la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

XVII domenica – tempo ordinario B – 2015

DSCF59762Re 4,42-44; Ef 4,1-6; Gv 6,1-15

Nel Primo testamento Eliseo è profeta che attua un distribuzione di pani: accogliendo un uomo che gli ha portato alcune primizie, lo invita a distribuire i pani alla gente. “Dallo da mangiare alla gente. Poiché così dice il Signore: ‘Ne mangeranno e ne avanzerà anche.’ Lo pose davanti a quelli, che mangiarono, e ne avanzò, secondo la parola del Signore”.

I venti pani d’orzo e farro, cibo dei poveri, sono distribuiti ad un gran numero di persone e per tutti ce n’è abbastanza: non solo tutti ne mangiarono ma anche ne avanzarono, secondo la parola del Signore. Con pochi pani il profeta aveva sfamato tanta gente, a partir da un gesto di condivisione.

Il segno del pane è al cuore del capitolo 6 del IV vangelo. La narrazione del segno dei pani nel IV vangelo (Gv 6,1-15) reca alcune tracce del ricordo del gesto di Eliseo. Il pane si rende necessario di fronte ad una grande folla che ha bisogno di mangiare. Un discepolo, Filippo, osserva che il denaro che hanno non è sufficiente anche solo per un pezzetto di pane a testa. Così anche Andrea vede l’esiguità dei pani e dei pesci a disposizione a fronte di tante persone. Ma Gesù stesso prende i cinque pani d’orzo e due pesci e li distribuisce e ce n’è per tutti. Un chiaro riferimento alla vicenda del profeta Eliseo.

Anche si possono cogliere anche rinvii alla figura di Mosè e alla manna e alle quaglie, cibo per il cammino nel deserto (Es 16; Num 11). Nel mondo giudaico era infatti presente l’attesa di Mosè che tornando avrebbe rinnovato il miracolo della manna. Gesù viene così presentato in rapporto a Mosè e Eliseo, grandi profeti.

L’episodio dei pani è situato in un luogo distante dai centri abitati e in un tempo vicino alla Pasqua, elementi che offrono una chiave di lettura per ascoltare il lungo discorso di Gesù sul ‘pane’. Le persone sono una folla immensa (cinquemila), Gesù stesso distribuisce il pane; egli ordina poi di raccogliere gli avanzi perché nulla vada perduto, a differenza della manna che deperiva se era raccolta in quantità superiore al bisogno. I dodici canestri con il loro numero sono simbolo del popolo d’Israele e dell’intera umanità.

Il IV vangelo al momento dell’ultima cena di Gesù non riporta le parole sul pane e sul calice ma pone qui, al capitolo 6, alcuni riferimenti all’eucaristia. Il verbo usato per dire l’azione di Gesù è ‘render grazie’ (eucharisteo): “Allora Gesù prese i pani e dopo aver reso grazie (eucharistesas), li distribuì a quelli che erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, finché ne vollero”.

Il segno dei pani costituisce uno dei ‘segni’ nella prima parte del vangelo (cap.1-11), che rivelano l’identità di Gesù ed invitano ad andare oltre. Accompagna ad una comprensione della sua persona. Gesù stesso distribuisce i pani: con questo gesto rivela se stesso. Il culmine del suo rivelarsi sta nell’espressione di Gv 6,35: “Io sono il pane della vita: chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà più sete”.

Di fronte a questo segno però sorge una profonda incomprensione delle folle. Esse riconoscono in Gesù un profeta e vogliono prenderlo per farlo re: “Ma Gesù, sapendo che stavano per venire a prenderlo per farlo re, si ritirò sulla montagna tutto solo”. Egli fugge quella ricerca generata solo dal fatto di essere stati saziati. Prende le distanze dalla ricerca di un messia da strumentalizzare a servizio di interessi e necessità.

Il IV vangelo presenta Gesù come colui che convoca il banchetto della fine dei tempi annunciato dai gesti di Elia e di Eliseo, aperto a tutti, e sollecita chi ne fa parte ad aprirsi ad un nuovo modo di intendere l’esistenza.

L’accenno alla vicinanza della festa di pasqua rinvia al banchetto dell’Eucaristia: il segno del pane raccoglie in sé tutta la vita di Gesù, e spinge ad intendere la vita come pane da spezzare. La condivisione e la distribuzione del pane (il cibo, i beni, le energie, le competenze e con essi tutto ciò che abbiamo e ciò che siamo) costituisce esperienza indispensabile per vivere l’incontro con Gesù stesso.

DSCN0759Alcune riflessioni per noi oggi

Condividere il pane nel tempo degli egoismi. Al banchetto della terra oggi condividere il pane diviene un segno che può rivelare un’umanità capace di compassione.

Si sta svolgendo a Milano l’Expo 2015 sul tema ‘nutrire il pianeta’. Il 1 maggio 2015 papa Francesco ha inviato un video-messaggio in occasione dell’inaugurazione. In esso diceva: “(Gesù) ci ha insegnato a chiedere a Dio Padre: “Dacci oggi il nostro pane quotidiano”. La Expo è un’occasione propizia per globalizzare la solidarietà. Cerchiamo di non sprecarla ma di valorizzarla pienamente! In particolare, ci riunisce il tema: “Nutrire il pianeta, energia per la vita”. Anche di questo dobbiamo ringraziare il Signore: per la scelta di un tema così importante, così essenziale… purché non resti solo un “tema”, purché sia sempre accompagnato dalla coscienza dei “volti”: i volti di milioni di persone che oggi hanno fame, che oggi non mangeranno in modo degno di un essere umano. Vorrei che ogni persona – a partire da oggi –, ogni persona che passerà a visitare la Expo di Milano, attraversando quei meravigliosi padiglioni, possa percepire la presenza di quei volti. Una presenza nascosta, ma che in realtà dev’essere la vera protagonista dell’evento: i volti degli uomini e delle donne che hanno fame, e che si ammalano, e persino muoiono, per un’alimentazione troppo carente o nociva. Il “paradosso dell’abbondanza” – espressione usata da san Giovanni Paolo II parlando proprio alla FAO (Discorso alla I Conferenza sulla Nutrizione, 1992) – persiste ancora, malgrado gli sforzi fatti e alcuni buoni risultati. Anche la Expo, per certi aspetti, fa parte di questo “paradosso dell’abbondanza”, se obbedisce alla cultura dello spreco, dello scarto, e non contribuisce ad un modello di sviluppo equo e sostenibile. Dunque, facciamo in modo che questa Expo sia occasione di un cambiamento di mentalità, per smettere di pensare che le nostre azioni quotidiane – ad ogni grado di responsabilità – non abbiano un impatto sulla vita di chi, vicino o lontano, soffre la fame. Penso a tanti uomini e donne che patiscono la fame, e specialmente alla moltitudine di bambini che muoiono di fame nel mondo”.

Due giorni fa una persona si è fatta esplodere nel giardino di un centro culturale a Suruç, città della Turchia sudorientale al confine con la Siria. L’esito di questa esplosione è stata l’uccisione di trentadue ragazze e ragazzi turchi e un centinaio di feriti. Appartenevano alla Federazione delle associazioni giovanili socialiste e stavano organizzando il loro servizio a Kobane, al confine con la Siria, per partecipare alla ricostruzione della città, simbolo della lotta all’Isis. Da una parte ragazze e ragazzi che si sentivano coinvolti nel dolore e nelle speranze di un popolo da aiutare a sollevare. Dall’altro la folle lucidità omicida di chi con questo gesto pensava di render gloria a Dio, con l’idea di un Dio assetato di sangue e di violenza. Da un lato quindi una giovane che aspirava al premio dei martiri – secondo una visione deformata della religione – dall’altro autentici testimoni di solidarietà umana che contro la loro volontà hanno perso la vita. La morte dei ragazzi di Kobane, la meglio gioventù turca, ci ricorda il senso del condividere. Essi, giovani con progetti e sogni aperti al futuro, intendevano dedicare tempo ed energie per chi viveva nelle macerie della guerra e della barbarie.

Possiamo fare nostro ciò che osserva la scrittrice Joumana Haddad: “a dire la verità, non vorrei dimenticare: non vorrei mai vivere in un mondo dove sia «normale» camminare sui cadaveri per andare a scuola in Libano, dove sia normale sentire che di persone bruciate vive in Siria e venire a sapere che una diciottenne si è fatta saltare in aria in Turchia… Non vorrei vivere in un mondo dove noi esseri viventi saremo più morti dei morti perché avremo perso l’unica cosa che ci rende degni di vita: la nostra umanità” (Non dimentichiamo è l’unico modo di resistere all’Isis, “Corriere della sera”, 22 luglio 2015).

Alessandro Cortesi op

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