la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

XIII domenica tempo ordinario anno B – 2015

1302283682_st_-nikita_-serbia-048Sap 1,13-15; 2,23-24; 2Cor 8,7-15; Mc 5,21-43

Nel quadro della missione di Paolo una rilevante importanza ha il progetto della colletta da lui promossa e richiesta tra le comunità per recare aiuto alla comunità di Gerusalemme in difficoltà concrete. A Corinto era stato deciso di attuarla ma stentava ad essere effettuata: perciò Paolo invia Tito con altri per sollecitare a compiere quell’opera (2Cor 8,6).

L’occasione è motivo per presentare le ragioni di uno stile di rapporti per coloro che seguono Cristo. La situazione dell’altro, anche lontano, in difficoltà, è un appello a condividere, ciò che si è e quanto si ha. Paolo presenta l’esigenza evangelica di redistribuire i beni in favore di chi ha meno per fare uguaglianza e per prendersi cura.

Quest’opera generosa è prova della generosità di un amore fatto di premura. Avvertire l’urgenza del bisogno e delle attese degli altri è attitudine di cuori capaci di larghezza, non ristretti in orizzonti chiusi del proprio egoismo. Fino a dare anche oltre le proprie capacità come hanno fatto le chiese della Macedonia, senza calcoli, larghi oltre ogni paura di perdere. “Qui non si tratta di mettere in ristrettezza voi per sollevare gli altri, ma di fare uguaglianza”.

La colletta è ben più che un gesto di elemosina. E’ far proprio il cammino di Cristo, è entrare in un’esperienza di gratuità. L’uguaglianza che si realizza costituisce così un’esperienza della grazia: ‘Da ricco che era si è fatto povero perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà…’.

Vivere tale solidarietà apre a scoprire che nel portare aiuto non si dà solamente ma si riceve e questa esperienza è grazia. C’è un dare da un lato ma c’è anche un ricevere: vi sono doni che giungono da altre ricchezze, di umanità, di vita, di relazione. E’ così lasciarsi coinvolgere nella stessa vita di Cristo che ha fatto della sua vita un dono per gli altri: è lui riferimento fondamentale e criterio delle scelte dei cristiani. Povertà è scelta di liberarsi da tutto ciò che appesantisce e pone ostacolo all’incontro: non è mai esperienza vissuta nella solitudine, ma evento di condivisione. Gesù ha scelto la via della debolezza e della privazione per poter partecipare la sua ricchezza, per poter fare comunione.

Marco presenta al capitolo 5 due miracoli di Gesù, intrecciati nella narrazione. Due segni del suo agire che porta guarigione e libera dalla morte. Al capitolo 4 Gesù era stato presentato come ‘più forte’ delle forze del male (il mare in tempesta) ora è presentato nel suo guarire nel portare liberazione. Al centro della narrazione sono due donne – la figlioletta di Giairo, capo della sinagoga, e la donna che soffriva da dodici anni di emorragie e il filo che collega le due scene è la questione della fede.

La donna che si accosta a Gesù da dietro, è indicata come una che ha perso tutto, quasi un riferimento dei tanti diseredati. Eppure inespressi nel suo cuore stanno nodi di sofferenza, di timore, di speranza. Il suo avvicinarsi è senza parole. Il suo farsi strada tra la folla, lei esclusa come impura, è spinto da una fiducia fondamentale che la fa andare avanti, e la porta a trasgredire la legge che impediva contatti per non trasmettere impurità. Quali le sue attese? Il poter essere riconosciuta, compresa, accolta nella sua sofferenza: intuiva che in Gesù poteva sperare nello sguardo di Dio vicino.

Gesù sente su di sé, proprio nel contatto, la forza dell’affidamento della donna. Il toccare Gesù da parte della donna è diverso dal premere della folla. Gesù non ha paura del contatto. La sua presenza dice che la santità di Dio non tiene lontani ed esclusi ma comunica vita e misericordia. Nel dialogo con la donna offre accoglienza piena a lei e a tutti coloro che sono senza nome. Riconosce un volto, davanti a lui: ‘Và la tua fede ti ha salvata’. Gesù dice così la forza di tale fiducia e ne riscontra la potenza: ‘la tua fede…’. C’è una forza impensabile racchiusa nella fede come accettazione dell’impotenza e affidamento radicale. Marco presenta Gesù come il volto umano, capace di compassione e tenerezza, in cui si rende presente e vicino Dio che salva, e conduce a cogliere la fede dei poveri come forza di salvezza.

La salvezza è un senso nuovo donato e scoperto nella vita: la guarigione ne è segno e indicazione. Passa nel contatto dei corpi: questa donna voleva toccare Gesù. Toccare è relazione. Nel vangelo è continua la disponibilità di Gesù, la sua ricerca del contatto diretto con le persone : toccava i malati, gli esclusi, si lasciava toccare da loro (Mc 1,41; 6,56; 7,33; 8,23-25; 10,13.16). In questo toccare, in una relazione che passa nella corporeità e nella concretezza, Gesù apre ad un riconoscimento e ad una liberazione. Libera dall’esclusione e dal disprezzo, apre a nuove relazioni. Nel silenzio dei suoi gesti, nelle sue parole è raccontato il volto di Dio che Gesù annuncia: un Dio che sta vicino agli esclusi e dice la possibilità di una storia diversa, di ospitalità aprendo a ciascuno un cammino nuovo.

Ancora la fede è tema al cuore dell’incontro con Giairo: egli si getta ai piedi di Gesù e ‘lo pregava con insistenza’ mentre la figlioletta stava per morire. ‘Vieni a posare le mani su di lei perché sia salva e viva’. Poi però tutto sembra ormai finito, la figlioletta è morta. Ma l’invito di Gesù è a ‘non temere, continua solo ad aver fede’.

Gesù si reca nella casa di Giairo, entra proprio lì dove la morte sembra avere posto la parola ultima e definitiva. Si fa incontro alla bambina ormai morta ma il suo modo di guardare alla piccola defunta è diverso: ‘Perché fate tanto strepito e piangete? La bambina non è morta ma dorme’. Marco aveva indicato il ‘dormire’ di Gesù sulla barca durante la tempesta come rinvio alla sua morte. La morte non è parola ultima ma è un dormire che per la parola di Gesù si apre ad un ‘alzarsi’ nuovo. Gesù comunica la sua forza di vita: ‘Talità kum, Io ti dico alzati’: è invito che racchiude l’annuncio della risurrezione. La risurrezione è ‘alzarsi dalla condizione di morte’. La fede a cui Gesù aveva invitato Giairo è potenza di vita. C’è un alzarsi che è già in atto nella fede vissuta come fiducia nella vita.

Alla donna impaurita che aveva cercato di toccare il suo mantello, Gesù dice ‘Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va’ in pace e sii guarita dal tuo male’. Fede non è l’esaltazione della folla, ma è incontro personale che si fa strada nella ricerca sofferta, nel cuore di chi consegna a lui la propria vita e cerca un contatto profondo, personale. Nell’alzare la figlia di Giairo, Gesù manifesta che il dono di salvezza è restituire alla vita in modo pieno fino a superare la morte stessa. Gesù non salva nonostante la morte. Il suo percorso di farsi povero lo ha condotto al rifiuto e alla morte: rifiutato e condannato, è risorto, ‘alzato’. Comunica la forza della risurrezione nel chiederci ‘continua ad avere fede’.

Due donne, capaci di dare vita, sono segnate dalla malattia e dalla morte. Gesù restituisce a queste due donne la capacità di dare vita. Ma in primo luogo accoglie la fede come apertura del cuore ad una vita oltre i limiti della malattia e della morte.

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Alcune riflessioni per noi oggi

La donna che si accosta a Gesù, da dietro, per toccare anche solo un lembo del suo mantello è donna che ha perso tutto: è volto senza nome e senza più nulla su cui contare. Gesù accoglie questa donna riconoscendo la sua fede. E’ indicazione di uno stile che dovrebbe ispirare cammini di chiesa. La domanda da porsi di fronte alle persone, prima di esprimere un qualsiasi giudizio: quante sofferenze nascoste sono racchiuse nel cuore? Quante parole non espresse cercano accoglienza in gesti che chiedono ascolto? Queste domande fanno passare da un accostamento superficiale e insensibile, ad una attitudine di compassione.

Gesù provoca ad uno stile capace di coltivare la compassione. Prima di ogni altra cosa la capacità di ascolto e accoglienza dei cammini umani. Gesù apre futuro a partire dalla condizione in cui la donna viveva, liberandola nel riconoscere che dentro di lei, la sua fede era motivo di salvezza. Non è questa forse la parola di vangelo che oggi dovremmo comunicare a chi incontriamo? E vivere così esperienza di chiesa come comunità che accoglie e dà spazi per guarire, per camminare, per essere restituiti alle relazioni e alla vita con speranza?

E’ fenomeno ormai dirompente la concentrazione e assorbimento dell’attenzione nell’uso dei mezzi tecnologici: smartphone, tablet, computer… Il tempo quotidiano è frammentato dal ricorrere di messaggi e notifiche, di richiami e continue sollecitazioni ad entrare in contatto con gli altri attraverso il mondo virtuale. Ma a questo grande sviluppo corrisponde una sorta di movimento di crescita dell’analfabetismo nella capacità delle relazioni reali. Una sorta di ignoranza della grammatica delle relazioni. nell’incapacità progressiva ad entrare in rapporti diretti, a faccia a faccia, dando il tempo dell’ascolto, della parola, del toccare l’altro nella condivisione di gesti, di parole, di esperienze. Forse oggi c’è da interrogarsi su come vivere un rapporto con la tecnologia che possa lasciar custodire la preziosità del contatto fisico, esperienziale Toccare è entrare a contatto, nel dare attenzione, nell’accettare l’altro. Toccare significa certamente un contatto diretto, un avvertire il contatto corporeo, ma anche un entrare dentro le situazioni, non rimanerne alla superficie, non trattare le vicende personali con la distrazione con cui si attua un click o si sfiora con le dita una schermata. Toccare può essere sinonimo di lasciarsi contaminare dalle realtà, un avvertire su di sé il peso della vita di chi soffre e un prendere nella propria vita la vita e le domande degli altri.

Jeb Bush, della stessa famiglia dei più famosi presidenti USA che tante tragedie hanno portato con scelte di guerre nei decenni scorsi, candidato alla presidenza Usa, ha affermato che la Chiesa deve occuparsi di anime, non di economia. Questa presa di posizione a fronte della critica all’attuale sistema economico suggerita nella enciclica ‘Laudato sì’ è occasione per sollecitare una riflessione sul rapporto tra messaggio del vangelo realtà umana in tutte le sue dimensioni.

Fare uguaglianza è la richiesta di Paolo alla comunità di Corinto. Fare uguaglianza è la grande sfida in un mondo che si scopre segnato dalla grande separazione e ingiustizia che genera disuguaglianze. Uguaglianza non è soppressione delle differenze: siamo oggi ben consapevoli dell’importanza di riconoscere le differenze, ma la disuguaglianza che è non avere punti di partenza uguali, che è mancanza di avere possibilità per esprimere la propria umanità è il grande dramma della separazione tra coloro che sono considerati uomini/donne e coloro che sono ritenuti esclusi, diversi perché non uomini/ non donne.

I gesti di Gesù toccano i corpi e lasciano coinvolgere la sua corporeità. La fede cristiana sorge dall’incarnazione, da un rapporto che non mantiene separate le dimensioni della vita umana. La salvezza come senso pieno della vita passa attraverso anche liberazioni storiche e nella lotta contro tutto ciò che tiene le persone oppresse. Il regno di Dio promesso non è solo dimensione dell’al di là, ma investe la premura per le concrete situazioni di impoverimento e per la giustizia nell’aldiqua. Investe perciò la dimensione politica. Il messaggio del vangelo non offre soluzioni pratiche concrete che sono sempre continuamente da ricercare in ogni tempo e luogo con intelligenza e fatica, ma dà criteri di fondo per orientare la vita.

In particolare è importante la critica e la visione proposta nella ‘Laudato sì’. E’ una critica radicale ad una società mondiale in cui la dimensione economica ha il primo posto e non considera che la vita umana insieme e nella relazione con il cosmo può compiersi solo tenendo insieme aspetti economici, ma anche aspetti sociali e spirituali che costituiscono la vita profonda delle persone. Da qui la provocazione a pensare in modo diverso la stessa economia e i rapporti sociali per percorrere vie alternative e diverse rispetto ad un modello di società ridotta a dimensione mercantile dove tutto – anche le vite umane, il lavoro e la natura – viene ridotto a merce.

Alessandro Cortesi op

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