la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

XIX domenica – tempo ordinario – anno B – 2015

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1Re 19,4-8; Sal 33; Ef 4,30-5,2; Gv 6,41-51

Nella vicenda di Elia c’è un momento drammatico, di fuga, delusione, fino al desiderio di morte. Dopo uno scontro con i sacerdoti di Baal, il profeta che richiama la fedeltà a Jahwè contro ogni idolatria, è costretto a fuggire. La sua è fuga di un uomo solo. Prende su di sè le conseguenze del suo aver risposto alla chiamata di Dio. Nella fatica della prova, ormai sfinito interiormente giunge ad invocare un termine: “Ora basta Signore”. La sua è la preghiera di ogni sofferente, e di chi si trova a sperimentare le difficoltà di condurre a termine una chiamata accolta di cui non si coglie conferma. Il tempo nella prova diviene un peso impossibile da sostenere. Elia giunge al punto di desiderare la morte e si abbandona nel deserto al sonno.

Ma proprio durante questo momento che per certi aspetti è confine con la morte, Dio gli si manifesta vicino, eppur sempre nascosto. Una focaccia, cotta su pietre roventi ed un orcio d’acqua gli è portata in modo inatteso da una mano anonima, misterioso messaggero di Dio. E’ cibo donato, inatteso, e scoperto con stupore. Elia trova nel cibo la forza per non fermarsi in una situazione di morte, ma per andare avanti nella vita, pe continuare nel cammino. Quel cibo lo fa rialzare e gli fa così vincere la morte. Con la forza di quel cibo potrà camminare ancora sino al monte di Dio l’Oreb. E lì l’esperienza di incontro con Dio il cui volto si cela non nella potenza ma nella fragilità di un lieve silenzio. Dietro quel cibo sta anche una presenza di chi l’ha preparato, cuocendo raccogliendo l’acqua e facendosi vicino: è volto umano di nomade che ha scorto Elia esanime nel deserto? Nel gesto silenzioso e umano del dare pane, dell’offrire forza possibile di vita dove non c’è più speranza, del farsi pane per gli altri si rende attuale il volto di Dio.

Anche nella pagina del vangelo compare una contrapposizione tra cibo e morte, attorno al segno del pane: “Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti: questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia”

Dopo il segno dei pani Gesù si ritira per fuggire al desiderio della folla di farlo re (cf. Gv 6,11-15) e tuttavia continuano a cercarlo. Reagisce di fronte a questo tipo di ricerca in vista della sazietà, indisponibile ad aprirsi al significato dei segni. Invita a scoprire la sua presenza come nutrimento, ‘pane disceso dal cielo’. La reazione è di sconcerto di fronte alla ‘normalità’ del suo essere uomo: ‘Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui non conosciamo il padre e la madre? Come dunque può dire ‘sono disceso dal cielo’?’. Compare ancora il verbo ‘mormorare’, proprio di Israele nel deserto, stanco del cammino e colmo di nostalgia delle sicurezze d’Egitto (cf. Es 16,1-10; 17,1-7).

Di Gesù si sa da dove viene, chi sono i genitori, e non c’è fiducia. La sua umanità è troppo normale e non può corrispondere ad un idea di Dio della grandezza e della potenza. E’ l’incredulità di chi non si lascia mettere in discussione. Gesù presenta il primato dell’agire del Padre. Il suo essere inviato proviene dal Padre. Ancora dal Padre viene anche l’attrazione di chi crede verso Gesù.

La sua identità è racchiusa in due verbi: discendere e dare. Discendere dice la sua provenienza: Gesù proviene da altro, tutta la sua vita si radica in una relazione: il suo venire dal Padre. Dare è poi l’orientamento fondamentale della sua esistenza. Nel suo agire manifesta il volto di Dio di pura positività che dona e vuole vita per tutti i suoi figli. Il suo venire dal Padre ed il movimento del credere in lui si connotano come evento di gratuità. Riconoscere Gesù è aprirsi a un Dio che non vuole il male ma ha un disegno di vita e di compimento per ogni uomo e donna, capace di un amore che si mette in balia dell’umanità.

Il suo darsi non è stato solo nella croce, ma questo momento si colloca all’interno di tutta la vita di Gesù: il suo darsi è infatti scelta quotidiana, stile che innerva i suoi incontri, orientamento del cuore fondamentale.

Nello stesso tempo questo dono chiama all’ascolto e all’adesione: “Chiunque ha ascoltato il Padre e ha imparato da lui viene a me”. Gesù provoca ad entrare in un rapporto profondo con lui, il conoscere lui, e l’affidarsi al Padre. Chi entra in questo rapporto di fiducia – è questo il senso del credere – entra già da ora in una dimensione della vita in cui c’è comunione e speranza. La vita eterna non è un orizzonte futuro ma è realtà nel presente che si può sperimentare in rapporti nuovi e in una vita segnata dalla dimensione dell’amore che non viene meno.

Al popolo che mormorava nel deserto Dio aveva dato la manna; ora di fronte al mormorare della folla, Gesù dice: ‘Io sono il pane della vita’: al rifiuto oppone il dono di sé fino alla fine, il farsi pane per la vita del mondo. E conduce ad un approfondimento del segno dei pani. Parla di un pane che egli stesso dona: ‘Il pane che io darò è la mia carne’. Viene qui introdotto il termine ‘carne’ presente anche nel prologo del IV vangelo. E’ riferimento alla condizione di precarietà e debolezza umana. Gesù parla della sua carne “per la vita del mondo”. Da un lato il farsi vicino della Parola di Dio dall’altro la presenza di Dio vicina in modo paradossale nella debolezza della condizione umana.

Il capitolo 4 della lettera agli Efesini inizia la parte esortativa dello scritto in cui sono presentate una serie di indicazioni concrete di vita. La nuova vita dei cristiani è nel segno della chiamata di Dio: essi partecipano ad una sola fede e ad un solo Signore nel battesimo.

Vengono così indicati alcuni comportamenti di una esistenza ‘nuova’: la rinuncia alla menzogna motivata dalla consapevolezza che siamo membri gli uni degli altri, il non farsi prendere dall’ira, un atteggiamento nei confronti dei beni centrato sul lavoro e la condivisione: ‘chi era abituato a rubare non rubi più, anzi si dia da fare lavorando onestamente con le proprie mani per avere la possibilità di aiutare chi si trova nel bisogno’. Il lavoro vissuto con onestà trova la propria finalità nell’aiuto per gli altri. Il parlare poi deve essere sempre luogo di costruzione di rapporti.

Tutte queste indicazioni trovano sintesi nell’esortazione a ‘non rattristare lo Spirito santo. La vita del cristiano è una vita nello Spirito: è una condizione di cammino, in cui è possibile crescere, progredire, cambiare scoprendo orizzonti nuovi. La pagina si chiude con un invito a camminare nella carità. Chiamata della vita nello Spirito è vivere ogni ‘come Cristo ci ha amati’. “Scompaiano da voi ogni asprezza, sdegno, ira, grida e maldicenze con ogni sorta di malignità. Siate invece benevoli gli uni verso gli altri, misericordiosi, perdonandovi a vicenda come Dio ha perdonato a voi in Cristo”.

11050317_10207028863947707_5784040003828360689_nAlcune riflessioni per noi oggi

Morte e vita: il pane è elemento di vita, per la vita del mondo. Questo pane fa vivere e vincere la morte. Sono giorni in cui ricordiamo eventi di morte: la morte procurata dalla bomba atomica e dalle sue conseguenze su Hiroshima il 6 agosto 1945 e la morte come divisione che ha segnato la storia del XX secolo, in particolare nella costruzione del muro di Berlino nei primi giorni di agosto del 1961. Sono due eventi lontani eppure la loro memoria ci riporta al presente. Il commercio delle armi continua ad alimentare la fabbrica di morte, e nuovi muri vengono eretti per dividere popoli. Nuove forze di disgregazione e di esclusione stanno attraversando l’Europa al suo interno e la realtà mondiale.

Contro queste esperienze di morte – la morte delle armi sofisticate e la morte dei muri di divisione – oggi siamo invitati a accogliere il ‘pane che discende dal cielo che dà la vita al mondo’. Condividere il pane è il gesto che fa vincere la morte. Attuare sceltei in cui si porta silenziosamente speranza laddove ce’è stanchezza e desiderio di morte è esperienza che porta a continuare il cammino. Assumere lo stile di vita di Gesù, che si è fatto pane spezzato, è via per superare la condizione che ci rende morti e per portare vita al mondo.

Vincere il male con il bene è l’invito che sgorga dalla seconda lettura. Era questo uno dei temi cari a fr.Dalmazio Mongillo (1.09.1928-13.07.2005) nel suo approfondimento della vita morale da intendersi come vita nello Spirito e per questo capace di umanità ricca e profonda. A dieci anni dalla sua morte lo ricordiamo con una sua riflessione che richiama alla responsabilità profetica oggi: “Si può pensare che la Chiesa tutta intera è, nei confronti dell’umanità in cui e con cui vive, nella posizione in cui era il profeta nel popolo eletto. La profezia, nella nuova alleanza, è vocazione e carisma del popolo che deve vivere il rischio della anticipazione provocatrice di assetti umani più ricchi di umanità. Il limite degli interventi non ispirati da codesta condizione è percepito non da coloro che chiedono rassicurazione e conferma al possesso, al già, ma da quelli che nei presente concepiscono il fascino delle dimensioni nuove della libertà e della comunione. Codesta attesa è illusione presto delusa, in coloro che non lottano per pensare e realizzare con tutti il maturare delle possibilità concrete di fruirne. Coloro che hanno la nostalgia del nuovo sono sacrificati non privilegiati; sono chiamati, scelti, per cooperare al bene “concreto dell’umanità”. Soggetto della storia e della liberazione umana sono donne e uomini che vivono in sintonia con quel popolo che non oppone resistenza a lasciarsi condurre al bene di tutti, che persistono nell’aggredire le attese ispirate dall’istinto di morte quale che sia la forma sotto la quale si manifesta. Il potere della morte evidenzia i suoi limiti in coloro che, quando hanno individuato le vie della vita, avanzano in esse nonostante la lotta e le difficoltà”. (Allargare i confini della speranza, in “Tempi di fraternità”, 1976).

Alessandro Cortesi op

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