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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

III domenica di Pasqua – anno B – 2015

3709436_orig(Georges Rouault – Gesù e cinque apostoli Metropolitan Museum of Art)

At 3,13-15.17-19; 1Gv 2,1-5a; Lc 24,35-48

L’annuncio della risurrezione è al cuore della vita della comunità cristiana. Nei discorsi disseminati nel libro degli Atti degli Apostoli, si possono rintracciare gli schemi fondamentali della prima predicazione su Gesù quale primo sviluppo dell’annuncio della fede: al centro sta la testimonianza della morte e della risurrezione di Cristo: “Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture” (1Cor 15,4).

Nel discorso a Gerusalemme (At 3,12-26) Pietro evidenzia una radicale opposizione. Da un lato l’agire di chi ha condannato Gesù in riferimento agli abitanti di Gerusalemme, ‘voi e i vostri capi’: l’ignoranza, il rifiuto, il rinnegamento e l’uccisione di Gesù. D’altra parte in linea opposta sta l’azione potente di Dio che non lo ha lasciato nell’oscurità della morte ma lo ha ‘rialzato’: è lui il Padre, a cui Gesù come Figlio ha affidato tutta la sua vita rivolgendosi a Lui come Abbà, a cui ha consegnato la sua vita nel momento della morte (Lc 23,46): è lui che lo ha risuscitato dai morti.

La nostra fede oggi si fonda sulla testimonianza di chi ha vissuto l’incontro nuovo con Gesù, il crocifisso, dopo i giorni della passione. L’esperienza dei primi testimoni fu quella del suo farsi incontro, il medesimo di prima, ma ora vivente in modo nuovo, nella condizione di una vita nuova oltre la morte. Gesù non è tornato alla vita di prima, la sua risurrezione è evento assolutamente nuovo e la sua presenza reale e vicina chiede di essere riconosciuta con uno sguardo nuovo, nella fede.

Il Padre rialzando Gesù ha portato a compimento – dice Pietro – ‘ciò che aveva annunziato per bocca di tutti i profeti, che cioè il Cristo sarebbe morto’. La Pasqua è evento insieme di passione morte e risurrezione. L’annuncio dei profeti racchiude l’attesa di un messia che avrebbe attuato la promessa di Dio e avrebbe agito secondo lo stile di Jahwè. Luca insiste in tutta la sua opera, sul fatto che la passione di Cristo è stata predetta dai profeti (cfr. Lc 9,22; 18,31, 22,22; 24,7; At 2,23; 3,18; 4,28). Non si tratta del compimento letterale di una previsione; piuttosto, e molto più profondamente, di una coerenza tra l’agire di Dio nella storia della salvezza e la vicenda di Gesù di Nazaret.

Luca legge tale legame profondo alla luce di quanto è avvenuto nella Pasqua di Gesù. La sofferenza, la passione e la morte di Cristo sono così viste come adempimento del farsi vicino di Dio all’umanità per vie ‘che non sono le vostre vie’, per sentieri altri rispetto a quelli dell’apparenza, del potere e della violenza. Cristo compie le Scritture perché si pone inerme davanti al rifiuto, vive lo stile del servizio, si pone dalla parte di e con chi umanamente è disprezzato e tenuto ai margini, percorre la via della misericordia e del perdono, ha il profilo del povero.

Nella prima comunità poteva esserci il rischio di dimenticare che Gesù aveva scelto di vivere come povero, con coloro che erano i poveri di Jahwè, si era messo dalla parte delle vittime, accettando di restare fedele fino in fondo alla via del servizio: Luca presenta questo nel vangelo nel percorso deciso di Gesù verso Gerusalemme sapendo che lì avrebbe incontrato il rifiuto e la condanna. La risurrezione è evento di conferma da parte del Padre che quella via verso Gerusalemme è la via della vita e della risurrezione. E’ il crocifisso che il Padre ha glorificato: la sua gloria è l’altro versante del suo dono e della fedeltà al suo progetto.

Le narrazioni delle apparizioni di Gesù nei vangeli costituiscono approfondimenti riguardo l’annuncio della risurrezione di Gesù e indicazione su come possiamo incontrarlo nella nostra vita. Luca presenta un incontro con il Risorto a Gerusalemme, centro del suo vangelo, là dove tutto era iniziato, nel tempio (Lc 1,8) e dove ora gli undici e gli altri con loro sono provocati ad aprirsi ad un modo nuovo di incontro con lui.

La prima preoccupazione in questi racconti sta nel presentare il Risorto come il medesimo Gesù crocifisso: la sua presenza è viva e reale. Gesù è veramente risorto. Luca era preoccupato di contrastare interpretazioni puramente spiritualistiche, presenti probabilmente all’interno della sua comunità, di chi era permeato di cultura e sensibilità greca che deprezzava la dimensione della corporeità. Costoro erano propensi ad accettare la risurrezione come una sorta di immortalità dell’anima ma nulla più. L’annuncio della risurrezione è invece sconvolgente e nuovo. Gesù – dice Luca – non è un fantasma. L’invito a toccare e guardare, è invito ad aprirsi ad un incontro che coinvolge e trasforma profondamente l’esistenza in tutti i suoi aspetti. ‘Sono proprio io’. L’incontro con il risorto si attua in un coinvolgimento della corporeità, ma in una condizione totalmente nuova e perciò investe la dimensione storica dell’esistenza umana.

L’incontro con il risorto avviene nell’esperienza del mangiare insieme: egli per primo chiede qualcosa da mangiare e mangia con loro. In questo gesto sta il significato della condivisione e della concretezza della presenza di Cristo che rimane, anche se ora in modo nuovo, che richiede un percorso di fede. Il mangiare insieme richiama l’esperienza dello stare a tavola di Gesù con pubblicani e peccatori, così come il segno dell’ultima cena in cui Gesù ha manifestato di stare in mezzo ai suoi come colui che serve. Nel mangiare con lui e nel condividere la comunità viene radunata di nuovo dal suo saluto: ‘Pace a voi’. Gesù, in mezzo ai suoi, apre loro la mente all’intelligenza delle Scritture: invita perciò a ritornare alle Scritture scoprendo il disegno di fedeltà di Dio nella storia il luogo in cui incontrare il Risorto.

I doni del risorto sono il saluto di pace e l’apertura della mente per tornare alle Scritture. E’ questo l’orizzonte entro il quale poter vivere oggi l’esperienza del Risorto che ci fa suoi testimoni.

DSCF5592Alcune riflessioni per noi oggi

Gesù chiese loro: Avete qualcosa da mangiare?… “Nutrire il pianeta, Energia per la vita” è il tema dell’Esposizione universale di Milano 2015. Si tratta di una grande manifestazione che pone tanti interrogativi ed evidenzia anche la profonda contraddizione di un mondo in cui si organizza un evento di tale grandezza e non si attuano politiche per dare il pane indispensabile alla vita per tutti. Il rischio è quello di fermarsi alla retorica grandiosa di una manifestazione che non pone quale priorità effettive scelte di lotta alla fame e alla malnutrizione. Grandi multinazionali che sfruttano la terra, la rubano ai contadini e impediscono colture tradizionali faranno mostra di sé all’Expo con i loro finanziamenti.

Tuttavia in questo evento si può rintracciare anche una sfida che pone al centro la questione della possibilità di cibo per tutti oggi nel pianeta e le vie per poter mangiare insieme oggi in modo sano e recuperando quel rapporto fondamentale con la terra, nel rispetto e nella cura.

Mangiare e mangiare insieme è esperienza umana che racchiude una molteplicità di significati: il cibo è innanzitutto frutto di lavoro. E’ il lavoro diversificato dalla coltivazione, alla trasformazione, al commercio, fino alla scelta degli ingredienti per la preparazione di un piatto alla cottura o al dosaggio degli ingredienti.

Il cibo preparato e condiviso è poi il segno di un dono che si riceve: un dono che proviene dalla terra e da Dio stesso, riconosciuto in diverse tradizioni religiose quale fonte della vita e di ogni nutrimento. Ma il cibo è anche dono di chi l’ha preparato, che racchiude la cura e la pazienza, l’affetto di chi si è dedicato nell’attività del cucinare. Attorno al cibo può sorgere l’esperienza della gratitudine per un dono che si riconosce venire da altro e per il lavoro di persone racchiuso in ogni cibo che si mangia.

Mangiare insieme è anche rito in cui si attuano relazioni e in cui si vive una sapienza che sta dentro ai sapori e alle preparazioni dei diversi cibi e sta anche nell’incontro che attorno al cibo si attua. Sapore è termine legato ad una sapienza che ha controni relazionali. Attorno al cibo si vive poi anche la forte esperienza del ricordo, come chi reca nella memoria i sapori e i profumi dei cibi della propria infanzia o di momenti di vita vissuti insieme, o come chi migrante, proprio attraverso il cibo, vive l’esperienza della memoria della propria terra e della comunione con persone con cui ha condiviso la tavola.

Mangiare insieme è esperienza di convivialità: proprio nella convivialità, nel mangiare insieme la prima comunità cristiana scorge un luogo umanissimo d’incontro con il risorto. E’ questa una provocazione a pensare oggi come attuare una convivialità quotidiana capace di accogliere tale dono e come pensare questa convivialità nel dare possibilità a tutti di una alimentazione sufficiente, buona e sana in un mondo affamato di pane quotidiano e di relazioni autentiche.

Alessandro Cortesi op

Appendice: tratto da Gloria Riva, Il pesce, il pendolo e una luce per l’umanità, “Avvenire” del 14 agosto 2014

Chagall400-1“… Il sostantivo ICTYS (pesce in greco), fin dalle origini della cristianità fu considerato acronimo del nome di Gesù: Iesous Christos Theou Uios Soter, ovvero Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore. All’indomani della passione Cristo mostra a Pietro come la Chiesa, assisa alla sua mensa, avrebbe mangiato, nei secoli, il cibo della passione. Così 2000 anni dopo un artista ebreo come Chagall per delineare il dramma di un secolo di persecuzioni realizzò una tra le più suggestive sue opere: il tempo è un fiume senza rive.

Immerso nel blu del mistero campeggia un pendolo, segno dello scorrere del tempo; nelle acque del fiume una barca a remi è condotta da un uomo solitario e, dall’altra parte, una coppia amoreggia sulle rive: siamo noi, tutti noi con i nostri affanni e i nostri amori, quasi incuranti degli incendi di persecuzione che rinfocolano qua e là. Ad avvertirci del fuoco che divampa è il grosso pesce sopra il pendolo, Cristo stesso, le cui pinne sono ali infuocate e dal quale, curiosamente, sbuca un braccio che regge un violino. In Cristo Chagall vede tutti gli ebrei passati dentro il fuoco della persecuzione. Eppure quando dipinge quest’opera (dal 1933 al 1939) la shoah non era ancora iniziata. Proprio per questo, per una sorta di spirito profetico dell’artista, il dipinto è paradigma della persecuzione che travolge ogni generazione con i suoi flutti minacciosi, anche la nostra, anche quella cristiana. Eppure già l’ebreo Chagall intuiva che Cristo trionfa, che Egli sta sopra, sopra i gorghi del male, sopra l’inarrestabile corsa del tempo. Cristo si mostra all’uomo credente con la sua insopprimibile vitalità, con le sue ali di fuoco puntate verso l’eternità. Cristo, soprattutto, mostra al Pietro di ieri e di oggi la via d’uscita: quella simboleggiata dal volino, il cui arco, dopo il quadrante dell’orologio, è l’unico punto lucente del quadro. Sì, la via d’uscita è quella della bellezza, che come ebbe a dire Baudelaire, fa intravedere all’anima gli splendori attraverso la tomba”. (Gloria Riva)

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