i nostri amori, quasi incuranti degli incendi di persecuzione che rinfocolano qua e là. Ad avvertirci del fuoco che divampa è il grosso pesce sopra il pendolo, Cristo stesso, le cui pinne sono ali infuocate e dal quale, curiosamente, sbuca un braccio che regge un violino. In Cristo Chagall vede tutti gli ebrei passati dentro il fuoco della persecuzione. Eppure quando dipinge quest’opera (dal 1933 al 1939) la shoah non era ancora iniziata. Proprio per questo, per una sorta di spirito profetico dell’artista, il dipinto è paradigma della persecuzione che travolge ogni generazione con i suoi flutti minacciosi, anche la nostra, anche quella cristiana. Eppure già l’ebreo Chagall intuiva che Cristo trionfa, che Egli sta sopra, sopra i gorghi del male, sopra l’inarrestabile corsa del tempo. Cristo si mostra all’uomo credente con la sua insopprimibile vitalità, con le sue ali di fuoco puntate verso l’eternità. Cristo, soprattutto, mostra al Pietro di ieri e di oggi la via d’uscita: quella simboleggiata dal volino, il cui arco, dopo il quadrante dell’orologio, è l’unico punto lucente del quadro. Sì, la via d’uscita è quella della bellezza, che come ebbe a dire Baudelaire, fa intravedere all’anima gli splendori attraverso la tomba”. (Gloria Riva)

II domenica di Pasqua – anno B – 2015

fc17-4(mosaico – Basilica san Marco Venezia)

At 4,32-35; 1Gv 5,1-6; Gv 20,19-31

La pagina degli Atti degli apostoli presenta un quadro della primitiva comunità cristiana ponendo al centro lo stile di una vita comune. Lo presenta secondo i tratti di un ideale da raggiungere. La fede in Gesù rialzato da Dio suscita un modo nuovo di concepire l’esistenza in una comunità di uguali. Il centro da cui scaturisce l’esperienza di questa comunità sta nella risurrezione di Gesù e nella responsabilità della testimonianza che da questo incontro proviene: “Con grande forza gli apostoli rendevano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù”. La condivisione reale dei beni e la comunanza di vita sono la espressione concreta della fede e sua traduzione storica: “La moltitudine di coloro che erano venuti alla fede aveva un cuore solo ed un’anima sola e nessuno diceva sua proprietà quello che gli apparteneva, ma ogni cosa era fra loro comune… Nessuno infatti tra loro era bisognoso, perché quanti possedevano campi o case li vendevano”.

La prima lettera di Giovanni pone in risalto il medesimo stile che il brano degli Atti presenta in forma descrittiva: la fede nel Signore risorto genera un incontro segnato dall’amore, indicato come comunione, con lui e con gli altri: “Chiunque crede che Gesù è il Cristo, è nato da Dio; e chi ama colui che ha generato, ama anche chi da lui è stato generato”. L’incontro con il Cristo vivente conduce ad un modo nuovo di intendere la propria vita. Il riferimento radicale al Dio ‘colui che ha generato’ apre a scorgere il suo volto come fonte di vita, forza di generazione. Da qui sorge l’esigenza di un amore che si apra agli altri. E’ il volto di figli e figlie creati da Dio per camminare insieme.

Al centro del IV vangelo sta una beatitudine che tocca l’esperienza del cerdere: “Beati quelli che, pur non avendo visto crederanno”. L’intero IV vangelo offre diversi itinerari del credere: Tommaso in questa pagina è esempio di chi vive la fatica del credere e il suo cammino assume i tratti del percorso di ogni discepolo. E’ infatti accompagnato a passare da una fede ancora immatura, intesa come verifica di evidenze, bisognosa di miracoli, appoggiata sui segni e sul vedere, ad un credere che si affida alla testimonianza.

Giovanni, insiste su due aspetti particolari: nel presentare l’incontro nuovo dei discepoli con Gesù dopo la sua morte. Gesù è incontrato come colui che si pone in mezzo ai suoi, centro di nuovo raduno, e giunge in modo nuovo. Il Risorto è il medesimo Gesù incontrato prima della Pasqua, colui che ha vissuto la sofferenza e la morte. Non è un altro: la gloria della risurrezione non sta senza il passaggio attraverso la passione e la morte: “Detto questo, mostrò loro le mani e il costato”. La narrazione del suo presentarsi in questo modo risponde all’inquietudine di Tommaso: fa cogliere l’identità e la continuità tra la sua esperienza prima della Pasqua e la sua vita nella situazione nuova della risurrezione. Nel medesimo tempo è un presentarsi come diverso: la modalità del suo esserci non è più come quella di prima. Ora egli chiede di essere incontrato nella fede. La sua presenza è interiore, genera una gioia profonda nel cuore: l’incontro con lui sarà vissuto nell’accogliere la missione che egli affida e nel vivere i doni dello Spirito e della pace.

Gesù è il medesimo che ha percorso le strade della Palestina, che ha incontrato i suoi e ha annunciato il regno di Dio, morendo sulla croce, e nello stesso tempo egli è diverso, è il Risorto. Accompagna i suoi ad entrare in una nuova comunione con lui. Un incontro nello spirito e nel dono della pace e dell’invio. Si attua così un nuovo dono dello Spirito: come sul primo uomo Adamo Dio aveva alitato un soffio di vita (Gn 2,7), come sulle ossa aride della visione di Ezechiele era stato invocato il soffio dello Spirito per vivificare quei morti (cfr. Ez 37: “Dice il Signore Dio: Spirito vieni dai quattro venti e soffia su questi morti perché rivivano…), simbolo del rialzarsi del popolo d’Israele dopo le sofferenze dell’esilio, così ora il soffiare di Gesù sugli apostoli è dono dello Spirito che sgorga dalla Pasqua: una nuova creazione che ha inizio. Sulla croce l’ultimo respiro di Gesù era stato visto dall’evangelista quale consegna dello Spirito Santo (Gv 19,30: Ed egli chinato il capo donò lo Spirito). Ora lo Spirito è donato con la missione di continuare l’opera di Gesù del perdono dei peccati.

“Come il Padre ha mandato me così anch’io mando voi”: l’invio degli apostoli ha le sue radici nella missione del Figlio da parte del Padre, affonda le sue origini nel mistero della vita trinitaria e vive nel soffio dello Spirito che è dono della Pasqua. ‘come il Padre così…’ non indica solo una somiglianza ma dice che l’invio dei discepoli trova la sua origine e forza nel primo movimento che sta al principio della vita di Gesù stesso: è la missione del Padre che genera l’invio e manda gli apostoli ad essere continuatori dell’opera di salvezza di Cristo. Testimoniare la pace, per i credenti è accogliere il dono della risurrezione e farsene responsabili nella storia.

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Alcune osservazioni per noi oggi

Una prima osservazione può essere fatta nel confrontarsi con pagine che presentano un quadro di orizzonte, e che ha tratti di indicazione di percorso, non pretesa di attuazione. La vita comune delle pagine degli Atti dice i tentativi delle prime comunità di accogliere una modalità di rapporti che può essere piena solamente nel regno di Dio. Il rischio di una lettura ingenua consiste nel rapportare alle traduzioni storiche quelle che sono indicazioni di prospettiva e di impegno. Condividere le proprietà è cammino esigente e da condurre e tuttavia non è facile e ha sue traduzioni diverse ed una sua gradualità anche in chi cerca seriamente di viverlo. Così il mettere ogni cosa in comune è prospettiva che può guidare l’impegno di tutta una vita e che rinvia a cammini sempre ulteriori.

Tale attitudine di lettura può essere un aiuto per intendere le profonde esigenze della vita evangelica rapportandole ad uno sguardo di realismo e di consapevolezza della precarietà e insufficienza della vita umana. Sta qui la radice dell’esperienza della misericordia.

Può essere questa una riflessione rilevante nel cammino in preparazione al Sinodo che si terrà ad ottobre sulla famiglia. Si tratta di individuare infatti vie per discernere la chiamata del vangelo in rapporto ad ogni scelta esistenziale, sia in quella del matrimonio, sia nelle forme diverse di sequela di Gesù, cogliendo soprattutto la dimensione di tensione e di precarietà, di imperfezione, sì, esattemente di imcompiutezza e lontananza dall’ideale – pur nell’orientamento e nel desiderio -, proprie di ogni percorso umano.

Nessuna di esse si pone come perfezione raggiunta o adempimento pieno della chiamata, ma come tensione ad una risposta basato sull’accoglienza di un dono, davanti a Dio e per l’umanità. Come per ogni condivisione e per sperimentare la vita comune, tutte le scelte orientate al vangelo hanno bisogno di cammino paziente, si aprono ad approfondimenti e necessitano di perdono e di vie di misericordia laddove vi siano percorsi interrotti, fallimenti, incapacità, fatiche. Il vangelo è bella notizia perché dono di Dio che fa sgorgare aperture inedite di vita nuova dove sembra che non ci sia possibilità di futuro.

Enzo Bianchi a tal proposito ha scritto in questi giorni: “Perché allora non si usa misericordia verso il matrimonio andato in frantumi, mentre non fa alcun problema se un religioso, monaco o frate, abbandona la sua comunità e contraddice i suoi voti? La rottura del legame matrimoniale è impossibile, mentre l’abbandono della vita religiosa sembra non turbare, e se il religioso è laico, la dimissione è concessa subito, senza alcun problema (…) Occorre dunque uno sguardo capace di makrothymía, di vedere e sentire in grande, per leggere l’uomo, le sue storie personali, di amore e di fatica, con l’occhio di Dio, in particolare con la sua misericordia e compassione”. (E.Bianchi, Al sinodo serve makrothymìa, Jesus aprile 2015)

In questi giorni è ricorso l’anniversario della uccisione di Dietrich Bonhoeffer (9 aprile 1945). La sua vicenda costituisce una forte testimonianza in un tempo di prova, della fedeltà al vangelo e della responsabilità nel vivere scelte in coerenza al vangelo anche quando queste pongono a rischio la propria vita. La sua fedeltà a Dio e nel contempo la fedeltà alla terra sono una delle maggiori eredità che Bonhoeffer ha lasciato, con il suo messaggio a scoprire un modo di vivere il vangelo non come religione che difende e protegge una vita al riparo da ogni rischio, ma come fede che rinvia alla testimonianza e ad una presenza capace di critica e responsabilità nel proprio tempo. Uno tra gli scritti di Bonhoeffer in cui tradusse questa istanza di responsabilità verso l’altro e la storia ha proprio come titolo ‘Vita comune’.

Viviamo tempi segnati da fenomeni inquietanti e nuovi: il terrore come strumento di guerra, la violenza pervasiva nelle forme dell’uso delle armi e nelle forme nascoste dell’economia che uccide, l’orrore come modalità di dominio nell’era mediatica. Le parole della prima lettera di Giovanni non ci appaiano come una pia illusione di sognatori: esse costituiscono il punto di riferimento fondamentale della nostra fede e della nostra vita. Anche nelle contraddizioni del presente i cristiani sono chiamati a porre al centro la Parola del Signore e a ri-centrare la loro vita sull’annuncio della risurrezione. L’evento della risurrezione è germe di un mondo nuovo che sta crescendo nella storia e che ci chiama ad essere responsabili.

Il massacro degli studenti di Garissa, ha alcuni tratti particolarmente atroci perché ha colpito un luogo come l’università dove si formano i giovani ad assumersi responsabilità di pensiero e di orientamento, per una responsabilità civile. Garissa inoltre era – e speriamo sarà ancora – una università dove convivevano insieme in modo pacifico giovani di diverse religioni, cristiani e musulmani, segno di un incontro possibile che ha il nome di ‘comunione’ e da favorire nelle forme del dialogo della vita quotidiana proprio nel tempo dell’offensiva dei fautori di intolleranza. Di fronte ai seminatori di morte siamo chiamati in modo nuovo a riporre al centro il riferimento alla risurrezione, anche ricordando quei 150 studenti non come un numero, ma dando un volto e scoprendo nei loro volti e sogni la forza di vita che essi comunicano: i loro nomi sono scritti nel libro della vita, non sono dimenticati dal Dio della compassione come seme di un sogno di convivenza in cui condividere la propria umanità.

Alessandro Cortesi op

Domenica di Pasqua 2015

pietro-e-giovanni-corrono-al-sepolcro-com-boseAt 10,34.37-43; Col 3,1-4; Gv 20,1-9

“E noi siamo testimoni di tutte le cose da lui compiute nella regione dei Giudei e in Gerusalemme. Essi lo uccisero appendendolo a una croce, ma Dio lo ha risuscitato al terzo giorno e volle che apparisse, non a tutto il popolo, ma a testimoni prescelti da Dio, a noi, che abbiamo mangiato e bevuto con lui dopo la sua risurrezione dai morti” (At 10,37).

L’annuncio della Pasqua nella prima predicazione cristiana, di cui i discorsi degli Atti degli apostoli riportano gli schemi fondamentali, si accentra sulla testimonianza dei gesti e parole di Gesù. Durante la sua vita lo stile del suo agire, il suo annuncio del regno di Dio e le sue scelte hanno suscitato ostilità e rifiuto sino alla condanna e alla morte da parte del potere religioso e politico del tempo. A fronte della azione degli uomini che l’hanno crocifisso si oppone lazione di Dio. ‘Ma Dio lo ha risuscitato’: c’è un agire di Dio il Padre che ha rialzato il condannato, un’azione che si contrappone radicalmente a chi lo ha ucciso. Dio ha rialzato il crocifisso, e lo ha fatto nel terzo giorno, il giorno che nella Bibbia indica l’intervento liberatore da parte di Dio che pone un termine alla prova del giusto. L’incontro nuovo con Gesù nel mangiare e bere insieme con lui, dà inizio ad una nuova storia che è invio di testimonianza di questo incontro.

Il IV vangelo presenta il mattino di pasqua nel segno del ‘correre’ e del ‘vedere’. Maria di Magdala è la prima: si reca al sepolcro ‘e vide che la pietra era stata ribaltata dal sepolcro. Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo’. Dopo il suo annuncio prende inizio una nuova corsa, quella di Simon Pietro e dell’altro discepolo, quello che Gesù amava: ‘correvano insieme tutti e due’. Maria vide e corse, Simon Pietro e l’altro discepolo corsero insieme e giunsero a vedere. Giunge per primo il discepolo e vide, ma non entrò. Pietro è atteso e l’altro discepolo lo lascia entrare per primo.

Viene così delineata una tensione tra la figura di Pietro che ha il ruolo di primo e di responsabile nella comunità, e quella dell’ ‘altro discepolo’ ispirato dalla forza dell’amore. Dopo essere giunto Simon Pietro ‘entrò nel sepolcro e vide le bende per terra e il sudario, che gli era stato posto sul capo, non con le bende per terra, ma poggiato in un luogo a parte’. Le bende e il sudario piegati in buon ordine sono dei segni, eppure il sepolcro vuoto e i segni non sono la prova della risurrezione. Pietro infatti constata ma solo il discepolo che Gesù amava legge quei segni – ed è la forza dell’amore che lo guida – scorgendovi il rinvio alla risurrezione: quando entrò anche lui ‘e vide e credette’.

Il progressivo correre e rincorrere di quella mattina del giorno dopo il sabato segnato dal molteplice vedere, di Maria, di Simon Pietro, del discepolo, si conchiude con un ‘vedere’ nuovo: è un vedere che legge i segni scorgendo in essi, un senso profondo nascosto. E’ un vedere che coinvolge e nasce nel cuore di chi vive affidamento e affetto. Il credere – suggerisce il IV vangelo – sorge da uno sguardo capace di andare oltre. Lo sguardo dell’amore precede ogni altro cammino.

Il brano si chiude con una osservazione che presenta anche una critica alla comunità e la provoca ad andare al di là dei segni e a non fermarsi ad essi: “Non avevano infatti ancora compreso la Scrittura, che egli cioè doveva risuscitare dai morti”.

Il credere nel IV vangelo è accostato ad un affidamento personale a Gesù: “bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna. Dio infatti ha tanto amato il mondo perché chiunque crede in lui non muoia ma abbia la vita eterna” (Gv 3,14-15).

“…essi non avevano ancora compreso la Scrittura”. Nel IV vangelo è evidenziata un’incomprensione invincibile che avvolge tutti, in modo diverso. C’è una incapacità di credere soprattutto in rapporto alla risurrezione. Ma c’è un riferimento: ritornare alle Scritture, al disegno di salvezza di Dio e al dono dell’alleanza. Nella novità della risurrezione sta racchiuso il rinvio al compimento di un disegno di amore e di vicinanza di Dio che solo può salvarci.

Credere viene indicato come un cammino, anzi come un correre, in un incontro per cui la vita trae senso nuovo dalla presenza del crocifisso risorto: lui ha compiuto il disegno di alleanza e di salvezza attestato nella storia in tutte le Scritture. Credere conduce ad un nuovo modo di concepire l’esistenza, in rapporto con lui.

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(Perikopenbuch Heinrichs III, Evangeliario, Reichenau, 1007-1012 ca.)

Correre e vedere: sono due indicazioni importanti per noi. Correre indica un movimento di chi si lascia prendere dall’urgenza di una chiamata, di un invito. Correre è verbo di chi esce fuori, di chi scioglie legami e impedimenti e non può rimanere appesantito soprattutto dalla paura che lo tiene rinchiuso e fisso. E’ indicazione ad una ricerca che va verso Gesù lasciandosi disorientare e riorientare dalla novità della sua presenza nuova. Correre sorge da una ricerca come quella di Maria di Magdala segnata dall’amore, e correre sorge anche dall’ascolto di voci che richiamano a partire. Come il correre di Pietro e dell’altro discepolo chiamati da Maria. Sta qui racchiusa una chiamata per una comunità a divenire capace di dare spazio alle voci e alla presenza delle donne prime testimoni del Risorto e ad ascoltare le voci di testimoni, coloro che chiamano a intraprendere nuovi cammini, segnati dalla cura e dalla misericordia.

Vedere è strettamente legato al credere nel IV vangelo. C’è un vedere associato al sapere e al conoscere, ma c’è un altro vedere che conduce ad un incontro, che sa leggere i segni per cogliervi l’indicazione di una presenza viva e che apre alla speranza: Gesù non è rimasto vinto dalla forza della morte. E’ un vedere che fa scorgere la presenza di Gesù non da ricercare nei segni, tanto meno nei segni eclatanti, ma nei doni della Pasqua, lo Spirito, il respiro nuovo di una vita segnata dall’annuncio che il seme, gettato nella terra, è fecondo di vita, e il dono della pace di cui farsi testimoni.

Infine una osservazione: ‘non avevano ancora compreso la Scrittura’. E’ invito ad una frequentazione della Scrittura come storia di fedeltà, cammino di alleanza Dio che nella storia ripropone il dono del suo essere accanto ‘Io sarò con te’, e continua a guidare verso cammini di liberazione. La nostra vita si pone in questa storia di fedeltà di Dio che non abbandona i suoi figli nel buio della morte.

Alessandro Cortesi op

Cibo, ambiente, lavoro, Europa

Una serie di incontri promossi da Centro Espaces ‘Giorgio La Pira’ e ACLI circolo di Montemagno (Pt) aprile – giugno 2015

 

Espaces ACLI 2015 - 1Espaces ACLI 2015 - 2

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