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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

XX domenica del tempo ordinario – anno B – 2015

DSCN0805Prov 9,1-6; Ef 5,15-20; Gv 6,51-58

“A chi è privo di senno ella dice: «Venite, mangiate il mio pane, bevete il vino che io ho preparato. Abbandonate l’inesperienza e vivrete”. Nel libro dei Proverbi la sapienza è personificata nel profilo di una donna che prepara la sua casa e la rende luogo per accogliere chi apprende e si apre alla vita. Invita così a condividere il pane e il vino. E’ immagine domestica per indicare il cammino della sapienza come dono, e come incontro che si attua nella vita, nell’esperienza della condivisione. Pane e vino sono metafora per gli insegnamenti che portano a vivere. C’è un nutrimento materiale e un cibo che introduce all’autentico senso della vita e si attua nel condividere e nell’ospitalità.

Nel IV vangelo, a differenza dei sinottici, non sono riportate le parole di Gesù sul pane e sul vino nell’ultima cena. Nel racconto dell’ultima cena sta il gesto di Gesù che lava i piedi ai suoi discepoli. E’ il senso profondo dell’eucaristia stessa: segno della vita data in dono e vissuta come servizio. Tuttavia echi delle parole dell’ultima cena si possono ritrovare nel capitolo 6. Dopo aver distribuito i pani Gesù parla del pane di vita. C’è un pane essenziale per la vita dell’uomo che scaturisce direttamente da Gesù: egli stesso lo provvede. Il suo distribuire i pani assume valore di segno. Uomini e donne cercano la vita. Lui stesso, l’inviato del Padre, ha il potere di donarla. Così accompagna i discepoli a passare dalla fame del pane come nutrimento del corpo ad un desiderio di vita piena. C’è un pane da mangiare e un pane che può nutrire la fame di vita. Gesù presenta se stesso come il pane vivo (vv. 51-59): ‘Io sono il pane vivo’. Il segno del pane rinvia alla sua carne, la sua vita umana nella concretezza e fragilità. ‘Carne’ è espressione assai forte per indicare la sua umanità debole, concreta: fa riferimento al suo corpo. E’ il mistero dell’incarnazione: il Dio di Gesù si fa vicino nella condizione di uomo a condividere pienamente la vita umana. Egli parla del mangiare la sua carne e bere il suo sangue come partecipazione alla sua vita: ‘Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me io in lui’ (Gv 6,56) La presenza di Cristo si fa vicina come pane di vita. Partecipare del suo corpo significa partecipare alla sua vita, dimorare e rimanere in Lui. E’ questa la comunione con il corpo di Cristo che sta al cuore dell’eucaristia.

Queste parole rinviano alla passione e morte di Gesù, alla sua vita spezzata, al sangue sparso e dato in dono. L’Eucaristia è segno non solo della morte ma dell’intera esistenza di Gesù spezzata come pane e racchiude il senso della vita di coloro che seguono Gesù: “Come il Padre che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me”. Gesù è il pane disceso perché la sua vita proviene dal Padre e si dà per la vita del mondo. La sua esistenza è dono per una possibilità di vita nuova per tutti. Partecipare alla sua vita significa dimorare e rimanere in Lui, prolungare nelle scelte e azioni della propria vita il modo in cui Gesù ha inteso la sua vita. C’è un presente in atto e c’è una promessa: la vita eterna è già iniziata, tuttavia c’è un’attesa che deve ancora compiersi ed è fondata sulla promessa ’io lo risusciterò nell’ultimo giorno’. Tutto questo sperimentiamo quando ci comunichiamo all’Eucaristia.

La lettera agli Efesini prospetta una via di saggezza nei ‘tempi cattivi’. “Fate molta attenzione al vostro modo di vivere, comportandovi non da stolti ma da saggi, facendo buon uso del tempo, perché i giorni sono cattivi”. Il cristiano è chiamato a vivere scegliendo una linea di sapienza, non da stolto. Il tempo e i giorni sono chiamata per attuare uno stile di vita seguendo le tracce di Gesù. Nel tempo segnato da difficoltà e prove è importante ‘comprendere qual è la volontà di Dio’. Alcune attitudini distinguono la persona saggia: scegliere uno stile di sobrietà, lasciare spazio all’agire dello Spirito nei cuori, rivolgersi al Signore nella preghiera di affidamento, maturare capacità di gratitudine, scegliere come criterio della vita lo stile di Gesù, cioè vivere nel suo nome.

IRAQ_-_ADOTTA_(it)_1028_Lettera_di_monAlcune riflessioni per noi oggi

Il gesto della donna del libro dei Proverbi che prepara la tavola invitando a condividere il cibo coloro che devono imparare nell’esperienza apre a considerare l’importanza di educare nella condivisione. Ogni apprendimento avviene nella relazione: si impara facendo e nel fare insieme si condivide. Non viene così trasmessa solamente una tecnica, una abilità, ma si passa una vita, si comunica un significato delle cose su cui si lavora, si genera una relazione. Questa attitudine di imparare e vivere l’esperienza insieme può essere aiuto per comprendere lo spessore di ogni percorso educativo e anche per saper dar valore ai momenti in cui condividendo l’esperienza si nutre quella fame di senso della vita che è presente e nascosta nei cuori.

La presenza di Dio nell’esperienza cristiana si rende vicina in un pasto: questo è carico di conseguenze per il modo di intendere la vita di credenti. Le prime comunità vivevano il momento dello spezzare il pane nella memoria di Gesù insieme al momento della convivialità dell’agape in cui si mangiava insieme, come segno di una fraternità concreta. La fame nel mondo è ancora un dramma che segna il nostro tempo, esito di ingiustizie e scelte di discriminazione. La popolazione umana mondiale è di circa 7 miliardi di persone e nel mondo si produce cibo per 12 miliardi i persone. E tuttavia 842 milioni di persone soffrono ancora la fame. Nel 2014 è stata lanciata la Campagna “Una sola famiglia umana, cibo per tutti: è compito nostro” con mobilitazione di enti ed organismi del mondo ecclesiale italiano. Suo obiettivo è promuovere consapevolezza ed impegno sugli squilibri del pianeta, avendo come aspetto centrale l’elemento educativo. Il documento base della campagna sottolinea: “La realizzazione del diritto al cibo come diritto umano fondamentale si scontra con una situazione di squilibrio globale, le cui cause fondamentali sono da ricercarsi, più che in eventi esterni incontrollabili, in scelte politiche dannose e sconsiderate: nei modelli di produzione, nel commercio, nel consumo. Questa situazione di forte squilibrio deve essere dunque affrontata sin dalle sue radici. E per fare questo è necessario porre attenzione agli elementi strutturali che provocano questi squilibri”. Per questo la questione non è solo nella produzione dl cibo ma anche nella distribuzione e nel commercio. Qualcosa si può fare a partire da scelte quotidiane e possibili a tutti. L’attenzione a non sprecare, ad attuare uno stile sobrio di vita, saper scegliere nella spesa, sostenere alternative alla produzione e al consumo in termini di solidarietà e sostenibilità sono forme di attenzione per favorire l’accesso al cibo, e a un cibo sano, così difficile per molti.

Un anno fa, nella notte tra il 6 e il 7 agosto 2014, centoventimila cristiani che abitavano a Qaraqosh in Irak hanno abbandonato la piana di Ninive per trovare rifugio in Kurdistan. Furono costretti a fuggire dall’avanzata dell’ISIS lasciando alle loro spalle le loro case e le loro attività. Si sono rifugiati a Erbil nel Kurdistan irakeno e da allora hanno vissuto nella condizione di profughi. Nonostante queste sofferenze queste comunità sono una testimonianza di fede e di affidamento al Signore nella difficoltà e nella prova quotidiana. “Il Signore protegge la mia vita, di chi avrò timore. Se i malvagi mi assalgono e si accaniscono contro di me, saranno loro avversari e nemici a inciampare e finire a terra. Se anche un esercito mi assedia il mio cuore non teme. Se contro di me si scatena una battaglia anche allora ho fiducia” (Salmo 27). Un tra le testimonianze di quei giorni riporta: «È impossibile descrivere quanto è accaduto in quei giorni. Intere famiglie hanno perso tutto. Per paura di essere uccisi dall’IS sono scappati senza neanche prendere i documenti». Nei tempi cattivi vi sono comunità che si mantengono fedeli al Signore. Questa esperienza insieme a tante altre in Siria, ci riporta alla condizione dei cristiani d’Oriente in questo tempo drammatico. Il patriarca dei caldei irakeni Raphael Sako, nel libro dal titolo Più forti del terrore. I cristiani del Medio oriente e la violenza dell’Isis, ed. EMI, scrive: “La fede da noi non è una speculativa, è una questione di amore e di attaccamento alla persona di Cristo. E’ come la farina nel pane, non si può estrarla. E’ la cosa più grande per la quale per la quale si è pronti a sacrificarsi. Credere è essere”. La fede come la farina nel pane. La vita di credenti aggrappata alla vita di Gesù pane vivo. Motivi per ricordare la solidareità con chi vive nella prova, per pensare al futuro delle comunità dei cristiani d’Oriente, e per riflettere sull’esperienza della fede e sulla sua concretezza nella nostra vita.

Alessandro Cortesi op

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