la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Archivi per il mese di “settembre, 2015”

XXVI domenica – tempo ordinario B – 2015

DSCN1074Nm 11,25-29; Gc 5,1-6; Mc 9,38-43.45.47-48

Durante il cammino dell’Esodo Mosè aveva scelto settanta uomini fra gli anziani di Israele perché lo aiutassero nel guidare il popolo. A questi è donato lo Spirito di Dio, lo spirito di profezia, per questa missione di guida. Ma Eldad e Medad, che non erano nel numero dei settanta anziani, furono anch’essi investiti dallo Spirito e ‘si misero a profetizzare nell’accampamento’. Questo dono di profezia a coloro che non erano nel gruppo dei designati suscitò la reazione e la denuncia allarmata di Giosuè. “Ma Mosè gli rispose: Sei tu geloso per me? Fossero tutti profeti nel popolo del Signore e volesse il Signore dare loro il suo spirito!”.

Questa pagina apre uno squarcio luminoso sull’agire di Dio che va oltre le appartenenze e la contrapposizione di chi ‘è dei nostri’ e chi sta ‘fuori’. Nelle parole di Mosè emerge la consapevolezza della libertà dello Spirito e di ciò che questo comporta da parte del popolo: l’esigenza di una attitudine a rimanere in ascolto, nella docilità a riconoscere l’operare dello Spirito in modi nuovi. Non si può racchiudere lo Spirito e soffocare la sua iniziativa. L’agire di Dio coinvolge anche altri, liberamente. Mosè indica di accogliere e rimanere disponibili a quanto lo Spirito suscita anche al di fuori delle appartenenze visibili e costituite.

Il dono dello Spirito è dato agli anziani ‘fuori dell’accampamento’. C’è un dono ampio, sono suscitati profeti, chiamati a testimoniare la Parola di Dio che spinge al di fuori dell’accampamento. Tuttavia è sempre presente il pericolo di rinchiudere in un gruppo ristretto ed esclusivo, in un clero, il monopolio della profezia. Eldad e Medad, i due che avevano cominciato a profetizzare, erano nell’accampamento, e proprio la loro profezia viene denunciata da Giosuè. Si crea così una situazione paradossale: essi sono ‘dentro’ in modo autentico perché aperti allo Spirito che spinge ad uscire mentre Giosué e coloro che li rifiutano sono ‘fuori’: infatti non comprendono che lo Spirito è dono di Dio e non soggiace alle regole umane e alle logiche di esclusione. Il profetizzare di Eldad e Medad sconcerta e disorienta: profezia è memoria dell’alleanza, richiamo alla fedeltà al disegno di salvezza di Dio, testimonianza di giustizia e di esigenza di cambiamento. La promessa di essere tutti profeti si allarga e non può essere rinchiusa.

Il racconto suggerisce una promessa e una speranza, che tutti siano profeti, che tutti cioè siano testimoni e portatori della Parola di Dio. Mosè sa scorgere nella profezia di Eldad e Medad la chiamata e l’azione dello Spirito. In queste parole sta l’indicazione di una comunità in cui la responsabilità della profezia, della fedeltà alla Parola sia riconosciuta in ogni suo membro. Nel contempo compare uno stile: essere profeti implica saper riconoscere una azione che proviene dallo Spirito e stare al suo servizio. Lo Spirito è più grande e va oltre. Non si può pretendere di esaurirlo nella propria comprensione e azione. E’ questa la radice di un atteggiamento di ricerca, di accoglienza e di valorizzazione di quanto proviene dalla profezia di altri.

Anche i discepoli di Gesù non riconoscevano come ‘uno dei nostri’ uno che scacciava i demoni, persona che con il suo agire apriva liberazione per chi era oppresso. Ai discepoli che riferiscono a Gesù: ‘maestro abbiamo visto uno che scacciava i demoni nel tuo nome e glielo abbiamo vietato, perché non era dei nostri’. Gesù dice “Chi non è contro di noi è per noi. Chiunque vi darà da bere un bicchiere d’acqua nel mio nome perché siete di Cristo, vi dico in verità che non perderà la sua ricompensa”. Gesù reagisce non secondo la logica dell’esclusione ma invitando a scorgere che lì dove ci sono gesti di liberazione, scelte di umanizzazione è presente lo Spirito, e non c’è contrasto con il suo agire che dà vita. “Non glielo proibite”: è parola che apre ad una attitudine non di divieto, ma di discernimento. Gesù apre a scorgere che vi è una adesione a lui che non si identifica con una appartenenza all’istituzione di una comunità che rischia sempre di intendere se stessa come una setta. Gesù apre alla considerazione della precarietà della comunità in rapporto al centro e fondamento che è la sua persona e il regno di Dio.

I vangeli di Matteo e di Luca riportano un altro detto di Gesù che sembra opporsi a questo atteggiamento: ‘Chi non è con me è contro di me, e chi non raccoglie con me disperde’ (Mt 12,30; Lc 11,30). Gesù propone a chi l’ha incontrato di riconoscere in lui il senso più profondo della propria esistenza. L’incontro con Gesù diviene decisivo e centrale nella vita dei discepoli. E’ anche da pensare che la sua presenza di Figlio accanto al Padre e come risorto, sta dentro alla vicenda del creazione ed è unita in qualche modo ad ogni uomo e donna: è Cristo il senso profondo e nascosto di ogni realizzazione umana autentica. Sta qui la radice di poter guardare agli altri, ai diversi cammini umani non con atteggiamento di esclusione e contrapposizione, ma con sguardo teso a riconoscere e dare spazio, nel dialogo e nella compagnia, ad ogni seme di profezia presente nella storia.

La vita al seguito di Cristo si riconosce nella concretezza di gesti e scelte di cura e accoglienza: “chiunque vi avrà dato da bere un bicchiere d’acqua nel mio nome, perché siete di Cristo, vi dico in verità che non perderà la sua ricompensa”. Ogni bicchiere d’acqua offerto ad un uomo o donna, che è immagine di Dio e appartiene a Cristo – perché ‘voi siete di Cristo e Cristo è di Dio’ (1 Cor 3,21) – non andrà perduto e ogni gesto di gratuità e dono reca in se stesso la traccia di Dio.

C’è poi forte invito a tagliare tutto ciò che può essere di impedimento e di inciampo (scandalo) a chi è più debole nella fede. Rompere con ogni occasione di male e di peccato è cammino di responsabilità. Il perdere se stessi è cammino per intendere la propria vita in rapporto agli altri, non isolata e disinteressata: la salvezza è movimento di comunione.

DSCN1230Alcune riflessioni per noi oggi

La tentazione dell’esclusione è un tratto del nostro tempo a diversi livelli. La contrapposizione contro chi ‘non è dei nostri’ sorge da un sentimento di difesa e timore dell’altro, di chi proviene dall’esterno. I muri, le recinzioni di filo spinato, le barriere sono l’espressione tangibile di una difesa che intende tener lontano al di là della cerchia rassicurante e riconoscibile di una comune appartenenza. Chi proviene dal di fuori è visto come il nemico, pericolo da allontanare e da eliminare. La radice di ogni fondamentalismo di tipo sociale e religioso si alimenta nel non voler fare i conti con le provocazioni che provengono dalla vita dell’altro, dalla sua condizione di bisogno che ci rivela la nostra condizione umana. Si lascia così spazio alla paura contrapponendo chi è dei nostri e chi non lo è. Tanto più nelle tradizioni religiose che vivono il rischio di assolutizzare la propria struttura religiosa e di coltivare un esclusivismo centrato su di sè.

C’è una voce della profezia che giunge da chi nella storia non ha voce e che dovrebbe invece suscitare l’interesse e la ricerca da parte dei discepoli di Gesù, per scorgere le testimonianze che suscitano un cambiamento in fedeltà al vangelo. Queste pongono in discussione la nostra vita spesso chiusa in una situazione di assestamento e di comodità giustificata religiosamente, indifferente alle sollecitazioni che ci porterebbero ad uscire. Le chiamate dello Spirito giungono oggi dall’esperienza di tutti coloro che cercano una vita dignitosa fuggendo dalla violenza e dalla miseria. L’agire dello Spirito è presente nei gesti di chi non si riconosce esplicitamente come cristiano e pur nella sua vita dà testimonianza di opere secondo il vangelo. Proprio queste chiamate ci invitano a rimanere in ascolto, docili a seguire le chiamate di Dio nella storia, umile aperti a quei passaggi di novità evangelica.

La provocazione a sorgere l’agire dello Spirito in voci che stanno al di fuori dei quadri riconosciuti e istituiti può essere motivo per crescere in una spiritualità dell’apertura e della scoperta. Anche nella chiesa ci sono voci da ascoltare: sono le voci di chi spesso è tenuto ai margini, le voci delle donne ad esempio, ricordate in una lettera aperta indirizzata a Francesco nel suo viaggio in USA: “Il tuo impegno contro la povertà e per la misericordia, per la vita dei poveri e per la sofferenza spirituale di molti – per quanto sicuri si possano sentire materialmente – ci dà una nuova speranza nell’integrità e nella santità della Chiesa stessa. (…) c’è anche una seconda questione nascosta sotto la prima cui anche tu dovresti prestare rinnovata e seria attenzione. La verità è che le donne sono le più povere tra i poveri. Gli uomini hanno lavori retribuiti; di poche donne nel mondo si può dire lo stesso. Gli uomini hanno chiari diritti civili, giuridici e religiosi nell’ambito matrimoniale; per poche donne al mondo vale lo stesso. (…) E, forse peggio di tutto, vengono ignorate – respinte – come esseri umani in pienezza, come autentiche discepole, dalle loro Chiese, compresa la nostra”. (Joan Chittister, Caro Francesco, non puoi parlare dei poveri senza parlare delle donne “www.adista.it” 22 settembre 2015)

Essere tutti profeti: è promessa che provoca ad ascoltare le voci profetiche nascoste e lasciate ai margini. E’ compito aperto a riconoscere, fare attenzione e lasciarsi provocare dalla profezia diffusa e quotidiana.

Ci sono profeti in ricerca voci che si aprono all’ascolto: tra di esse ricordo la voce di Thomas Merton (1915 – 1968) recentemente ricordato a ‘Torino spiritualità’ da don Mario Zaninelli.E’ stato uno tra i principali autori di spiritualità del ventesimo secolo. Nacque il 31 gennaio 1915 in Francia, a Prades, da padre neozelandese e madre americana. La sua vita può essere suddivisa in tre fasi: quella della formazione culturale, prima in Francia poi in USA e il battesimo a ventitré anni a cui seguì l’ingresso nei Trappisti all’Abbazia del Gethsemani, Kentucky, dove nel 1941 ricevette il battesimo e venne ordinato presbitero nel 1949. Una seconda fase è la sua esperienza monastica di cui egli parla nella sua autobiografia ‘La montagna dalle sette balze’ (1948), e in scritti di spiritualità. Infine l’ultima parte della sua vita, a partire dal 1965, vissuta nell’apertura all’operare per la pace e nella ricerca del dialogo interreligioso. Nel suo Diario di un testimone colpevole scrisse: «Purtroppo molti credono che la vita contemplativa sia pura e semplice ‘clausura’ e immaginano i monaci come piante di serra coltivate in una vita di preghiera gelosamente protetta e surriscaldata spiritualmente. Bisogna invece ricordare che la vita contemplativa è prima di tutto vita, e che la vita implica apertura, crescita, sviluppo”.

E così motivava nel medesimo scritto la sua apertura ad orizzonti di rapporto con diverse tradizioni religiose: «Se la Chiesa cattolica rivolge lo sguardo al mondo moderno e alle altre Chiese cristiane, e se forse per la prima volta prende seriamente in considerazione le religioni non cristiane così come sono, è necessario che almeno qualche teologo contemplativo e monastico porti un proprio contributo alla discussione. È appunto ciò che voglio tentare… presentando i problemi contemporanei nella visione personale di un monaco. La singolarità, l’esistenzialità e la poeticità della loro impostazione s’inquadrano perfettamente nella visione monastica della vita». Questo impegno condusse fino alla sua morte nel 1968 a Bangkok. Stava scrivendo il suo scritto ‘Diario asiatico’, il diario del suo viaggio in Oriente vissuto come pellegrinaggio di vita e in ricerca di dialogo, pubblicato dalla casa editrice Gabrielli di recente: una parola di profezia e di rinnovamento.

C’è un perdere che è cammino di realizzazione della vita. Non si tratta di aumentare e di arricchire, ma di lasciare spazio, di accontentarsi di meno, di togliere ciò che è superfluo e inutile, di limitare non solo la necessità di tante cose, spesso inutili, che appesantiscono, ma anche di divenire semplici nel cuore, capaci di accogliere. La scoperta di autenticità di vita passa attraverso un cammino di essenzialità, di recupero di ciò che conta veramente, e questo va di pari passo con l’attenzione agli altri, con l’incontro con i poveri, con chi è più piccolo. Le dure parole della lettera di Giacomo rivolte ai ricchi che opprimono il giusto richiamano ad uno stile di vita in cui la relazione con gli altri è decisiva: non si può vivere nel disinteresse nell’indifferenza e agendo con sfruttamento e oppressione. Ogni tesoro diverrà ruggine se non si vive nell’orizzonte della responsabilità e della condivisione.

Alessandro Cortesi op

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XXV domenica – tempo ordinario B – 2015

DSCN1302(Spoleto, Chiesa di s.Eufemia)

Sap 2,12.17-20; Gc 3,16-4,3; Mc 9,30-37

La pagina della Sapienza presenta con brevi pennellate un dramma che attraversa la storia: il giusto innocente subisce persecuzione fino ad essere eliminato in modo violento. Gli empi vogliono toglierlo di mezzo “perché ci è di imbarazzo ed è contrario alle nostre azioni”. E’ riflessione di un libro redatto nel I secolo a.C., ma è la storia di sempre: quella degli ingiusti e dei corrotti, assetati di potere e ricchezza, che non tollerano ostacoli nel perseguire i loro obiettivi, e giungono ad eliminare i giusti. Nel comportamento degli empi c’è un venir meno e un tradimento dell’educazione ricevuta, di quella formazione all’umano che sta alla base del vivere insieme: “il giusto … si oppone alle nostre azioni… cin rinfaccia le trasgressioni contro l’educazione ricevuta”. E’ la storia di chi costruisce sistemi di dominio e avverte fastidio nella stessa presenza del giusto: la sua vita è infatti denuncia palese o silenziosa e contestazione del proprio potere. Per questo gli empi vogliono togliere di mezzo il giusto con atteggiamento di sfida verso gli altri e verso Dio stesso: “vediamo se le sue parole sono vere; proviamo ciò che gli accadrà alla fine. Se il giusto è figlio di Dio egli l’assisterà, e lo libererà dalle mani dei suoi avversari”. Ma la vicenda del giusto innocente non rimane dimenticata agli occhi di Dio: l’esito della sua vita appare un fallimento ma anche la sua morte violenta reca in sé una forza di vita. Dio non abbandona il giusto perseguitato che soffre: è questo il messaggio al centro di tale riflessione sull’esperienza: “Dio ha creato l’uomo per l’incorruttibilità… Coloro che confidano in lui comprenderanno la verità, i fedeli nell’amore rimarranno presso di lui, perché grazia e misericordia sono per i suoi eletti” (Sap 2,23;3,9).

Nella lettera di Giacomo la sapienza è contrapposta alle liti e alle guerre generate dalla ricerca del possesso e dall’invidia: “Bramate e non riuscite a possedere e uccidete; invidiate e non riuscite ad ottenere, combattete e fate guerra”. Alla brama di possesso e dominio si oppone l’atteggiamento di chi sceglie la sapienza. Pace, mitezza, nonviolenza, misericordia, sincerità sono i suoi caratteri distintivi: è sapienza che si fa vita. Non coincide infatti con un conoscere teorico senza rapporto con l’esistenza ma è un modo di vivere, investe la concretezza dei rapporti, è stile di un agire che si sintetizza nel costruire la pace: “Un frutto di giustizia viene seminato nella pace per coloro che fanno opera di pace”. La giustizia è così indicata come frutto, dono, per coloro che promuovono la pace. Vera sapienza non è di chi vuole imporre con la guerra la sua ragione e la sua verità, ma di chi fa opera di pace.

Marco nel suo vangelo presenta Gesù come il giusto innocente. Subisce l’umiliazione della condanna nella progressiva solitudine in cui viene lasciato. ‘E’ consegnato’ nelle mani dei violenti. La sua vicenda è posta nella linea di coloro che subiscono ostilità, violenza. Ma ‘dopo tre giorni risusciterà’: la sua vita inutile e fallita agli occhi degli uomini, trova la conferma del Padre che lo risuscita al terzo giorno. Con i suoi gesti e le sue parole Gesù suscita la domanda su chi è il più grande: “Allora sedutosi chiamò i dodici e disse loro: se uno vuol essere il primo sia l’ultimo di tutti e il servo di tutti’. E preso un bambino, lo pose in mezzo e abbracciandolo disse loro: ‘Chi accoglie uno di questi bambini nel mio nome, accoglie me; chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato”. Il più grande è il più piccolo: è il capovolgimento della sguardo sull’altro e sul senso della vita.

L’accoglienza stessa di Gesù e del Padre dipende da questa capacità di accogliere. Al cuore del messaggio e della vita stessa di Gesù sta la proposta di convivialità ospitale. In questa esperienza si rende possibile entrare in contatto con Dio. Solo un cuore aperto ad accogliere può fare spazio. Gesù aggiunge con il suo gesto di mettere al centro i bambini approfondisce il senso dell’accogliere: pone infatti nel mezzo i senza diritti, le vittime di strutture sociali economiche ingiuste, coloro che sono tenuti ai margini dai sistemi religiosi. Indica loro come i soggetti da mettere al centro per comprendere chi è il più importante nell’ottica di Dio. Mentre i suoi discepoli discutono su chi è il più grande Gesù disorienta e capovolge le loro aspettative. Per comprendere qualcosa di Dio stesso, del suo agire e quindi del senso della propria vita c’è un cambiamento radicale da attuare. Gesù stesso è il figlio, si è fatto bambino, servo. Nel suo percorso indica che accogliere i bambini, le vittime, è entrare nel cammino per incontrare il Padre, e il modo concreto per porre i propri passi sulla sua via, per seguirlo.

DSCN1215Alcune osservazioni per noi oggi

La riflessione del libro della Sapienza invita a scorgere i giusti che vivono con responsabilità il proprio compito. Quanti giusti, sulle frontiere delle aule di giustizia, dell’impegno politico, del servizio ai poveri, della lotta per i diritti civili, economici e sociali vengono eliminati da chi trama per eliminare la loro vita che nel silenzio è voce che grida contro l’ingiustizia e il malaffare. Il giusto è la persona che rimane fedele alla sua coscienza nel praticare onestà là dove il costume diffuso è l’approfittarsene, giusto è chi risponde con fedeltà al proprio compito, giusto è chi corrisponde ad una educazione come formazione mai conclusa a coltivare l’attenzione al bene comune.

Gesù ha posto in mezzo i bambini abbracciandoli: l’abbraccio di Gesù esprime una umanità piena capace di vivere una sensibilità viva, gioiosa, che sa esprimersi in gesti autentici che investono la corporeità. Potremmo cogliere in questa apertura ad un contatto profondo con gli altri il segno di una maturità umana comunicativa. Il suo agire può essere indicazione per noi oggi di fronte alla domanda sull’educazione che comprenda l’attenzione alle questioni di genere.

In tale ambito si rende necessario un approfondimento che rifugga da superficialità e da posizioni caratterizzate da incomprensioni e allarmismi. Suggerisco due letture a mio avviso utili per interrogarsi con serietà e attenzione. La prima è una riflessione di Chiara Giaccardi dal titolo Non solo ideologia: riappropriamoci del genere (in “Avvenire”, 31 luglio 2015). L’articolo parte dall’osservazione che “La polarizzazione tra le fazioni opposte – no gender-pro gender – ha ipersemplificato e in molti casi banalizzato la questione, e sembra arrivata a un punto di stallo”. Viene poi osservato che “i «gender studies» hanno una tradizione di ormai mezzo secolo, e sono nati proprio per denunciare e contrastare posizioni teoriche astratte e pratiche consolidate, basate sulla disuguaglianza: per mostrare che l’essere umano è sempre un essere situato (prima di tutto in un corpo sessuato, poi in una storia, una cultura, un territorio); che il preteso universalismo delle culture e delle regole sociali è in realtà un’astrazione, che prescindendo dalla realtà la mortifica (nella fattispecie, il punto di vista femminile); che rispetto alla nostra corporeità la cultura è tutt’altro che irrilevante. Sin dalle origini i ‘gender studies’ hanno affrontato questioni di tutto rispetto, anzi, doverose (…) Dunque gli studi di genere sono diversificati al loro interno; hanno dato importanti risultati e molti possono ancora favorirne in termini di giustizia sociale; non sono esclusivamente né principalmente focalizzati sulla questione del ‘genere sessuale come scelta’ che prescinde dalla natura”. In sintesi si presentano poi due linee di interpretazione diversificate al loro interno. Una essenzialista per cui dall’anatomia si passa all’essenza: secondo tale visione le caratteristiche corporee esprimono l’essenza della differenza di genere. L’altra culturalista-costruttivista che legge il ‘gender’ come costruzione sociale e si articola in una versione moderata che sottolinea la rielaborazione culturale del dato biologico e una radicale secondo cui ha la prevalenza la scelta individuale e non conta la dimensione naturale. L’osservazione conclusiva apre ad affrontare la questione con sguardo problematico: “Oggi il dibattito sul ‘gender’ è identificato con quest’ultima tipologia, che è la più insensata. Non bisogna però cadere nell’errore della ‘cattiva sineddoche’: prendere una parte del dibattito”.

Come osserva Serena Noceti (Ecco perché è sbagliato demonizzare il gender, in “Jesus”, maggio 2014, 5): “Sono evidenti i rischi di disgregazione dell’identità dell’umano insiti in queste teorie radicali, denunciati per altro dal Magistero. Queste teorie di genere rappresentano un esito, non l’unico. Ricorrere al gender non comporta di per sé pensare a un’insignificanza della differenza biologica; vuol dire essere consapevoli che ogni differenza fisiologica e genetica — di uomini e di donne, perché non stiamo parlando solo di femminile — non può mai essere pensata a prescindere dalla lettura culturale. La domanda sull’identità si colloca al crocevia tra “natura” e “cultura”, senza riduzioni indebite al solo dato della differenza biologica e senza restringimenti a letture di “ruoli sociali” che dalla biologia vengono fatti derivare”. Il dibattito ha investito la scuola anche in questo tempo di inizio dell’anno scolastico. Interessante è a tal riguardo la posizione espressa dall’Ufficio diocesano pastorale della scuola di Padova in un documento redatto da don Lorenzo Celi. Riflettere sul gender implica ripensare oggi l’identità, la crescita nella relazione, il superamento delle forme di violenza e di discriminazione talvolta presenti in modi nascosti e pervasivi.

Gesù si è messo dalla parte delle vittime e la sua scelta di fedeltà nel predicare un regno di giustizia e di fraternità l’ha condotto al processo alla condanna e poi alla morte. Al centro della sua vita ha messi i piccoli, i marginali. Seguirlo non può passare se non per l’accoglienza che da lui si riceve e che chiede di essere allargata e comunicata. E’ una chiamata per noi oggi a vivere una accoglienza che investe il cuore, di fronte a chi cerca ospitalità, casa, riconoscimento. L’incontro con i poveri, con chi cerca casa, lavoro, dignità è occasione per scoprire la nostra profonda identità, occasione per cambiare radicalmente il nostro stile di vita scegliendo le vie della condivisione.

Nel tempo della ‘terza guerra mondiale a pezzetti’ scoprire la via della sapienza è sfida attuale per noi. La via indicata dalla lettera di Giacomo suggerisce una sapienza che investe la relazione tra le persone, i popoli, e le culture. Sapienza in tale orizzonte significa tessere riconciliazione, lottare contro le soluzioni violente e di guerra nei rapporti umani. Sapienza è dono dall’alto e nel contempo è dono che ha il nome di Gesù Cristo. E’ un dono di incontro che genera responsabilità per promuovere non una pace indistinta ma una pace che sorge come frutto di scelte di giustizia. Come vivere oggi una fortezza mite di fronte al male e una tensione a costruire pace in relazioni giuste?

Alessandro Cortesi op

In vista del Sinodo: nuovo libro di Adriano Oliva op

112-Oliva copertina

L’amicizia più grande è quella che secondo san Tommaso unisce gli sposi che si donano l’un l’altra nel reciproco impegno di fedeltà ed è segno sacramentale dell’amore che unisce Cristo alla Chiesa sua sposa. Ma amore di amicizia, unico, fedele e gratuito può essere anche quello che unisce le coppie di divorziati risposati, che vivono con consapevolezza e responsabilità la loro unione. L’esame teologico delle condizioni poste, oggi, dal Magistero per l’accesso ai sacramenti della penitenza e dell’eucarestia di un divorziato risposato, mostra l’esigenza di un perfezionamento della prassi attuale, in continuità con la Tradizione della Chiesa e ispirato al vangelo della Misericordia.
L’amicizia più grande è anche quella a cui aspirano alcune persone omosessuali, che desiderano unirsi responsabilmente in un amore di coppia, unico, fedele e gratuito. La connaturalità dell’inclinazione omosessuale, che san Tommaso riconosce come propria a queste persone, potrebbe permettere possibilità nuove di accoglienza di coppie omosessuali all’interno della Chiesa. Il riconoscimento di reciproci diritti civili ai componenti di una coppia omosessuale, che è questione relativa alla legislazione degli Stati, in tale prospettiva di approfondimento teologico si pone quale esigenza della naturalità della situazione di queste coppie.

Adriano Oliva, domenicano italiano del convento di Saint-Jacques (Parigi), dottore in teologia, storico delle dottrine medievali, ricercatore al Laboratoire d’études sur les monothéismes (Centre national de la recherche scientifique), lavora alla Commissio Leonina per l’edizione critica delle opere di Tommaso d’Aquino. Con R. Imbach, ha pubblicato: La filosofia di Tommaso d’Aquino. Punti di riferimento, Lugano, Eupress, 2012 (originale francese: Paris, Vrin, 2009).

Cliccando qui si può accedere alla pagina web della casa editrice Nerbini dove è indicata la nuova pubblicazione. E’ anche possibile leggere e scaricare la prefazione a cura di Alessandro Cortesi (pp.5-37).

XXIV domenica – ordinario B – 2015

gesu_pietroIs 50,5-9; Sal 114; Gc 2,14-18; Mc 8,27-35

Una figura dal profilo affascinante ed enigmatico è presentata in alcuni testi del secondo Isaia, al tempo della fine dell’esilio: è il servo di Jahwè. Si tratta di un singolo? E’ figura per indicare tutto l’Israele fedele? Ha il profilo un profeta, fedele al Dio dell’alleanza, e per questo subisce persecuzione, disprezzo, violenza. La sua vita è nell’ascolto della parola di Dio: “Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio”. Tale azione di Dio conduce ad intendere la vita secondo questa chiamata. Anche nella sofferenza e nella solitudine vive una fiducia profonda: “il Signore Dio mi assiste… è vicino chi mi rende giustizia”. E’ questa fiducia l’unica forza per sostenere opposizione e dolore. Giunge al punto di subire violenza senza rispondere con la violenza ma attuando una profonda solidarietà con tutti, proprio per testimoniare la sua fede in Dio: “Ho presentato il mio dorso ai flagellatori… non ho sottratto la faccia gli insulti e agli sputi”.

‘La gente chi dice che io sia?… e voi chi dite che io sia?’. Il motivo di fondo per cui Marco ha scritto il suo vangelo ruota attorno alla questione sull’identità di Gesù di Nazareth riconosciuto come il Cristo, messia. La domanda di Gesù segna una svolta: è posta per la strada e proprio a metà del vangelo. Si collega al cammino di Gesù, verso Gerusalemme, ma rinvia immediatamente al cammino da percorrere per chi lo vuole conoscere, perché da lì si apre il cammino del seguirlo.

‘Tu sei il Cristo’, è la risposta di Pietro. Pietro così presenta l’identità di Gesù, peraltro espressa anche dalle voci dei demoni negli episodi di guarigione – nella sinagoga di Cafarnao nella guarigione dell’indemoniato, e di fronte agli ‘spiriti impuri’ (3,11-12) -. Sin dall’inizio del vangelo Marco è indicata l’identità di Gesù come Cristo, e come Figlio (Mc 1,1). Al momento del battesimo al Giordano con il Battista la voce dal cielo lo aveva espresso: con capacità narrativa Marco la fa udire solo da Gesù, ma la rende palese anche al lettore: “Tu sei il mio Figlio l’amato…’.  L’intero vangelo si snoda così attorno alla grande domanda: chi è Gesù? E’ l’uomo dai tratti del profeta, percorre strade in fedeltà radicale al Padre, come figlio e servo. La sua vita è orientata alla cura per il bene di chi incontra: in questi tratti si delinea il profilo del messia.

Nella sua risposta Pietro riconosce Gesù come messia, portatore dell’intervento di Dio, cogliendo in lui le promesse rivolte a Davide che animavano la speranze di Israele. Tuttavia subito dopo Gesù impone di non parlare di lui a nessuno. La medesima reazione di fronte agli spiriti impuri. E’ richiesto un silenzio, che apre ancora una domanda.

La grande questione per Marco sta sulla modalità dell’essere messia per Gesù. Da questo momento infatti Gesù ‘cominciò ad insegnare che il Figlio dell’uomo doveva soffrire molto, ed essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e dopo tre giorni risorgere’. E’ un annuncio, il primo di tre, sulla strada verso Gerusalemme, che racchiude in sintesi il ‘vangelo’ di Gesù. Sono parole cariche di evocazioni all’esperienza dei profeti. Rifiutati per la loro fedeltà alla Parola di Dio, testimoni sottoposti a persecuzione e condanna. Gesù si pone nel cammino dei profeti e vive la consapevolezza che questa fedeltà alla sua missione lo potrà condurre al rifiuto e a subire la sofferenza.

In filigrana Marco presenta i testi del servo sofferente di Isaia: ‘Doveva soffrire molto…’. C’è un ‘doveva’ nella vita di Gesù, che apre domande. Non si tratta di una necessità determinata da un Dio malvagio che vuole la sofferenza. E’ piuttosto indicazione di una fedeltà di Gesù fino alla fine proprio in rapporto al Padre e al suo disegno di amore. La sua missione e testimonianza lo conduce ad assumere anche la sofferenza. Non risponde alla violenza con la violenza. Vive invece fino in fondo il dono dicendo che l’amore è più forte di ogni altra cosa. Non cerca la sofferenza e la croce ma la subisce per restare fedele all’annuncio del regno. L’orientamento della sua vita sta nel vivere la fedeltà al Padre e all’umanità nella debolezza e nell’amore che si fa dono e servizio.

Gesù è, secondo Marco, ‘messia’, ma in un modo paradossale. Non corrisponde alle attese di un messia del potere, politico e nazionalistico. E’ invece messia che salva nel reagire al rifiuto e alla violenza con la nonviolenza e con il dono di sé divenendo uomo-per-gli-altri. La sua vita umana racconta il volto stesso di Dio, ne è rivelazione ed è una vita che porta salvezza.

Gesù indica la sua via come cammino a cui partecipare: chiama a ‘stargli dietro’. A Pietro che lo rimprovera dice ‘sta dietro a me Satana’. Satana è figura per indicare tutto ciò che divide. Pietro non accetta la logica della croce come scelta dell’amore e del dono di sé. Gesù lo invita a ‘mettersi dietro’ nel cammino e smaschera modi di pensare non ‘secondo Dio’. Non è sufficiente riconoscere Gesù come messia. E’ indispensabile – e sta qui il cuore della preoccupazione di Marco nel suo vangelo – seguire Gesù nel suo cammino. Solo allora si può scoprire la sua identità che coinvolge e cambia la vita. ‘Lungo a strada’ Gesù interrogava i suoi: d’ora in poi ritorna pressante l’insistenza sulla strada ad indicare che si potrà conoscere Gesù non per sentito dire, ma solamente facendo proprio il suo cammino e seguendolo sulla strada da lui tracciata.

“Che giova, fratelli miei, se uno dice di avere la fede ma non ha le opere? Forse che quella fede può salvarlo? Se un fratello o una sorella sono senza vestiti e sprovvisti del cibo quotidiano e uno di voi dice loro: ‘Andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi’, ma non date loro il necessario per il corpo, che giova? Così anche la fede, se non ha le opere è morta in se stessa”

La lettera di Giacomo è ricca di avvertimenti sui rischi reali nel venir meno ad una vita di fede autentica e sincera: “Religione pura e senza macchia davanti a Dio nostro Padre è questa: soccorrere gli orfani e le vedove nelle loro afflizioni e conservarsi puri da questo mondo” (Gc 1,27). Non esiste fede in Dio senza un rapporto nuovo, di giustizia, che promuova solidarietà con la vedova l’orfano e il forestiero.

Nella lettera ritorna con insistenza il richiamo all’attenzione ai poveri, a porre al centro della vita la parola della Scrittura: ‘Amerai il prossimo tuo come te stesso’ (Gc 2,8). “Come il corpo senza lo spirito è morto, così anche la fede senza le opere è morta” (Gc 2,26; cfr. 2,17.20.24). L’insistenza sulle ‘opere’ è sempre in rapporto alla relazione con gli altri richiesta dal vangelo. Le ‘opere’ sono così intese come il germogliare di una fede che può attuarsi solamente nella relazione. La vita cristiana può svilupparsi solo nella dimensione comunitaria e in rapporto all’altro. Le ‘opere’ sono il segno del carattere solidale e comunitario della stessa esperienza della fede.

DSCN0992Alcune riflessioni per noi oggi

Le letture di quest’oggi che trovano il loro centro nel riferimento a Gesù Cristo riportano all’essenziale: volgere lo sguardo a Gesù, seguire Lui.

Ci si può chiedere cosa signfiica seguire Gesù nel tempo della migrazione. Il riferimento alla concretezza è ineludibile. Un editoriale di Avvenire di Toni MIra dal titolo ‘Accogliere i profughi nel nome della legge’ del 9 giugno 2015 è richiamo ad una duplice attenzione, al vangelo e alla legge:

“Verità e legalità. Il nuovo polverone sollevato da alcuni governatori di Regioni del Nord a guida o trazione leghista, giunto all’intollerabile arma della pressione ricattatoria sui Comuni che intendono rispettare le regole – quelle dello Stato italiano e quelle dell’etica dell’accoglienza – richiede soprattutto chiarezza su questi due punti. Verità sui numeri, sugli accordi presi, perfino verità (e onestà) sulle parole, sul “di che cosa si parla”. Verità su che cosa significa, di fronte ai profughi, agire «nel nome della legge». Partiamo proprio da qui. Partiamo da chi sta arrivando sulle nostre coste. I cosiddetti “invasori”. Si tratta di richiedenti asilo, di persone che fuggono da guerre, violenze, persecuzioni. Sono loro che ora chiedono di essere accolti. Ce lo chiedono i loro occhi, ce lo impongono le norme europee e italiane, in primo luogo la Costituzione, all’articolo 10: «Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica secondo le condizioni stabilite dalla legge». Un diritto, dunque, che tutti devono rispettare, a partire da chi ha più responsabilità. Che, oltretutto, non può confondere le acque. Non è corretto, infatti, dire che una Regione non può accogliere questi richiedenti asilo perché già ospita tanti immigrati. Perché in questo caso si tratta di migranti per altri motivi, in gran parte economici.

Comodo e cinico, troppo comodo e troppo cinico, utilizzare migranti contro profughi. Ai numeri precisi forniti dal Viminale, che denunciano la grande disparità di accoglienza dei richiedenti asilo tra Sud e Nord, non si può replicare con numeri che riguardano un altro fenomeno. Verità, dunque, rispetto dei diritti umani e del diritto italiano. E anche degli accordi presi. In primo luogo quello firmato da Governo e Regioni il 10 luglio 2014, che prevede la ripartizione dei richiedenti asilo in proporzione alla popolazione italiana residente e ai finanziamenti del Fondo sociale europeo. Un accordo, non una decisione unilaterale del Governo. Ma che ora – questa volta, sì, in modo unilaterale – tre Regioni del Nord vorrebbero violare. Anzi lo stanno già violando visto che proprio Lombardia e Veneto sono lontane dai numeri previsti. E, lo ripetiamo, non si possono giustificare tirando in ballo le “presenze” di immigrati che lavorano come operai in aziende basate nel loro territorio”.

Volgere lo sguardo a Gesù. E’ un impegno che ricorda ai cristiani la chiamata ecumenica: un cammino possibile da ricercare che passi dal conflitto alla comunione. E’ proprio questo – ‘Dal conflitto alla comunione’ – il titolo di un documento redatto dalla Commissione luterano-cattolica per l’unità, pubblicato il 17 giugno 2013, in vista del 2017 data di inizio della Riforma di Lutero con la diffusione delle 95 tesi nel 1517. Il documento evidenzia: “La memoria storica ha avuto delle conseguenze concrete per le relazioni interconfessionali. Per questa ragione è nel contempo così importante e così difficile un ricordo ecumenico comune della Riforma luterana. Ancor oggi molti cattolici la associano principalmente con la divisione della Chiesa, mentre molti cristiani luterani associano la parola «Riforma» specialmente con la riscoperta del Vangelo, la certezza della fede e la libertà. Sarà necessario prendere sul serio entrambi questi punti di partenza al fine di mettere in relazione reciproca le due prospettive e porle in dialogo” (n.9). (…)Quello che è accaduto nel passato non si può cambiare, ma può invece cambiare, con il passare del tempo, ciò che del passato viene ricordato e in che modo. La memoria rende presente il passato. Mentre il passato in sé è inalterabile, la presenza del passato nel presente si può modificare. In vista del 2017, il punto non è raccontare una storia diversa, ma raccontare questa storia in maniera diversa” (n.16).

Si precisa il senso del dialogo ecumenico: “Il dialogo ecumenico implica la rinuncia a schemi mentali che scaturiscono dalle differenze tra le confessioni e che le enfatizzano. Al contrario, nel dialogo i partner cercano di individuare in primo luogo ciò che hanno in comune e solo allora esaminano la rilevanza delle loro divergenze. Queste differenze, tuttavia, non vengono trascurate o minimizzate, perché il dialogo ecumenico è la comune ricerca della verità della fede cristiana” (34).

Nel documento si riprende la comune prospettiva maturata nella riflessione teologica ed espressa nella Dichiarazione congiunta sulla giustificazione.

In ‘Dal confitto alla comunione’ si legge a proposito dell’interpretazione di Lutero: “(106) L’iniziativa di Dio stabilisce una relazione salvifica con gli uomini; in tal modo la salvezza si attua per mezzo della grazia. Il dono della grazia può essere solo ricevuto e, dal momento che questo dono è mediato da una promessa divina, non può essere ricevuto se non mediante la fede, e non mediante le opere. La salvezza si attua soltanto per mezzo della grazia. Lutero, tuttavia, mise costantemente in evidenza che la persona giustificata compirà opere buone nello Spirito. (107). L’amore di Dio per gli uomini è incentrato, radicato e incarnato in Gesù Cristo. Perciò, l’espressione «solo per grazia» deve sempre essere spiegata con l’espressione «solo attraverso Cristo»”.

Il riferimento a Gesù Cristo nella nostra vita apre alla scoperta del dono di grazia che da lui solo riceviamo e della responsabilità che esso suscita per l’agire dello Spirito nei cuori. Ancora siamo in cammino per scoprire come il riferimento a Gesù e il centrarsi su di lui può essere motivo di speranza e nuova vita per il nostro tempo, aprendoci a passaggi dal conflitto alla comunione.

Alessandro Cortesi op

XXIII domenica – tempo ordinario B – 2015

DSCN1183Is 35,4-7a; Gc 2,1-5; Mc 7,31-37

L’aprirsi degli occhi di un cieco, le orecchie di un sordo che si schiudono, il saltare di gioia di uno zoppo, l’urlo dalla lingua di un muto: sono situazioni impensabili, capovolgimenti, interruzioni di esperienze di limite e dolore. Sono immagini di liberazione, di superamento di qualcosa che rinchiude. E’ scioglimento di quanto era legato, apertura a possibilità impensata di relazioni, inizio nuovo di vita. Da qui la possibilità di un’esperienza fatta di vedere, ascoltare, di voci e gesti, tessuta di gioia. Sono figure che indicano un tempo, un mondo nuovi, dove è posto un termine a condizioni di male e ad ogni sofferenza subita. Non è solo superamento del limite, ma anche fine dell’emarginazione a cui sordi, ciechi e zoppi, tutti i menomati, i feriti, tutti coloro che nella vita recano il peso di qualche handicap, sono costretti quali vittime. Sono immagini per indicare l’esito di un’azione di Dio che irrompe e fa sorgere l’inatteso e l’inimmaginabile.

La natura tutta è trasformata, il deserto si trasformerà in giardino, il suolo arido si muterà in sorgenti d’acqua, fuggiranno tristezza e pianto e regneranno gioia e felicità. Certamente questo testo può essere guardato come una grande illusione, una magnifica proiezione di un mondo alternativo pensato e sognato per fuggire il reale. Il sogno di un mondo diverso per chiudere gli occhi di fronte al dramma del presente, di fronte allo scandalo del male. La presentazione di una utopia immaginaria per dimenticare il peso della sofferenza. Per Isaia non è illusione delineata per negare la durezza e il male, ma è parola che parla di Dio, del suo stare contro ogni realtà che piega e fa soffrire. E’ parola su Dio e per questo diventa parola che indica un orizzonte di speranza radicato nella memoria di un incontro e di una promessa che viene da Dio. Tutte le immagini sono riferite ad un’attesa: verrà qualcuno, il Signore stesso di fronte al male non lascia soli i suoi figli e non dimentica: ‘egli viene a salvarvi’.

Le parole di Isaia sono invito a scorgere le tracce di una presenza pur nella consapevolezza del dramma del presente. Il Signore visita e apre il vero senso alla vita come gioia dell’incontro lottando contro tutto ciò che è male. Tutte le immagini indicate esprimono una salvezza posta non solo in un futuro da attendere ma in un venire già in atto nella presenza del Dio che libera e salva. E’ pagina che ricorda lo stile di Dio: nella storia di Israele è colui che si è fatto vicino, è venuto. Così verrà, ma è anche colui che continuamente viene. E’ una parola che incoraggia nell’attesa: Dio in questa storia agisce come liberatore, è presente in tutte le scelte che aprono e liberano, e sarà lui infine ad aprire il senso più profondo di questa storia e cambierà ogni lutto in gioia. E’ un invito rivolto agli smarriti di cuore. Il senso della storia diviene annuncio di lotta per operare per ogni genere di liberazione, per sanare, per guarire e aprire a comunicare nel presente. Isaia rinvia ad un futuro ma questo futuro coinvolge già il presente e sta in rapporto con la memoria del chinarsi di Dio nel liberare Israele.

Marco nel suo vangelo presenta Gesù che agisce: il suo profilo è quello del profeta che si oppone radicalmente al male. Gesù incontra malati e persone che vivono il peso di handicap e chiusure. Sono molteplici gli incontri di Gesù che si lascia toccare dal male che opprime uomini e donne. Non si rapporta a loro come il terapeuta di fronte a casi clinico, ma nell’incontro scorge un volto unico, una storia con attese e domande, anche inespresse, desideri e sofferenze nascoste. Entra in relazione e apre a comunicare: è una relazione concreta fatta di contatto, di sguardo, di parole. Nel suo agire si dimostra guaritore ferito, sensibile a lasciarsi toccare dalla fatica e dal dolore di chi gli sta di fronte. Ascolta e agisce come chi, con la sua sola presenza, nel suo stare accanto rende visibile nel suo agire il volto di Dio che vuole il bene, che è pura positività e si oppone ad ogni male: libera, apre futuro, scioglie ciò che è tenuto legato, a partire dalle esigenze di vita. La sua passione è che le persone possano vivere una vita piena.

Marco legge il gesto di guarigione di un sordomuto come momento in cui si fa manifesto un tratto dell’identità di Gesù, e si attua un compimento delle promesse dei profeti sul messia: un messia che assume la vulnerabilità e vi entra, e se ne fa partecipe. Egli stesso, nell’incontro con chi è ferito, viene cambiato, toccato e ferito. Nel toccare viene toccato e prende su di sé quella storia.

L’incontro tra Gesù e il sordomuto avviene in una regione a Nord della Galilea, un territorio pagano: i gesti di bene e di salvezza di Gesù sono non solo per ‘le pecore perdute della casa d’Israele’, ma si aprono oltre i confini. Gesù non opera una magia e nel racconto vi è insistenza tuttavia su alcuni gesti concreti: Gesù tocca le orecchie del sordomuto con le sue dita, poi con la saliva gli tocca la lingua, guarda al cielo. Marco sottolinea poi che emise un sospiro, quasi un gemito che sorga dalla compassione: “e disse ‘Effata’ cioè ‘apriti’. Subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della lingua e parlava correttamente”. Il suo desiderio è che la vita di ognuno possa aprirsi: è un’apertura del cuore, di tutte le dimensioni della persona.

Per quel sordomuto, chiuso nel suo limite, incapace di comunicare e di dire la sua sofferenza, l’incontro con Gesù apre a poter entrare in relazione in modi nuovi: si apre una via per divenire se stesso. La salvezza donata passa attraverso e si rende presente nella risposta alle domande di una vita buona e dignitosa e si attua a cominciare dalla risposta alle attese di liberazione. Passa per un coinvolgimento che investe la corporeità. Gesù compie i gesti della guarigione in disparte lontano dalla folla: la folla è spesso ostacolo ad un incontro autentico e personale con lui, addirittura allontana e fa da schermo.

Traspare così qualcosa dell’identità di Gesù, visto come il messia, colui che fa udire i sordi e parlare i muti ed inaugura il tempo nuovo sognato da Isaia. Ma ci parla anche dell’identità del discepolo di Gesù, di chi si mette a seguirlo: il compimento di tale seguire sta nell’ascolto, di Dio e degli altri e sta nel comunicare, nel passare dalla chiusura del silenzio e della separazione all’apertura che è via di incontro e comunione.

DSCN1135Alcune riflessioni per noi oggi

Viviamo anche oggi un tempo di smarrimento, di incapacità di ascoltare e vedere. Le parole di Isaia ci invitano a ritornare a ripercorrere i passi dell’esodo, l’esperienza dello scoprire la vicinanza del Dio che viene e fa nuove le cose, e la promessa che la nostra storia è orientata ad un incontro con il Dio della vita. Un’immagine in questi giorni si è imposta ad occhi che non vogliono vedere ad orecchie chiuse: è l’immagine di un bambino, scivolato dalle mani dei genitori nella traversata del mare tra la Turchia e la Grecia verso l’isola di Kos in uno dei viaggi di fuga e speranza. Veniva da Kobane città devastata e segnata dalla guerra in Siria. Un’immagine sconvolgente perché piena di normalità: le scarpine ai piedi, i vestiti in ordine. Ma anche sconvolgente perché interroga la normalità di chi non si lascia toccare, non vede e non ascolta il grido delle vittime oggi. Dietro a quell’immagine sta la tragedia di milioni di persone che chiedono di essere viste e ascoltate da tutti noi. E’ denuncia dell’indifferenza ed è richiamo alla responsabilità che Dio ci affida per una storia in cui ogni vita possa aprirsi. Dietro a quel volto senza vita sta la domanda di tanti che chiedono aiuto, attenzione, solidarietà, scelte concrete per dare possibilità di fuggire da guerre e miseria. Interrogarsi su cosa significa salvezza per noi oggi può trovare vie di risposta solo a partire dalle vittime: extra victimas nulla salus.

L’aprirsi di un sordomuto alla parola e all’ascolto è un esempio del cammino di divenire persone: crescere in umanità è scoprire la relazione, imparare a comunicare, divenire capaci di ascolto e di rivolgere una parola che dia spazio alle parole degli altri e crei ponti. Divenire capaci di parole dell’amore è ciò che fa fiorire la vita. E’ tempo di inizio di scuola, tempo di ripresa delle attività: c’è un cammino educativo presente nella vita che non ha stagioni e non è mai concluso. E’ il cammino di una apertura ad uscire da quell’essere centrati su di sé e chiusi che oggi segna in modo pesante la vita. La sfida dell’educare oggi in ogni ambiente, con giovani e anziani è quella di una apertura a scoprire quanto ci lega agli altri e alla promessa di Dio, una promessa di relazione e comunione.

Aprirsi all’ascolto di Dio e degli altri implica una concretezza di scelte: la lettera di Giacomo provoca a mettere al primo posto coloro che nella vita non ce la fanno, tutti coloro che vivono in forme diverse chiusure e sordità. Tale incontro provoca a scoprire la vulnerabilità di ognuno e cogliere come proprio nella povertà riconosciuta si apre la possibilità della condivisione e della comunione che è il senso profondo della salvezza. Il mondo nuovo che i gesti di Gesù hanno indicato cresce nei piccoli gesti e nelle scelte del nostro quotidiano.

Alessandro Cortesi op

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