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Riflessioni nel 25 aprile

disegno barconi mediterraneoRaccolgo alcune voci dopo la ennesima strage di migranti che hanno perso la vita nel mare Mediterraneo. Sono voci di tipo diverso. Un analista di un grande quotidiano La Stampa, Stefano Lepri, una scrittrice di origine somala, Igiaba Scego, un prete eritreo, don Mussie Zerai, infine la voce capace di critica di don Giancarlo Perego responsabile di Caritas Migrantes.

Stefano Lepri scrive di fronte alle timide e inadeguate decisioni europee frutto di una dipendenza da interessi nazionali e preoccupazioni elettorali di corto respiro: “La Germania è incapace di cambiare scelte economiche giuste ieri, inadeguate oggi; paralizza tutti l’instabilità politica della Francia. Ancora una volta, messa sotto pressione da un dramma, l’Europa concorda misure limitate, non risolutive. Senza l’orrore dei migranti annegati, i suoi governi non sarebbero riusciti a concordare nulla e avrebbero proseguito nel consueto scaricabarile reciproco. Le difficoltà dell’Unione oggi stanno tutte in questo oscillare tra l’inerzia e azioni tardive o carenti che a loro volta innescano nuove difficoltà. Così è stato per la crisi dell’euro, così per la crisi ucraina; così è di fronte ai barconi stracarichi che affondano nel Mediterraneo”. (Bruxelles resta ostaggio dei nazionalismi “La Stampa” del 24 aprile 2015)

Igiaba Scego, scrittrice, ricorda la storia della sua famiglia, l’improvvisa condizione di impoverimento creata dall’emergere di un nuovo regime, la perdita di tutto e la decisione di partire. Ma al contempo ricorda la possibilità di una fuga per vie che non costringevano a consegnarsi in condizioni di schiavitù e di perdita di tutto.

“Potrei dire che c’è solo indifferenza in giro. Ma temo che ci sia qualcosa di più atroce che ci ha divorato l’anima. L’ho sperimentato sulla mia pelle quest’estate ad Hargeisa, una città nel nord della Somalia. Una signora molto dignitosa mi ha confessato, quasi con vergogna, che suo nipote era morto facendo il tahrib, ovvero il viaggio verso l’Europa. “Se l’è mangiato la barca”, mi ha detto. La signora era sconsolata e mi continuava a ripetere: “Quando partono i ragazzi non ci dicono niente. Io quella sera gli avevo preparato la cena, non l’ha mai mangiata”. Da quel giorno spesso sogno barche con i denti che afferrano i ragazzi per le caviglie e li divorano come un tempo Crono faceva con i suoi figli. Sogno quella barca, quei denti enormi, grossi come zanne di elefante. Mi sento impotente. Anzi, peggio: mi sento un’assassina perché il continente, l’Europa, di cui sono cittadina non sta alzando un dito per costruire una politica comune che affronti queste tragedie del mare in modo sistematico. Anche la parola “tragedia” forse è fuori luogo, ormai dopo venticinque anni possiamo parlare di omicidio colposo e non più di tragedie; soprattutto ora dopo il blocco da parte dell’Unione Europea dell’operazione Mare Nostrum. Una scelta precisa del nostro continente che ha deciso di controllare i confini e di ignorare le vite umane. (Igiaba Scego, Quei ragazzi divorati in mezzo al mare dalla nostra indifferenza, “Internazionale” 19 aprile 2015).

.foglietto migranti

“Voglio che tu mi ricordi, non mi dimenticare, amor mio…Voglio che tu non ti dimentichi di Salem, amore.. ti amo”
(Trovato nella tasca di Salem, 20 anni, arrivato cadavere a Pozzallo)

In un’intervista a don Mussie Zerai prete eritreo dell’agenzia Habeisha («Paghiamo quindici anni di politiche europee criminali» intervista a don Mussie Zerai a cura di Marco Omizzolo e Roberto Lessio “Il manifesto” 24 aprile 2015) don Zerai parla di una «guerra criminale» e rivolge una dura accusa all’Unione europea. “Negli ultimi quindici anni siamo passati di tragedia in tragedia e non è mai cambiato nulla. L’Europa preferisce guardare da un’altra parte; finanzia con miliardi di euro l’acquisto di armi e così decide di accontentare la lobby della politica securitaria; di contro dice di non avere i soldi per rifinanziare Mare nostrum. Qui sta la dichiarazione di guerra contro i migranti e i profughi. Lasciarli morire in mare è solo un modo passivo di combattere una guerra che non si vuole dichiarare; questo significa fare scelte politiche criminali. A questa Europa non gliene frega nulla di proteggere i profughi”. Lo stesso don Zerai suggerisce in sintesi alcune proposte in senso positivo: “Quali sono le proposte per evitare il perpetuarsi di questa guerra criminale contro i profughi? Esistono almeno tre proposte. In primis, andare alle radici del problema, ossia nei paesi di origine e risolvere le cause della migrazione forzata. È un progetto di lungo periodo ma bisogna iniziare. Secondo poi è necessario proteggere i migranti forzati nei paesi di transito. Quando un eritreo scappa va in Sudan o in Etiopia ed è lì che si devono realizzare condizioni di vivibilità. Infine, avere un programma europeo di reinsediamento, come avviene negli Stati Uniti o in Canada, per un numero considerevole di persone riconosciute dall’Unhcr bisognose di protezione internazionale da ricondurre legalmente verso il paese che può offrire loro accoglienza e asilo. Sono proposte inascoltate dall’Europa, mentre ai suoi confini migliaia di profughi sono mercanteggiati con la complicità di apparati statali e gruppi criminali”.

Giancarlo Perego, direttore generale della fondazione Migrantes della Cei ha detto in un’intervista a Radio Vaticana riportata dalla redazione di Vatican Insider: «Il vertice europeo vede piccoli passi di una Europa che è ancora incerta e paurosa di affrontare un dramma di migliaia di persone che sono sulle coste libiche, di 200.000 persone che sono arrivate in Europa lo scorso anno e di questi morti che ci lasciamo alle spalle (…) Piccoli passi perché, se è vero che sono state aumentate le risorse, che hanno raggiunto sostanzialmente la stessa somma che l’Italia aveva messo a disposizione da sola per Mare Nostrum e si lotta ancora contro i trafficanti con alcune azioni anche puntuali, si dimentica completamente una serie di aspetti che erano invece fondamentali e anche richiesti dall’Onu. (…) E si dimentica ancora una volta il soccorso in mare. Credo quindi che da questo vertice abbiamo la sconfitta di un’Europa sociale e solidale di fronte al dramma delle migrazioni (Intervista «L’Europa solidale esce sconfitta dal vertice» “La Stampa-Vatican Insider” 23 aprile 2015).

Queste voci confermano in una convinzione: appare in atto una manovra per distrarre dalle autentiche questioni che anche l’ultima strage di migranti apre a considerare. A livello di informazione pubblica, e nel prevalere degli egoismi nazionali nelle istituzioni europee. Furio Colombo in un articolo dal titolo ‘Prima di tutto viene la guerra’ (“il Fatto Quotidiano” 24 aprile 2015) commenta le misure europee e italiane nella linea di affondare le barche e chiudere il mare riportando alcune voci critiche: “Una sola persona in Italia (Laura Boldrini, a DiMartedì su La7 del 21 aprile) ha aperto con molta enfasi il caso, ripetendo “non vi rendete conto che non è possibile?” e ha cercato di attrarre l’attenzione sul fascino infantile della proposta (vado e distruggo tutto).
Tutta la grande stampa, all’unisono, ha trascurato l’evento e ignorato la stroncatura. Gli ordini sono ordini, e noi abbiamo un genio alla volta. Questa volta è Renzi e lui sospetta quei disgraziati sui barconi e dice, con grande intuito: “Affondiamoli tutti prima che partano”.
Nella Penisola non è rimasto che un diplomatico straniero, Monsignor Perego, della Agenzia Vaticana per i Migranti, capace di dire: “Noi proviamo vergogna per una simile proposta”. Come per la Shoah, nessun altro essere umano italiano ha sollevato obiezioni. Anzi molte testate (insieme a Il Giornale) hanno celebrato”.

La battuta ‘nei barconi non vi sono solo innocenti’ pronunciata mentre le televisioni trasmettevano le immagini di corpi senza vita che galleggiavano trascinati dalle onde e di uomini e donne che ponevano tutta la loro energia nel cercare di salvare i superstiti, nel raccogliere le salme da trasportate sulle navi, è rivelatrice di un grande inganno: è lo sviamento dell’attenzione dai reali problemi, dalla presa in carico di un cambiamento che investe il modello economico dominante, dall’esigere lo spostamento di risorse dalle armi alla solidarietà, alla inutile logica del mostrare i muscoli e dell’uso delle armi. Di questo tipo di approcci non abbiamo bisogno. Sono frutto di incapacità politica, di indifferenza rispetto ad esigenze di umanità e giustizia e sono strumentalizzazioni a scopi propagandistici.

Le autentici questioni da affrontare con urgenza e decisione sono la questione del salvare vite umane in mare, la questione di aprire possibilità per chi è nella condizione di rifugiato di vedere riconosciuti diritti inalienabili, la questione di intervenire per accompagnare alla formazione di governi democratici, di aiutare le popolazioni e di operare scelte economiche a favore dei Paesi dell’Africa, non solo quelli che si affacciano sul Mediterraneo, ma quelli situati più a Sud. Ed infine la questione di indirizzare impegno, energie eocnomichen e culturali perché in questi Paesi si attuino condizione che non costringano i loro cittadini ad andarsene, e porsi così lo scopo di eliminare le cause delle migrazioni, la povertà estrema, la violenza, la guerra.

L’ascolto di queste voci conduce a pensare che un’Europa che si muove senza farsi carico di tali questioni tradisce i valori su cui è sorta dopo il disastro del secondo conflitto mondiale. Si rivela insufficiente e vana la retorica di diritti riconosciuti sulla carta ed elusi nelle situazioni concrete, e appare offensiva la mancanza di memoria che celebra gli anniversari delle stragi della guerra e contemporaneamente si muove per riprodurre altre guerre. Il senso di fare memoria della liberazione oggi 25 aprile trova attualità nel presente nel farsi responsabili di liberazione da guerre presenti, nell’aprire percorsi di libertà per i popoli dell’Africa e delle parti del mondo dove è presente la schiavitù nelle diverse forme della oppressione politica, economica religiosa e sociale.

Un governo che intende risolvere i problemi inviando droni a bombardare le barche in Libia e coloro che condividono questo miope indirizzo a livello europeo manifestano una profonda inadeguatezza culturale e politica, dimostrano incapacità di comprendere che la vita di queste persone e di questi popoli e le scelte che si prendono di fronte a loro coinvolgono i fondamenti del nostro vivere insieme nel riconoscere dignità umana. Un’Europa che non sappia affrontare nelle sue forme istituzionali questa emergenza del nostro tempo, tradisce le ragioni per cui sorta. Non possiamo restare indifferenti di fronte a tutto ciò. Non possiamo delegare. Siamo davanti a movimenti di popoli, di uomini e donne come noi, con i loro affetti, sogni speranze, con i loro legami di parentela, con la loro vita umana che chiama ad un dovere di responsabilità e di attenzione solidale.

Alessandro Cortesi op

Europe save the lives

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