la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

XVI domenica tempo ordinario B – 2015

buon-pastore

(I.Rupnik, Gesù pastore)

Ger 23,1-6; Ef 2,13-18; Mc 6,30-34

Agli apostoli riuniti attorno che “gli riferivano tutto quello che avevano fatto e insegnato” Gesù suggerisce un momento di riposo: “Venite in disparte, in un luogo solitario, e riposatevi un po’”.

L’esito di ogni ‘fare e insegnare’, il senso di tutta l’attività degli apostoli inviati ad andare, sta ora nel riposo, nel prendere il respiro giusto, in disparte dall’agitazione e dalla preoccupazione su quanto è stato compiuto e su quanto è da fare. Gesù comunica ai suoi un’esperienza che sta al cuore della sua vita. Marco, tra gli altri evangelisti lo sottolinea: nei momenti in cui veniva cercato e le folle lo circondavano, Gesù si ritirava tutto solo, in un luogo solitario (cfr. Mc 1,35; 6,46). In questo deserto, nel ritiro, e nella solitudine che pone distanza da tutto ciò che è visibilità e riconoscimento si nasconde un segreto profondo della sua esistenza. Gesù è così ritratto come uomo di preghiera, capace di libertà dalle cose, capace di porre un limite all’attività, capace di silenzio e abbandono. Al cuore della sua vita sta l’intimità del suo rapporto con l’ ‘Abbà’, il Padre suo.

Gesù invita anche i suoi in disparte. Li accompagna così a scorgere ciò che costituisce la radice e la sorgente di ogni loro fare e insegnare: la relazione viva personale ed intima con il Padre. Solamente nell’abbandono a lui si ritrova il senso di ogni cosa perché si può sperimentare il lasciar fare al posot del fare, il perdersi in lui anziché la ricera di se stessi .

La preghiera per Gesù è stare in questa relazione come tempo di incontro, e così intende trasmettere ai suoi la preziosità del tempo donato. Un tempo segnato dal fermarsi, dal dare spazio per ricevere, dal riconoscere che ogni cosa viene dal Padre, dall’abbandono fiducioso in Colui che ha cura di noi. Il ‘luogo solitario’ è il deserto: nella Bibbia deserto è luogo in cui è difficile vivere, in cui si sperimenta l’ostilità delle cose e la prova. Ma è anche il luogo del cammino di libertà, dove, senza difese, si può vivere l’abbandono a Dio nell’amore. Deserto è là dove Dio attrae per vivere l’incontro: “Perciò, ecco la attirerò a me, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore… E avverrà in quel giorno – oracolo del Signore – mi chiamerai marito mio, e non mi chiamerai più: mio padrone”. (Os 2,16.18) E’ il deserto il luogo dell’esperienza nuova di Dio, del cambiamento nell’accogliere il dono di un rapporto con lui non da servi, ma da amici.

“(Gesù) vide molta folla e si commosse per loro, perché erano come pecore senza pastore, e si mise ad insegnare molte cose”. Lo ‘stringersi delle viscere’ è espressione del patire interiore della donna che ‘sente’ dentro di sé, in una stretta che prende corporeità e affetti, la sofferenza e i sentimenti dei figli. Gesù si lascia coinvolgere pienamente nella vita di chi incontra. La sua compassione lo prende totalmente e attraversa la sua persona. Non è un distante e paternalistico sguardo benevolo o di assistenza. E con la sua tenerezza fa scorgere le ‘viscere di misericordia’ di Dio: “Non è forse Efraim un figlio caro per me, un mio fanciullo prediletto? Infatti, dopo averlo minacciato me ne ricordo sempre più vivamente. Per questo le mie viscere si commuovono per lui, provo per lui profonda tenerezza” (Ger 31,20)

Marco indica in questo tratto ciò che distingue il pastore: la capacità di soffrire insieme, di accogliere in sé il grido del povero, di accompagnare il passo affaticato di chi è oppresso. Dio stesso è l’unico pastore che si fa vicino: “Come un pastore egli fa pascolare il gregge e con il suo braccio lo raduna, porta gli agnellini sul petto e conduce pian piano le pecore madri” (Is 4,11; cfr Dt 32,11). L’autentico pastore di un gregge disperso e senza guida è Jahwè. Gesù vede le folle che lo cercano come gregge disperso in attesa di un pastore capace di offrire cura e attenzione: “Radunerò io stesso il resto delle mie pecore da tutte le regioni dove le ho lasciate scacciare e le farò tornare ai loro pascoli: saranno feconde e si moltiplicheranno. Costituirò sopra di esse pastori che le faranno pascolare” (Ger 23,3-4). La vita di Gesù è quel germoglio giusto annunciato: ‘regnerà da vero re e sarà saggio ed eserciterà il diritto e la giustizia sulla terra’ (Ger 23,5).

La fedeltà di Jahwè si rende vicina a noi nella sua presenza. E’ Gesù colui che risponde alla preghiera rivolta da Mosè a Dio: “Il Signore, il Dio della vita in ogni essere vivente, metta a capo di questa comunità un uomo che li preceda nell’uscire e nel tornare, perché la comunità del Signore non sia un gregge senza pastore” (cfr. Num 27,16-17). La sua vita è un grande raduno e convocazione di affaticati e oppressi. Nell’incontro con lui germoglia l’affetto pieno di cura e tenerezza del Dio il cui volto ha i tratti delicati della benevolenza di un padre e/o di una madre che ama.

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Alcune osservazioni per noi oggi

Nei giorni scorsi è morto Arturo Paoli, all’età di 102 anni, testimone della chiesa del Vaticano II, testimone di una spiritualità che ha posto al centro l’essenziale e Gesù come unico pastore, vivendo il coraggio di opporsi e scontrarsi con le forme del potere politico e religioso che attuano le logiche dei pastori che sfruttano i popoli.

Al suo funerale sono risuonate alcune sue parole forti che hanno richiamato al sistema politico ingiusto che ha costruito l’occidente cosiddetto cristiano. E’ quel sistema di ‘inequità’ che Francesco, vescovo di Roma ha denunciato anche recentemente in un discorso all’assemblea dei movimenti popolari a Santa Cruz della Sierra in Bolivia il 9 luglio u.s. : “Sappiamo riconoscere che le cose non stanno andando bene in un mondo dove ci sono tanti contadini senza terra, molte famiglie senza casa, molti lavoratori senza diritti, molte persone ferite nella loro dignità?  Riconosciamo che le cose non stanno andando bene quando esplodono molte guerre insensate e la violenza fratricida aumenta nei nostri quartieri? Sappiamo riconoscere che le cose non stanno andando bene quando il suolo, l’acqua, l’aria e tutti gli esseri della creazione sono sotto costante minaccia? E allora diciamolo senza timore: abbiamo bisogno e vogliamo un cambiamento (…) Perché non si tratta di problemi isolati. Mi chiedo se siamo in grado di riconoscere che queste realtà distruttive rispondono ad un sistema che è diventato globale. Sappiamo riconoscere che questo sistema ha imposto la logica del profitto ad ogni costo, senza pensare all’esclusione sociale o alla distruzione della natura? Se è così, insisto, diciamolo senza timore: noi vogliamo un cambiamento, un vero cambiamento, un cambiamento delle strutture. Questo sistema non regge più, non lo sopportano i contadini, i lavoratori, le comunità, i villaggi …. E non lo sopporta più la Terra, la sorella Madre Terra, come diceva san Francesco. Vogliamo un cambiamento nella nostra vita, nei nostri quartieri, nel salario minimo, nella nostra realtà più vicina; e pure un cambiamento che tocchi tutto il mondo perché oggi l’interdipendenza planetaria richiede risposte globali ai problemi locali. La globalizzazione della speranza, che nasce dai Popoli e cresce tra i poveri, deve sostituire questa globalizzazione dell’esclusione e dell’indifferenza!”

Sempre al funerale di Arturo Paoli è anche risuonata l’espressione a lui cara che traeva da Teilhard de Chardin: ‘amorizzare il mondo‘. Sintesi della chiamata a cui i credenti in Cristo sono invitati nel farsi carico di ogni istanza di liberazione e stando a fianco dei poveri come ‘piccoli fratelli’.

Un’ultima parola è stato abbandono. Arturo Paoli aveva fatto propria la preghiera di Charles De Foucauld che nella sua semplicità esprime il senso profondo dell’esistenza cristiana: Padre mio mi abbandono a te

Padre mio, mi abbandono a te,
fa di me ciò che ti piace.
Qualunque cosa tu faccia di me
Ti ringrazio.
Sono pronto a tutto, accetto tutto.
La tua volontà si compia in me,
in tutte le tue creature.
Non desidero nient’altro, mio Dio.
Affido la mia anima alle tue mani
Te la dono mio Dio,
con tutto l’amore del mio cuore
perché ti amo,
ed è un bisogno del mio amore
il donarmi
il mettermi nelle tue mani senza riserve
con una confidenza infinita
perché Tu sei il Padre mio.

Alessandro Cortesi op

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