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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

XIV domenica del tempo ordinario B – 2015

the-calling-of-ezekiel-ezekiel-ii-8x-iii-3.jpg!Blog(Chagall, La chiamata di Ezechiele)

Ez 2,2-5; 2Cor 12,7-10; Mc 6,1-6

“Ascoltino o non ascoltino – perché sono una genia di ribelli – sapranno almeno che un profeta si trova in mezzo a loro… tu riferirai loro le mie parole” (Ez 2,5.7).

Ezechiele descrive la sua chiamata e invio al popolo: dal Signore gli è chiesto di aprire la bocca e di ingoiare un rotolo scritto: “‘apri la bocca e mangia ciò che io ti do’. Io guardai, ed ecco, una mano tesa verso di me teneva un rotolo. Lo spiegò davanti a me; era scritto da una parte e dall’altra e conteneva lamenti, pianti e guai” (Ez 2,8-10). E’ appello e invio a vivere una missione profetica: deve lasciarsi riempire la bocca e l’esistenza totalmente dalle parole di Jahwè. Il profeta è quindi innanzitutto uomo della Parola, testimone di una parola che lo prende, ‘da mangiare’, chiamato a stare in ascolto e a farsene eco davanti agli altri con la sua vita.

Ma lasciare che la parola di Dio guidi la vita conduce i profeti a scontrarsi con indifferenza e sordità, con la ribellione  sino al rifiuto e alla violenza. La parola del profeta è infatti scomoda, perché chiama a cambiamento, destabilizza, pone in discussione le immagini di Dio acquisite. Ha una funzione critica di fronte ad ogni assolutismo politico come anche di fronte al tentativo sempre presente di rinchiudere la parola di Jahwè in un sistema religioso di potere e di privilegio.

Ezechiele ingoia il rotolo scritto e questo diviene forza critica del suo annuncio e appello ad un cambiamento mai concluso della vita nei suoi vari aspetti individuali e sociali. Per questo il profeta è l’uomo della fede. Non è una fede disincarnata, ma investe le relazioni, la vita sociale, la politica. Per questo nella storia d’Israele si crea una forte tensione tra i profeti e l’istituzione regale e sacerdotale, espressioni di un dominio che assume le forme di una politica che dimentica i poveri e di una religione che non guarda alla vita, ma si compiace di riti, norme e sacrifici.

La presenza di Gesù colpì i suoi contemporanei per il suo stile proprio dei profeti. Nei vangeli il titolo di ‘profeta’ è usato per esprimere la sua identità. Gesù si presenta come uomo libero, e già questo fa problema (cfr Mc 1,27). Ai compaesani di Nazareth fa problema non solo e non tanto la sua autorevolezza, ma ancor più che tale libertà sia vissuta da qualcuno di cui si conosce la provenienza, qual è la sua famiglia: ‘uno dei nostri’. Proprio per questo vorrebbero che fosse rinchiuso nelle loro esigenze, sotto il loro controllo: ‘il carpentiere, il figlio di Maria, il fratello di Joses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle non stanno qui da noi?” (Mc 6,3). La vita di Gesù si inserisce nella vita ordinaria di una famiglia, in un paese, in un storia, è vita segnata dall’ordinarietà, non ha tratti di straordinario ed eccentrico che possano attirare per motivi esteriori. Il suo volto di uomo non corrisponde alle loro attese riguardo al divino. Questo rifiuto racchiude un’idea di Dio lontano e relegato nella sfera del sacro e della religione. La libertà di Gesù è avvertita come minaccia.

I compaesani non si lasciano mettere in discussione. La presenza di Gesù non ha segni eclatanti, è troppo vicina, senza quei segni del meraviglioso, del tremendo che si collegano alla religione e ad un’idea di Dio come dominatore. Gesù non s’impone ma è debole, dimesso, povero. In questo è profeta: pone la questione di un cambiamento del modo di pensare Dio. Non nei termini dell’onnipotenza, della grandezza, del sacro, ma nell’orizzonte della vicinanza, dell’accoglienza, della piccolezza. Quelli della ‘sua patria’ si rifiutano di accogliere nelle parole e nei gesti di Gesù la presenza di Dio che si fa vicino nell’ordinario e nel quotidiano, nelle realtà umane e feriali della vita, nel tessuto dei rapporti del paese e della parentela.

Tutto ciò è accompagnato dalla pretesa di essere i difensori della dignità di un Dio che non può contaminarsi con il quotidiano e che peraltro diviene giustificazione per mantenere intatti i rapporti di potere e il proprio prestigio sacrale o politico. Tale rifiuto è letto come mancanza di fede e indicato come durezza di cuore: “E si meravigliava della loro mancanza di fede” (Mc 6,5-6).

Questo episodio è posto immediatamente prima di una serie di gesti di Gesù, in cui è lodata la fede di chi si accosta a lui con fiducia (Mc 4,35-5,43). Si evidenza così il contrasto tra i vicini, i suoi, che non si lasciano interrogare dalla sua presenza e chi invece, senza diritti e senza pretese, è aperto all’incontro con lui e vive la fede come affidamento. Per accogliere Gesù è necessario una disposizione di apertura del cuore, lasciare la tensione a possedere Dio, ad averlo tra le mani. Chi si apre alla fede accoglie Gesù come profeta e scorge in lui quella parola di Dio a cui dare la disponibilità della vita.

DSCN0503Alcune riflessioni per noi oggi

Gesù è profeta rifiutato dai suoi. Fa pensare questa filo rosso che attraversa nel vangelo di Marco: i capi del popolo, i compaesani di Gesù, i discepoli, i più vicini gli oppongono rifiuto e non comprendono, mantenendo un cuore insensibile. Ci sono invece altri personaggi, diversi, che lo accolgono: il cieco sulla strada, la donna che unge il suo capo prima della passione, Simone di Cirene, costretto a portare la croce con lui verso il calvario. Chi segue Gesù non appartiene al gruppo dei più vicini, anzi questi ultimi non comprendono e vivono la durezza del cuore. E’ un dato che può farci riflettere. Durezza del cuore oggi è atteggiamento che innerva tutte le forme del clericalismo, tutti i modi di concepire la religione in modo che esclude ed emargina, tutte le attitudini che pensano ad una dottrina che non tiene conto della vita delle persone. Poi ci sono i profeti, coloro che si lasciano cambiare e nella loro vita coltivano la fede come disponibilità all’incontro. Non sono noti per lo più, sono i profeti del quotidiano, oltre le appartenenze, oltre le chiusure identitarie, sono coloro che hanno un cuore pulsante e vivo. Di solito sono persone in ricerca e che non si avvertono arrivate. Non sono le appartenenze, gli schieramenti, la costruzione di gruppi esclusivi che fa la sequela, ma la disponibilità ad un cambiamento profondo della vita.

La menzione della famiglia di Gesù, dei suoi fratelli e delle sue sorelle, è un elemento che ha fatto difficoltà sin dall’antichità e ha visto interpretazioni che fanno riferimento a varie presenze di una famiglia allargata. In ogni caso questo squarcio così concreto sulla vita di Gesù tra i suoi, parla di una vita pienamente umana, del suo essere inserito in una rete di relazioni, in una famiglia. In questa pagina Marco apre a considerare che Gesù ha vissuto pienamente una storia umana: la sua è storia di un vivente. Nel tessuto della convivenza, nelle relazioni umane, in una famiglia fatta di tante presenze si dipana una storia di salvezza. Nazareth è indicazione del quotidiano, di tutto ciò che non è lontano e irraggiungibile, ma è limitato, a misura non dei grandi ma dei piccoli della terra. Questa dimensione non è dimenticata da Dio: è il rovesciamento di una comprensione di Dio come Dio dei grandi e dei ricchi, o Dio dell’aldilà che nulla ha ache fare con l’aldiqua e con una vita che su questa terra sperimenta le sue fatiche e gioie. Dio è presenza che si fa vicina ai poveri. In questa Nazareth si può vivere accoglienza o incredulità.

Ricordando la testimonianza di profezia di mons. Romero così scrive J.M.Castillo: “La prima cosa che tutto ciò ci dice è che la fede in Gesù è fede in Dio. Ma è una fede in Dio che incontriamo nell’ ‘umano’, nella realtà umana di Gesù. Nella sua condizione umana. Tenendo conto che se parliamo della condizione umana, ci stiamo riferendo a ciò che è ‘comune a tutti gli umani’ , quali che siano le loro differenze culturali, sociali, politiche e, pertanto, le loro differenze religiose. In questo senso parlare dell’umano è parlare di laicità. Di quello che è previo al ‘religioso'” (J.M.Castillo, Morire per la fede o per difendere la vita?, “Adista” 49, 30 maggio 2015,6). Gesù ha vissuto nella sua esistenza tre preoccupazioni: la salute umana (nelle guarigioni), la possibilità di mangiare (nelle riunioni in pasti comuni e nel cibo condiviso), le relazioni umane (centrate sulla bontà che è riflesso della bontà di Dio come Padre), tre preoccupazioni anteposte ad ogni osservanza di tradizioni religiose. Vivere oggi la profezia è scorgere come portare avanti le preoccupazioni di Gesù, accogliendo il volto di Dio che si dà ad incontrare nella realtà umana.

Alessandro Cortesi op

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