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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

V domenica di Pasqua – anno B – 2015

DSCF5623At 9,26-31; 1Gv 3,18-24; Gv 15,1-8

L’immagine della vigna è familiare nella Bibbia; la vite è la coltura tipica del mediterraneo e nel primo testamento la vite è immagine usata per parlare del popolo d’Israele. Dio stesso ha un rapporto con Israele come quello del contadino con la propria vigna: una relazione di cura appassionata, fedeltà amorosa, vicinanza. La vigna viene così ad indicare il popolo liberato da Dio, soggetto del dono dell’alleanza: “Hai divelto una vite dall’Egitto, per trapiantarla hai espulso i popoli… Le hai preparato il terreno, hai affondato le sue radici e ha riempito la terra… Dio degli eserciti, volgiti, guarda dal cielo e vedi e visita questa vigna, proteggi il ceppo che la tua destra ha piantato, il germoglio che ti sei coltivato (Sal 80,9-10.15-16). Tale attenzione di amore non trova però risposta piuttosto infedeltà, dimenticanza, durezza di cuore di Israele.

Attorno all’immagine della vigna Isaia dipinge il quadro di un rapporto di amore e di delusione nel famoso cantico del capitolo 5: “Canterò per il mio diletto il mio cantico d’amore per la sua vigna. Il mio diletto possedeva una vigna sopra un fertile colle. Egli l’aveva vangata e sgombrata dai sassi e vi aveva piantato scelte viti; vi aveva costruito in mezzo una torre e scavato anche un tino. Egli aspettò che producesse uva ma essa fece uva selvatica. Or dunque, abitanti di Gerusalemme e uomini di Giuda, siate voi giudici fra me e la mia vigna… Ora voglio farvi conoscere ciò che sto per fare alla mia vigna: toglierò la siepe e si trasformerà in pascolo, demolirò il suo muro di cinta e verrà calpestata. La renderò un deserto non sarà potata né vangata e vi cresceranno rovi e pruni” (Is 5,1-6)

Isaia conclude: la vigna è la casa di Israele, vigna che, nonostante tutte le cure, ha prodotto frutti selvatici. Anche altri profeti riprendono il medesimo riferimento: Geremia prima (Ger 2,21), poi Ezechiele (Ez 13,1-6): parla di una vite sterile che non porta frutto e annuncia il fuoco per ogni tralcio secco come castigo.

Il IV vangelo riprende questa immagine nei discorsi dell’ultima cena, ai capp. 15 e 16. Gesù applica a se stesso il rinvio alla vigna: ‘Io sono la vera vite’. La vite ora sta ad indicare la presenza stessa di Gesù. La sua vicenda si pone in stretto rapporto a quella di Israele. In lui si compie la cura del Padre di cui la vite era simbolo. E’ lui che porta frutto, e i frutti non sono altro che un vita nell’amore, risposta all’amore di Dio: in lui sono giunti allora i tempi ultimi che vedono la piena risposta di Israele all’amore di Dio liberatore. Chi rimane unito, come i tralci alla vite porta frutto in lui. C’è una comunicazione nuova di vita che dal rimanere in lui trae origine. Chi crede nel suo nome viene ad essere tralcio vivente della sua stessa vita.

Rimanere è il verbo centrale di questa pagina. ‘Rimanete in me’ è l’invito ripetuto. ‘Maestro dove dimori?’ era stata la domanda rivolta a Gesù all’inizio del quarto vangelo dai discepoli. ‘Venite e vedete’ fu la risposta, ed essi lo seguirono e ‘rimasero’ presso di lui (Gv 1,39). Il verbo ‘rimanere’ indica familiarità di vita, incontro di amicizia, condivisione profonda di esperienza. Rimanere rinvia ad un coinvolgimento personale e profondo nella vita di Gesù, un dimorare in lui trovando così coinvolgimento di vita e legame: ‘Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui’ (Gv 6,56). L’offerta di amicizia di Gesù ai suoi genera una reciprocità: i tralci rimangono nella vite ma anche Cristo rimane nei suoi e dà possibilità di portare frutto.

L’essere discepoli di Cristo si attua nei frutti: immagine che rinvia all’operare come espressione di uno stile e il senso della sua vita. Gli stessi tralci, coloro che credono non vivono da soli, distaccati gli uni dagli altri, ma legati tra loro nella medesima linfa di vita: Gesù propone ai suoi un ‘rimanere’ che implica vivere come comunità un amarsi reciprocamente: motivazione e forza dello stare insieme sta nella forza di vita che da lui proviene. “Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla”.

La seconda lettura di oggi presenta i tratti della vita dei figli di Dio (1Gv 3,1-4,6). Annuncia il comandamento dell’amore, invitando ad uscire da facili intimismi per assumerlo con responsabilità nel quotidiano: si tratta di amare non in modo generico ma nella concretezza. La chiamata fondamentale è amarci gli uni gli altri e il criterio di verifica del nostro agire è quanto Gesù ha compiuto: ‘Egli ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli’. L’invito diviene aprire gli occhi su chi, vicino o lontano è nella difficoltà ed ha bisogno del nostro aiuto. L’amore assume quindi caratteristiche di concretezza e di urgenza per ciascuno nel quotidiano dell’esistenza. Il dimorare di noi in Dio e di Dio in noi non è esperienza fuori dalla storia e dalla vita, ma passa attraverso il rapporto con gli altri.

L’invito a rendere concreta l’esperienza dell’amore si collega nella lettera all’affermazione del riferimento a Cristo venuto nella carne. E’ un messaggio che sottopone a critica modi di vivere il cristianesimo nell’ indifferenza rispetto alle vicende della storia, con senso di distanza rispetto ai problemi degli atri, in una attitudine intellettualistica o intimistica. La parola di Gesù e la sua testimonianza rinviano ad un prendere posizione, ad uno stare dalla parte dei poveri, ad un impegno di assunzione di responsabilità politica nella storia.

Festival-dei-semi-del-cibo-e-della-democrazia-della-terra_article_bodyAlcune riflessioni per noi oggi

C’è una capacità nascosta nel modo di leggere dell’uomo occidentale segnato dal mito dell’efficienza, del produrre e del fare, che rischia di rovinare la lettura di questa pagina di Giovanni. Essere nella vite, rimanere nella vite, entrare in una relazione, è un movimento non di efficienza ma di accoglienza. Il rischio è l’accento posto sul ‘portare frutti’: tutto allora viene letto nella dimensione della visibilità di qualcosa che proviene dall’opera dell’uomo, prodotto che manifesta efficacia e, in fondo, potenza. E’ l’enfasi su quanto è ponderabile e misurabile. E’ lo sguardo che si fissa sui risultati e non lascia spazio a chi non produce, anche se il non produrre è non riuscire a compiere effetti visibili di bene. C’è una sapienza da cogliere dalla lettura che proviene da sensibilità segnate da altre culture in cui la dimensione del produrre e del fare non è così principale e onniavvolgente. Produrre frutti è legato al rimanere nell’amore, e i frutti dell’amore non sono nemmeno opere, non sono quantificabili, non possono essere giudicati da nessun controllo di qualità e di quantità soprattutto. E’ la gratuità dell’amore a cui lasciarsi convertire per non piegare anche il vangelo a schemi che sono quelli del profitto, del frutto come effetto abbondante che ripaga un soggetto ripiegato sulla propria affermazione.

Gesù parlava di vite, tralci, vigne: colture della terra che dice la sua attenzione alla terra e al cibo che dalla terra viene come dono e come segno della cura di Dio creatore. In questi giorni s’inaugura l’Expo di Milano, un evento pieno di contraddizioni: ‘Nutrire il pianeta energia per la vita’ è il suo titolo. L’Expo può essere occasione di consapevolezza della fame che segna drammaticamente il mondo dividendolo tra chi soffee la fame e chi vive nell’abbondanza e così l’urgenza di uscire dalla retorica per operare scelte di condivisione del cibo. Tuttavia all’Expo avranno la predominanza le grandi multinazionali – McDonald, Nestlè Monsanto e altre – che sono le principali responsabili delle politiche agricole che affamano il pianeta. E’ notizia di questi giorni che anche il padiglione vaticano sia costato tre milioni di dollari. Per quali finalità una tale spesa? Il rischio è quello di essere abbagliati da un grande evento luccicante al punto da perdere la capacità critica e di essere incapaci di leggerne le contraddizioni. Certamente l’Expo come esposizione universale è grande palcoscenico che può divenire una grande kermesse gastronomica di esaltazione del cibo nelle sue varietà e forme, buono e gustoso.

E tuttavia il cibo non può essere visto nel suo essere buono, ma anche nelle altre indispensabili caratteristiche: che sia cioè sano, frutto di coltivazioni senza uso di elementi nocivi, e che sia giusto, ossia sia esito di modi di coltivazione e produzione in cui vi sia attenzione ai diritti dei lavoratori e rispetto per la terra. Ma lo sfruttamento e la devastazione della terra e la violazione dei diritti nei modi di produzione del cibo sono fenomeni presenti e da rilevare per l’illegalità.

Attorno al cibo si attuano forme di falsificazione, come i marchi di prodotti spacciati come italiani e che tuttavia contengono ingredienti provenienti da altri luoghi e magari sottoposti a trattamenti nocivi che in Italia sono vietati, oppure marchiati come propri di aziende italiane che tuttavia hanno delocalizzato la loro produzione.

Il cibo, come il lavoro non può esser considerato solamente come merce, ma dev’essere visto come bene da condividere e che è per tutti. Le nuove tecnologie possono essere utili ma è da cogliere come esse possono causare processi di impoverimento e di sfruttamento: è il caso ad esempio dei contadini del Messico impoveriti dall’importazione di enormi quantità di mais transgenico.

Così nel mondo la terra viene utilizzata sempre più per la produzione di biocarburanti, sottraendo in tal modo innumerevoli ettari di terreno alla produzione di cereali, che a livello mondiale addirittura decresce. Fa impressione leggere le statistiche su consumo di cibo e scorgere che il cibo sprecato nel mondo è un terzo del cibo prodotto ed è quattro volte la quantità per coprire il fabbisogno di cibo di coloro che soffrono la fame. La malnutrizione segna la vita di 805 milioni di abitanti del mondo, soprattutto in Asia e Africa. Il diritto al cibo è una delle frontiere di umanizzazione di questo nostro tempo. Expo può essere occasione per fare avvertire, benché soffocata dai ‘padroni del cibo’ questo grido di dolore.

Offrire una visione critica di Expo 2015 può essere un momento di  maturazione di consapevolezza delle esigenze concrete dell’amore di fronte a chi soffre la fame, di fronte alla devastazione della biodiversità. L’urgenza di una diversa impostazione del sistema economico globale, l’attenzione e la venerazione da riscoprire per l’acqua per la terra, per il cibo sano, per tutti e frutto di giustizia è una delle frontiere di un amore che si fa concreto nella storia.

Alessandro Cortesi op

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