la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Archivi per il mese di “ottobre, 2015”

Solennità di tutti i santi – anno B – 2015

02r_03_02(Apocalisse – cripta della cattedrale di Anagni)

Ap 7,2-4.9-14; Sal 23; 1Gv 3,1-3; Mt 5,1-12a

Le comunità che vivono nelle difficoltà e sperimentano la persecuzione verso la fine del I secolo nell’Asia minore si interrogano sulla loro fede. La promessa di Dio, la presenza del Risorto è operante, ma le sfide della violenza e della persecuzione nel contesto della dominazione imperiale sono faticose da sopportare. Pur immersi in una situazione che contraddice e pone interrogativi profondi alla fede è possibile scorgere un disegno di salvezza ed un cammino che richiede coraggio. Apocalisse libro di lettura profetica del presente, esprime tutto questo in immagini fortemente evocative: l’agnello ferito richiama Gesù partecipe delle sofferenze dei suoi: il crocifisso, segnato dal sangue della morte. Ma egli stesso, il medesimo, è anche il risorto, alzato in piedi da Dio che non l’ha abbandonato. Il medesimo è ferito e in piedi: agnello che ha inteso la sua vita come dono nella linea della nonviolenza.

Come lui anche le comunità convocate dalla sua parola nel tempo vivono la prova e la sofferenza. Al seguito di Gesù sono chiamate ad una via di servizio e di ferita – la kenosis come diventare nulla e percorso di debolezza -. In questo cammino sperimentano anche l’incontro con lui. Vivono così la certezza che Gesù passato attraverso la morte e vivente presso il Padre può sciogliere i nodi che tengono chiuso il libro della vita e della storia. Apocalisse così è un testo di ‘rivelazione’, non la ‘fine del mondo’, in cui si articola una lettura profonda della storia alla luce del vangelo.

Le pagine a tratti presentano una grande liturgia: è così al capitolo 7. Una moltitudine immensa che non può essere contata è al centro di una visione, la moltitudine di tutti i testimoni: “Dopo queste cose vidi: ecco una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua. Tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all’agnello, avvolti in vesti candide, e tenevano rami di palma nelle loro mani. E gridavano a gran voce: la salvezza appartiene al nostro Dio, seduto sul trono, e all’agnello”

E’ una grande immagine della chiesa vista non come gruppo a parte, separato, esclusivo, ma come popolo, moltitudine di convocati a condividere da ogni orizzonte la bella notizia della salvezza. Una moltitudine raccolta per divenire allargamento di invito e di condivisione. Le provenienze sono da tutti i popoli e lingue. Non vige una logica di esclusione, ma vi sono provenienze diverse, da luoghi lontani, da lingue e popoli tra cui si attua un incontro nuovo, fatto non di esclusioni, ma di intreccio di differenze.

La palma nelle mani di coloro che compongono questa moltitudine rinvia alla testimonianza: sono coloro che hanno percorso la strada di Gesù agnello inerme e indifeso. Al centro di questa assemblea che unisce provenienze da ogni confine della terra, compimento della promessa dei profeti stanno Dio e l’agnello: solo Dio e l’agnello sono da adorare nessun’altra potenza terrena politica o religiosa. E’ una festa con al centro la pasqua. La pasqua di Cristo, la sua morte e risurrezione, diviene la pasqua del credente e della comunità che vive nel tempo il morire e risorgere con Gesù e nel tempo celebra con uno sguardo oltre il tempo stesso.

“Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui perché lo vedremo così come egli è.”

Le parole di Giovanni richiamano l’itinerario della fede, tra un ‘già’ sperimentato nel presente, ed un ‘non ancora’ da attendere, da costruire, anche da affrettare. Sin d’ora siamo figli di Dio, partecipi di una relazione come i figli e le figlie vivono in rapporto ai genitori. Per ogni volto c’è un nome che ha i tratti dell’amore e della scelta. E’ nome unico perché Dio l’ha pronunciato chiamando alla vita. Un nome che non è punto di arrivo, definizione di una identità data, ma una promessa, un seme chiamato a crescere e fiorire, annuncio di vita e di futuro. Quel nome richiede cura e nutrimento, luce e spazio: la chiamata si apre ad una crescita. chiamata fondamentale sta nel diventare simili al volto di Cristo che ha fatto della sua vita un dono. Ancora non è rivelato il nostro volto più profondo. Nell’incontro con Cristo – che significa vivere lo stile di amore che Gesù ha vissuto – può trovare compimento il nome ricevuto. Nel percorso della vita si apre un cammino che è divenire simili a lui volgendo lo sguardo per lasciare che la sua luce sia cambiamento. Contro ogni forma di pensiero chiusa e fissata, qui la vita è delineata come cammino, movimento, luogo in cui si attua una gradualità di consapevolezza, responsabilità, dono.

La vita dei credenti si colloca in una attesa fatta di dolore talvolta, e affidata come responsabilità. C’è un dolore perché non si vede. Il nostro vedere è incapace di scorgere avanti: quello che saremo ancora è sconosciuto. Ma c’è anche un’attesa che richiama un’esigenza di risposta, perché la speranza è affidamento all’impossibile di Dio. Nel riconoscere le tracce dell’amore di Dio, quello che – dice Giovanni – abbiamo veduto, sperimentato nello scendere e servire di Gesù si apre la possibilità di scorgere che gli occhi possono essere aperti. La nostra vita va verso una comunione tra di noi e con Lui. Il vedere diviene esito di un cammino in cui lo sguardo si è lasciato formare e cambiare nell’affidamento.

“Beati i miti perché avranno in eredità la terra. Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia perché saranno saziati”.

Gesù propone un orizzonte nuovo per la vita: quello della felicità. I poveri in spirito, quelli che sono nel pianto, i miti, quelli che hanno fame e sete di giustizia, i misericordiosi, i puri di cuore, gli operatori di pace, i perseguitati per causa della giustizia, ‘tutti voi quando vi insulteranno’… sono chiamati a rallegrarsi. E’ felicità particolare: non è la felicità quale privilegio di chi sta bene e si disinteressa degli altri mentre altri sperimentano la sofferenza soffre, ma è la felicità di chi intende al propria vita legata a quella altrui, di chi si prende cura, di chi si lascia coinvolgere e condivide la vita dei piccoli.

Gesù non vuole per nessuno povertà, persecuzione, ingiustizia. Annuncia invece che Dio prende le difese e si pone dalla parte di tutti coloro che vivono in situazioni di margine e svantaggio. E non dimentica nessuno. Si fa loro vicino, per liberarli, prende le loro parti. Dio ‘ha guardato alla condizione umile dei suoi servi’, di tutti coloro che si affidano a lui e non hanno potenza e ricchezza e strumenti di affermazione umani.

Questa è la ragione del rallegrarsi: vivere in tale orizzonte, anche se non si occupano i primi posti, anche se si è ritenuti falliti o perdenti, è stare sulla strada di Gesù. Le beatitudini parlano di lui, il vero povero, mite, puro di cuore. Chi si appoggia in lui e trova in lui il senso della propria esistenza può aprirsi ad una vita bella, ad una gioia profonda, ad un rallegrarsi autentico. Non perché le fatiche sono tolte o le difficoltà sono eliminate, ma perché è si è passati da una vita da schiavi nella paura sotto i ‘comandamenti’ ad una condizione liberata di sapersi amati, di essere partecipi della cura di Dio per i più piccoli e per chi non ha sostegni umani.

DSCN1477Alcune riflessioni per noi oggi

La festa di tutti i santi è festa di comunità, di incontro. C’è un rischio in questa festa di pensare ai santi ufficiali, e così nella considerazione della santità come condizione eccezionale, relegata in una sfera lontana dalla vita, esclusiva di mondi immaginati, soffusi di un aria di sacralità e proprie di persone particolari.

E’ rischio che svia dal pensare invece alla moltitudine immensa di ogni nazione, popolo e lingua che nessuno può contare. Perché i santi sono coloro che hanno vissuto la loro vita nella concretezza ordinaria, nella ferialità di compiti e lavori e incontri, comuni ad ogni uomo e donna. E santi sono i volti che hanno lasciato una traccia di bene, che hanno seminato affetto, che hanno costruito dignità per gli altri, che hanno speso tempo energie e competenze per un mondo nuovo.

Sono i santi a cui si rivolgeva Paolo nelle sue lettere, i membri delle comunità, con tutti i loro limiti, pregi e difetti, ma aperti ad un’opera più grande di loro, l’operare dello Spirito. E santi anche sono coloro che da popoli lontani, da provenienze sconosciute, da religioni diverse, hanno percorso i cammini dell’interiorità, della cura, dell’ospitalità, della nonviolenza, hanno costruito giustizia pensando ai più deboli, hanno cercato di tessere sentieri di riconciliazione. Santi sono credenti e non credenti che hanno vissuto secondo quella fedeltà alla propria coscienza in cui opera lo Spirito di Dio.

La vicinanza tra il giorno dedicato ai santi e quello dedicato al ricordo di chi è ‘andato avanti’, i defunti, ci provoca a considerare che quello che saremo ancora non è manifesto, ma anche coloro che nella loro vita hanno vissuto la fatica e il limite hanno potuto incontrare il volto di Cristo che li ha cambiati e trasfigurati.

Le feste di questi giorni sono tempo di grande speranza: una pausa nell’autunno, tempo di raccolta, di frutti che si ricevono, donati da una terra che non trattiene ma porta con generosità: i frutti dell’olivo, della vite, dei castagni sono memoria di frutti di vita, di bene che nell’anonimato di esistenze senza gloria è stato e viene seminato. Sta a noi riconoscere il dono e dire grazie.

Il termine ‘santità’ può essere tradotto allora come scorrere di una vita di Dio che non può essere definito e che pure sta al di dentro delle attese e delle azioni che fanno crescere uomini e donne, nella loro umanità, nella capacità di essere liberi, di sperimentare bellezza e armonia, di aprirsi ad un senso della vita nel cose semplici di tutti i giorni. Una vita così divina da essere in modo stupefacente umana. Come quella Gesù, che sapeva parlare dei fiori del campo per parlare di Dio e che sapeva indicare una casa con tanto spazio per dire il suo sogno di una vita che sin d’ora si attua come ospitalità e che sarà ospitalità conviviale in modi nuovi nel per sempre di Dio. Oltre ogni confine e oltre ogni esclusione che ogni tipo di gerarchia clericale o di dominio religioso tende a costruire…

Alessandro Cortesi op

XXX domenica – tempo ordinario anno B – 2015

CodexEgberti-Fol031-HealingOfTheBlindManOfJericho-2(miniatura dal Codex Egberti – abbazia di Reichenau 980/993)

Ger 31,7-9; Eb 5,1-6; Mc 10,46-52

“Ecco, li riconduco dalla terra del settentrione e li raduno dalle estremità della terra; fra loro sono il cieco e lo zoppo, la donna incinta e la partoriente: ritorneranno qui in gran folla. Erano partiti nel pianto, io li riporterò tra le consolazioni”.

La voce dei profeti nel tempo della stabilità è richiamo critico alla fedeltà alle promesse e all’alleanza con il Dio liberatore, nel tempo dell’esilio diviene voce di speranza. Le parole di Geremia fanno parte del ‘libro della consolazione’ (capp. 30-31): sono un invito alla gioia, nonostante il ricordo ancora vivo del pianto, nonostante le contraddizioni del presente e nella crisi. C’è un richiamo a quanto il Signore sta compiendo, un raduno ed un nuovo cammino che riconduce il popolo alla libertà.

Dall’esilio coloro che erano stati deportati possono ritornare alla terra. Si ripropone l’atmosfera dell’esodo. Allora Israele aveva sperimentato vicina la presenza di Dio liberatore, ora si trova a vivere un cammino nuovo che ripropone quel rapporto di alleanza e di fede.

La mano potente di Dio guida verso il futuro della promessa quale raduno in cui c’è accoglienza per color che fanno più fatica e non c’è esclusione. Come nell’esodo il cammino era verso una terra ricca e spaziosa così ora si apre una strada diritta dove non s’inciampa, verso fiumi d’acqua.

Ricondotti e riportati da JHWH nella terra, per tutti c’è possibilità di sostegno: “fra di essi sono il cieco e lo zoppo, la donna incinta e la partoriente”. Il pianto lascia lo spazio al canto di gioia e alla consolazione. Israele scopre in modo nuovo la vicinanza di Dio come presenza che guida e accompagna.

Anche il salmo 126 riporta alla medesima esperienza di uscita dalla schiavitù di Babilonia: “Quando il Signore ristabilì la sorte di Sion, ci sembrava di sognare. Allora la nostra bocca si riempì al sorriso, la nostra lingua di gioia… Allora si diceva tra i popoli: il Signore ha fatto grandi cose per loro”. L’esperienza di Israele diventa paradigma per altri e nella preghiera si delinea un’esperienza di un popolo che rinvia ad una liberazione con orizzonti universali.

Marco nel suo vangelo al termine del capitolo 10 pone il gesto di Gesù di guarigione di un cieco: lungo la strada, mentre Gesù esce da Gerico. E’ importante la collocazione di questo brano nella seconda parte del vangelo, dopo quel momento di svolta in cui Gesù aveva posto la domanda ‘la gente chi dice che io sia?’ e ‘voi, chi dite che io sia?’. Viene allora riconosciuto come il Cristo, il messia (8,29). Da quel momento in poi Marco presenta Gesù insieme ai suoi discepoli che lo seguono. Li istruisce sulla ‘via’ che egli stesso sta percorrendo. E’ la via di un messia diverso dalle attese di affermazione e dominio umano. Su questa via incontra l’opposizione, si manifesta consapevole dell’ostilità generata dal suo agire. Non si tira indietro di fronte alla possibilità di affrontare il conflitto e la sofferenza in fedeltà al suo mandato: il figlio dell’uomo è venuto per servire e dare la vita… (8,31-33; 9,30-32; 10,32-34).

Al capitolo 11 verrà presentato l’ingresso di Gesù a Gerusalemme, nei panni di un messia umile, che cavalca un asino ed entra nella città santa non come un guerriero ma disarmato messaggero di pace. A cerniera tra questi due capitoli è posta la guarigione di un cieco. Proprio alla vigilia dei giorni di Gerusalemme questo gesto indica che c’è bisogno di una luce diversa per vedere con occhi rinnovati quanto sta per accadere, il cammino di Gesù. Ma anche parla del cammino dell’autentico discepolo, di colui che segue Gesù sulla sua strada. Il volto del messia che si consegna nelle mani degli uomini è il volto di chi ha scelto la via del servire: è questa anche la via del discepolo.

Il cieco di Gerico presenta così il profilo dell’autentico discepolo – come saranno la donna che unse il capo di Gesù prima della passione e Giuseppe di Arimatea al momento della morte -. Mentre coloro che Gesù aveva chiamato a sé non capivano, discutevano chi tra loro fosse il più grande, avevano il cuore indurito, il cieco di Gerico figlio di Timeo, viene ad essere il discepolo a cui sono aperti gli occhi per un vedere nuovo.

Il cieco sta lungo la strada a mendicare, il suo grido è una invocazione ed una indicazione: ‘Figlio di Davide, abbi pietà di me’. Figlio di Davide è titolo del messia e rinviava alle attese di un re giusto. Un re fedele a Dio, preso dalla cura ed attenzione per la vedova, l’orfano e lo straniero, per coloro non hanno altri sostegni e appoggi umani. Il regno di Dio è regno di giustizia e di pace, cioè una realtà nuova di rapporti in cui si rende presente lo stile di Dio che guarda all’umile e al povero e si attua un rapporto nuovo tra le persone non più di discriminazione ed esclusione ma di pace.

All’inizio del vangelo Marco aveva presentato il ‘regno’ come nucleo centrale di tutta la predicazione di Gesù: “Il tempo è compiuto, e il regno di Dio è vicino, convertitevi e credete al vangelo” (1,18)… “il regno di Dio… è come un granellino di senapa” (4,31). Bartimeo, cieco, coglie come il ‘regno’ si sta avvicinando a lui nella persona di Gesù.

La folla lo ostacola ma lo sguardo di Gesù lo raggiunge. “Egli, gettato via il mantello, balzò in piedi e venne da Gesù”. Cieco, vive l’esperienza di un affidamento a Gesù che sta passando, a lui grida appoggiando in lui le sua attese di salvezza e quando lo incontra lascia il suo mantello, simbolo della sua unica sicurezza, e lo segue.

Bartimeo diviene esempio del discepolo che non presume, non pretende i primi posti, ma invoca, nella sua condizione di mendicante. La sua richiesta è quella di vedere: un vedere di nuovo, ma anche un vedere in alto (anablepo): c’è un vedere nuovo che riconosce nel crocifisso, nell’innalzato il volto di colui che manifesta il volto stesso di Dio e lo rende vicino.

Gesù si accosta a lui e riconosce nel suo grido il luogo dell’attuarsi di salvezza: “Và la tua fede ti ha salvato”. Il cieco ritrova la capacità di vedere “Subito vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada”. C’è una immediatezza del veder che conduce ad una continuità, un permanere nel seguire.

Discepolo è chi si pone a seguire Gesù lungo la strada che egli percorre verso Gerusalemme. Ma per questo è necessaria una luce nuova, uno sguardo capace di cogliere nei tratti del crocifisso i lineamenti del Dio che si china su di noi. Anche questo sguardo può essere solo suo dono, luce che cambia la nostra cecità e che rende possibile camminare sulle tracce lasciate da Gesù.

DSCF6057Alcune riflessioni per noi oggi

Nel tempo della crisi la voce dei profeti è invito a consolazione. Non è voce di una religiosità consolatoria che fa fuggire dal presente, ma è voce di consolazione che apre a scorgere il disegno di salvezza di Dio in una storia segnata dal pianto e dalla dispersione. Oggi il movimento dei popoli che lasciano terre a causa della miseria, della fame, della guerra è un movimento che può essere letto come raduno nuovo, per un nuovo incontro di popoli. L’esodo di Israele si ripete e ripropone negli esodi dei migranti. E’ esperienza storica che pone la questione di incontrare Dio, il suo disegno di alleanza per tutti i popoli, il raduno dalle estremità della terra per una convivenza di pace. Forse anche oggi abbiamo bisogno di ascoltare le voci di quei profeti del quotidiano che nei gesti dell’accoglienza ci ricordano come in questi esodi di popoli è presente una chiamata di Dio per un incontro nuovo con lui.

Il mendicante cieco è figura nel vangelo di Marco del discepolo che prese a seguire Gesù sulla strada. Possiamo chiederci a quale categoria di discepoli apparteniamo: a quella di coloro tra i dodici che si interrogano su chi è il più grande e si indignano per la richiesta di due tra loro che aspirano ai primi posti? o a quella del cieco, che per alzarsi lascia il mantello – dice Marco ‘balzò in piedi’ – e va verso Gesù. Siamo affetti da tante cecità che impediscono di vedere. Gridare verso Gesù di Nazaret è movimento di riporre al centro della nostra ricerca il volto di Gesù, nel suo camminare, nel suo passare.

“Va’ la tua fede ti ha salvato”: Gesù riconosce la fede del cieco di Gerico, una fede che lo conduce a vedere di per se stessa, subito. E’ stato presentato in questi giorni a Milano il primo volume dell’Opera omnia di Carlo Maria Martini, progetto promosso dalla Fondazione card. Martini insieme alla casa editrice Bompiani, intitolato Le Cattedre dei non credenti. Sono raccolti nel volume i testi di tutti gli interventi, svolti nelle 12 edizioni della Cattedra dal 1987 al 2002, un’esperienza originale di incontro e dialogo. Al termine di una di queste edizioni (la terza sessione) così si esprimeva il card. Martini parlando del credere (Credenti aggrappati sull’abisso, in Avvenire 20 ottobre 2015):

“Sono d’accordo con chi ha messo in luce la necessità sociale che ci spinge a coltivare in noi i due discorsi del non credente e del credente, quasi come esercizio professionale in un mondo pluralistico in cui, quando dico una cosa, devo sempre pensare: ma l’altro, come la penserà e quale risonanza avrà in lui? Vorrei però aggiungere che l’esercizio che viene proposto qui è più rischioso. È molto di più, cioè, di una necessità sociale in un mondo pluralistico; è originato veramente dal fatto che noi viviamo in parete, siamo in parete, abbiamo un baratro sotto di noi. E il credente si appoggia, perché vive in parete; quindi deve continuamente calcolare ciò che fa, cogliendo l’abisso che sta sotto di lui. Questo è, mi pare, il credente adulto, il quale si affida e continua a salire in parete, malgrado tutto, proprio perché misura completamente la realtà nella quale è immerso. (…) tocca al credente adulto e maturo – che ha riconquistato anche un po’ del vero spirito di infanzia (attraverso una rinascita, come è stato detto, ma certo attraverso un vero spirito di infanzia secondo il Vangelo) – comprendere a fondo il rischio del credere e il rischio del non credere”.

Gesù incontra il cieco lungo la strada. Sorge una domanda: quali le strade della nostra vita in cui scorgere il passare di Gesù? Quali le strade in cui invocare di poter vedere di nuovo e in alto? Sono le strade in cui il vedere nuovo si fa esperienza del seguire Gesù, una chiamata per ognuna e ognuno che si scopra mendicante…

Alessandro Cortesi op

XXIX domenica – tempo ordinario B – 2015

DSCN1360Is 53,10-11; Eb 4,14-16; Mc 10,35-45

La figura del ‘servo di JHWH’ sta al centro della pagina di un profeta della fine dell’esilio, il Secondo Isaia. Servo: una figura forse in riferimento a tutto il popolo d’Israele: Israele è servo. Ma forse anche il profilo di un individuo, con richiamo all’esistenza di un profeta. Il servo vive la sua esistenza nella fedeltà a JHWH e per questo subisce il rifiuto, l’esclusione, la persecuzione: “Disprezzato e reietto dagli uomini, che ben conosce il patire”. Ma la sua vita così segnata dal male è ricca di energia nuova, è come una radice in terra arida. Nel deserto luogo di morte, la sua esistenza è radice che reca vita, trae forza dal riferirsi alla presenza di JHWH che l’ha chiamato e da cui ha ricevuto l’invio ad essere testimone.

La vita del servo compie il progetto di salvezza di Dio, attraverso il suo offrirsi per gli altri. “Egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori”. Il suo soffrire è vissuto in legame con le moltitudini. Con la sua vita manifesta che il disegno di Dio non è nella linea della esclusione dell’oppressione ma offerta di salvezza per tutti. Nella sofferenza del ‘servo’, per mezzo suo, si compie il disegno di Jahwè. La fedeltà di qualcuno, di un piccolo ‘resto’ fedele apre un dono di vita per tutti. “Il giusto mio servo giustificherà molti egli si addosserà la loro iniquità”. Questa vita che agli occhi degli uomini è fallita è invece una vita che si apre alla luce: “Dopo il suo intimo tormento vedrà la luce… il giusto mio servo giustificherà molti”. Non solo è vita che apre alla luce di Dio ma è feconda perché in rapporto con la vicenda dei molti, capace di dare vita per le moltitudini.

La figura del servo di JHWH è presa come richiamo nella prima comunità e nei vangeli nel loro rileggere la vicenda di Gesù. Il IV vangelo presenta Gesù come ‘agnello di Dio che toglie il peccato del mondo’ (Gv 1,29): è usato il termine agnello (uno dei significati del termine aramaico ‘talja’ usato da Is 53,7: “era come agnello /servo – talja – condotto al macello”). Marco, da parte sua, presenta Gesù come ‘figlio dell’uomo’ consapevole di andare incontro ad un destino di sofferenza e passione in fedeltà alla proclamazione del regno di Dio: venuto per servire e non per essere servito. Il suo stile manifesta una coerenza sorprendente con la presentazione del servo di JHWH, ed appare compimento di quella figura.

Sulla via Gesù riceve una richiesta da due discepoli: Giacomo e Giovanni erano tra coloro che seguivano, chiamati e radunati insieme nel gruppo che per Gesù costituisce il nucleo di quel raduno di Israele al cuore della sua preoccupazione, i dodici. Lo seguivano sulla strada e Marco riporta una loro richiesta: “Maestro, noi vogliamo che tu ci faccia quello che ti chiederemo… concedici di sedere nella tua gloria uno alla tua destra e uno alla tua sinistra”.

La domanda è sorprendente per l’incomprensione che rivela. Si tratta di una sorta di preghiera al rovescio. A Gesù che propone di affidarsi alla volontà del Padre i due pongono davanti la loro volontà e la loro richiesta. Ed emerge qui uno dei tratti di insistenza che attraversano l’intero vangelo di Marco: c’è una incomprensione di coloro che sono stati chiamati, i più vicini: proprio tra i dodici si manifesta una durezza di cuore inconcepibile. E’ la loro incapacità di vedere, di comprendere e di porsi in un seguire autentico. Tutti i dodici sono infatti coinvolti in questa incomprensione anche quando manifestano il loro sdegno per la richiesta di Giacomo e Giovanni.

Gesù tuttavia si rende accogliente di fronte a questa domanda che pure racchiude un desiderio: ‘Che cosa volete?’. All’interno di tale richiesta accompagna a compiere un cammino a scorgere orizzonti nuovi che li conducono in altra direzione rispetto a quella attesa.

Nella risposta si rinvia ai simboli del calice e del battesimo: “Potete bere il calice che io bevo, o ricevere il battesimo che io ricevo”. Il calice nei Salmi è riferimento alla sorte degli empi (cfr. Sal. 75,9): “nella mano del Signore è un calice ricolmo di vino drogato, fino alla feccia ne dovranno sorbire ne berranno tutti gli empi della terra”. Calice indica anche la collera e la condanna di Dio nei confronti di coloro che non lo riconoscono. In questo senso Gesù indica se stesso come colui che fa propria la condizione di chi è più lontano, dell’empio: la sua vita si pone nel farsi lui l’escluso, l’empio, nel prendere su di sé la condizione di lontananza da Dio. La sua vita è solidarietà con coloro che vivono la sofferenza del peccato e del male, si pone dalla parte di tutti coloro che sono rinchiusi nel male e incapaci di liberarsi.

Il battesimo indica l’immersione in una situazione di morte e di prova come ad esempio è descritto Salmo 69,3: “affondo nel fango e non ho sostegno, sono caduto in acque profonde e l’onda mi travolge; sono sfinito dal gridare e riarse sono le mie fauci: i miei occhi si consumano nell’attesa del mio Dio”. E’ una allusione ad un abbandono e ad un’immersione che è discesa nella condizione di chi è perseguitato e senza più aiuto: una condizione di sofferenza che richiama gli ‘annunci della passione’ (Mc 8,31; 9,32; 10,33).

Ai suoi Gesù ricorda l’orizzonte del ‘regno di Dio’. Non è un dominio terreno, né si tratta di un potere politico o di struttura umana. Non sta quindi a lui concedere i posti nel regno in cui non vi è questione di spartizione di un potere. Il ‘regno’ è dono di vicinanza del Padre, è realtà nuova di relazioni che inizia a manifestarsi nei gesti di Gesù che libera e apre ad una fraternità nuova: i ciechi vedono, gli zoppi camminano… ai poveri è annunciata la bella notizia, una liberazione in cui sperimentare la vicinanza e l’amore di Dio che perdona. Sedere alla destra e alla sinistra non è esito di un giudizio di un potente ma diviene allora condividere il cammino di chi intende la propria vita come servizio, di Gesù che si è fatto povero e che in tutto dipende dal Padre.

I due discepoli provocati da queste parole sono particolarmente sicuri nel dire ‘lo possiamo’. Gesù li accompagna a leggere la loro stessa ricerca in orizzonti nuovi, nella logica non del conquistare e primeggiarema del servire: “Voi sapete che coloro che sono ritenuti capi delle nazioni le dominano e i loro grandi esercitano su di esse il potere. Fra voi però non è così; ma chi vuol essere grande tra voi si farà vostro servitore, e chi vuol essere il primo tra voi si farà servo di tutti”. E’ un modo di vivere secondo altre logiche rispetto alle attese umane di essere i primi, di sopraffare gli altri e di servirsi degli altri per i propri scopi. E’ indicazione di un modo di vivere una relazione comunitaria in modo nuovo, alternativo. Sentirsi parte di una comunità di discepoli e discepole chiamati a rapporti di uguaglianza apre a concepire la vita in modo nuovo, non per la supremazia ma nello scambio di doni.

La strada di Gesù è racchiusa in queste parole: è via del servizio e del dono di sè per tutti. Nella sua prassi egli attua la missione del ‘servo’: “Il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per essere servito ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti”.

‘Figlio dell’uomo’ è un termine usato da Marco con riferimento a Gesù. Indica il suo essere uomo. Riprende un’espressione presente nei profeti: figlio dell’uomo in Ezechiele è termine rivolto al profeta colmo di Spirito inviato a un popolo che ha occhi per vedere e non vede e orecchi per udire e non ode (Ez 2,1)

Nel libro di Daniele figlio dell’uomo è immagine collettiva: rinvia ai santi dell’Altissimo, il popolo d’Israele che alla fine dei giorni è investito di un potere affidatogli da Dio dopo che Dio abbia compiuto il grande giudizio sulla storia (Dan 7,13). Figlio dell’uomo era figura conosciuta in testi diffusi al tempo di Gesù che lo identificavano con un individuo. Nel Libro dei Sogni (del 160 a.C. circa) – appartenente alla letteratura enochica che si rifà alla figura del patriarca Enoc come rivelatore attestata nei testi scoperti a Qumran e conosciuti nel giudaismo del tempo di Gesù – è figura di un essere angelico a cui è affidato il governo nel mondo futuro, un mondo in cui il male non ha più posto e viene eliminato. Un re universale quindi di tempi ultimi, diverso dalla figura presentata nel libro di Daniele. Oppure anche, come è espresso nel Libro delle parabole – redatto attorno al 30 a.C. appartenente alla medesima letteratura enochica – ‘figlio dell’uomo’ era indicato come ‘bastone dei giusti’, figura che avrebbe compiuto un giudizio, con una funzione quindi di giudice universale: una figura intermedia tra Dio e uomo nel tempo della storia. Marco riprende tale riferimento: “Ora perché sappiate che il figlio dell’uomo ha il potere di perdonare i peccati sulla terra dico a te – disse al paralitico – : alzati prendi la tu barella e và a casa tua” (Mc 2,10-11)

Nell’indicare Gesù con l’espressione ‘figlio dell’uomo’ nel vangelo di Marco si affianca questo titolo figlio dell’uomo che poteva essere compreso come figura di giudizio e relativa ai temi ultimi con un riferimento scandaloso, alla sofferenza e al suo destino non di potere ma di servizio.

La potenza di Dio è una forza diversa rispetto alle attese umane: si manifesta nella debolezza del crocifisso e si rende presente nel servire.

Di qui un discorso che coinvolge anche coloro che seguono Gesù e ne esprime lo stile. E’ una comunità chiamata a scoprire l’attitudine del servizio: ‘fra voi non è così…’. In contrasto con la ricerca dei primi posti Gesù invita ad una libertà nuova che si attua nel servire (la diakonia).

La via che Gesù ha seguito, la via del servizio, diviene inizio di un percorso di liberazione dalla schiavitù e dalla morte per tutti. La vita nel servire non è perdita e fallimento. Gesù manifesta la consapevolezza che anche il suo morire, vissuto nella linea del servizio, diviene luogo di dono e di luce per le moltitudini: è lui il servo che giustificherà molti.

DSCF6252Alcune riflessioni per noi oggi

Cosa significa oggi vivere lo stile di una comunità che pone l’indicazione del servizio al centro della sua vita? Un aiuto per trovare orientamento a rispondere può venire dalle esperienze delle comunità che sperimentano la scelta dell’essenziale, della povertà e della testimonianza. In questi giorni è passato in Italia mons. Claude Rault, 75 anni, dei Padri bianchi (vive in Algeria dal 1971 e da undici anni è vescovo di Laghouat-Ghardaïa) autore del libro “Il deserto è la mia cattedrale. Il vescovo del Sahara racconta” (intervista di Luca Rolandi “La Stampa-Vatican Insider” 12 ottobre 2015: Mons. Claude Rault, dal Sahara algerino un appello alla convivenza). Ad una domanda sulla difficoltà del dialogo interreligioso oggi e sull’ esperienza della chiesa in Algeria ha risposto:

“Certamente la situazione nella quale avvenne l’assassinio dei 19 Servi di Dio in Algeria tra il 1994 e il 1996 presenta delle analogie – unitamente ad alcune differenze di contesto – con la drammatica attualità del Medio Oriente. Se non si attua una politica di riconciliazione e convivenza e non si condanna con fermezza ogni violenza in nome di Dio, la deriva potrebbe contagiare nuovamente il Paese. Intanto i cristiani locali continuano a offrire le proprie preghiere e il proprio contributo fattivo per aiutare a superare le lacerazioni che stanno distruggendo la secolare convivenza tra i diversi gruppi radicati nella regione e soprattutto per le tragedie che si consumano nelle altre regioni e aree del continente mediterraneo. Per questo noi piangiamo con le famiglie che hanno perduto i propri cari. Soffriamo delle loro ferite. Siamo inquieti insieme a quelli che vedono l’uno o l’altro dei loro seminare la violenza e l’odio. Abbiamo paura di questo futuro incerto. Ma crediamo nelle risorse d’umanità e di saggezza che Dio ha seminato in questa popolazione che ci accoglie… La nostra preghiera, (…), è che la Valle di M’Zab possa sempre essere una valle felice e ciò possa estendersi in tutto il mondo che oggi soffre”.

L’invito al servizio al cuore del vangelo è domanda a come poter vivere concretamente nella chiesa i vari aspetti della diakonia. Al Sinodo vi è stato in questi giorni l’intervento di mons. Durocher, in cui sono stati esplicitati alcuni problemi presenti nella vita della chiesa ed è stata presentata richiesta di prevedere l’accesso delle donne al diaconato permanente: ha anche posto attenzione alle violenze subite dalle donne nel corso della loro vita coniugale anche nella sfera familiare, che coinvolgono il 30% delle donne nel mondo (dati OMS): “In quanto sinodo dovremmo dichiarare con chiarezza che non possiamo appoggiare l’idea secondo cui la donna può essere dominata dall’uomo e soggetta alla sua violenza, tanto meno richiamandoci al testo biblico”.

Mons. Durocher è vescovo canadese di una città del Québec Gatineau, attraversata da un grande fiume. All’altra sponda del fiume vive una popolazione anglofona e anglicana. Anne Soupa, del ‘Comité de la jupe’ ha scritto un bel commento su questo intervento dal titolo ‘Lo zattiere del Gatineau’ (in “alpha.comitedelajupe.fr” 7 ottobre 2015 – trad. it. http://www.finesettimana.org):

“Monsignor Durocher, uomo del suo tempo, aperto alla differenza, è senza dubbio l’ultimo “zattiere” del fiume Gatineau, quell’attività ancestrale degli uomini dei boschi, ora quasi scomparsa. Agili e intrepidi, gli “zattieri” trasportavano sui fiumi i tronchi d’albero dalle foreste gelide del nord del Canada fino al sud, fino agli Stati Uniti. Talvolta i tronchi superavano le barriere, talvolta si perdevano sulle rive e bisognava andare a rimetterli in acqua. «Sautons chutes et rapides, nageons adroitement, courons sur la lisère qui suit le grand courant» [Saltiamo cascate e rapide, nuotiamo con abilità, corriamo sulle rive che seguono la grande corrente], dice la canzone degli zattieri del Gatineau (“Les draveurs du Gatineau”)… Da ieri sera, sulla barca di Pietro, c’è anche Monsignor Durocher. Per adesso ha lanciato i tronchi nel luogo migliore possibile, il grande letto del Sinodo. Occorre ora mantenerli nel corso del fiume affinché arrivino fino a sud, lontano dalle imboscate assassine di certi prelati..”

Alessandro Cortesi op

XXVIII domenica – tempo ordinario B – 2015

DSCN1300Sap 7,7-11; Eb 4,12-13; Mc 10,17-30

“Maestro buono, che cosa devo fare per avere la vita eterna?”. E’ domanda che esprime una ricerca e racchiude una attesa. La vita ha un significato che la renda capace di oltrepassare il tempo, di rimanere. Avere la vita eterna è immagine che rinvia ad una vita che non passa, che si pone nella comunione con Dio. Cosa si deve fare allora sin da ora? La domanda tocca la questione dell’agire, non solo la sfera delle idee delle convinzioni, ma il da farsi… Cosa fare perché nella vita sia aperta ad un ‘per sempre’?

‘Un tale’, dice Marco, rivolge questa domanda a Gesù. E’ un personaggio senza nome del vangelo. Forse un profilo che può racchiuderne molti. Nascosto dietro il suo profilo sta una persona impegnata in un cammino religioso, formato ad intendere la vita non limitata da un orizzonte solo finito, ma aperta all’oltre, teso a dare un significato al suo impegno. O forse un uomo capace di interrogarsi e che si era sentito provocato dallo stile di Gesù. La sua può essere paradigma di tutte l domande proprie di chi è mosso dal desiderio di un senso autentico della propria vita, anche se si cerca spesso a tentoni, anche se si vive un tempo in cui l’orizzonte è difficile da cogliere.

Nel prosieguo del dialogo si scopre che questo tale è un ebreo credente, educato nell’osservanza dei comandamenti, un osservante della legge. Ed è anche un uomo aperto, impegnato, disponibile per darsi da fare, per vivere la vita in modo significativo. E’ un uomo buono che da sempre ha osservato le parole della legge. Gesù, di fronte a questo uomo prova sentimenti di ammirazione, simpatia e amore: il suo sguardo è sguardo sintonia e di amore: “Fissatolo lo amò…”. Forse proprio il suo impegno, la sua dirittura, la sua tensione lo rendono un uomo troppo pieno di quanto ha, non solo in termini di beni materiali, ma di quelle sicurezze che rendono la vita stabilizzata e chiusa.

Alla questione che gli è posta Gesù risponde: “una cosa sola ti manca: va’ vendi quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi”. La ‘cosa che manca’ ha a che fare con il fare spazio. Far venir meno il troppo pieno, per lasciare spazio ad un vuoto. E’ anche appello alla condivisione, cioè ad una apertura agli altri come depositari di qualcosa che non sia più proprio, ma messo in comune. Sono le ricchezze materiali ma anche le ‘ricchezze di vita’ a dover essere messe insieme. Gesù indica così la via dell’avere di meno, del liberarsi da tutto ciò che costituisce motivo di sicurezza e di appoggio, ma che diviene poi una gabbia che impedisce di vivere: indica la via di una povertà che ha i caratteri della sobrietà e della condivisione. E’ un discorso difficile, perché l’avere è una dimensione dell’umano che tocca corde profonde e difficilmente si espone a discussione. La povertà è lo stile di Gesù, colui che si è fatto povero per noi perché noi potessimo divenire ricchi della sua povertà.

“Quanto difficilmente coloro che hanno ricchezze entreranno nel regno di Dio… è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio”. Se questo ‘cammello’ alludesse ad una ‘corda’ utilizzata dai marinai oppure ad una porta stretta della città di Gerusalemme – detta ‘cruna d’ago’ e dalla quale si passava quando tutte le altre porte erano chiuse – forse poco importa. Il messaggio racchiuso in quest’immagine sta nella chiamata a seguire Gesù. Ma questo non è opera della capacità umana, della volontà.

I discepoli sono smarriti e impauriti: “e chi mai si può salvare?” Gesù propone ancora un affidamento senza riserve a Dio, la via di cercare e trovare solo in lui la forza per vivere uno stile nuovo sin d’ora. La pretesa di salvarsi con le proprie forze – cioè di dare un senso alla vita con lo sguardo ripiegato su di sé – è fallimentare.

Tuttavia Gesù non chiede di vivere ciò che è possibile, ma provoca a quell’impossibile che diventa spazio di un rapporto: “Impossibile presso gli uomini, ma non presso Dio! perché tutto è possibile presso Dio”: è questo il grande annuncio della salvezza come opera del Dio che viene e per primo ci ha amati (cfr Lc 1,37).

Se la salvezza, cioè trovare una vita autentica e compiuta è possibile solamente a Dio, allora il senso autentico della nostra vita non è esito e ricompensa di sforzi e meriti umani, non viene dall’osservanza dei comandamenti, ma è radicalmente dono, è agire gratuito di Dio che ci coinvolge e trasforma la nostra vita suscitando la nostra libertà. Per questo richiede il fare spazio, il rendersi disponibili a ricevere, come chi è povero dentro. Non è orizzonte da attendere nel futuro ma è da scoprire nelle relazioni nuove nella vita quotidiana luogo in cui Dio viene ad incontrarci: “non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi a causa mia e a causa del vangelo, che non riceva già al presente cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e nel futuro la vita eterna”.

DSCF6293Alcune riflessioni per noi oggi

La chiamata rivolta a quel tale è anche per chiunque si lascia inquietare per seguirlo. Quel tale “se ne andò via afflitto perché aveva molti beni”. Non viene detto se in seguito iniziò a seguire Gesù: si può solo sperare. Forse anche lui ha compreso, non senza fatica e dopo passaggi graduali nella vita. Come noi. Questa scena rimane come sospesa, una provocazione per noi. E’ indicazione per la comunità dei discepoli a scoprire un rapporto nuovo con le ricchezze e cosa significhi la salvezza che non è frutto della nostra ricchezza.

Ci sono ricchezze che impediscono di accogliere la chiamata del Signore costituite dai beni, o meglio dalla preoccupazione di perdere e di accumulare beni, e dall’energia investita nel preoccuparsi per tutto ciò che appartiene all’esteriorità. Ma ci sono anche ricchezze costituite da convinzioni, certezze, costruzioni ideologiche e di dottrina assimilate e che rendono arroccati, inamovibili, incapaci di scorgere quella chiamata a condividere che è appello a riconoscere la vita degli altri, a lasciarsi smuovere dalla vita dei poveri. In questo tempo di sinodo si rendono evidenti certi arroccamenti e chiusure sulla base di certezze acquisite, di visioni, idee, dottrina, espressioni di una mentalità incapace di ascoltare la vita, le sofferenze di tante persone. C’è un modo di essere ricchi magari non di beni preziosi, ma di sicurezze, che fa venire meno la capacità di guardare alle sofferenze degli altri, dei poveri soprattutto, poveri di aiuto, di affetto, di stima, di comprensione. L’attitudine di misericordia è possibile solamente se non ci lascia occupare il cuore da tutto ciò che lo rende incapace di compassione e di consapevolezza di qualcosa che manca: ‘una cosa sola ti manca’. Solamente nel riconoscere un essere vuoto, un ‘mancare’ può farsi strada una parola che suscita il senso della vita non come pienezza, ma come vuoto da lasciar riempire da altro e da altrove, come vuoto in cui lasciare spazio alla sofferenza dell’altro, sapendo che la misericordia ha sempre la meglio nel giudizio.

arvanitakis2-k1TE-U10601605779195DOB-700x394@LaStampa.itDyonisis Arvanitakis è il nome del panettiere di Kos che ogni giorno porta ai rifugiati che sbarcano nell’isola greca, del pane. Anche lui ha vissuto la migrazione e la fame tanti anni fa nel 1957, emigrante in Australia: «Quando sono arrivato non sono riuscito a trovare un lavoro perché non parlavo inglese – racconta – e in quei mesi ho capito cosa fosse la fame. Chi non l’ha mai patita non può capire cosa provano quelle persone. Io sono stato come loro». Rientrato in Grecia negli anni ’70 riesce ad aprire una bottega. Brandon Stanton, fotografo americano, ha riportato la sua foto, ripresa nel negozio tra ritratti del progetto Humans of New York. Un uomo capace di trovare occasione nel suo quotidiano di rispondere alla chiamata a condividere. Una parola di vangelo che dice come ciascuno può scoprire che la vita eterna inizia nel presente vivendo ciò che ci rende più umani e reca vita agli altri. 

Povertà è poter fare uso delle cose, accontentarsi del necessario, ma pensare che quanto si ha è per la condivisione. Non essere preoccupati di accumulare, non essere legati ad una ricchezza che fa grandi e superiori e diversi da chi ha meno. E poi c’è una povertà interiore che è l’atteggiamento di chi non si pensa senza gli atri, ma intende la sua vita nel rapporto, nella capacità di aprire ponti e vie di comunicazione e di aver bisogno degli altri. E allora sceglie la via della condivisione. Farsi solidali con i poveri è via per fare come ha fatto Gesù, e per poter entrare in un più profondo rapporto con lui. Lasciarsi liberare da quanto appesantisce e ingombra la vita permette di ‘seguirlo’.

“La Parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di una spada a doppio taglio” (seconda lettura) E’ indicazione dell’importanza della Parola di Dio nella vita dei credenti. La parola è viva e opera nella nostra vita: è come pioggia, come seme caduto nel campo della nostra esistenza che non può non portare frutto. E’ come spada che penetra nel profondo e genera una ferita.

Alessandro Cortesi op

XXVII domenica del tempo ordinario B – 2015

DSCN0967Gn 2,18-24; Eb 2,9-11; Mc 10,2-16

Il racconto di Genesi, con un linguaggio composto di elementi simbolici e narrativi, cerca di presentare il senso della vita degli esseri umani sulla terra: più che un racconto delle origini può essere letto e accostato come una grande pagina di riflessione sapienziale che pensa al futuro: la domanda che sta al cuore di queste pagine è: come potrebbe e dovrebbe essere la vita degli esseri umani? Quale il loro rapporto con la realtà in cui sono posti? Quale il senso profondo della loro esistenza nella relazione con Dio scoperto come liberatore e insieme creatore di ogni cosa? Il racconto ha alcuni aspetti momenti di concentrazione su aspetti particolari, una serie di messe a fuoco.

Una prima messa a fuoco è sulla condizione dell’essere umano nel rapporto alle cose, alla realtà del mondo in cui è situato. Nel ‘giardino’ dove è posto gli è affidato il compito di dare un nome agli esseri viventi. Ha un compito di parola, che proprio per questo è anche di custodia nel pronunciare e dare un nome. Dare il nome significa un rapporto fatto di conoscenza delle cose, della loro natura, delle loro potenzialità, della loro preziosità. E’ riconoscimento delle altre creature come dono con cui entrare in relazione. All’essere umano in tale quadro sta il compito di aprirsi alla consapevolezza di essere parte: partecipe di un mondo in cui non può e non deve fare da padrone. E’ invece responsabile, soggetto di una chiamata che proviene da Dio ad essere depositario di un affidamento, custode e pastore di un mondo affidato, a cui rispondere con l’impegno della vita. Non un dominatore, ma un custode chiamato a coltivare e custodire.

Tutto ciò è posto nel quadro di un disegno di Dio che va contro la solitudine: ‘Non è bene che l’essere umano sia solo’. E’ posta così in risalto una ricerca profonda: ‘l’uomo non trovò un aiuto che gli fosse simile’. Sta qui una seconda messa a fuoco di questa pagina. La solitudine dell’essere umano è ferita che implica apertura a rapportarsi a qualcuno simile a lui, in una relazione di parola e di libertà.

Nel mondo bello a lui affidato l’essere tratto dalla terra (adam da adamah), partecipe della terra che è sorella e madre, vive il desiderio di qualcuno che ‘gli stia di fronte’. Tutti gli altri esseri viventi sono importanti, ma c’è una relazione unica possibile con una presenza altra e simile: una presenza che sola sta nella parità con lui, di fronte a lui, capace di dialogo, di accoglienza, di intesa. A questo punto è narrato il dono dell’altra persona: anch’essa creatura, uguale in tutto, simile, ma radicalmente diversa, proveniente da un dono insondabile di Dio. Opera di Dio mentre l’Adam, il partecipe della terra, dormiva. Il sonno di Adam è il modo poetico per indicare come l’altra creatura come lui non sia qualcosa proveniente dall’uomo, ma può essere solo presenza accolta come dono, non programmabile e vicina. Il narratore non parla di uomo e donna ma dell’umano.

Il sonno di Adam indica un agire libero e gratuito di Dio e un non sapere: il dono che egli si trova di fronte al suo risveglio implica l’accettazione di un non comprendere (che è rinuncia al possesso). La presenza nuova rimane mistero di gratuità. La isha’ (donna in ebraico) di fronte a ish (uomo) – uguale e diverso essere umano – è presenza scoperta, ritrovata accanto, inattesa e insperata. Anch’essa tratta dalla terra ma che condivide – cioè uguale e non dipendente – l’interiorità e la corporeità di Adam. Adam così reca in sè un mistero di privazione e di completamento. L’uomo tratto dalla terra, dovrà ricercare e ritrovare in isha’ una parte di sé al di fuori di sè per costituire insieme una umanità più grande. Dovrà accettare di non essere completo se non nella relazione e insieme a chi è volto di alterità. Per ricevere un dono dovrà accettare una mancanza e riconoscere un limite.

Isha’ è tratta dalla costola di ish, cioè partecipa della medesima vita, dalla, stessa terra: la ricerca e il desiderio di ish in rapporto a isha’ sarà d’ora in poi ricerca di divenire se stesso, possibile solo nell’apertura all’altra. Isha’ nello stesso tempo è anche diversa da ish: sta di fronte. E’ possibile specchiarsi, riconoscere un volto, ma è impossibile identificarsi perché è presenza altra, il suo volto implora ‘non uccidere’.

E’ simile, ‘carne della mia carne, osso dalle mie ossa’ canta l’uomo, nell’inno di gioia dopo il risveglio dinanzi ad una scoperta meravigliosa che spalanca l’esistenza. Ma quest’inno nasconde anche un profondo malinteso. L’uomo parla a se stesso, non si rivolge a chi gli sta di fronte. ‘Carne della mia carne’, nell’esteriorità nella dimensione corporea, ‘osso delle mie ossa’ simile nell’interiorità. Sono parole che racchiudono la bellezza e la fatica della comunicazione. Tuttavia in queste parole di meraviglia dell’uomo si può cogliere un’incapacità a comprendere il dono ricevuto. Intende infatti questa presenza altra come tutta funzionale a se stesso: ‘carne della mia carne’ nega la alterità, sottolinea soprattutto la somiglianza, il ‘mio’, non riconosce la diversità. Si pone come centro e vede la donna come prolungamento di sé e quasi una parte. Ed è questo un errore che segna la vicenda dei rapporti tra uomo e donna. L’uomo non accetta di non sapere, pretende di essere capace di comprendere sino in fondo e non si mantiene nel limite di quel sonno in cui ha ricevuto l’altra in dono.

Da questo dono e disegno che sta al principio sorge la vocazione all’incontro a cercare nel cammino della vita di vivere una relazione fragile (la fragilità sta dietro al termine ‘carne’), nello starsi di fronte come ‘diversi’ e come ‘simili’: ‘Per questo l’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e i due saranno una carne sola’. ‘Per questo’ è annotazione che riconosce la consuetudine della vita. E’ traducibile nell’espressione ‘Poiché le cose stanno così’. ‘Poiché le cose stanno così’, continua l’autore, è necessario abbandonare le relazioni che sino a questo momento aveva dato rifugio e sicurezza. lasciare il padre e la madre, presenze rassicuranti, implica anche evitare che l’altro sostituisca le presenze conosciute. Congiungersi all’altro apre ad un cammino nuovo, diventare allora una carne sola. ‘Carne’ rinvia alle diverse dimensioni della corporeità, dell’interiorità, dell’affettività, ma anche al limite e fragilità di questo cammino. L’uomo e la donna si ricercheranno per formare insieme una vita in tensione a scorgere continuamente la chiamata di Dio sulla relazione.

Nella pagina del vangelo i farisei si accostano a Gesù e gli pongono una questione: ‘È lecito ad un marito ripudiare la propria moglie?’. La Torah prevedeva solamente per il marito la possibilità di allontanare la moglie nei casi in cui avesse riscontrato in lei «qualcosa di vergognoso» (lett. «un atto di nudità»); in tale situazione doveva però darle un atto di divorzio (secondo la normativa di Dt 24,1-4) che le consentiva di unirsi ad un altro uomo senza dover essere tacciata di adulterio. Nel dibattito al tempo di Gesù sono conosciuti diversi orientamenti d’interpretazione di tale questione. Per una tra le autorità del tempo, Shammai, questo ‘qualcosa di vergognoso’ doveva riguardare solo un atto di adulterio della donna, per Hillel poteva riferirsi a qualsiasi cosa che nella donna risultasse sgradita al marito.

Il dibattito sollevato di farisei con Gesù non verteva quindi sulla questione del ripudio, ma sulle cause che permettevano al marito di allontanare la donna. Ciò può trovare conferma nel testo parallelo di Matteo, dove i farisei chiedono a Gesù: ‘È lecito a un uomo ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo?’ (Mt 19,3).

Gesù risponde solamente rinviando a Mosè: ‘che cosa vi ha ordinato Mosè?’ i farisei controbattono: ‘Mosè ha permesso di scrivere un atto di ripudio e di rimandarla’. A questo punto Gesù osserva: ‘Per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma’. La norma allora viene da Mosè non per una sua iniziativa, ma a causa della ‘durezza del cuore’: è la sklêrokardia, la causa di tale prescrizione. Mosè per adattarsi al cuore duro che esprime mancanza di amore, conseguenza del peccato (Ez 36,26) ha proposto quella norma.

Le parole di Gesù rinviano ad un ‘principio’. Riprende la Scrittura: ‘Ma all’inizio della creazione Dio li fece maschio e femmina; per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una carne sola’. In questa risposta compare il riferimento a due passi di Genesi – due testi della Torah quindi – posti insieme. Il primo è tratto dal racconto sacerdotale della creazione, il secondo da quello jahwista. Dio ha creato l’uomo e la donna come due esseri uguali e complementari (Gen 1,27) e li ha chiamati ad unirsi in modo tale da formare quasi un’unica carne (Gen 2,24). Da qui la conclusione: ‘Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto’. Nel disegno del principio uomo e donna sono chiamati ad intendere la propria vita nell’orizzonte dell’unione e l’uomo non può separare ciò che Dio ha unito in tale modo.

Nella spiegazione poi data in privato ai discepoli, l’evangelista introduce un altro detto: ‘Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio verso di lei; se la donna, ripudiato il marito, ne sposa un altro, commette adulterio’. Queste parole pongono in primo piano non tanto la separazione quanto la seconda unione che costituisce l’adulterio. E’ anche sottolineato che la medesima regola è rivolta all’uomo e alla donna. Uomo e donna sono visti in una prospettiva di parità. Una precisazione che si scontrava con il privilegio nella tradizione ebraica di un ripudio da attuare dalla parte maschile e forse opportuna in un contesto (come quello romano), in cui anche le donne avevano la facoltà di divorziare.

La discussione sul divorzio infine si chiude con una scena in cui compare la presenza di bambini: Gesù chiede ai discepoli di non impedire ai bambini di andare da lui e propone questi piccoli come modello per chi vuole entrare nel regno di Dio.

Gesù rinvia a quel progetto del principio e richiama ognuno alla responsabilità del cuore che è lo stare della coscienza di fronte a Dio. Ciò implica aprirsi all’azione del ‘Dio che congiunge’, che ha un progetto di alleanza per ogni uomo e donna. Gesù invita a vivere la fedeltà verso ciò che Dio ha congiunto nello scoprire la propria responsabilità in questo incontro con Dio e con gli altri.

Questa parola di Gesù va letta nel quadro progressivo della sua presa di posizione  con una serie di passaggi: innanzitutto richiama la Sacra Scrittura, in particolare in rapporto alla storia della creazione (Gen 1,26 e 2,24) che parla del matrimonio come di una alleanza con Dio. Evidenzia il comandamento per cui l’uomo non deve disfare ciò che Dio ha unito. Nella casa infine, con i suoi discepoli, affronta la questione dell’adulterio: è da tener conto che il contesto in cui questi testi sorgono è quello di una tradizione in cui solamente l’uomo poteva attuare il divorzio e non la donna. La parola di Gesù esige di essere interpretata non nel quadro di un diritto che chiude e si pone come giogo insopportabile (cf. Mt 11,9; At 15,10), ma come parola di salvezza che apre all’esperienza della misericordia e al futuro. Al cuore del suo messaggio sta la bella notizia del regno di Dio e tutte le sue parole vanno lette in questo orizzonte.

DSCN1227(Andrea Roggi, L’amore apre i cuori e la nostra mente – 2015 – Spello)

Alcune riflessioni per noi oggi

La recente enciclica di Francesco, ‘Laudato si’, ha pagine di grande intensità sul progetto di Dio per l’umanità all’interno della creazione. In un passo, riprendendo riflessioni provenienti da varie regioni del mondo afferma (n.85): “Dio ha scritto un libro stupendo, «le cui lettere sono la moltitudine di creature presenti nell’universo». I Vescovi del Canada hanno espresso bene che nessuna creatura resta fuori da questa manifestazione di Dio: «Dai più ampi panorami alla più esili forme di vita, la natura è una continua sorgente di meraviglia e di reverenza. Essa è, inoltre, una rivelazione continua del divino». I vescovi del Giappone, da parte loro, hanno detto qualcosa di molto suggestivo: «Percepire ogni creatura che canta l’inno della sua esistenza è vivere con gioia nell’amore di Dio e nella speranza». Questa contemplazione del creato ci permette di scoprire attraverso ogni cosa qualche insegnamento che Dio ci vuole comunicare, perché «per il credente contemplare il creato è anche ascoltare un messaggio, udire una voce paradossale e silenziosa». Possiamo dire che «accanto alla rivelazione propriamente detta contenuta nelle Sacre Scritture c’è, quindi, una manifestazione divina nello sfolgorare del sole e nel calare della notte». Prestando attenzione a questa manifestazione, l’essere umano impara a riconoscere sé stesso in relazione alle altre creature: «Io mi esprimo esprimendo il mondo; io esploro la mia sacralità decifrando quella del mondo» (Paul Ricoeur)”.

Può essere d’aiuto la lettura di una poesia di Elisabeth Green, teologa battista (da Il filo tradito. Vent’anni di teologia femminista, Torino, Claudiana 2011), con uno sguardo femminile al volto di Dio stesso:

Dio è seduta e piange. / la meravigliosa tappezzeria della creazione / che aveva tessuto con tanta gioia è mutilata, / è strappata a brandelli, ridotta a cenci: / la sua bellezza è saccheggiata dalla violenza

[…] guardate! / tutto ritesse con il filo d’oro della gioia, / dà vita a un nuovo arazzo, / una creazione ancora più ricca, ancora più bella / di quanto fosse l’antica! / Dio è seduta, tesse con pazienza, con perseveranza / e con il sorriso che sprigiona come un arcobaleno / sul volto bagnato dalle lacrime.

E ci invita a non offrirle soltanto i cenci / e i brandelli delle nostre sofferenze / e del nostro lavoro./ ci domanda molto di più; / di restarle accanto al telaio della gioia, / e a tessere con lei l’arazzo / della nuova creazione.

Inizia in questi giorni il Sinodo dei vescovi sulla famiglia. La speranza di molti è che da questo momento sgorghi un messaggio di apertura, di comprensione e di misericordia per poter intendere l’esperienza delle relazioni affettive come un cammino in cui è sempre presente una speranza e una parola di bene da parte di Dio, nella complessità dei percorsi esistenziali e biografici nella loro gioia e bellezza ed anche nelle loro ferite, ritardi, fallimenti. In una recente intervista il card. Walter Kasper ha ribadito l’importanza di leggere anche le Scritture con attitudine che sappia interpretarle nel senso della misericordia e del perdono. Sono queste le chiavi per leggere ogni parola di Gesù donata non come norma che opprime e rinchiude ma come notizia di vita e speranza per la vita e per intendere la vicinanza del regno di Dio:

“Personalmente ritengo che prendere una parola del Vangelo per difendere una propria tesi è una sorta di fondamentalismo, un nuovo fondamentalismo che si fa con una parola. Che non si può sciogliere il matrimonio è cosa chiara e assodata, eppure ci sono passi biblici che menzionano una qualche “eccezione” alla parola del Signore sulla indissolubilità del matrimonio, e cioè nel caso di pornèia (il capitolo 19 di Matteo) e nel caso di separazione a motivo della fede (la prima lettera ai Corinzi, capitolo sette). Tali testi indicano che i cristiani in situazioni difficili hanno conosciuto già nel tempo apostolico un’applicazione flessibile della parola di Gesù”. (Ma le eccezioni sono previste anche nei passi del Vangelo, intervista a Walter Kasper, a cura di Paolo Rodari, La repubblica 1 ottobre 2015).

Siamo chiamati a cogliere la bellezza della proposta di Gesù che richiama il disegno originario di Dio e nel contempo vivere la responsabilità del cuore di fronte a Dio, per comprendere le sue chiamate anche nelle vicende talvolta faticose e difficili della nostra vita nella consapevolezza che “nella vita coniugale sono disseminati molti più ostacoli di quanti non ne ammetta la teologia del matrimonio oggi facilmente idealizzante” (Anne-Marie Pelletier)

La seconda lettura ha al suo centro la condiscendenza di Gesù: pur essendo figlio si è chinato su di noi, ha condiviso in tutto la nostra vita e le nostre fatiche. In questo senso è divenuto il fratello di ogni uomo e donna. Nel suo farsi servo rende possibile scoprire orizzonti nuovi di fraternità: è lui il bambino/servo di Dio che prende la condizione dei bambini, i senza dignità che egli abbraccia e pone al centro della comunità. Se lui è nostro fratello allora l’esperienza di famiglia diviene possibile in un orizzonte che allarga lo sguardo alla famiglia di Dio al suo disegno di relazioni nuove per tutta l’umanità.

Alessandro Cortesi op

Navigazione articolo