la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Archivi per il mese di “luglio, 2015”

XVIII domenica tempo ordinario anno B – 2015

DSCF6026Es 16,2-15; Ef 4,17.20-24; Gv 6,24-35

“Man hu: che cos’è?” è la domanda rivolta a Mosè di fronte allo strano fenomeno della manna, – una forma di essudazione di un arbusto del deserto – nutrimento che permise al popolo d’Israele di proseguire il cammino. “Mosè disse loro ‘E’ il pane che il Signore vi ha dato in cibo’”. Mosè riconosce in questo segno un intervento del Signore e se ne fa interprete. E’ la risposta da parte di Dio alla ribellione del popolo, stanco e logorato del cammino nel deserto.. “In quei giorni, nel deserto tutta la comunità degli israeliti mormorò contro Mosè e contro Aronne. Gli Israeliti dissero loro: ‘Fossimo morti per mano del Signore nel paese d’Egitto, quando eravamo seduti presso la pentola della carne, mangiando pane a sazietà!’…” (Es 16,2-3).

Il bisogno di cibo e di sicurezze immediate rende impazienti e sospettosi e fa rimpiangere addirittura la situazione della schiavitù, là dove il cibo era assicurato. Il verbo ‘mormorare’ indica un atteggiamento profondo di ribellione e di sospetto che dubita della presenza vicina di Dio. Il dono della manna è anche una sfida che apre ad un incontro: ‘io sono il Signore vostro Dio’. La mormorazione degli israeliti è primo passo dell’idolatria che conduce a sostituire nella vita la signoria di Dio con qualcos’altro: nella Bibbia è questo il grande peccato. E’ l’atteggiamento contrario alla fiducia nell’alleanza; anziché riconoscere il Dio vicino e affidarsi alla sua promessa si ricercano sicurezze immediate. La nostalgia di cibo sicuro anche perdendo la condizione di libertà è nutrita dal dubbio che Dio sia vicino.

La manna e le quaglie sono segni offerti di fronte alla ribellione ed al sospetto.: “Ecco, io sto per far piovere pane dal cielo per voi; il popolo uscirà a raccoglierne ogni giorno la razione di un giorno, perché io lo metta alla prova, per vedere se cammina secondo la mia legge o no.” (Es 16,4). Ma la manna potrà essere raccolta solamente per quanto è sufficiente per una giornata, è rinvio a mantenersi nell’attesa: quello che è sufficiente senza accumulo per il domani. Per comprendere che la vita del popolo in cammino trova la sua stabilità ed il suo futuro unicamente nell’affidamento a Jahwè, oltre ogni altra sicurezza. E’ proposta di un percorso di apertura alla provvidenza di Dio.

Il segno dei pani narrato dal IV vangelo al cap. 6 ha come sfondo il dono della manna nel deserto. Ad esso seguono le parole di Gesù alla folla che lo seguiva, in un discorso nella sinagoga di Cafarnao (cfr. Gv 6,59). Emerge evidente una incomprensione di fondo tra le parole e l’agire di Gesù e le attese della folla: la folla cerca Gesù perché ha trovato sazietà, ma il pane stesso è segno di un vita condivisa. “In verità, in verità vi dico, voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. Procuratevi non il cibo che perisce, ma quello che dura per la vita eterna, e che il Figlio dell’uomo vi darà” (Gv 6,26-27).

Gesù critica una ricerca che si pone secondo la logica dell’idolatria, per assecondare i propri bisogni dove anche il suo agire è strumentalizzato. La ricerca della folla non è nella disponibilità all’annuncio ma è ripiegata nella propria attesa di sicurezza. Gesù conduce gli interlocutori a compiere una traversata, da un livello di attese immediate ad un altro livello più profondo: il pane che Gesù dà, presente nel segno dei pani distribuiti, è la sua stessa vita, è il dono dell’incontro con lui, della sua amicizia per poter intendere in modo nuovo il senso della propria esistenza.

Compiere tale traversata è passaggio arduo, implica l’affidamento a lui, l’aprirsi al credere, che per il IV vangelo è lasciarsi coinvolgere in un incontro personale. I segni costituiscono occasione iniziale di un cammino a lasciarsi cambiare, fino a quell’unico segno che è la sua morte dove si manifesta la gloria/presenza di Dio. Incontrare Gesù è cammino che conduce a riconoscere che la sua presenza è al centro delle attese più radicali del cuore umano.

La questione fondamentale infatti verte sul credere: “Che cosa dobbiamo fare per compiere le opere di Dio?’ Gesù rispose: ‘Questa è l’opera di Dio: credere in colui che egli ha mandato’” (Gv 6,28-29). Il segno che Gesù dà per credere è il segno del pane, rinviando coloro che lo ascoltavano al segno della manna nel deserto. “In verità, in verità vi dico: non Mosè vi ha dato il pane dal cielo, ma il Padre mio vi dà il pane dal cielo, quello vero; il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo” (Gv 6,2-33)

Ricorre con insistenza il verbo ‘dare’ Gesù intende la sua vita nel ‘darsi’. L’itinerario del credere viene suggerito come accoglienza di colui che Dio ha mandato, nel riconoscere in Gesù l’inviato del Padre. La manna costituiva un invito a concepire il cammino nel deserto come percorso di fede. Ora Gesù presenta se stesso: “Io sono il pane della vita”. La sua vita è nutrimento per far camminare nel percorso della vita. E’ pane che può dare senso alla nostra vita e che la apre ad un orizzonte nuovo di rapporto con il Padre.

DSCF6012Alcune riflessioni per noi oggi

Una prima riflessione può riferirsi al passaggio, alla traversata a cui Gesù conduce, dalle opere all’opera del credere: l’opera di Dio è entrare nell’incontro con Gesù che si presenta pane vero, disceso dal cielo. Il cuore del credere sta in un incontro difficile a cui lasciarsi spingere e verso cui orientare il cammino. Riconoscere Gesù nel segno dei pani è entrare nel significato della sua vita come presenza che dà da vivere, e offre nutrimento. L’incontro con Gesù è scoperta che la sua vita data, condivisa è luogo di incontro con Dio e scoperta del senso più profondo della stessa vita umana.

Sono trascorsi due anni dal rapimento di Paolo Dall’Oglio gesuita fondatore del monastero di Deir Mar Musa al-Habashio in Siria avvenuto tra il 28 e 29 luglio 2013. Il suo impegno contro il regime di Assad sin dall’inizio del conflitto siriano, fu interrotto dal rapimento nei dintorni di Raqqa. Il monastero di San Mosè l’Abissino, situato nel deserto a nord di Damasco, era un segno di come diversi percorsi fede, nelle diversità, potessero incontrarsi e condividere ciò che sta al fondo dell’esperienza del credere piuttosto che dividere. Così ne ha parlato Domenico Quirico che ha sperimentato rapimento e prigionia nella sua esperienza di giornalista: “Mi interessano questi uomini come me, con la morte sotto i piedi, e la paura che, inevitabilmente, sale nel petto. Il momento in cui una vita con Gesù sembra non servire a niente, parabole, vangeli, preghiere… e ora tocca a ciascuno farsi strozzare dalla propria morte. Il silenzio apparente di dio, un dio addormentato, indifferente che assomiglia troppo a un dio morto, a un dio che forse non c’è. Non vogliono morire questi uomini. Forse anche loro chiedono il miracolo: la porta della prigione che si apre, gli aguzzini che scompaiono… Anche a loro per un attimo quella sembra la condizione necessaria per credere. Uomini, solo uomini… Due anni… La lezione più importante e inascoltata di tutto il Libro: la religione senza miracoli” (Il Papa: liberate Dall’Oglio ostaggio dove Dio non c’è, in “La Stampa”, 27 luglio 2015). Il dramma di Paolo Dall’Oglio è un frammento del dramma più vasto della Siria e del suo popolo che sta vivendo da anni la sofferenza della guerra, della migrazione, della vita da profughi.

‘Idoli della Chiesa’ è il titolo di uno dei volumetti della collana “Lampi”, scritto da Severino Dianich. La tentazione dell’idolatria non è lontana ma fa parte del quotidiano della chiesa: C’è un mormorare che implica incomprensione del cammino a cui Dio ha condotto, e sospetto sulla sua presenza: «sono i nostri idoli. Dovremmo andare a scovarli nel cuore, negli atteggiamenti e nelle azioni del singolo cristiano, delle famiglie, di ogni aggregazione sedicente cristiana» nella tensione a riscoprire il senso del «comandamento dell’unico Dio, dell’unico Signore».

C’è una ricerca di sicurezze, un rifiuto a vivere del nutrimento donato e nella fiducia, che impedisce di scorgere il pane offerto e da non trattenere, perché sia condiviso. La chiesa deve ricordare che essa non è il regno di Dio, ma a servizio del regno per cui Gesù è venuto, perché uomini e donne abbiano la vita in abbondanza. C’è da chiedersi se non stia qui la testimonianza attesa oggi dai cristiani, quale eco del vangelo: essere capaci di nutrire le attese di vita, di condividere il pane e l’esistenza, di scegliere uno stile di semplicità, non preoccupato dell’accumulo, ma attento al presente e capace di ascolto dell’altro. La testimonianza cristiana attorno al segno del pane è chiamata a guardarsi dai sottili richiami delle varie idolatrie che si nascondono anche in una vita fatta di tanti bisogni, di tanti mezzi e così occupata al punto da dimenticare il senso stesso del cammino dell’umanità.

Alessandro Cortesi op

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XVII domenica – tempo ordinario B – 2015

DSCF59762Re 4,42-44; Ef 4,1-6; Gv 6,1-15

Nel Primo testamento Eliseo è profeta che attua un distribuzione di pani: accogliendo un uomo che gli ha portato alcune primizie, lo invita a distribuire i pani alla gente. “Dallo da mangiare alla gente. Poiché così dice il Signore: ‘Ne mangeranno e ne avanzerà anche.’ Lo pose davanti a quelli, che mangiarono, e ne avanzò, secondo la parola del Signore”.

I venti pani d’orzo e farro, cibo dei poveri, sono distribuiti ad un gran numero di persone e per tutti ce n’è abbastanza: non solo tutti ne mangiarono ma anche ne avanzarono, secondo la parola del Signore. Con pochi pani il profeta aveva sfamato tanta gente, a partir da un gesto di condivisione.

Il segno del pane è al cuore del capitolo 6 del IV vangelo. La narrazione del segno dei pani nel IV vangelo (Gv 6,1-15) reca alcune tracce del ricordo del gesto di Eliseo. Il pane si rende necessario di fronte ad una grande folla che ha bisogno di mangiare. Un discepolo, Filippo, osserva che il denaro che hanno non è sufficiente anche solo per un pezzetto di pane a testa. Così anche Andrea vede l’esiguità dei pani e dei pesci a disposizione a fronte di tante persone. Ma Gesù stesso prende i cinque pani d’orzo e due pesci e li distribuisce e ce n’è per tutti. Un chiaro riferimento alla vicenda del profeta Eliseo.

Anche si possono cogliere anche rinvii alla figura di Mosè e alla manna e alle quaglie, cibo per il cammino nel deserto (Es 16; Num 11). Nel mondo giudaico era infatti presente l’attesa di Mosè che tornando avrebbe rinnovato il miracolo della manna. Gesù viene così presentato in rapporto a Mosè e Eliseo, grandi profeti.

L’episodio dei pani è situato in un luogo distante dai centri abitati e in un tempo vicino alla Pasqua, elementi che offrono una chiave di lettura per ascoltare il lungo discorso di Gesù sul ‘pane’. Le persone sono una folla immensa (cinquemila), Gesù stesso distribuisce il pane; egli ordina poi di raccogliere gli avanzi perché nulla vada perduto, a differenza della manna che deperiva se era raccolta in quantità superiore al bisogno. I dodici canestri con il loro numero sono simbolo del popolo d’Israele e dell’intera umanità.

Il IV vangelo al momento dell’ultima cena di Gesù non riporta le parole sul pane e sul calice ma pone qui, al capitolo 6, alcuni riferimenti all’eucaristia. Il verbo usato per dire l’azione di Gesù è ‘render grazie’ (eucharisteo): “Allora Gesù prese i pani e dopo aver reso grazie (eucharistesas), li distribuì a quelli che erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, finché ne vollero”.

Il segno dei pani costituisce uno dei ‘segni’ nella prima parte del vangelo (cap.1-11), che rivelano l’identità di Gesù ed invitano ad andare oltre. Accompagna ad una comprensione della sua persona. Gesù stesso distribuisce i pani: con questo gesto rivela se stesso. Il culmine del suo rivelarsi sta nell’espressione di Gv 6,35: “Io sono il pane della vita: chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà più sete”.

Di fronte a questo segno però sorge una profonda incomprensione delle folle. Esse riconoscono in Gesù un profeta e vogliono prenderlo per farlo re: “Ma Gesù, sapendo che stavano per venire a prenderlo per farlo re, si ritirò sulla montagna tutto solo”. Egli fugge quella ricerca generata solo dal fatto di essere stati saziati. Prende le distanze dalla ricerca di un messia da strumentalizzare a servizio di interessi e necessità.

Il IV vangelo presenta Gesù come colui che convoca il banchetto della fine dei tempi annunciato dai gesti di Elia e di Eliseo, aperto a tutti, e sollecita chi ne fa parte ad aprirsi ad un nuovo modo di intendere l’esistenza.

L’accenno alla vicinanza della festa di pasqua rinvia al banchetto dell’Eucaristia: il segno del pane raccoglie in sé tutta la vita di Gesù, e spinge ad intendere la vita come pane da spezzare. La condivisione e la distribuzione del pane (il cibo, i beni, le energie, le competenze e con essi tutto ciò che abbiamo e ciò che siamo) costituisce esperienza indispensabile per vivere l’incontro con Gesù stesso.

DSCN0759Alcune riflessioni per noi oggi

Condividere il pane nel tempo degli egoismi. Al banchetto della terra oggi condividere il pane diviene un segno che può rivelare un’umanità capace di compassione.

Si sta svolgendo a Milano l’Expo 2015 sul tema ‘nutrire il pianeta’. Il 1 maggio 2015 papa Francesco ha inviato un video-messaggio in occasione dell’inaugurazione. In esso diceva: “(Gesù) ci ha insegnato a chiedere a Dio Padre: “Dacci oggi il nostro pane quotidiano”. La Expo è un’occasione propizia per globalizzare la solidarietà. Cerchiamo di non sprecarla ma di valorizzarla pienamente! In particolare, ci riunisce il tema: “Nutrire il pianeta, energia per la vita”. Anche di questo dobbiamo ringraziare il Signore: per la scelta di un tema così importante, così essenziale… purché non resti solo un “tema”, purché sia sempre accompagnato dalla coscienza dei “volti”: i volti di milioni di persone che oggi hanno fame, che oggi non mangeranno in modo degno di un essere umano. Vorrei che ogni persona – a partire da oggi –, ogni persona che passerà a visitare la Expo di Milano, attraversando quei meravigliosi padiglioni, possa percepire la presenza di quei volti. Una presenza nascosta, ma che in realtà dev’essere la vera protagonista dell’evento: i volti degli uomini e delle donne che hanno fame, e che si ammalano, e persino muoiono, per un’alimentazione troppo carente o nociva. Il “paradosso dell’abbondanza” – espressione usata da san Giovanni Paolo II parlando proprio alla FAO (Discorso alla I Conferenza sulla Nutrizione, 1992) – persiste ancora, malgrado gli sforzi fatti e alcuni buoni risultati. Anche la Expo, per certi aspetti, fa parte di questo “paradosso dell’abbondanza”, se obbedisce alla cultura dello spreco, dello scarto, e non contribuisce ad un modello di sviluppo equo e sostenibile. Dunque, facciamo in modo che questa Expo sia occasione di un cambiamento di mentalità, per smettere di pensare che le nostre azioni quotidiane – ad ogni grado di responsabilità – non abbiano un impatto sulla vita di chi, vicino o lontano, soffre la fame. Penso a tanti uomini e donne che patiscono la fame, e specialmente alla moltitudine di bambini che muoiono di fame nel mondo”.

Due giorni fa una persona si è fatta esplodere nel giardino di un centro culturale a Suruç, città della Turchia sudorientale al confine con la Siria. L’esito di questa esplosione è stata l’uccisione di trentadue ragazze e ragazzi turchi e un centinaio di feriti. Appartenevano alla Federazione delle associazioni giovanili socialiste e stavano organizzando il loro servizio a Kobane, al confine con la Siria, per partecipare alla ricostruzione della città, simbolo della lotta all’Isis. Da una parte ragazze e ragazzi che si sentivano coinvolti nel dolore e nelle speranze di un popolo da aiutare a sollevare. Dall’altro la folle lucidità omicida di chi con questo gesto pensava di render gloria a Dio, con l’idea di un Dio assetato di sangue e di violenza. Da un lato quindi una giovane che aspirava al premio dei martiri – secondo una visione deformata della religione – dall’altro autentici testimoni di solidarietà umana che contro la loro volontà hanno perso la vita. La morte dei ragazzi di Kobane, la meglio gioventù turca, ci ricorda il senso del condividere. Essi, giovani con progetti e sogni aperti al futuro, intendevano dedicare tempo ed energie per chi viveva nelle macerie della guerra e della barbarie.

Possiamo fare nostro ciò che osserva la scrittrice Joumana Haddad: “a dire la verità, non vorrei dimenticare: non vorrei mai vivere in un mondo dove sia «normale» camminare sui cadaveri per andare a scuola in Libano, dove sia normale sentire che di persone bruciate vive in Siria e venire a sapere che una diciottenne si è fatta saltare in aria in Turchia… Non vorrei vivere in un mondo dove noi esseri viventi saremo più morti dei morti perché avremo perso l’unica cosa che ci rende degni di vita: la nostra umanità” (Non dimentichiamo è l’unico modo di resistere all’Isis, “Corriere della sera”, 22 luglio 2015).

Alessandro Cortesi op

XVI domenica tempo ordinario B – 2015

buon-pastore

(I.Rupnik, Gesù pastore)

Ger 23,1-6; Ef 2,13-18; Mc 6,30-34

Agli apostoli riuniti attorno che “gli riferivano tutto quello che avevano fatto e insegnato” Gesù suggerisce un momento di riposo: “Venite in disparte, in un luogo solitario, e riposatevi un po’”.

L’esito di ogni ‘fare e insegnare’, il senso di tutta l’attività degli apostoli inviati ad andare, sta ora nel riposo, nel prendere il respiro giusto, in disparte dall’agitazione e dalla preoccupazione su quanto è stato compiuto e su quanto è da fare. Gesù comunica ai suoi un’esperienza che sta al cuore della sua vita. Marco, tra gli altri evangelisti lo sottolinea: nei momenti in cui veniva cercato e le folle lo circondavano, Gesù si ritirava tutto solo, in un luogo solitario (cfr. Mc 1,35; 6,46). In questo deserto, nel ritiro, e nella solitudine che pone distanza da tutto ciò che è visibilità e riconoscimento si nasconde un segreto profondo della sua esistenza. Gesù è così ritratto come uomo di preghiera, capace di libertà dalle cose, capace di porre un limite all’attività, capace di silenzio e abbandono. Al cuore della sua vita sta l’intimità del suo rapporto con l’ ‘Abbà’, il Padre suo.

Gesù invita anche i suoi in disparte. Li accompagna così a scorgere ciò che costituisce la radice e la sorgente di ogni loro fare e insegnare: la relazione viva personale ed intima con il Padre. Solamente nell’abbandono a lui si ritrova il senso di ogni cosa perché si può sperimentare il lasciar fare al posot del fare, il perdersi in lui anziché la ricera di se stessi .

La preghiera per Gesù è stare in questa relazione come tempo di incontro, e così intende trasmettere ai suoi la preziosità del tempo donato. Un tempo segnato dal fermarsi, dal dare spazio per ricevere, dal riconoscere che ogni cosa viene dal Padre, dall’abbandono fiducioso in Colui che ha cura di noi. Il ‘luogo solitario’ è il deserto: nella Bibbia deserto è luogo in cui è difficile vivere, in cui si sperimenta l’ostilità delle cose e la prova. Ma è anche il luogo del cammino di libertà, dove, senza difese, si può vivere l’abbandono a Dio nell’amore. Deserto è là dove Dio attrae per vivere l’incontro: “Perciò, ecco la attirerò a me, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore… E avverrà in quel giorno – oracolo del Signore – mi chiamerai marito mio, e non mi chiamerai più: mio padrone”. (Os 2,16.18) E’ il deserto il luogo dell’esperienza nuova di Dio, del cambiamento nell’accogliere il dono di un rapporto con lui non da servi, ma da amici.

“(Gesù) vide molta folla e si commosse per loro, perché erano come pecore senza pastore, e si mise ad insegnare molte cose”. Lo ‘stringersi delle viscere’ è espressione del patire interiore della donna che ‘sente’ dentro di sé, in una stretta che prende corporeità e affetti, la sofferenza e i sentimenti dei figli. Gesù si lascia coinvolgere pienamente nella vita di chi incontra. La sua compassione lo prende totalmente e attraversa la sua persona. Non è un distante e paternalistico sguardo benevolo o di assistenza. E con la sua tenerezza fa scorgere le ‘viscere di misericordia’ di Dio: “Non è forse Efraim un figlio caro per me, un mio fanciullo prediletto? Infatti, dopo averlo minacciato me ne ricordo sempre più vivamente. Per questo le mie viscere si commuovono per lui, provo per lui profonda tenerezza” (Ger 31,20)

Marco indica in questo tratto ciò che distingue il pastore: la capacità di soffrire insieme, di accogliere in sé il grido del povero, di accompagnare il passo affaticato di chi è oppresso. Dio stesso è l’unico pastore che si fa vicino: “Come un pastore egli fa pascolare il gregge e con il suo braccio lo raduna, porta gli agnellini sul petto e conduce pian piano le pecore madri” (Is 4,11; cfr Dt 32,11). L’autentico pastore di un gregge disperso e senza guida è Jahwè. Gesù vede le folle che lo cercano come gregge disperso in attesa di un pastore capace di offrire cura e attenzione: “Radunerò io stesso il resto delle mie pecore da tutte le regioni dove le ho lasciate scacciare e le farò tornare ai loro pascoli: saranno feconde e si moltiplicheranno. Costituirò sopra di esse pastori che le faranno pascolare” (Ger 23,3-4). La vita di Gesù è quel germoglio giusto annunciato: ‘regnerà da vero re e sarà saggio ed eserciterà il diritto e la giustizia sulla terra’ (Ger 23,5).

La fedeltà di Jahwè si rende vicina a noi nella sua presenza. E’ Gesù colui che risponde alla preghiera rivolta da Mosè a Dio: “Il Signore, il Dio della vita in ogni essere vivente, metta a capo di questa comunità un uomo che li preceda nell’uscire e nel tornare, perché la comunità del Signore non sia un gregge senza pastore” (cfr. Num 27,16-17). La sua vita è un grande raduno e convocazione di affaticati e oppressi. Nell’incontro con lui germoglia l’affetto pieno di cura e tenerezza del Dio il cui volto ha i tratti delicati della benevolenza di un padre e/o di una madre che ama.

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Alcune osservazioni per noi oggi

Nei giorni scorsi è morto Arturo Paoli, all’età di 102 anni, testimone della chiesa del Vaticano II, testimone di una spiritualità che ha posto al centro l’essenziale e Gesù come unico pastore, vivendo il coraggio di opporsi e scontrarsi con le forme del potere politico e religioso che attuano le logiche dei pastori che sfruttano i popoli.

Al suo funerale sono risuonate alcune sue parole forti che hanno richiamato al sistema politico ingiusto che ha costruito l’occidente cosiddetto cristiano. E’ quel sistema di ‘inequità’ che Francesco, vescovo di Roma ha denunciato anche recentemente in un discorso all’assemblea dei movimenti popolari a Santa Cruz della Sierra in Bolivia il 9 luglio u.s. : “Sappiamo riconoscere che le cose non stanno andando bene in un mondo dove ci sono tanti contadini senza terra, molte famiglie senza casa, molti lavoratori senza diritti, molte persone ferite nella loro dignità?  Riconosciamo che le cose non stanno andando bene quando esplodono molte guerre insensate e la violenza fratricida aumenta nei nostri quartieri? Sappiamo riconoscere che le cose non stanno andando bene quando il suolo, l’acqua, l’aria e tutti gli esseri della creazione sono sotto costante minaccia? E allora diciamolo senza timore: abbiamo bisogno e vogliamo un cambiamento (…) Perché non si tratta di problemi isolati. Mi chiedo se siamo in grado di riconoscere che queste realtà distruttive rispondono ad un sistema che è diventato globale. Sappiamo riconoscere che questo sistema ha imposto la logica del profitto ad ogni costo, senza pensare all’esclusione sociale o alla distruzione della natura? Se è così, insisto, diciamolo senza timore: noi vogliamo un cambiamento, un vero cambiamento, un cambiamento delle strutture. Questo sistema non regge più, non lo sopportano i contadini, i lavoratori, le comunità, i villaggi …. E non lo sopporta più la Terra, la sorella Madre Terra, come diceva san Francesco. Vogliamo un cambiamento nella nostra vita, nei nostri quartieri, nel salario minimo, nella nostra realtà più vicina; e pure un cambiamento che tocchi tutto il mondo perché oggi l’interdipendenza planetaria richiede risposte globali ai problemi locali. La globalizzazione della speranza, che nasce dai Popoli e cresce tra i poveri, deve sostituire questa globalizzazione dell’esclusione e dell’indifferenza!”

Sempre al funerale di Arturo Paoli è anche risuonata l’espressione a lui cara che traeva da Teilhard de Chardin: ‘amorizzare il mondo‘. Sintesi della chiamata a cui i credenti in Cristo sono invitati nel farsi carico di ogni istanza di liberazione e stando a fianco dei poveri come ‘piccoli fratelli’.

Un’ultima parola è stato abbandono. Arturo Paoli aveva fatto propria la preghiera di Charles De Foucauld che nella sua semplicità esprime il senso profondo dell’esistenza cristiana: Padre mio mi abbandono a te

Padre mio, mi abbandono a te,
fa di me ciò che ti piace.
Qualunque cosa tu faccia di me
Ti ringrazio.
Sono pronto a tutto, accetto tutto.
La tua volontà si compia in me,
in tutte le tue creature.
Non desidero nient’altro, mio Dio.
Affido la mia anima alle tue mani
Te la dono mio Dio,
con tutto l’amore del mio cuore
perché ti amo,
ed è un bisogno del mio amore
il donarmi
il mettermi nelle tue mani senza riserve
con una confidenza infinita
perché Tu sei il Padre mio.

Alessandro Cortesi op

Vicini ad un popolo allo stremo

123623470-f24a4a07-bfa9-421d-a78d-ffb8b337c121La foto di un pensionato greco seduto a terra sconsolato nel suo pianto vale più di molte parole sulla situazione che sta vivendo un popolo che appartiene al cuore dell’Europa e verso cui il debito di umanità e cultura che abbiamo – e quello di solidarietà in fedeltà all’idea di Europa sorta sulle ceneri fumanti delle distruzioni della seconda guerra mondiale –  supera di gran lunga ogni debito di tipo finanziario. Riporto un messaggio ricevuto stamani da una persona amica italiana, che risiede in Grecia per ragioni di lavoro, quale motivo di riflessione per tutti coloro che seguono questo blog (ac)

“Oggi pensate e pregate per la Grecia, amici miei, ne va del destino di milioni di persone che in questi giorni con dignità, in silenzio fanno la fila per 60 euro da accumulare per poter pagare affitti e bollette. Se vince il sì, vince la corruzione, vince lo strapotere di un paese, la Germania che ha concorso pesantemente a ridurre la Grecia in questo stato, vincono le banche, gli armatori greci che decidono solo per i propri interessi. Sono ore difficili ma vissute con coraggio, con responsabilità; non fidatevi di cosa dicono telegiornali e giornali, li seguo anch’io da qui e sono tutte falsità, credetemi tutte falsità! Tsipras in 5 mesi non poteva risolvere un disastro durato 50 anni, e che ora gli altri partiti sperino nella caduta del governo per ergersi a salvatori della patria, proprio  loro che fin a 5 mesi fa rubavano impunemente, E’ INSOPPORTABILE! (…) Chiedo a Dio, signore della storia, un occhio di riguardo” (sb)

XIV domenica del tempo ordinario B – 2015

the-calling-of-ezekiel-ezekiel-ii-8x-iii-3.jpg!Blog(Chagall, La chiamata di Ezechiele)

Ez 2,2-5; 2Cor 12,7-10; Mc 6,1-6

“Ascoltino o non ascoltino – perché sono una genia di ribelli – sapranno almeno che un profeta si trova in mezzo a loro… tu riferirai loro le mie parole” (Ez 2,5.7).

Ezechiele descrive la sua chiamata e invio al popolo: dal Signore gli è chiesto di aprire la bocca e di ingoiare un rotolo scritto: “‘apri la bocca e mangia ciò che io ti do’. Io guardai, ed ecco, una mano tesa verso di me teneva un rotolo. Lo spiegò davanti a me; era scritto da una parte e dall’altra e conteneva lamenti, pianti e guai” (Ez 2,8-10). E’ appello e invio a vivere una missione profetica: deve lasciarsi riempire la bocca e l’esistenza totalmente dalle parole di Jahwè. Il profeta è quindi innanzitutto uomo della Parola, testimone di una parola che lo prende, ‘da mangiare’, chiamato a stare in ascolto e a farsene eco davanti agli altri con la sua vita.

Ma lasciare che la parola di Dio guidi la vita conduce i profeti a scontrarsi con indifferenza e sordità, con la ribellione  sino al rifiuto e alla violenza. La parola del profeta è infatti scomoda, perché chiama a cambiamento, destabilizza, pone in discussione le immagini di Dio acquisite. Ha una funzione critica di fronte ad ogni assolutismo politico come anche di fronte al tentativo sempre presente di rinchiudere la parola di Jahwè in un sistema religioso di potere e di privilegio.

Ezechiele ingoia il rotolo scritto e questo diviene forza critica del suo annuncio e appello ad un cambiamento mai concluso della vita nei suoi vari aspetti individuali e sociali. Per questo il profeta è l’uomo della fede. Non è una fede disincarnata, ma investe le relazioni, la vita sociale, la politica. Per questo nella storia d’Israele si crea una forte tensione tra i profeti e l’istituzione regale e sacerdotale, espressioni di un dominio che assume le forme di una politica che dimentica i poveri e di una religione che non guarda alla vita, ma si compiace di riti, norme e sacrifici.

La presenza di Gesù colpì i suoi contemporanei per il suo stile proprio dei profeti. Nei vangeli il titolo di ‘profeta’ è usato per esprimere la sua identità. Gesù si presenta come uomo libero, e già questo fa problema (cfr Mc 1,27). Ai compaesani di Nazareth fa problema non solo e non tanto la sua autorevolezza, ma ancor più che tale libertà sia vissuta da qualcuno di cui si conosce la provenienza, qual è la sua famiglia: ‘uno dei nostri’. Proprio per questo vorrebbero che fosse rinchiuso nelle loro esigenze, sotto il loro controllo: ‘il carpentiere, il figlio di Maria, il fratello di Joses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle non stanno qui da noi?” (Mc 6,3). La vita di Gesù si inserisce nella vita ordinaria di una famiglia, in un paese, in un storia, è vita segnata dall’ordinarietà, non ha tratti di straordinario ed eccentrico che possano attirare per motivi esteriori. Il suo volto di uomo non corrisponde alle loro attese riguardo al divino. Questo rifiuto racchiude un’idea di Dio lontano e relegato nella sfera del sacro e della religione. La libertà di Gesù è avvertita come minaccia.

I compaesani non si lasciano mettere in discussione. La presenza di Gesù non ha segni eclatanti, è troppo vicina, senza quei segni del meraviglioso, del tremendo che si collegano alla religione e ad un’idea di Dio come dominatore. Gesù non s’impone ma è debole, dimesso, povero. In questo è profeta: pone la questione di un cambiamento del modo di pensare Dio. Non nei termini dell’onnipotenza, della grandezza, del sacro, ma nell’orizzonte della vicinanza, dell’accoglienza, della piccolezza. Quelli della ‘sua patria’ si rifiutano di accogliere nelle parole e nei gesti di Gesù la presenza di Dio che si fa vicino nell’ordinario e nel quotidiano, nelle realtà umane e feriali della vita, nel tessuto dei rapporti del paese e della parentela.

Tutto ciò è accompagnato dalla pretesa di essere i difensori della dignità di un Dio che non può contaminarsi con il quotidiano e che peraltro diviene giustificazione per mantenere intatti i rapporti di potere e il proprio prestigio sacrale o politico. Tale rifiuto è letto come mancanza di fede e indicato come durezza di cuore: “E si meravigliava della loro mancanza di fede” (Mc 6,5-6).

Questo episodio è posto immediatamente prima di una serie di gesti di Gesù, in cui è lodata la fede di chi si accosta a lui con fiducia (Mc 4,35-5,43). Si evidenza così il contrasto tra i vicini, i suoi, che non si lasciano interrogare dalla sua presenza e chi invece, senza diritti e senza pretese, è aperto all’incontro con lui e vive la fede come affidamento. Per accogliere Gesù è necessario una disposizione di apertura del cuore, lasciare la tensione a possedere Dio, ad averlo tra le mani. Chi si apre alla fede accoglie Gesù come profeta e scorge in lui quella parola di Dio a cui dare la disponibilità della vita.

DSCN0503Alcune riflessioni per noi oggi

Gesù è profeta rifiutato dai suoi. Fa pensare questa filo rosso che attraversa nel vangelo di Marco: i capi del popolo, i compaesani di Gesù, i discepoli, i più vicini gli oppongono rifiuto e non comprendono, mantenendo un cuore insensibile. Ci sono invece altri personaggi, diversi, che lo accolgono: il cieco sulla strada, la donna che unge il suo capo prima della passione, Simone di Cirene, costretto a portare la croce con lui verso il calvario. Chi segue Gesù non appartiene al gruppo dei più vicini, anzi questi ultimi non comprendono e vivono la durezza del cuore. E’ un dato che può farci riflettere. Durezza del cuore oggi è atteggiamento che innerva tutte le forme del clericalismo, tutti i modi di concepire la religione in modo che esclude ed emargina, tutte le attitudini che pensano ad una dottrina che non tiene conto della vita delle persone. Poi ci sono i profeti, coloro che si lasciano cambiare e nella loro vita coltivano la fede come disponibilità all’incontro. Non sono noti per lo più, sono i profeti del quotidiano, oltre le appartenenze, oltre le chiusure identitarie, sono coloro che hanno un cuore pulsante e vivo. Di solito sono persone in ricerca e che non si avvertono arrivate. Non sono le appartenenze, gli schieramenti, la costruzione di gruppi esclusivi che fa la sequela, ma la disponibilità ad un cambiamento profondo della vita.

La menzione della famiglia di Gesù, dei suoi fratelli e delle sue sorelle, è un elemento che ha fatto difficoltà sin dall’antichità e ha visto interpretazioni che fanno riferimento a varie presenze di una famiglia allargata. In ogni caso questo squarcio così concreto sulla vita di Gesù tra i suoi, parla di una vita pienamente umana, del suo essere inserito in una rete di relazioni, in una famiglia. In questa pagina Marco apre a considerare che Gesù ha vissuto pienamente una storia umana: la sua è storia di un vivente. Nel tessuto della convivenza, nelle relazioni umane, in una famiglia fatta di tante presenze si dipana una storia di salvezza. Nazareth è indicazione del quotidiano, di tutto ciò che non è lontano e irraggiungibile, ma è limitato, a misura non dei grandi ma dei piccoli della terra. Questa dimensione non è dimenticata da Dio: è il rovesciamento di una comprensione di Dio come Dio dei grandi e dei ricchi, o Dio dell’aldilà che nulla ha ache fare con l’aldiqua e con una vita che su questa terra sperimenta le sue fatiche e gioie. Dio è presenza che si fa vicina ai poveri. In questa Nazareth si può vivere accoglienza o incredulità.

Ricordando la testimonianza di profezia di mons. Romero così scrive J.M.Castillo: “La prima cosa che tutto ciò ci dice è che la fede in Gesù è fede in Dio. Ma è una fede in Dio che incontriamo nell’ ‘umano’, nella realtà umana di Gesù. Nella sua condizione umana. Tenendo conto che se parliamo della condizione umana, ci stiamo riferendo a ciò che è ‘comune a tutti gli umani’ , quali che siano le loro differenze culturali, sociali, politiche e, pertanto, le loro differenze religiose. In questo senso parlare dell’umano è parlare di laicità. Di quello che è previo al ‘religioso'” (J.M.Castillo, Morire per la fede o per difendere la vita?, “Adista” 49, 30 maggio 2015,6). Gesù ha vissuto nella sua esistenza tre preoccupazioni: la salute umana (nelle guarigioni), la possibilità di mangiare (nelle riunioni in pasti comuni e nel cibo condiviso), le relazioni umane (centrate sulla bontà che è riflesso della bontà di Dio come Padre), tre preoccupazioni anteposte ad ogni osservanza di tradizioni religiose. Vivere oggi la profezia è scorgere come portare avanti le preoccupazioni di Gesù, accogliendo il volto di Dio che si dà ad incontrare nella realtà umana.

Alessandro Cortesi op

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