la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Archivi per il mese di “Mag, 2015”

Ss. Trinità – anno B – 2015

girotondoDt 4,32-34.39-40; Rom 8,14-17; Mt 28,16-20

“Sappi dunque oggi e conserva bene nel tuo cuore che il Signore Dio è lassù nei cieli e quaggiù sulla terra; e non ve n’è altro”.

Cieli e terra, lassù e quaggiù. Sono le dimensioni della nostra esistenza. Ci sono i cieli lontani ma anche i cieli vicini, quelli interiori, quelli dentro al cuore. C’è una terra che sta sotto i piedi, la zolla di terra dove ha luogo l’esistenza quotidiana e il nostro lavoro e c’è una terra desiderata e sognata, quella che sta davanti a noi e che attrae nella tensione al futuro. Dio è presenza che avvolge cieli e terra, l’alto e il basso. Ma anche il tempo e i tempi della vita, il passato, il presente, il futuro, con tutte le stagioni e le età.

Contro le visioni che separano cieli e terra, luoghi del divino e luoghi dell’umano, nella Bibbia il volto di Dio è percepito come presenza personale dentro la vita, in tutte le sue dimensioni. Sta oltre, è ‘lassù’, ma anche è presente ‘quaggiù’. Il Dio lontano, il ‘totalmente altro’ è anche il vicinissimo, più intimo a noi di noi stessi. L’incontro con Dio non è allora esperienza remota, riservata a persone o momenti eccezionali, ma può essere esperienza vicina. Può essere vissuta nel cuore dell’esistenza, nei suoi momenti, nel quotidiano. Racchiude una presenza che mai è dominabile, sempre oltre e mai a disposizione di pretese di controllo e potere, e nessuna cosa e nessun uomo può essere considerato dio: per la Bibbia la grande incomprensione nei confronti di Dio, il grande peccato anche, sta nell’idolatria e nella costruzione di falsi divinità a cui dedicare tutta la vita.

Il Dio dei cieli e della terra è presenza che si fa incontro, comunica se stesso e rivolge la parola: “Interroga pure i tempi antichi, che furono prima di te: dal giorno in cui Dio creò l’uomo sulla terra e da un’estremità dei cieli all’altra, vi fu mai cosa grande come questa e si udì mai cosa simile a questa? Che cioè un popolo abbia udito la voce di Dio parlare dal fuoco come l’hai udita tu, e che rimanesse vivo?”

Udire la voce è scoprire una parola donata ed entrare in un dialogo. Israele come popolo, guidato dai grandi profeti uomini dell’ascolto, ha scoperto l’agire di Dio nella propria storia, si è sentito chiamato e coinvolto. Per accostarsi a Dio, la via da percorrere attraversa l’esistenza: si tratta di ascoltare una storia. La sua chiamata non è per costituire in stato di privilegio ma comunicazione di un dono di alleanza e di liberazione. L’intera vicenda di Israele trae origine dalla chiamata di Dio che suscita un’apertura universale.

Gesù indica il volto di Dio chiamandolo Abbà, Padre. I vangeli testimoniano un rapporto vissuto in modo unico con Abbà da parte di Gesù. Si è affidato totalmente all’Abbà soprattutto nei momenti decisivi e drammatici della sua esistenza: così nell’orto degli ulivi (Mc 14,36; cfr Gv 11,41; 17,1). Ma anche nei momenti quotidiani delle sue giornate in cui il suo ritirarsi in disparte, lontano dalla folla, in preghiera, rimase nella memoria dei suoi. Tutto ciò è esplicitato nella prima comunità dopo la Pasqua con l’espressione a lui attribuita di ‘figlio’ (Mc 13,32; 12,6; Mt 11,27; 22,37; Lc 10,22). Gesù è figlio perché tutta la sua vita è stata in rapporto al Padre Abbà. In lui ogni discepola e discepolo è invitato a scoprirsi figlia, figlio, e insieme fratello e sorella. E’ l’esperienza della prima comunità dopo la pasqua, quando Gesù dona ai suoi di vivere la gioia di una sua presenza nuova nello Spirito.

Paolo esprime tale consapevolezza: “Tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, costoro sono figli di Dio. E voi non avete ricevuto uno Spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto uno Spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo Abbà, Padre. Lo Spirito stesso attesta al nostro Spirito che siamo figli di Dio”. Gridare Abbà è un dono di respiro, di voce. Ma è come vagito di un bimbo che cerca il volto che l’ha portato. E’ grido non di schiavi ma di figli. E’ voce di un’esistenza che si scopre in relazione ed avverte la propria fragilità. E’ un respiro che sta oltre la nostra misura e che pure è al più profondo di noi stessi. La presenza dello Spirito si incontra con lo spirito al cuore della vita. C’è un soffio di vita che proviene da Dio che è attesa e apertura al soffio dello Spirito. “Dio è Spirito e quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità” (Gv 4,24). Il termine Spirito (ruach) nella lingua ebraica è femminile ed esrpime la forza e la energia del soffio.

C’è una presenza dello Spirito nella natura e nella storia oltre ogni confine. Figli di Dio sono tutti coloro che sanno lasciare spazio all’agire dello Spirito. Negli appelli alla cura, alla accoglienza, alla riconciliazione, al servizio, alla benevolenza lì è presente un soffio silenzioso dello Spirito. Tutti coloro che intendono la vita non chiusa nei propri interessi ma per gli altri, chi vive di attenzione per chi è solo, chi accompagna deboli e indifesi, chi lotta per la giustizia e sta accanto a chi è oppresso, chi accompagna a crescere passo dopo passo, chi con il proprio lavoro e la propria attività quotidiana rende il mondo più umano, chi semina bellezza per dissetare ricerche di gratuità, chi vive il rispetto mite per gli esseri viventi e per le cose, tutti costoro sono persone disponibili all’opera delicata dello Spirito. E’ una chiamata che attraversa tutta l’umanità e il cosmo stesso. Lo spirito soffia nel desiderio umano di pane e di dignità, nella ricerca di affetti e di riconoscimento, nella costruzione di relazioni di ospitalità e cura, nella gratuità di chi spende il tempo nella preghiera e di chi lo vive nel servizio e nella dedizione ad educare.

“Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo… ecco io sono con voi tutti i giorni sino alla fine del mondo”

L’incontro con Gesù risorto è anche invio: ora la sua presenza si fa vicina in modo nuovo nello Spirito. Gesù affida la sua promessa ai suoi discepoli dopo la Pasqua sul monte, come sul monte – secondo Matteo – aveva pronunciato il discorso in cui chiamava ‘beati’ tutti coloro che potevano scorgere nei suoi gesti la vicinanza di Dio. Li chiama ad andare e consegna anche una promessa. E’ una missione con orizzonti vasti: i discepoli sono inviati a tutti i popoli. Inviati a immergere (battezzare) nella vita di Gesù, a comunicare l’incontro con lui che coinvolge la vita, e a trasmettere le sue parole, la sua testimonianza. E’ un invio per far crescere persone libere capaci di ascolto della chiamata a seguirlo, capaci di vivere come lui ha vissuto, nel servizio. Ed è anche affidamento di una promessa. ‘Sarò con voi’: è questa la parola al cuore della speranza che sorregge la vita di chi segue Gesù.

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(Le Corbusier, Notre Dame du Haut Ronchamp)

Alcune riflessioni per l’oggi

Sostare sul volto di Dio come comunione conduce a pensare la vita personale e la vita di comunità. Siamo così chiamati a scoprire l’origine e  la radice della vita in un dono di relazione. Di qui siamo chiamati a compiere quell’immagine che è ancora promessa.

Essere docili all’agire dello Spirito non è facile: esige disponibilità interiore, libertà, coraggio nel lasciarsi condurre laddove lo Spirito attrae. “quando uno stormo si alza in volo – dice un proverbio africano – vuol dire che qualcuno per primo vi ha dato inizio”. Certamente esige ascolto, delle persone, delle situazioni, della natura. solamnete una vita più semplice può renderci sensibili a quella sintonia da trovare tra lo Spirito e il nostro spirito.

Insistenti segnali di esclusione e di chiusura sono presenti nella vita sociale: ‘andare’ è il verbo della missione. Ma missione non significa fare qualcosa, né entrare in una logica di proselitismo. La riflessione soprattutto dopo il Vaticano II ha condotto a scoprire che la chiesa non ha una missione, ma il suo essere stesso è missione, è coinvolgimento nell’invio di Gesù, è seguire le chiamate dello Spirito. Andare, vivere la missione oggi si declina nei termini del dialogo e dell’incontro, dell’ospitalità e della visita. Credere in un Dio comunione è oggi sfida a dire nella vita la fiducia nei rapporti e nel costruire tessiture di ‘noi’, di ascolto e di cura come luoghi in cui lasciare spazio al suo venire.

Alessandro Cortesi op

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Pentecoste – anno B – 2015

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(Pentecoste – William Congdon)

At 2,1-11; Gal 5,16-25; Gv 15,26-27;16,12-15

Ci sono alcuni verbi che segnano le letture di questa festa: parlare (in altre lingue), camminare (secondo lo Spirito) e dare testimonianza. Sono tre verbi che riguardano la vita dei credenti. C’è poi un verbo che sintetizza la missione dello Spirito: vi guiderà… alla verità tutta intera.

Parlare in altre lingue. La narrazione della discesa dello Spirito nel giorno di Pentecoste, mentre il giorno stava per finire, nel momento inatteso e come dono, è espressa da Luca in una serie di immagini. E’ narrazione che reca in sé il tentativo di rendere tangibile un’esperienza interiore e profonda: la prima comunità dopo la morte di Gesù si trova investita di una forza nuova e vive un’esperienza di trasformazione e di apertura inattesa.

Per dire la discesa dello Spirito si fa così riferimento ai prodigi dell’esodo, al momento dell’alleanza e del dono della legge ad Israele (cfr. Es 19,3-20): ol vento, imprendibile e imprevedibile, il fuoco che investe e trasforma mutando la paura in coraggio, un parlare nuovo, capace di comunicare nelle lingue diverse. Lo Spirito inaugura un percorso diverso da quello di Babele: lì la pretesa di avere una sola torre e di imporre una sola lingua sotto un dominio che impone il silenzio, qui la possibilità di comunicare che rende ciascuno in grado di intendere nella propria lingua. Lì la pretesa di un potere unico, qui la presenza della diversità dei popoli. Lì un disegno di egemonia, qui il compimento delle promesse dei profeti (Gioele 3,1-5): ‘io effonderò il mio spirito sopra ogni uomo e diventeranno profeti i vostri figlie le vostre figlie’. Dio rimane fedele ed è la sua fedeltà l’origine del dono dello Spirito per tutti i popoli della terra. La presenza dello Spirito è dono che rende presente la promessa di Dio a Babele, quando portò scompiglio nella costruzione della torre. Vento, fuoco e parola in lingue diverse rinviano ad una novità possibile, ad una apertura che rompe le chiusure, ad una diversità riconciliata di razze popoli e lingue: è un dono nuovo da accogliere di riconoscersi figli legati insieme, chiamati a costruire una storia di riconciliazione.

Camminare (secondo lo spirito). Il dono dello Spirito genera una vita nuova: ma è una vita in cui c’è da camminare con tutta la precarietà e i rischi del cammino. Camminare è accogliere la legge dello Spirito, legge di libertà e di dono di sé. Perché nella vita c’è la possibilità di un ripiegamento radicale: il vivere secondo il proprio egoismo, nella preoccupazione solo del proprio interesse e nella dimenticanza degli altri: tutto ciò Paolo lo sintetizza nell’espressione ‘legge della carne’. ‘Carne’ è qui sinonimo di ‘egoismo’, di una vita preoccupata di interessi, comodità e indifferente alla sofferenza dell’altro. Non è discorso dualista che disprezza la sessualità e la corporeità (come spesso si intende ‘la carne’), piuttosto Paolo indica come l’egoismo può segnare ogni aspetto dell’esistenza. A questo modo di intendere la vita si oppone radicalmente la ‘legge dello Spirito’. Una vita nell’apertura e che si comprende come cammino aperto a crescere a nuove comprensioni e maturazioni sempre nuove è una vita che porta frutto. I frutti sono “…amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dono di sé”. Sono questi i segni che indicano i tratti di una vita – in tutte le sue componenti – nella quale si apre la disponibilità a farsi orientare dalla forza dello Spirito.

Dare testimonianza “Quando verrà il Consolatore, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito di verità che procede dal Padre, egli mi renderà testimonianza; e anche voi mi renderete testimonianza perché siete stati con me fin dal principio” (Gv 15,26-27).

Il Paraclito ‘consolatore’ è colui che sta accanto e sostiene: è questo ciò che ha vissuto Gesù, e lo Spirito è presentato come presenza vicina di chi sarà il grande suggeritore – vi suggerirà ciò che dovrete dire -, e la grande guida – vi guiderà alla verità tutta intera-. Lo Spirito è indicato come presenza interiore, non racchiudibile, che starà così accanto nel momento della prova, nella faticosa testimonianza quotidiana. E’ lo Spirito di Cristo risorto vivente e da incontrare pur nelle contraddizioni della storia. La presenza dello Spirito è soffio silenzioso che guida all’esperienza dell’incontro con Gesù. E’ lui la verità tutta intera, una verità che non è dottrina da conoscere e di cui pensarsi padroni, ma persona vivente: ‘Io sono la via la verità e la vita’.

Lo Spirito guida e accompagna a lui perché totalmente rivolto a quanto Gesù ha compiuto: “Quando però verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future. Egli mi glorificherà perché prenderà del mio e ve l’annunzierà”. Lo Spirito è presenza dono, capace di ospitalità. Il Iv vangelo parla dello Spirito come  presenza di accoglienza senza limiti nei confronti del Padre, presenza dono che introduce nella relazione tra Padre e Figlio, nella comunione dell’amore che è il volto di Dio: “Tutto quello che il Padre possiede è mio, per questo vi ho detto che prenderà del mio e ve l’annunzierà” (Gv 16,15).

minoromero2006cast_499x785Alcune riflessioni per noi oggi

Parlare lingue nuove. 23 maggio 1915: con la dichiarazione di guerra all’Austria-Ungheria l’Italia inaugurava il tempo tragico della ‘grande guerra’. Grande perché è stata diversa da tutte le guerre precedenti, grande perché è entrata in ogni famiglia e nelle piccole storie delle persone in una Europa che ha sperimentato come mai prima le sofferenze che la guerra reca con sè e l’assurdità di tanta violenza che ha prodotto dolore e morte. A distanza di tempo da quel giorno le domande sono molte. Ad un secolo di guerre devastanti è seguito un tempo di una guerra diffusa, costituita di tanti conflitti regionali, ma anche da una grande atmosfera di armamento globale, armamento delle coscienze, imbarbarimento delle attitudini verso l’altro, fondamentalismi religiosi e intolleranze razziste. E’ una atmosfera ammorbata quella che respiriamo nel quotidiano, dove la violenza diffusa è generatrice di guerra. In questo tempo in cui ritornano gli appelli alla violenza per scacciare violenze e orrori è da coltivare una memoria sulla assurdità della guerra, è da maturare attenzione alle cause dei conflitti in corso che generano vittime e devastazioni, è importante non lasciarsi vincere dall’indifferenza, lasciar spazio all’ascolto delle voci dei piccoli, di chi è colpito dalla violenza, e porre gesti di vicinanza. Parlare lingue nuove è oggi lasciare spazio al soffio dello Spirito che spinge a comunicare, a tracciare percorsi di pace e giustizia.

Camminare secondo lo Spirito. Lo spirito soffia in chi dà testimonianza al vangelo, e la testimonianza al vangelo è stare dalla parte dei poveri e vivere in solidarietà con loro. Romero è uno dei testimoni delle esigenze del vangelo che ha pagato con la vita la sua scelta per la giustizia, la scelta di alzare la voce contro le sopraffazioni e si è scontrato con chi nella chiesa cercava il compromesso con il potere. Mons. Oscar Arnulfo Romero ucciso il 24 marzo 1990 sarà riconosciuto beato ufficialmente dalla chiesa sabato 23 maggio. In questa occasione è opportuno riflettere sulle parole di Jon Sobrino, uno dei gesuiti sopravvissuti al massacro del 16 novembre 1989 alla Università Centro Americana di El Salvador perché si trovava in Thailandia in quel momento (“La Stampa-Vatican Insider”, 21 maggio 2015): «Sul serio… lo dico sul serio: non mi è mai interessata la beatificazione di Romero (…) Quando l’hanno ammazzato, la gente di qui – non gli italiani e nemmeno in Vaticano – ma i salvadoregni, i nostri poveri, hanno detto subito: ‘È santo!’. Pedro Casaldaliga quattro giorni dopo ha scritto un gran poema: ‘¡San Romero de América, pastor y mártir nuestro!’. Ricorda che anche Ignacio Ellacuria, abbattuto a pochi metri da qui, «tre giorni dopo l’assassinio di Romero ha detto Messa in un aula della Uca, e nell’omelia ha detto: ‘Con monsignor Romero Dio è passato per El Salvador'”. “Ero in Tailandia quel giorno e per questo non mi hanno ucciso, ho visto correre il sangue di molta gente nel Salvador, non mi interessano le beatificazioni, spero che le mie parole aiutino a conoscere di più e meglio Ellacuria, vediamo se seguiamo il suo cammino, questo è quello che mi interessa”. La beatificazione di Romero, ‘martire degli incontri’ dovrebbe porre interrogativi sul cambiamento dello stile di chiesa in una chiara determinazione a vivere il vangelo in modo incarnato nella storia, realizzando percorsi di chiesa come popolo di Dio, stando dalla parte degli ultimi e delle vittime.

Dare testimonianza. Una parola di frère Roger di Taizé a dice anni dalla sua morte: “Non arrestarti mai, cammina con i tuoi fratelli, corri verso la meta, seguendo le tracce di Cristo”.

Alessandro Cortesi op

Ascensione del Signore – anno B – 2015

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Tavoletta in avorio ca. 400 d.C. – Bayerisches Museum, München

At 1,1-11; Ef 1,17-23; Mc 16,15-20

“Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che è stato di tra voi assunto fino al cielo, tornerà un giorno allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo”. ‘Tornerà’: con questo annuncio inizia il libro degli Atti degli apostoli. Dopo la risurrezione Gesù non può essere incontrato come prima, ma si fa incontro in modo nuovo: l’umiliato nella morte, tornerà come il vivente. La sua presenza non è solo attesa, ma sin d’ora è possibile vivere l’esperienza d’incontro con lui in modo nuovo, nella comunità, nei segni da lui lasciati in sua memoria, nell’operare dello Spirito che anima la missione dei credenti. Tornerà ma anche ritorna nel presente e si dà ad incontrare: non c’è solo un futuro da aspettare ma c’è un presente in cui immergersi.

Gli apostoli sono protesi al futuro, sono curiosi rispetto a ‘i tempi e i momenti’. Ma Gesù li distoglie da questo, indica piuttosto di volgere lo sguardo non al cielo ma al quaggiù, al presente, per poter sperimentare sin d’ora la sua presenza in modo nuovo. Li invita a vivere un attendere fondato sulla promessa, ‘la promessa del Padre’, ad accogliere la discesa dello Spirito, forza della testimonianza. Promessa del Padre è un coinvolgimento di tutti nella morte e risurrezione di Gesù: l’essere immersi (battezzati) nello Spirito Santo e ricevere da lui forza.

Lo Spirito è il dono di Cristo risorto: la presenza di Gesù si attua in modo nuovo nell’azione dello Spirito. Dopo la Pasqua non sarà più possibile incontrarlo come prima ma in modalità diverse. La sua presenza è reale e interiore. ‘Una nube lo sottrasse al loro sguardo’: la nube è immagine biblica che suggerisce una presenza di Dio vicina eppure nascosta, rinvia alle teofanie. E’ qui usata per indicare che Gesù è vivente nello spazio di Dio, uno spazio altro rispetto alla dimensione umana, e nel medesimo tempo la sua presenza continua nei segni che ci ha lasciato: lo Spirito introduce all’esperienza dell’incontro con lui nella fede e rende testimoni della sua risurrezione. D’ora in poi l’incontro con Gesù sarà vissuto nell’incontro con qualcuno che testimonia le sue parole, i suoi gesti. Nella forza dello Spirito, ci sarà qualcuno che parla di lui e vive la strada da lui percorsa: ‘voi mi sarete testimoni’. La sua presenza è affidata alla testimonianza.

Anche nell’ultima pagina del vangelo di Marco sono riportate le parole di Gesù che invia i suoi ad annunciare il vangelo. I discepoli sono presentati come presi dal dubbio, segnati dall’incredulità. E’ un quadro realistico e per certi aspetti sconfortante. Nonostante il cammino con Gesù il loro cuore è indurito incapace di fede. Eppure proprio a loro viene detto: “Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura…”.

Gesù li invia a continuare quanto egli ha vissuto, l’annuncio della bella notizia del ‘regno’ (cfr Mc 1,12). Non li invita al proselitismo, piuttosto chiede loro solamente di continuare i segni di liberazione da lui vissuti (Mc 1,32-34). Nel partire e nell’annunciare sperimentano da subito una presenza nuova del Signore e la fecondità dell’agire dello Spirito: “Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore operava insieme con loro e confermava la parola con i prodigi che l’accompagnavano”.

Il cammino dei discepoli è come quello del cieco che si apre al ‘vedere’ solamente per opera di Gesù che lo ‘rialza’ e poi si mette a seguire Gesù lungo la strada (cfr. Mc 10,46-52). La potenza della risurrezione apre ad un vedere nuovo, fa passare dall’incredulità al credere, e di qui a vivere la vita sulla strada percorsa da Gesù stesso, seguendo il suo cammino, riproponendo i gesti di lui.

Ascensione è festa della comunità. Gesù nella risurrezione, non abbandona i suoi, dona la presenza dello Spirito, presenza-dono che conduce ad entrare nella relazione di amore del Padre e del Figlio. La molteplicità di doni e la diversità di servizi, frutto dell’azione dello Spirito sono per l’edificazione del corpo di Cristo, un corpo fatto di tante presenze, dove nessuno è escluso e dove ognuna e ognuno può scoprire il proprio posto: “E’ lui che ha stabilito alcuni come apostoli, altri come profeti, altri come evangelisti, altri come pastori e maestri, per rendere idonei i fratelli a compiere il ministero, al fine di edificare il corpo di Cristo”. In Cristo si attua una chiamata di tutta l’umanità e di tutto il cosmo.

Al cuore della festa dell’ascensione sta l’annuncio dell’incontro nuovo con Cristo iniziato nella Pasqua: nella sua umanità Gesù sale al Padre. In questo salire, nella sua risurrezione, coinvolge tutta la realtà umana. Pasqua di Cristo che si fa Pasqua dell’umanità intera. E’ quanto la preghiera esprime: “Esulti di santa gioia la tua chiesa, Signore, per il mistero che celebra in questa liturgia di lode, perché in Cristo asceso al cielo la nostra umanità è innalzata accanto a te e noi, membra del suo corpo, viviamo nella speranza di raggiungere il nostro capo nella gloria”.

DSCF5745Alcune osservazioni per noi oggi

L’agire dei testimoni, pur segnati dalla fatica e dall’incredulità,  a questo solo è invitato, a porre segni che ripropongano i segni del passare di Gesù. Si potrebbe tentare di tradurre i segni che Gesù chiede di compiere: scacciare i demoni è interpretabile nella linea di lottare contro tutte le forze di male, contro le oppressioni che deturpano l’immagine di Dio presente in ogni persona, contro le diverse forme della violenza. Parlare lingue nuove oggi può essere inteso come invito ad essere creativi nel comunicare con gli altri, nello scoprire vie nuove per dare spazio alla parola, vincendo i silenzi dell’indifferenza, gettando ponti e opponendosi alla costruzione di muri, nello scoprire i nuovi linguaggi non verbali della accoglienza generosa. Prendere in mano i serpenti è forse traducibile nei termini di un nuovo rapporto con tutto ciò che appartiene alla terra, con il mondo animale, le piante, la natura, nel percorrere vie di cura e salvaguardia. Imporre le mani ai malati può significare oggi trovare spazio nelle ore dei giorni per tendere la mano a chi fa fatica ed è nella malattia,  dire a chi soffre, con il tendere la mano, una vicinanza e una compagnia che diventano respiro di speranza. Questi sono i segni della Pasqua e della risurrezione, e là dove sono presenti questi segni c’è vangelo, bella  notizia, da accogliere, da cui lasciarsi cambiare.

La pagina della lettera agli Efesini parla di una comunità dove sono presenti tanti doni e dove a ciascun uomo e donna è data occasione di mettere a disposizione il proprio dono per una edificazione comune. È provocazione a pensare una comunità in stato di servizio, e soprattutto a considerare l’importanza di doni diversi che contribuiscono alla costruzione di un ‘noi’ ecclesiale. In un momento in cui tante sfide si pongono alla vita delle comunità sarebbe importante dare spazio e importanza a diverse forme di servizio e riconoscere anche nuove modalità di ministeri per la vita e la crescita di un noi ecclesiale che trae la sua origine dal dono dello Spirito fonte dei doni e primo costruttore della comunione.

E’ anche una provocazione a pensare la vita di una chiesa che sia custode di percorsi di umanità e di umanizzazione. Edificare un noi, in cui i doni di ciascuno siano al servizio degli altri: è progetto di una umanità capace di solidarietà, è provocazione ad intendere la vita in rapporto all’altro come responsabilità e come dono. E’ anche suggerimento a pensare che l’incontro con Cristo e la vita della chiesa nascosta nei cuori è presente e cresce là dove vi è qualcuno che con le sue scelte, nel suo agire e con la sua dedizione costruisce legami di incontro e di pace, edifica relazioni viventi di comprensione e ospitalità.
Alessandro Cortesi op

VI domenica di Pasqua – anno B – 2015

Ekta sn(Federico Zuccari, Il sogno di Pietro, Cappela paolina, Vaticano)

At 10,25-27.34-35.44-48; 1Gv 4,7-10; Gv 15,9-17

‘Alzati anch’io sono un uomo’. In queste parole di Pietro è racchiuso un passaggio fondamentale nel cammino di fede di Pietro e di ogni discepolo. E’ una scoperta e l’apertura di un orizzonte di spiritualità. Negli atti degli apostoli la spinta dello Spirito Santo ad uscire e ad entrare nella casa del pagano Cornelio è presentata come un sogno e una visione simbolica. Ma è una mozione del cuore: Pietro scopre così come Dio chiama ad uscire. Supera una spiritualità della distanza e della separazione. E’ invece chiamato ad incontrare, ad oltrepassare barriere, a non considerare nessuno escluso dallo sguardo di Dio. Quando poi entra in quella casa e si trova di fronte a Cornelio vive una seconda grande scoperta: ‘anch’io sono un uomo’. Pietro scopre che il loro cammino è comune: c’è una medesima condizione di umanità. Per questo sono vicini e solidali in nel medesimo cammino umano. E’ un cammino segnato dalla presenza dello Spirito che agisce nei cuori, suscita movimenti nuovi, apre a riconoscere proprio nell’incontro il luogo in cui incontrare la fede in Gesù risorto. Pietro, che avvertiva nella sua vita la responsabilità di testimone di Gesù e del vangelo scopre che lo Spirito agisce precedendo ogni attività umana ed ogni sua iniziativa. Il suo essere testimone si attua nel riconoscere l’agire di Dio che non fa preferenze e di persone. Scopre così che vi è chi segue Gesù perché segue i sentieri della giustizia, scopre che lo sguardo di Dio è molto più ampio di quello degli uomini. Chi nella sua vita è orientato alla ricerca del senso profondo dell’esistenza, chi ascolta la voce della coscienza dove Dio parla ad ogni uomo e dona, chi si lascia illuminare dalla luce della ricerca del bene, della giustizia, chi vive l’amore nei suoi aspetti di dedizione e servizio è accolto da Dio: Dio non fa preferenze. Chi pratica la giustizia nella sua esistenza attua la parola di Gesù anche senza averlo conosciuto. Pietro scopre così che lo Spirito di Gesù opera al di fuori delle frontiere in cui si cerca di definire la comunità. Questa pagina presenta non solo e non tanto la conversione di Cornelio, battezzato lui con tutta la sua famiglia, quanto piuttosto della conversione di Pietro, che si apre alla meravigliosa scoperta che Dio non fa preferenze di persone: il suo disegno di salvezza non è limitato ad un popolo o ad un gruppo.

Si apre un nuovo modo di intendere la missione: Pietro scopre che la missione non è una attività, un fare qualcosa ma la sua vita, la vita della comunità è coinvolta in un movimento che la precede e che l’anima: è la missione dello Spirito che sempre precede e spiazza. essere apostolo, mandato, non è un privilegio, non pone in una condizione di superiorità davanti agli altri. Nell’incontro con Cornelio scopre ‘anch’io sono un uomo’, e dicendo questo riconosce l’importanza di questo incontro per il suo stesso cammino.

tutto ha la sua radice e la sua origine in un dono. ‘Non siamo stati noi ad amare Dio’: è affermazione semplice, scarna, sconvolgente. Di fronte ad essa vengono meno tutte le pretese che la fede – in quanto risposta a questo amore – sia in qualche modo un possesso e un’opera umana. E’ questo il punto di arrivo e di partenza di ogni cammino che si confronti con il vangelo. La possibilità di trasmettere qualcosa di tutto ciò deriva fondamentalmente dalla consapevolezza, di stare dalla parte di chi riceve. E’ un altro modo per dire quanto Pietro nella pagina di Atti disse al centurione: ‘sono soltanto un uomo’.

‘Rimanere’ è idea che percorre tutto il IV vangelo. Al cuore della vita umana sta un desiderio di relazione, in Dio e con gli altri. L’immagine della vite, dove scorra un’unica linfa che unisce i tralci, esprime questa idea. Rimanere nell’amore di Gesù, come i tralci sono inseriti, è chiamata ad un incontro intimo e personale con Gesù: questa immagine suggerisce il tratto di un rapporto personale profondo e rinvia ad una responsabilità personale. C’è un rapporto unico di ogni uomo e donna con Cristo. Questo incontro diviene evento comunitario, di chiesa. Gesù supera ogni tipo di servitù ed usa sono i termini dell’amicizia:, annuncia che tutto quello che potrà essere vissuto rimanendo in lui, è frutto di una vita che viene da altrove e permea la nostra storia, incarnazione che continua. Seguire lui si apre allora ad essere esperienza che fa percorrere i cammini dell’amicizia e della relazione. Osservare i comandamenti si traduce nel rendere testimonianza dell’amicizia che si riceve da lui e diviene chiamata a comunicarsi.

Le due foto, una accanto all’altra che hanno occupato le prime pagine dei giornali nei giorni scorsi, della nuova nata dei reali d’Inghilterra, Charlotte Elizabeth Diana e della bambina nata durante il salvataggio di un gruppo di migranti sui barconi nel Mediterraneo, chiamata Francesca Marina, con rinvio a quel mare dove la mamma l’ha partorita e alle persone che l’hanno aiutata in quelle condizioni, è motivo di riflessione. Dio non fa preferenze di persone. Lo stile di Dio dovrebbe divenire stile di chi su questa terra cerca di prolungare la sua passione, la sua attenzione, il suo sguardo di amore che è per tutti, nessuno escluso. I volti di queste due bambine sono i volti della disparità di condizioni, sono la denuncia anche dell’ingiustizia che è frutto di scelte e di un sistema di iniquità che genera impoveriti. Ma sono anche appello ad una cura a cui i volti di due neonate richiamano perché evidenziano la medesima condizione umana, i medesimi sogni aspettative, promesse racchiuse in una nascita.

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Alcune riflessioni per noi oggi

Oggi, provocati dal pluralismo delle fedi e delle convinzioni, le parole di Pietro hanno una particolare attualità: ci invitano ad essere preoccupati di accogliere le spinte dello Spirito ad incontrare a scorgere nei diversi percorsi religiosi e culturali la presenza dello Spirito, a ricomprendere la stessa testimonianza come dialogo profetico oggi. C’è una accoglienza del vangelo che cresce nel tempo e nell’incontro con l’altro diviene occasione di una conversione insieme, sempre nuovamente da attuare.

Un documento recente del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso (22 aprile 2015) indica come oggi più che mai, proprio nel tempo in cui la violenza e la barbarie si coprono di motivazioni religiose, è necessario attuare il dialogo, a partire dal dialogo della vita, possibile per tutti nella quotidianità:

“Gli avvenimenti di questi ultimi tempi fanno sì che molti ci chiedano: “C’è ancora spazio per dialogare con i musulmani?” La risposta è: si, più che mai. Prima di tutto perché la grande maggioranza dei musulmani stessi non si riconosce nella barbarie in atto. Purtroppo oggi la parola “religione” viene spesso associata alla parola “violenza”, mentre i credenti devono dimostrare che le religioni sono chiamate ad essere foriere di pace e non di violenza. Uccidere, invocando una religione, non è soltanto offendere Dio ma è anche una sconfitta dell’umanità. (…)In tale contesto siamo chiamati a rafforzare la fraternità e il dialogo. I credenti costituiscono un formidabile potenziale di pace, se crediamo che l’uomo è stato creato da Dio e che l’umanità è un’unica famiglia e, ancor di più, se crediamo come noi cristiani che Dio è Amore. Continuare a dialogare, anche quando si fa l’esperienza della persecuzione, può diventare un segno di speranza. (…) Dobbiamo avere il coraggio di rivedere la qualità della vita in famiglia, le modalità di insegnamento della religione e della storia, il contenuto delle prediche nei nostri luoghi di culto. Soprattutto la famiglia e la scuola sono le chiavi perché il mondo di domani si basi sul rispetto reciproco e sulla fraternità”.

Così Salvatore Natoli, filosofo, in una lettura laica, offre una chiave per entrare nell’incontro tra Pietro e Cornelio: È cristiano chi pratica giustizia e misericordia – almeno lo dovrebbe – ma lo stesso fa o può fare chi cristiano non è.Vi è, dunque, un sentimento di comune umanità che spinge gli uomini a essere d’ausilio gli uni per gli altri; il cristianesimo non fa altro che portare questa disposizione ad evidenza e la ribadisce a fronte della sua dimenticanza. Riconoscersi peccatori null’altro è che divenire consapevoli della nostra incapacità d’amare. Esiste, allora, un terreno comune che, a prescindere dalle diverse fedi, può permettere agli uomini di vivere gli uni per gli altri nella pace. A quest’esito si può giungere per diverse vie e ognuno può trovarne una sua propria, senza però mai pretendere che sia l’unica e vera. Dice, infatti, Pietro: «Forse che si può proibire che siano battezzati con l’acqua questi che hanno ricevuto lo Spirito Santo al pari di noi?» (Atti 10, 47). Notare: hanno ricevuto lo Spirito non da noi, ma «al pari di noi»…” (La salvezza è per tutti. E l’apostolo accettò una religione ‘laica’, in “Avvenire” 5 maggio 2015).

Alessandro Cortesi op

Islam, popoli in movimento, democrazia

E’ appena uscito il volume dal titolo Islam, popoli in movimento, democrazia. Mediterraneo mare di confini, ed. Nerbini 2015.

Raccoglie i contributi del seminario di studi promosso dall’associazione di ricerca sociale Poiein-Lab e dal Centro Espaces ‘Giorgio La Pira’ di Pistoia nel novembre 2014. Tra gli autori Marco Giovannoni, Filippo Buccarelli, Marco Bontempi, Claudio Monge op. L’introduzione al volume curata da Giovanni Paci, rilegge i contributi del seminario alla luce dei recenti avvenimenti dopo la strage di Parigi del gennaio 2015.

E’ un libro che offre materiale per pensare e per leggere il presente. Qui le pagine iniziali dell’introduzione.

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Qui di seguito l’indice del volume 

Si può richiedere copie all’indirizzo espacespistoia@gmail.com

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