la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

XXVII domenica del tempo ordinario B – 2015

DSCN0967Gn 2,18-24; Eb 2,9-11; Mc 10,2-16

Il racconto di Genesi, con un linguaggio composto di elementi simbolici e narrativi, cerca di presentare il senso della vita degli esseri umani sulla terra: più che un racconto delle origini può essere letto e accostato come una grande pagina di riflessione sapienziale che pensa al futuro: la domanda che sta al cuore di queste pagine è: come potrebbe e dovrebbe essere la vita degli esseri umani? Quale il loro rapporto con la realtà in cui sono posti? Quale il senso profondo della loro esistenza nella relazione con Dio scoperto come liberatore e insieme creatore di ogni cosa? Il racconto ha alcuni aspetti momenti di concentrazione su aspetti particolari, una serie di messe a fuoco.

Una prima messa a fuoco è sulla condizione dell’essere umano nel rapporto alle cose, alla realtà del mondo in cui è situato. Nel ‘giardino’ dove è posto gli è affidato il compito di dare un nome agli esseri viventi. Ha un compito di parola, che proprio per questo è anche di custodia nel pronunciare e dare un nome. Dare il nome significa un rapporto fatto di conoscenza delle cose, della loro natura, delle loro potenzialità, della loro preziosità. E’ riconoscimento delle altre creature come dono con cui entrare in relazione. All’essere umano in tale quadro sta il compito di aprirsi alla consapevolezza di essere parte: partecipe di un mondo in cui non può e non deve fare da padrone. E’ invece responsabile, soggetto di una chiamata che proviene da Dio ad essere depositario di un affidamento, custode e pastore di un mondo affidato, a cui rispondere con l’impegno della vita. Non un dominatore, ma un custode chiamato a coltivare e custodire.

Tutto ciò è posto nel quadro di un disegno di Dio che va contro la solitudine: ‘Non è bene che l’essere umano sia solo’. E’ posta così in risalto una ricerca profonda: ‘l’uomo non trovò un aiuto che gli fosse simile’. Sta qui una seconda messa a fuoco di questa pagina. La solitudine dell’essere umano è ferita che implica apertura a rapportarsi a qualcuno simile a lui, in una relazione di parola e di libertà.

Nel mondo bello a lui affidato l’essere tratto dalla terra (adam da adamah), partecipe della terra che è sorella e madre, vive il desiderio di qualcuno che ‘gli stia di fronte’. Tutti gli altri esseri viventi sono importanti, ma c’è una relazione unica possibile con una presenza altra e simile: una presenza che sola sta nella parità con lui, di fronte a lui, capace di dialogo, di accoglienza, di intesa. A questo punto è narrato il dono dell’altra persona: anch’essa creatura, uguale in tutto, simile, ma radicalmente diversa, proveniente da un dono insondabile di Dio. Opera di Dio mentre l’Adam, il partecipe della terra, dormiva. Il sonno di Adam è il modo poetico per indicare come l’altra creatura come lui non sia qualcosa proveniente dall’uomo, ma può essere solo presenza accolta come dono, non programmabile e vicina. Il narratore non parla di uomo e donna ma dell’umano.

Il sonno di Adam indica un agire libero e gratuito di Dio e un non sapere: il dono che egli si trova di fronte al suo risveglio implica l’accettazione di un non comprendere (che è rinuncia al possesso). La presenza nuova rimane mistero di gratuità. La isha’ (donna in ebraico) di fronte a ish (uomo) – uguale e diverso essere umano – è presenza scoperta, ritrovata accanto, inattesa e insperata. Anch’essa tratta dalla terra ma che condivide – cioè uguale e non dipendente – l’interiorità e la corporeità di Adam. Adam così reca in sè un mistero di privazione e di completamento. L’uomo tratto dalla terra, dovrà ricercare e ritrovare in isha’ una parte di sé al di fuori di sè per costituire insieme una umanità più grande. Dovrà accettare di non essere completo se non nella relazione e insieme a chi è volto di alterità. Per ricevere un dono dovrà accettare una mancanza e riconoscere un limite.

Isha’ è tratta dalla costola di ish, cioè partecipa della medesima vita, dalla, stessa terra: la ricerca e il desiderio di ish in rapporto a isha’ sarà d’ora in poi ricerca di divenire se stesso, possibile solo nell’apertura all’altra. Isha’ nello stesso tempo è anche diversa da ish: sta di fronte. E’ possibile specchiarsi, riconoscere un volto, ma è impossibile identificarsi perché è presenza altra, il suo volto implora ‘non uccidere’.

E’ simile, ‘carne della mia carne, osso dalle mie ossa’ canta l’uomo, nell’inno di gioia dopo il risveglio dinanzi ad una scoperta meravigliosa che spalanca l’esistenza. Ma quest’inno nasconde anche un profondo malinteso. L’uomo parla a se stesso, non si rivolge a chi gli sta di fronte. ‘Carne della mia carne’, nell’esteriorità nella dimensione corporea, ‘osso delle mie ossa’ simile nell’interiorità. Sono parole che racchiudono la bellezza e la fatica della comunicazione. Tuttavia in queste parole di meraviglia dell’uomo si può cogliere un’incapacità a comprendere il dono ricevuto. Intende infatti questa presenza altra come tutta funzionale a se stesso: ‘carne della mia carne’ nega la alterità, sottolinea soprattutto la somiglianza, il ‘mio’, non riconosce la diversità. Si pone come centro e vede la donna come prolungamento di sé e quasi una parte. Ed è questo un errore che segna la vicenda dei rapporti tra uomo e donna. L’uomo non accetta di non sapere, pretende di essere capace di comprendere sino in fondo e non si mantiene nel limite di quel sonno in cui ha ricevuto l’altra in dono.

Da questo dono e disegno che sta al principio sorge la vocazione all’incontro a cercare nel cammino della vita di vivere una relazione fragile (la fragilità sta dietro al termine ‘carne’), nello starsi di fronte come ‘diversi’ e come ‘simili’: ‘Per questo l’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e i due saranno una carne sola’. ‘Per questo’ è annotazione che riconosce la consuetudine della vita. E’ traducibile nell’espressione ‘Poiché le cose stanno così’. ‘Poiché le cose stanno così’, continua l’autore, è necessario abbandonare le relazioni che sino a questo momento aveva dato rifugio e sicurezza. lasciare il padre e la madre, presenze rassicuranti, implica anche evitare che l’altro sostituisca le presenze conosciute. Congiungersi all’altro apre ad un cammino nuovo, diventare allora una carne sola. ‘Carne’ rinvia alle diverse dimensioni della corporeità, dell’interiorità, dell’affettività, ma anche al limite e fragilità di questo cammino. L’uomo e la donna si ricercheranno per formare insieme una vita in tensione a scorgere continuamente la chiamata di Dio sulla relazione.

Nella pagina del vangelo i farisei si accostano a Gesù e gli pongono una questione: ‘È lecito ad un marito ripudiare la propria moglie?’. La Torah prevedeva solamente per il marito la possibilità di allontanare la moglie nei casi in cui avesse riscontrato in lei «qualcosa di vergognoso» (lett. «un atto di nudità»); in tale situazione doveva però darle un atto di divorzio (secondo la normativa di Dt 24,1-4) che le consentiva di unirsi ad un altro uomo senza dover essere tacciata di adulterio. Nel dibattito al tempo di Gesù sono conosciuti diversi orientamenti d’interpretazione di tale questione. Per una tra le autorità del tempo, Shammai, questo ‘qualcosa di vergognoso’ doveva riguardare solo un atto di adulterio della donna, per Hillel poteva riferirsi a qualsiasi cosa che nella donna risultasse sgradita al marito.

Il dibattito sollevato di farisei con Gesù non verteva quindi sulla questione del ripudio, ma sulle cause che permettevano al marito di allontanare la donna. Ciò può trovare conferma nel testo parallelo di Matteo, dove i farisei chiedono a Gesù: ‘È lecito a un uomo ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo?’ (Mt 19,3).

Gesù risponde solamente rinviando a Mosè: ‘che cosa vi ha ordinato Mosè?’ i farisei controbattono: ‘Mosè ha permesso di scrivere un atto di ripudio e di rimandarla’. A questo punto Gesù osserva: ‘Per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma’. La norma allora viene da Mosè non per una sua iniziativa, ma a causa della ‘durezza del cuore’: è la sklêrokardia, la causa di tale prescrizione. Mosè per adattarsi al cuore duro che esprime mancanza di amore, conseguenza del peccato (Ez 36,26) ha proposto quella norma.

Le parole di Gesù rinviano ad un ‘principio’. Riprende la Scrittura: ‘Ma all’inizio della creazione Dio li fece maschio e femmina; per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una carne sola’. In questa risposta compare il riferimento a due passi di Genesi – due testi della Torah quindi – posti insieme. Il primo è tratto dal racconto sacerdotale della creazione, il secondo da quello jahwista. Dio ha creato l’uomo e la donna come due esseri uguali e complementari (Gen 1,27) e li ha chiamati ad unirsi in modo tale da formare quasi un’unica carne (Gen 2,24). Da qui la conclusione: ‘Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto’. Nel disegno del principio uomo e donna sono chiamati ad intendere la propria vita nell’orizzonte dell’unione e l’uomo non può separare ciò che Dio ha unito in tale modo.

Nella spiegazione poi data in privato ai discepoli, l’evangelista introduce un altro detto: ‘Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio verso di lei; se la donna, ripudiato il marito, ne sposa un altro, commette adulterio’. Queste parole pongono in primo piano non tanto la separazione quanto la seconda unione che costituisce l’adulterio. E’ anche sottolineato che la medesima regola è rivolta all’uomo e alla donna. Uomo e donna sono visti in una prospettiva di parità. Una precisazione che si scontrava con il privilegio nella tradizione ebraica di un ripudio da attuare dalla parte maschile e forse opportuna in un contesto (come quello romano), in cui anche le donne avevano la facoltà di divorziare.

La discussione sul divorzio infine si chiude con una scena in cui compare la presenza di bambini: Gesù chiede ai discepoli di non impedire ai bambini di andare da lui e propone questi piccoli come modello per chi vuole entrare nel regno di Dio.

Gesù rinvia a quel progetto del principio e richiama ognuno alla responsabilità del cuore che è lo stare della coscienza di fronte a Dio. Ciò implica aprirsi all’azione del ‘Dio che congiunge’, che ha un progetto di alleanza per ogni uomo e donna. Gesù invita a vivere la fedeltà verso ciò che Dio ha congiunto nello scoprire la propria responsabilità in questo incontro con Dio e con gli altri.

Questa parola di Gesù va letta nel quadro progressivo della sua presa di posizione  con una serie di passaggi: innanzitutto richiama la Sacra Scrittura, in particolare in rapporto alla storia della creazione (Gen 1,26 e 2,24) che parla del matrimonio come di una alleanza con Dio. Evidenzia il comandamento per cui l’uomo non deve disfare ciò che Dio ha unito. Nella casa infine, con i suoi discepoli, affronta la questione dell’adulterio: è da tener conto che il contesto in cui questi testi sorgono è quello di una tradizione in cui solamente l’uomo poteva attuare il divorzio e non la donna. La parola di Gesù esige di essere interpretata non nel quadro di un diritto che chiude e si pone come giogo insopportabile (cf. Mt 11,9; At 15,10), ma come parola di salvezza che apre all’esperienza della misericordia e al futuro. Al cuore del suo messaggio sta la bella notizia del regno di Dio e tutte le sue parole vanno lette in questo orizzonte.

DSCN1227(Andrea Roggi, L’amore apre i cuori e la nostra mente – 2015 – Spello)

Alcune riflessioni per noi oggi

La recente enciclica di Francesco, ‘Laudato si’, ha pagine di grande intensità sul progetto di Dio per l’umanità all’interno della creazione. In un passo, riprendendo riflessioni provenienti da varie regioni del mondo afferma (n.85): “Dio ha scritto un libro stupendo, «le cui lettere sono la moltitudine di creature presenti nell’universo». I Vescovi del Canada hanno espresso bene che nessuna creatura resta fuori da questa manifestazione di Dio: «Dai più ampi panorami alla più esili forme di vita, la natura è una continua sorgente di meraviglia e di reverenza. Essa è, inoltre, una rivelazione continua del divino». I vescovi del Giappone, da parte loro, hanno detto qualcosa di molto suggestivo: «Percepire ogni creatura che canta l’inno della sua esistenza è vivere con gioia nell’amore di Dio e nella speranza». Questa contemplazione del creato ci permette di scoprire attraverso ogni cosa qualche insegnamento che Dio ci vuole comunicare, perché «per il credente contemplare il creato è anche ascoltare un messaggio, udire una voce paradossale e silenziosa». Possiamo dire che «accanto alla rivelazione propriamente detta contenuta nelle Sacre Scritture c’è, quindi, una manifestazione divina nello sfolgorare del sole e nel calare della notte». Prestando attenzione a questa manifestazione, l’essere umano impara a riconoscere sé stesso in relazione alle altre creature: «Io mi esprimo esprimendo il mondo; io esploro la mia sacralità decifrando quella del mondo» (Paul Ricoeur)”.

Può essere d’aiuto la lettura di una poesia di Elisabeth Green, teologa battista (da Il filo tradito. Vent’anni di teologia femminista, Torino, Claudiana 2011), con uno sguardo femminile al volto di Dio stesso:

Dio è seduta e piange. / la meravigliosa tappezzeria della creazione / che aveva tessuto con tanta gioia è mutilata, / è strappata a brandelli, ridotta a cenci: / la sua bellezza è saccheggiata dalla violenza

[…] guardate! / tutto ritesse con il filo d’oro della gioia, / dà vita a un nuovo arazzo, / una creazione ancora più ricca, ancora più bella / di quanto fosse l’antica! / Dio è seduta, tesse con pazienza, con perseveranza / e con il sorriso che sprigiona come un arcobaleno / sul volto bagnato dalle lacrime.

E ci invita a non offrirle soltanto i cenci / e i brandelli delle nostre sofferenze / e del nostro lavoro./ ci domanda molto di più; / di restarle accanto al telaio della gioia, / e a tessere con lei l’arazzo / della nuova creazione.

Inizia in questi giorni il Sinodo dei vescovi sulla famiglia. La speranza di molti è che da questo momento sgorghi un messaggio di apertura, di comprensione e di misericordia per poter intendere l’esperienza delle relazioni affettive come un cammino in cui è sempre presente una speranza e una parola di bene da parte di Dio, nella complessità dei percorsi esistenziali e biografici nella loro gioia e bellezza ed anche nelle loro ferite, ritardi, fallimenti. In una recente intervista il card. Walter Kasper ha ribadito l’importanza di leggere anche le Scritture con attitudine che sappia interpretarle nel senso della misericordia e del perdono. Sono queste le chiavi per leggere ogni parola di Gesù donata non come norma che opprime e rinchiude ma come notizia di vita e speranza per la vita e per intendere la vicinanza del regno di Dio:

“Personalmente ritengo che prendere una parola del Vangelo per difendere una propria tesi è una sorta di fondamentalismo, un nuovo fondamentalismo che si fa con una parola. Che non si può sciogliere il matrimonio è cosa chiara e assodata, eppure ci sono passi biblici che menzionano una qualche “eccezione” alla parola del Signore sulla indissolubilità del matrimonio, e cioè nel caso di pornèia (il capitolo 19 di Matteo) e nel caso di separazione a motivo della fede (la prima lettera ai Corinzi, capitolo sette). Tali testi indicano che i cristiani in situazioni difficili hanno conosciuto già nel tempo apostolico un’applicazione flessibile della parola di Gesù”. (Ma le eccezioni sono previste anche nei passi del Vangelo, intervista a Walter Kasper, a cura di Paolo Rodari, La repubblica 1 ottobre 2015).

Siamo chiamati a cogliere la bellezza della proposta di Gesù che richiama il disegno originario di Dio e nel contempo vivere la responsabilità del cuore di fronte a Dio, per comprendere le sue chiamate anche nelle vicende talvolta faticose e difficili della nostra vita nella consapevolezza che “nella vita coniugale sono disseminati molti più ostacoli di quanti non ne ammetta la teologia del matrimonio oggi facilmente idealizzante” (Anne-Marie Pelletier)

La seconda lettura ha al suo centro la condiscendenza di Gesù: pur essendo figlio si è chinato su di noi, ha condiviso in tutto la nostra vita e le nostre fatiche. In questo senso è divenuto il fratello di ogni uomo e donna. Nel suo farsi servo rende possibile scoprire orizzonti nuovi di fraternità: è lui il bambino/servo di Dio che prende la condizione dei bambini, i senza dignità che egli abbraccia e pone al centro della comunità. Se lui è nostro fratello allora l’esperienza di famiglia diviene possibile in un orizzonte che allarga lo sguardo alla famiglia di Dio al suo disegno di relazioni nuove per tutta l’umanità.

Alessandro Cortesi op

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