la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Archivi per il mese di “novembre, 2015”

1 domenica di Avvento – anno C 2015

DSCN1739.JPGGer 33,14-16; 1 Tess 3,12-4,2; Lc 21,25-28.34-36

“In quei giorni farò germogliare per Davide un germoglio di giustizia; egli eserciterà il giudizio e la giustizia sulla terra. In quei giorni Giuda sarà salvato e Gerusalemme sarà chiamata: Signore-nostra-giustizia”.

L’immagine di un grande albero narra la genealogia di una famiglia. E’ albero che racchiude, nei volti e nei nomi, la storia di una comunità e di un popolo: anche le nostre famiglie, pur avendo radici magari perdute nel tempo e ormai non più ricostruibili, sono la storia di tanti incontri, di tanti volti che si sono intrecciati nel corso degli anni come i rami di un albero. La nostra identità sta nell’intreccio di queste relazioni: Geremia vede lo sbocciare di un germoglio dall’albero della famiglia di Davide, il re della pace, il re ricordato da Israele come colui che ha portato il benessere nel paese. Il germoglio che nascerà dall’albero di Davide porterà un tempo nuovo, una nuova era di pace: il germoglio è immagine di vita nuova e di speranza. E’ una presenza nuova, e sta ad indicare l’intervento di qualcuno che porterà giustizia: nel linguaggio biblico ciò significa che Dio è fedele e rimane per sempre fedele alle sue promesse. Giustizia è quindi sinonimo di ‘fedeltà’ e quando si parla del ‘giudizio’ di Dio fedele significa che questo sarà il compimento di un disegno di salvezza e di vita per tutti. Il Dio fedele viene a prendere la difesa di chi è senza difesa, di chi è oggetto dell’ingiustizia e dell’esclusione. Non quindi un intervento di cui avere paura ma la manifestazione del volto di Chi viene per salvare. Per questo il salmo canta: “Ai miseri del suo popolo renderà giustizia, salverà i figli dei poveri, abbatterà gli oppressori. Nei suoi giorni fiorirà la giustizia e abbonderà la pace” (Sal 72,4.7)

Una seconda immagine è la strada: l’esperienza di fede del popolo di Israele prima e dei discepoli di Gesù sorge sulla strada. Abramo è chiamato a mettersi in cammino verso una terra nuova, Mosè è scelto per guidare Israele nel cammino attraverso il deserto verso la libertà, nell’esilio Israele scopre inaspettatamente la possibilità di percorrere una via di ritorno nella gioia e nella pace. Gesù stesso chiama i suoi ad andare con lui lungo la strada, che – nel vangelo di Luca che leggeremo in quest’anno liturgico – viene presentata come strada verso Gerusalemme, e da Gerusalemme, dopo i giorni della Pasqua, strada verso tutti i confini della terra. Per questo nel salmo preghiamo: “Fammi conoscere Signore le tue vie, insegnami i tuoi sentieri. Guidami nella tua verità…. Tutti i sentieri del Signore sono verità e grazia” (salmo 24). La strada è simbolo di tutta la nostra vita, del tempo e dei momenti delle nostre giornate in cui trovare criteri di riferimento e orientamento per le nostre scelte e di fronte alle difficoltà sempre nuove e diverse. Siamo invitati a riscoprire la Parola di Dio come lampada per i nostri passi e luce alla nostra strada.

Una terza immagine: il giorno. Nel discorso sulle ‘realtà ultime’ presentato al cap. 21 di Luca compaiono tanti simboli del genere apocalittico, un modo di espressione a noi di difficile comprensione ma che, nella ricchezza dei simbolismi e nelle raffigurazioni ad effetto, vuole indicare l’intervento di Dio che si comunica nella nostra storia (apocalisse significa rivelazione): “state bene attenti che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni… e che quel giorno non vi piombi addosso improvviso…”.

‘Quel giorno’ non è solo una espressione del tempo cronologico, ma è riferimento ad una azione di Dio: ‘quel giorno’ è il ‘giorno del Signore’, il giorno in cui Lui interviene nella storia. Si tratta del giorno in cui è atteso il compiersi di un ‘giudizio’ di Dio che manifesta la sua fedeltà di salvezza in una storia in cui ci sono scandalose ingiustizie. In rapporto a questo giorno che è già presente nei nostri giorni si apre un invito per i discepoli: “alzatevi e levate il capo, perché la vostra liberazione è vicina… vegliate e pregate in ogni momento”. Il discepolo è presentato come persona del giorno, che non si lascia prendere dalla stanchezza e dalla sonnolenza della notte: sta in piedi, guarda ad un orizzonte di speranza e vive il presente in modo attivo. E’ immerso nell’impegno perché già da ora hanno inizio quelle che saranno le realtà ultime: oggi è il tempo della salvezza e nel presente viviamo l’attesa di Qualcuno che viene.

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(Ribbon Chapel – Japan – Hiroshi Nakamura)

State attenti…

Tutti gli esercizi di scuola che richiedono veramente uno sforzo di attenzione sono interessanti, ed hanno la medesima importanza. Così annotava Simone Weil nel 1942 nella sua riflessione su “L’utilità degli studi scolastici al fine dell’amore di Dio” situata nella raccolta di scritti Attente de Dieu. Ogni esercizio sia di matematica o di geometria, o lingue o altro è prezioso non tanto perché svolgendolo si giunge ad una soluzione o si accresce qualche abilità, ma per il fatto di tendere ad essa. La fatica stessa di avanzare verso la ricerca di soluzione di un problema fa progredire verso una dimensione misteriosa, più profonda, della vita stessa. “Anche se gli sforzi di attenzione rimanessero in apparenza sterili per anni e anni, un giorno, una luce esattamente proporzionale a questi sforzi inonderà l’anima”:

Spesso si confonde l’attenzione con uno sforzo di tipo muscolare: quando si invitano gli scolari a stare attenti si pensa spesso ad una tensione che fa aggrottare le sopracciglia stringere i denti e tendere i muscoli ma questo genere di fatica non ha rapporto con l’apprendimento profondo. Piuttosto s’impara nella misura in cui si lascia spazio al desiderio. E’ il desiderio la sola forza che fa salire l’anima. Coltivare il desiderio apre alla scoperta non di un salire e di un percorso di conquista, ma di disponibilità ad accogliere. Dio solamente viene, scende e prende la vita.

L’autentica attenzione non consiste così in uno sforzo che affatica e si propone di trattenere, ma nel lasciare spazio, nell’abbandonare. “I beni più preziosi non devono essere cercati, ma attesi”. L’attenzione si fa attesa. Così in ogni piccolo esercizio scolastico è possibile cogliere la possibilità di formarsi ad una tale attesa con il desiderio, senza sforzarsi di cercarla. E’ questo il cuore dell’amore di Dio da accogliere non come conquista ma come esperienza di dono gratuito, radicale nella vita. Ma questa è anche la sostanza di ogni apertura all’altro, di ogni amore del prossimo.

Fare attenzione: siamo consapevoli di quanto sia difficile oggi l’attenzione in un tempo segnato dalla molteplicità di strumenti che continuamente interrompono il tempo e lo frammentano in continui richiami, Nella loro utilità ci offrono la possibilità di considerarci senza limiti, di spazio, di tempo, nel poter raggiungere ogni obiettivo e vivere un’efficienza mai raggiunta. In uno sforzo continuo di andare oltre, più velocemente, con più produzione.

“pienezza dell’amore del prossimo – scrive Simone Weil – è semplicemente essere capace di domandargli ‘quale è la tua sofferenza?” Questo sguardo è uno sguardo attento, che si è laciato affinare nel lasciare apertura al desiderio. L’attenzione si connota come disponibilità non a riempire, ma a lasciare spazio e vuoto. Se gli esercizi di scuola sono un’occasione unica per camminare su questa via, anche gli esercizi di attenzione richiesti dalla vita quotidiana possono essere opportunità per questa crescita. Per saper leggere i segni, per scorgere oggi il germogliare di una promessa e di una liberazione che è vicina.

Coltivare l’attenzione è così lasciar spazio non ad un fare che è espressione di potenza, ma ad un’attesa. E’ scorgere oltre i segni cercando di leggerli come rinvio ad una novità di cui siamo resi responsabili, nel presente venire. Dentro tutto ciò che nella storia in questi giorni difficili genera paura e terrorizza, c’è un appello, una chiamata ad una attenzione nuova, a risollevare il capo, a mantenere un cuore leggero, non appesantito: “Quando cominceranno ad accadere queste cose, risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina. State attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano…”

Alessandro Cortesi op

 

 

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Solennità di Cristo re dell’universo – anno B – 2015

DSCN1577Dn 7,13-14; Ap 1,5-8; Gv 18,33b-37

“Dunque tu sei re?”: il procedere del dialogo tra Pilato e Gesù si accentra sull’essere re. In realtà non si tratta di dialogo. Piuttosto un interrogatorio in un processo dove l’imputato sta inerme senza difesa davanti al rappresentante del potere imperiale. E tuttavia proprio il suo stare lì davanti pone la questione inquietante: quale tipo di re? quale potere di fronte alla pretesa di dominio dell’impero?

“Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce”. Essere re per Gesù – evidenzia il IV vangelo – rinvia al suo essere testimone. La sua vita viene raccolta nei termini della testimonianza, l’essere rivolto ad altro e capace di comunicare. La questione si sposta sulla verità, l’orizzonte ultimo del senso dell’esistenza, la dimensione profonda dell’esistere.

I profeti in Israele avevano rivolto la loro protesta contro i re empi, con il richiamo ad un senso dell’esistere fondato sulla promessa di Jahwè e sull’alleanza. Gesù è re in quanto si pone in contrasto con le scelte dei re infedeli che avevano anteposto i loro disegni di dominio alla chiamata ad essere ascoltatori della Parola di Dio, suoi portavoce nel soccorrere l’orfano, la vedova, il forestiero. La verità di cui è testimone non è costruzione intellettuale ma fedeltà all’amore. Nel suo agire rivela il volto di Dio che nessuno ha mai visto. L’essere re assume i tratti paradossali della testimonianza e della fedeltà all’amore: veramente un regno diverso dalla sete di potere e dominio a base degli imperi umani.

Di fronte alla predicazione e all’agire di Gesù che avevano suscitato il risvegliarsi di attese di liberazione e di riscatto sorge un’inquietudine nel potere religioso e in quello politico. Il suo stile poneva domande e faceva problema. In lui si rende presente una minaccia di sovversione: il suo parlare toccava le attese di vita e delle persone, dei piccoli, di coloro che erano esclusi dai circuiti dei poteri religioso e politico. Il suo annuncio del regno d Dio non rinviava ad una realtà al di là della storia ma ad una forza presente di trasformazione in atto nel presente, già iniziata. Il suo agire e le sue parole ponevano l’esigenza di un nuovo tipo di relazioni: non il dominio ma la fraternità e sororità di uguali in una comunità in cammino. La comunità di discepole e discepoli che Gesù raccoglie diventa un primo segno di tale disegno di raduno che esprime la novità del suo regno. Una forza di trasformazione del convivere secondo logiche nuove non di esclusione ma di ospitalità. Gesù esprimeva tuto ciò parlando del regno di Dio ormai presente, già immesso nella vicenda della storia come seme capace di crescere con forza autonoma. La questione sul regno di Dio nella predicazione di Gesù costituisce una questione centrale.

Gesù risponde fino ad un certo punto a Pilato: si assiste ad un crescendo in cui vengono delineati alcuni caratteri del regno: non proviene di questo mondo “se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai giudei’. Gesù si era infatti ritirato da solo in disparte quando volevano farlo re: il suo regno viene da altrove. Non mette in campo la spada per difendersi e per imporre il proprio dominio: Gesù si è liberamente consegnato a chi è venuto ad arrestarlo. Tuttavia il suo essere re si pone in rapporto con la realtà del mondo: si presenta in una scelta fondamentale di rifiuto della violenza. Così davanti a Pilato vive l’inermità e la ‘consegna’ fino alla fine. Si sottrae alle logiche del dominio, della sopraffazione della violenza che genera e combatte la violenza: è possibilità dell’impossibile. La sua vita si offre come testimonianza della presenza di Dio.

Per questo è anche provocazione a ripensare il volto di Dio, a ripensare in modi nuovi rapporto con lui: il Padre incontrato come il Padre fedele a cui affidare tutta la propria esistenza. E la sua testimonianza chiede anche di ripensare i rapporti con gli altri: se il volto di Dio fedele viene raccontato nella testimonianza di Gesù, i rapporti tra le persone possono essere diversi: non più di sopraffazione, di disuguaglianza, ma di cura e di pace, rapporti in cui la presenza dell’altro è questione decisiva nella vita e diviene possibile cammino di incontro. Il regno non è percorso di singoli ma ha una valenza che coinvolge la dimensione sociale, i rapporti.

Il IV vangelo suggerisce come in quel drammatico dialogo tra Pilato e Gesù si stia svolgendo un processo più profondo, un giudizio di fronte a Gesù. I protagonisti prendono posizione davanti a lui. La questione di fondo accettare o meno il suo essere ‘re’, in modo unico e scandaloso. “Allora Gesù uscì, portando la corona di spine e il mantello di porpora. E Pilato disse loro: ‘Ecco l’uomo!’. [6]Al vederlo i sommi sacerdoti e le guardie gridarono: ‘Crocifiggilo, crocifiggilo!'”.

Gesù è re sulla via del crocifisso: la sua vita donata è consegna fino alla fine. L’accoglienza della testimonianza della, verità si pone come proposta di accoglienza dell’uomo spogliato di ogni potenza. Non tanto un umanesimo come ideologia, ma l’umanità dell’uomo Gesù umiliato e offeso che si identifica con gli umiliati e i marginali della storia. Chiede ai suoi di entrare nel regno facendo della propria vita un luogo di servizio e di condivisione di umanità. ‘Ecco l’uomo’: nei tratti di quest’uomo umiliato e offeso sta la salvezza e il senso della nostra vita, sta la verità di ogni donna e uomo. Gesù è re mentre tutti lo giudicavano il miserabile e il condannato. Il suo regno è dono di speranza e di pace per tutti gli oppressi.

Si identifica con le vittime e i condannati della storia: la gloria di Dio – secondo il IV vangelo – si manifesta nel condannato e nel crocifisso che fa propria la vicenda dei condannati e crocifissi della storia. Il regno che Gesù ha iniziato è comunione di poveri che si affidano solamente alla salvezza che viene accolta come dono e non è intesa come conquista e progetto umano.

Lo sguardo a Cristo re significa anche pensare alla responsabilità per lasciare spazio e far crescere il regno da lui iniziato nella nostra storia nella concretezza di ogni giorno.

notinmyname18Alcune riflessioni per noi oggi

Le vicende degli ultimi giorni – le violenze e le stragi opera di terroristi e le reazioni a livello dei vertici e a livello diffuso – possono trovare luce nel riferimento alle pagina del IV vangelo. La storia umana è lacerata in una lotta senza quartiere per la conquista di regni umani. E’ conquista sanguinosa, fatta di uso della violenza, di guerra, di terrore. Certamente atti efferati di terrorismo esigono una condanna senza riserve, ma altrettanto dovrebbe addolorare e suscitare reazione e condanna la violenza attuata in tante forme, e portata in particolare nel dominio economico, nella devastazione ambientale, nella guerra. Le vittime sono nella stragrande maggioranza innocenti, persone sconosciute e appartenenti ai miserabili del mondo.

In questo momento sarebbe essenziale rifuggire da attitudini di sospetto e contrasto tra cristiani e musulmani. I musulmani sono le prime – e più numerose – vittime di violenti che pur si richiamano alla religione, tradendo profondamente l’ispirazione di fondo dell’Islam. La reazione di presa di distanza da una violenaza che si richiama alla religione è segnale fondamentale: ‘Not in my name’.

“Questa incapacità di capire, presente in tutte le guerre complesse, è particolarmente forte in questa guerra, che non deve però esimerci dallo sforzo di pensare, e poi combattere soprattutto le tesi false e ideologiche che ci stanno inondando all’indomani della strage di Parigi. Una tesi molto popolare è quella che individua nella religione, e in particolare nella natura intrinsecamente violenta dell’islam, la principale, se non unica, ragione di questa guerra. Una tesi, questa, tanto diffusa quanto sbagliata. Il Corano ha una sua ambivalenza riguardo alla violenza, lo sappiamo. Ci sono passaggi dove invita alla «guerra santa». Ma c’è anche una versione del fratricidio tra Caino e Abele che più della Bibbia ebraico-cristiana, parla forte di non violenza. Nel racconto coranico i due fratelli parlano nei campi. Abele intuisce che Caino sta levando la sua mano contro di lui per ucciderlo, e gli dice: «Anche se userai la tua mano per uccidermi, io non userò la mia mano per ucciderti» (“Il sacro Corano”, al-Ma’idah: Sura 5,28). Abele presentato come il primo non-violento della storia, che muore per non diventare esso stesso assassino (…) (Luigino Bruni, Basta armare la guerra, in “Avvenire” 17 novembre 2015)

In questo momento è anche da coltivare l’attenzione e la reazione alla violenza alimentata con il commercio delle armi, con mentalità di colonialismo e di sfruttamento di terre e popolazioni da parte dei popoli ricchi del pianeta. La situazione di tensione e di violenza che viviamo deve interrogarci sul rischio di coltivare una mentalità violenta, di superiorità, discriminazioni e di esclusione anche all’interno di comunità religiose e sulla base di contrapposizioni culturali e di fede.

“Viviamo tempi duri. Tempi in cui quello che è sempre sembrato normale è messo in discussione. E non è la partita di calcio a cui i populisti vorrebbero ridurre la faccenda. Non è musulmani cattivi contro il resto del mondo buono. Siamo davanti a persone pericolose che hanno un piano preciso, un piano di guerra, e sono contro tutti. Sono terroristi che sono contro la vita. Sono contro i musulmani che considerano “finti” perché non violenti come loro e quindi più infedeli degli infedeli. Sono contro gli altri perché rei di non partecipare alla loro ideologia di morte. Il loro scopo è chiaro, quasi lampante, vogliono la nostra disgregazione, vogliono suscitare paura, vogliono farci vivere nell’angoscia. Vogliono che ci guardiamo in cagnesco, che cominciamo a odiarci, a darci mille e più coltellate… (Igiaba Scego, Non permettiamo ai terroristi di farci vivere a metà, “Internazionale”, 14 novembre 2015).

La via seguita da Gesù si pone come alternativa radicale all’uso della violenza, e rimane ancora per noi scandaloso il suo silenzio, la sua testimonianza, la sua libertà di donare la vita di fronte al potere di Pilato rappresentante del potere che dominava il mondo.

L’uomo Gesù, nel suo stare inerme, senza armi, di fronte al giudice che poteva decretare su di lui la condanna a morte, sta come volto umano che ci interpella. Per restare umani, per divenire umani.

L’attenzione al presente esige anche uno sguardo disincantato sulle cause del disordine e del terrorismo che viviamo. E’ pensiero fortemente avvertito oggi da persone che hanno esperienza diretta di ciò che la guerra produce.

Così osserva Gino Strada in un suo post: “… dopo 15 anni di guerre ci sentiamo più in pericolo, più indifesi e impotenti in questa guerra che non riusciamo a fermare. E abbiamo ragione, perché è così, il pericolo c’è ed è crescente. Ancora una volta, purtroppo si sta scegliendo e praticando la guerra, la mortale altalena delle bombe e delle autobombe, dei droni e dei kamikaze, delle bombe buone e di quelle cattive. Chi vincerà? Io so soltanto che perderanno i cittadini. Quante volte è cambiato “il mostro” negli ultimi 15 anni di guerre? Eppure il mostro è ancora lì. Sono convinto che sia la guerra il vero mostro da eliminare, da bandire dalla storia degli umani in quanto dis-umana, distruttiva dell’umanità”.

Fulvio Scaglione in un intenso articolo ha cercato di smitizzare alcune parole d’ordine che emergono all’indomani di eventi tragici e dolorosi come quello della strage di Parigi: “Ancor meno sopportabile è il balbettamento ideologico sui colpevoli, i provvedimenti da prendere, il dovere di reagire. Non a caso risuscitano in queste ore le pagliacciate ideologiche della Fallaci, grande sostenitrice (come tutti quelli che ora la recuperano) delle guerre di George W. Bush, ormai riconosciute anche dagli americani per quello che in realtà furono: un cumulo di menzogne e di inefficienze che servì da innesco a molti degli attuali orrori del Medio Oriente” (F.Scaglione, Francia: almeno smettiamola con le chiacchere, “Famiglia cristiana” del 15 novembre 2015).

E ricorda che “Solo l’altro giorno, il nostro premier Renzi (che come tutti ora parla di attacco all’umanità) era in Arabia Saudita a celebrare gli appalti raccolti presso il regime islamico più integralista, più legato all’Isis e più dedito al sostegno di tutte le forme di estremismo islamico del mondo. E nessuno, degli odierni balbettatori, ha speso una parola per ricordare (a Renzi come a tutti gli altri) che il denaro, a dispetto dei proverbi, qualche volta puzza”(ibid.).

L’importanza di cercare almeno elementi seri di analisi del presente aiuta per pensare al futuro: “In questi mesi si parla molto delle armi che alimentano questa guerra. Occorre parlarne ancora di più, perché è un elemento decisivo. Proprio pochi giorni fa da Cagliari sono partiti missili verso la Siria, prodotti e venduti da imprese italiane. L’Italia, assieme alla Francia, è tra i maggiori esportatori di armi da guerra nelle regioni arabe, nonostante ci sia nel nostro Paese una legge del 1990 che vieterebbe la vendita di armi a Paesi in guerra. I politici che piangono, magari sinceramente, e dichiarano lotta senza quartiere al terrorismo, sono gli stessi che non fanno nulla per ridurre l’export di armi, e che difendono queste industrie nazionali che muovono grosse quote di Pil e centinaia di migliaia di posti di lavoro.” (Luigino Bruni, Basta armare la guerra, “Avvenire” del 17 novembre 2015)

Può essere importante in questi giorni ritornare a riflettere su quanto scriveva Christian de Chergé monaco di Tibhirine il 1° gennaio 1994 un paio d’anni prima del rapimento e dell’uccisione ad pera del Gruppo Armato Islamico in Algeria nel 1996:

“Se mi capitasse un giorno – e potrebbe essere oggi – di essere vittima del terrorismo che sembra voler coinvolgere ora tutti gli stranieri che vivono in Algeria, vorrei che la mia comunità, la mia Chiesa, la mia famiglia, si ricordassero che la mia vita era “donata” a Dio e a questo paese. Che essi accettassero che l’unico Signore di ogni vita non potrebbe essere estraneo a questa dipartita brutale. Che pregassero per me: come essere trovato degno di una tale offerta? Che sapessero associare questa morte a tante altre ugualmente violente, lasciate nell’indifferenza dell’anonimato. La mia vita non ha valore più di un’altra. (…) La mia morte, evidentemente, sembrerà dare ragione a quelli che mi hanno rapidamente trattato da ingenuo, o da idealista: “Dica, adesso, quello che ne pensa!”. Ma queste persone debbono sapere che sarà finalmente liberata la mia curiosità più lancinante. Ecco, potrò, se a Dio piace, immergere il mio sguardo in quello del Padre, per contemplare con lui i Suoi figli dell’Islam così come li vede Lui, tutti illuminati dalla gloria del Cristo, frutto della Sua Passione, investiti del dono dello Spirito, la cui gioia segreta sarà sempre di stabilire la comunione, giocando con le differenze. Di questa vita perduta, totalmente mia e totalmente loro, io rendo grazie a Dio che sembra averla voluta tutta intera per questa gioia, attraverso e nonostante tutto”.

Reagire alla violenza è sfida per tutti oggi. Ma la reazione anziché essere improntata alla vendetta che si pone nella medesima logicae genera altro male – oggi può vedere una alternativa: la scelta di un ripensamento radicale di modi di vita che escludono e generano violenza e la ricerca, insieme, tra uomini e donne – chi si richiama a visioni religioni e chi no – di vie che non sono già date. E’ questa la sfida e opportunità del tempo presente di fronte all’inefficacia della guerra e della sopraffazione. Oggi più che mai è davanti a noi la sfida a tracciare le vie del dialogo con tutti coloro che resistono alle forme della violenza e ne offrono concretamente una alternativa credibile: o troviamo modi per vivere tutti insieme oppure insieme periamo. Non è via facile né immediata è paziente lavoro fatto di silenzio e di crescita in umanità. Possiamo scoprire che responsabilità comune dell’umanità è scegliere vie di generazione di vita e non di morte per gli altri in un mondo mai come oggi legato insieme e interdipendente.

Alessandro Cortesi op

XXXIII domenica – tempo ordinario – anno B – 2015

DSCN1514Dn 12,1-3; Eb 10,11-14; Mc 13,24-32

Il libro di Daniele si pone nel quadro della letteratura apocalittica: tentativo di lettura della storia scorgendovi la presenza di Dio nonostante il male e le contraddizioni presenti. Utilizzando molteplici simboli parla di un giudizio in un tempo lontano e introduce la enigmatica figura del ‘figlio dell’uomo’ in un contesto di sconvolgimento del cosmo.

“In quei giorni, dopo quella tribolazione, il sole si oscurerà e la luna non darà più il suo splendore, e gli astri si metteranno a cadere dal cielo, e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte. Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria”.

Figlio dell’uomo ha qui i tratti di una figura collettiva, un popolo di ‘santi dell’Altissimo’ con una funzione di giudizio che inaugurerà un regno diverso da quello degli imperi umani nella storia. Un giudizio nel quale il male viene definitivamente eliminato (Dan 7,22).

Ad un primo impatto queste pagine suscitano timore e inquietudine, ma intendono proporre un messaggio di speranza per tutti coloro che hanno vissuto la fedeltà: “Vi sarà un tempo di angoscia, come non c’era mai stato dal sorgere delle nazioni fino a quel tempo; in quel tempo sarà salvato il tuo popolo, chiunque si troverà scritto nel libro. Molti di quelli che dormono nella polvere si risveglieranno: gli uni alla vita eterna e gli altri alla vergogna e per l’infamia eterna” (Dan 12,1-3). Nel tempo della persecuzione e della fatica Daniele offre parole di sostegno a chi sperimenta la fatica di resistere e per chi è stato fedele risultando agli occhi umani un fallito. L’ultima parola sulla storia – dice Daniele – è quella di Dio che salva.

“Dal fico imparate questa parabola: quando già il suo ramo si fa tenero e mette le foglie, voi sapete che l’estate è vicina; così anche voi, quando vedete accadere queste cose, sappiate che egli è vicino, alle porte…”. Gesù affida ai suoi la promessa che la nostra storia non è un vagare senza orizzonte ma è situata in un incontro. Il pensiero al futuro non dev’essere motivo di angustia perché sin d’ora c’è una novità in atto, già al di dentro della storia e della vita. Quello che ci è dato è tempo di speranza, di germogli perché è tempo di incontro.

Gesù distoglie così dal farsi domande sulla ‘fine del tempo’, inviata invece a puntare l’attenzione sul tempo in cui è possibile vivere nell’orizzonte di ciò che vale per sempre. Richiama i suoi ad un’attenzione al presente: è già occasione in cui è possibile vivere in modo nuovo. Nel presente è già in atto quella presenza che sarà il fine di tutta la storia. Per questo non è tempo vuoto, ma tempo in cui la vita sta spuntando. Come le foglie del fico mentre l’estate si avvicina. E’ momento per vivere l’incontro con qualcuno che viene. Gesù è già venuto, ma promette ai suoi che tornerà e sarà allora un ritornare definitivo. In questo frattempo è possibile coltivare l’incontro, la novità inaugurata con la risurrezione, fino alla comunione per sempre con Dio e con gli altri. “… sappiate che egli è vicino, alle porte…”: per chi accoglie la promessa di Gesù il futuro assume i contorni di un av-venire in cui al centro sta la presenza del risorto. E’ presenza che spinge all’incontro. Ed è un incontro che apre agli altri, a coloro con cui Gesù si identifica, il povero, il marginale, l’ammalato. Questo approdo finale già offre segni nel quotidiano e nella storia. Il germogliare del fico è una parabola che riguarda la presenza della novità del regno di Dio.

L’atteggiamento da coltivare è apprendere a scrutare e leggere i ‘segni dei tempi’. Viviamo già in un tempo salvato, in cui sono presenti chiamate e trace di salvezza. All’interno di esso sta crescendo come seme il ‘regno’: il regno è la presenza stessa di Gesù che ha incontrato e ha preso su di sè la storia umana e ha inaugurato un nuovo mondo, nuovi rapporti umani, un nuovo rapporto con Dio. Spesso siamo troppo preoccupati di portare qualcosa, quando invece forse l’atteggiamento di una chiesa povera sta nella dimensione dell’ascolto e dell’accoglienza. Ascolto delle chiamate che giungono dalla storia; accoglienza negli incontri con il volto di colui che viene e si fa incontro. Fissando lo sguardo su ciò che Gesù ha fatto. Per questo il presente è tempo di attenzione e responsabilità.

DSCN1472Alcuni motivi di impegno per noi oggi.

Il tempo si è per molti aspetti abbreviato: con i mezzi a disposizione riusciamo a fare tante più cose, e riusciamo a farle contemporaneamente, tendendo a superare ogni limite. La possibilità di comunicazione immediata è grande occasione che ha reso più veloci gli scambi e con essi la possibilità di lavorare, di collaborare, di scambiare idee, scritti, conoscenze. Il rischio che oggi viviamo è quello di lasciarsi sopraffare dagli strumenti a disposizione: è l’esperienza che sperimentiamo di essere talmente assorbiti dalla tensione a sfruttare ogni attimo con l’uso di strumenti tecnologici, da non avere più tempo, parole e attenzione per le persone che ci troviamo davanti. Così non c’è più il tempo che interrompe il lavoro e l’efficienza, non c’è più il tempo libero in quanto tempo liberato da impegni, esigenze e scadenze. E progressivamente viene meno il tempo della gratuità, dei gesti che non producono e non procurano efficienza, delle parole scambiate e che sono semi gettati di legame a scalfire le solitudini degli individui connessi con tutti ma isolati e inascoltati.

Imparate dal fico: ci sono segni da leggere. C’è una disponibilità da maturare a scorgere i piccoli segni. Centrando lo sguardo su Gesù. E’ quello che Francesco ha ricordato in modo chiaro ai delegati al convegno della chiesa italiana a Firenze nei giorni scorsi ridefinendo un indirizzo di stile di chiesa che abbandoni ossessioni che l’hanno segnata e continuano peraltro a segnarla pesantemente.

Con rinvio all’inno di Filippesi cap. 2 ha richiamato ad un cammino di chiesa che assuma l’umiltà di Cristo, il suo scendere e svuotarsi come criterio di fedeltà a lui: “Il primo sentimento è l’umiltà. «Ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a sé stesso» (Fil 2,3), dice san Paolo ai Filippesi. Più avanti l’Apostolo parla del fatto che Gesù non considera un «privilegio» l’essere come Dio (Fil 2,6). Qui c’è un messaggio preciso. L’ossessione di preservare la propria gloria, la propria “dignità”, la propria influenza non deve far parte dei nostri sentimenti. Dobbiamo perseguire la gloria di Dio, e questa non coincide con la nostra. La gloria di Dio che sfolgora nell’umiltà della grotta di Betlemme o nel disonore della croce di Cristo ci sorprende sempre”.

Il tema del convegno era centrato sull’umanesimo, e la declinazione del tema articolata da Francesco è stata nel senso di liberarsi da pretese di costruzione di una nuova organizzazione di potere. Ha così spostato la riflessione dall’umanesimo – quale riferimento per molti aspetti complesso e con possibili ambiguità – all’umanità di Gesù. In tal modo ha fatto cogliere come sia presente il rischio di una costruzione culturale e ideologica, radicata nella nostalgia di stagioni in cui la società coincideva con una cristianità di tipo culturale e sociale. Riferirsi all’umanità di Gesù assumendo i suoi sentimenti è progetto essenziale che indica un cammino da condurre in modi nuovi, con libertà e apertura di fronte alle situazioni del presente: “Umiltà, disinteresse, beatitudine: questi i tre tratti che voglio oggi presentare alla vostra meditazione sull’umanesimo cristiano che nasce dall’umanità del Figlio di Dio. E questi tratti dicono qualcosa anche alla Chiesa italiana che oggi si riunisce per camminare insieme in un esempio di sinodalità. Questi tratti ci dicono che non dobbiamo essere ossessionati dal “potere”, anche quando questo prende il volto di un potere utile e funzionale all’immagine sociale della Chiesa. Se la Chiesa non assume i sentimenti di Gesù, si disorienta, perde il senso. Se li assume, invece, sa essere all’altezza della sua missione. I sentimenti di Gesù ci dicono che una Chiesa che pensa a sé stessa e ai propri interessi sarebbe triste. Le beatitudini, infine, sono lo specchio in cui guardarci, quello che ci permette di sapere se stiamo camminando sul sentiero giusto: è uno specchio che non mente (…) L’ho detto più di una volta e lo ripeto ancora oggi a voi: «preferisco una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze. Non voglio una Chiesa preoccupata di essere il centro e che finisce rinchiusa in un groviglio di ossessioni e procedimenti» (Evangelii gaudium, 49)”.

12227767_920009754745010_3831964021268357173_nHa poi richiamato alla direzione di una autentica riforma che si pone nella linea della inquietudine e della novità radicandosi in Cristo con spirito di apertura: “La riforma della Chiesa poi – e la Chiesa è semper reformanda – è aliena dal pelagianesimo. Essa non si esaurisce nell’ennesimo piano per cambiare le strutture. Significa invece innestarsi e radicarsi in Cristo lasciandosi condurre dallo Spirito. Allora tutto sarà possibile con genio e creatività. La Chiesa italiana si lasci portare dal suo soffio potente e per questo, a volte, inquietante. Assuma sempre lo spirito dei suoi grandi esploratori, che sulle navi sono stati appassionati della navigazione in mare aperto e non spaventati dalle frontiere e delle tempeste. Sia una Chiesa libera e aperta alle sfide del presente, mai in difensiva per timore di perdere qualcosa. Mai in difensiva per timore di perdere qualcosa. E, incontrando la gente lungo le sue strade, assuma il proposito di san Paolo: «Mi sono fatto debole per i deboli, per guadagnare i deboli; mi sono fatto tutto per tutti, per salvare a ogni costo qualcuno» (1 Cor 9,22)”.

Interpretando il presente come un cambiamento d’epoca ha infine invitato ad affrontare i problemi come occasioni per cammini nuovi, dove l’incontro, l’accompagnare e l’essere vicini divengono tratti fondamentali di un agire che mette al centro il vangelo: “Questo nostro tempo richiede di vivere i problemi come sfide e non come ostacoli: il Signore è attivo e all’opera nel mondo. Voi, dunque, uscite per le strade e andate ai crocicchi: tutti quelli che troverete, chiamateli, nessuno escluso (cfr. Mt 22,9). Soprattutto accompagnate chi è rimasto al bordo della strada, «zoppi, storpi, ciechi, sordi» (Mt 15,30). Dovunque voi siate, non costruite mai muri né frontiere, ma piazze e ospedali da campo”.

In questo discorso si possono cogliere piccoli segni di qualcosa che sta ancora germogliando e chiede una partecipazione e coinvolgimento di comunità e di persone adulte nella fede.

A conferma di una situazione che dovrebbe cambiae per molti aspetti una coraggiosa e bella lettera di mons. Giovanni Giudici che è stato vescovo di Pavia, che ha raggiunto i 75 anni e ‘uscendo di scena’ confida i suoi pensieri. Qui di seguito un paio di pssaggi e la conclusione della sua lettera pubblicata in ‘Settimana’ (8 novembre 2015):

“Sono persuaso che una certa superficialità nella vita spirituale consente – e forse favorisce – l’enfasi data alla dimensione devozionale dell’esperienza di fede. Quante carovane di pullman e di macchine per i luoghi dove viene riferito che fratelli e sorelle hanno ricevuto rivelazioni private! Mi sono domandato e ancora mi domando se non è possibile porre lo stesso zelo nel proporre iniziative che favoriscano l’ascolto della Parola e la conoscenza dei movimenti dello Spirito nel cuore dei credenti. (…)

“quanti educatori svolgono la loro opera con grande abnegazione e con il dono del proprio tempo e delle proprie energie! Quanti operano nel servizio di carità nelle più varie forme in cui l’amore per il prossimo può essere esercitato! Quanti volontari sono impegnati nella cura per i sofferenti, i più deboli e poveri con una operosità in cui si manifesta intraprendenza e collaborazione. Questa figura di comunità fedele al Signore e attiva nella carità sollecita una presenza dei laici che non sia solo esecutiva ma anche partecipativa e decisionale nei vari ambiti in cui si svolge la vita ecclesiale”.

“… in questa mia condizione di uno che sta uscendo di scena, vorrei dire che mi ha sempre fatto impressione la grandiosità dell’apparato della CEI. Persone, commissioni, libri, pubblicazioni, convegni. Sono proprio tutti utili o necessari? Qualche volta si ha l’impressione che tutto questo ce lo possiamo permettere per la condizione privilegiata in cui ci troviamo a seguito del discreto successo dell’otto per mille. In particolare, desidero ricordare che mi è sembrato istruttivo il progressivo impallidire del Progetto Culturale. Era preannunciato, perché si è voluto riflettere e discutere di questioni che stanno a valle della fede. Il punto centrale è invece l’immissione nella società e nelle sue istituzioni dello spirito del Vangelo. Prego con riconoscenza e gioia per questa Chiesa di cui sono figlio”.

Alessandro Cortesi op

800 anni di storia: memoria e novità

Miniatura tratta dal Breviarium ad usum fratrum Predicatorum (Bréviaire de Belleville), Vol. II. Bibliothèque nationale de France, Département des Manuscrits, Latin 10484, folio 272r [63]Breviarium ad usum fratrum Predicatorum (Bréviaire de Belleville), vol. II – Bibliothèque nationale de France, Département des Manuscrits, Latin 10484, folio 272r.

Oggi inizia l’anno che fa memoria degli 800 anni dalla conferma dell’Ordine (1216). Riporto il saluto del Maestro dell’Ordine fr.Bruno Cadorè da santa Sabina, che richiama a far proprio in modo nuovo il mandato di Domenico ‘va e predica’. A seguire una mia riflessione:

“Sono lieto di salutare tutti i fratelli, le sorelle e laici domenicani per l’apertura di questo anno del Giubileo dell’Ordine dei Predicatori, e sono lieto di salutare tutti voi dalla Basilica di Santa Sabina che è stata data a San Domenico.

Perché? In primo luogo, perché Santa Sabina è il luogo in cui era radicata la predicazione di Domenico. Amava a pregare qui, amava contemplare, parlare con Dio. Amava consentire ai misteri della vita di Cristo di abitare la propria vita. E poi amava anche, si dice, parlare di Dio a coloro che incontrava, con i quali parlava del Vangelo della pace.

E qui, in questa conversazione con Dio, ha trovato la forza di andare a predicare di nuovo. Per lui andare e predicare significava, come è mostrato nel mosaico di Santa Sabina, predicare l’unità: l’unità tra i circoncisi e gentili, l’unità tra coloro che credono e coloro che non credono, l’unità di tutti, perché tutti sono in grado della stessa comunione.

Questo è quello che voleva annunciare. Trovò la convinzione di questo nella sua visione di Pietro e Paolo: Paolo gli dà le Scritture, la rivelazione, l’unità del disegno di Dio, e Pietro gli dà il bastone del pellegrino in modo da poter andare avanti. Così se ne va e apre la porta!

Questo è il significato Giubileo dell’Ordine: apre la porta, e poi la guarda e vede la prima rappresentazione della crocifissione. Predicare il Vangelo della pace è predicare la vita donata in abbondanza da un Messia crocifisso. Poi va e si unisce a tutti coloro che, a partire da Cristo, hanno predicato questo. Il motto per il Giubileo è “Andate e predicate!”

Bruno Cadoré op, maestro dell’Ordine

EuntesTutto iniziò da un viaggio

Tutto iniziò da un viaggio: fu il viaggio di Domenico, quando, giovane canonico della cattedrale di Osma attraversò l’Europa accompagnando il suo vescovo Diego, dalla solare terra di Castiglia fino a raggiungere la fredda Scandinavia. Erano i primi anni del secolo XIII (1203). Una missione diplomatica, per combinare un matrimonio tra due casati dell’epoca, ma un viaggio che diede modo a Domenico di lasciarsi colpire, lui uomo di preghiera, dalla situazione del mondo che attraversò.

Fu quello un viaggio compiuto ad occhi aperti che divenne movimento del cuore e della mente. Domenico a quel momento aveva maturato da anni una profonda esperienza di preghiera nel chiostro della cattedrale di Osma (era canonico dal 1196), a fianco del vescovo Diego, era sacerdote e nella sua vita aveva già vissuto un lungo cammino interiore: “A Caleruega (luogo della sua nascita, dopo il 1170), Domenico aveva scoperto il fuoco del vangelo; a Palencia (luogo dei suoi studi) ne aveva colto la luce. A Osma ne avrebbe assaporato l’intima dolcezza. Quelle pagine divine che durante i giorni e le notti del periodo scolastico aveva meditato e approfondito, poteva ormai tradurle in vita e gustarle nella pace, collaborando dal suo posto all’opera di riforma ecclesiastica che da un secolo conducevano i vescovi di Osma e dell’intera Castiglia”.[1]

In quel viaggio agli occhi di Domenico si aprì la comprensione di una storia e di una vicenda umana in cui lui era inserito ma di cui per la prima volta prendeva consapevolezza in modo che toccava profondamente la sua esistenza: una autentica chiamata di Dio che sorgeva non dal di fuori ma dal di dentro delle condizioni storiche e che apriva un percorso di coinvolgimento personale.

Domenico nella sua giovinezza aveva conosciuto la sofferenza nell’esperienza della carestia durante il suo soggiorno a Palencia e aveva anche esperito l’incontro con l’Islam. Nel suo viaggio egli sperimenta la realtà dell’ignoranza della Parola di Dio e le conseguenze di questo nella vita concreta delle persone: il diffondersi di elaborazioni religiose connesse al cristianesimo ma che snaturavano profondamente la fede cristiana. Sperimentò anche la preparazione con cui i maestri di gruppi ereticali diffondevano le loro riflessioni. Di questa scoperta è simbolo la disputa che Domenico per un’intera notte ebbe con un oste nella zona di Albi nel sud della Francia, ricordato come aneddoto biografico ma che forse deve essere letto come paradigma di un colloquio e di un faticoso dialogo con la storia e con le persone che caratterizza la sua vocazione ed il suo impegno. La casualità di un incontro è momento forte del sorgere di una consapevolezza nuova: non è tanto la conversione del locandiere termine del lungo dialogare di quella notte che conta, quanto la conversione dello stesso Domenico che ascolta nelle parole e nella vita di quell’uomo una chiamata che viene da Dio per lui.

In questo viaggio Domenico matura contemporaneamente anche il suo ideale missionario: il recarsi presso le popolazioni bellicose, violente e pagane dei Cumani, popolazioni che stanziavano nel Nord Europa. Probabilmente non le aveva incontrate direttamente nel suo viaggio ma aveva avuto esperienza delle vittime delle loro violenze, quando passò nella zona della Turingia.[2]

Le intuizioni maturate in quel viaggio furono feconde nella vita di Domenico che non solo visse scelte personali di impegno nella predicazione ma da quel momento aggregò attorno a sé altre persone: un gruppo di donne convertite dal catarismo a Prouille nel sud della Francia, e successivamente, i primi compagni con cui instaurò una foma di vita comune e di impegno condiviso.

La fiducia di un vescovo capace di servizio

Folco era vescovo a Tolosa nei primi decenni del XIII secolo: e proprio a Tolosa il gruppo dei frati raccolti attorno a Domenico aveva iniziato nella casa di Pietro Seilhan in quella stessa città una esperienza di vita comune: Folco è a conoscenza di questo gruppo e nel 1215 affida a Domenico la delega della predicazione ad essi in quanto gruppo di predicatori: per la prima volta la predicazione è affidata non solo ad un predicatore ma ad un gruppo e per sempre.[3]

“Folco si rimetteva pienamente a Domenico: segno della sua illimitata fiducia e segno, anche, della preoccupazione di trovare collaboratori. Assumere l’incarico della predicazione vescovile, secondo quanto risulta dal documento di approvazione della Predicazione di Tolosa, costituì una profonda innovazione e segnò un momento decisivo dello sviluppo del sistema pastorale della Chiesa”.[4] Il documento che il vescovo sottoscrive per ufficializzare la sua scelta richiama l’imitazione degli apostoli come stile essenziale di tale predicazione: ‘andare a predicare a piedi la parola della verità evangelica’, assumendo la regola della povertà come modo di imitazione del salvatore ma anche come sorgente di liberazione spirituale.

La storia continuò con una dispersione: “So quello che faccio. il grano ammassato marcisce e non porta frutto”: il piccolo gruppo dei frati che si erano raccolti attorno a Domenico vengono dispersi nelle principali città del tempo sedi di studio e di attiva vita civile.[5] Questo gesto fondamentale ed anche rivelativo della logica che ha guidato l’Ordine sin dalle sue origini è da collocarsi al 1217, il 15 agosto: da quel momento il piccolo gruppo che si era appena raccolto a san Romano di Tolosa, forse una trentina di frati, viene disperso tra Parigi, Bologna, Roma e la Spagna.

Parlando degli anni di strutturazione dell’Ordine così G.Bedouelle scrive: “L’ardore di Domenico non si dedica tanto a costruire un’opera quanto a rispondere agli immensi bisogni della Chiesa”.[6] Nella testimonianza di un protagonista di quell’evento, Giovanni di Navarra, emerge la decisa consapevolezza di Domenico nella sua scelta e lo stupore di coloro che accolsero di attuare questo coraggioso atto non senza riserve: ‘non vi opponete so bene ciò che faccio’ (Proc. Bon. n.26). Domenico invia i suoi frati a render noto l’ordine, a fondare conventi, a predicare e le mete sono luoghi di studio e ambienti urbani, luogo di agglomerazione degli strati della popolazione più attivi e intraprendenti dell’epoca.

L’intuizione della missione di Domenico che egli passò immediatamente dopo a tutto l’ordine nacque agli angoli delle strade percorse in un viaggio, nello sguardo volto verso la storia degli uomini.[7] E fu un’intuizione che pose Domenico di fronte alle esigenze del vangelo sulla frontiera, sulla frontiera della Chiesa laddove la vita dei credenti era segnata dall’errore, dallo snaturamento della fede e alla frontiera del mondo, al di là dei confini della cristianità anche geografica del suo tempo, ma più profondamente al di là della cristianità nelle terre lontane dei cuori.

Questa storia ebbe un punto di passaggio importante nei lunghi anni in cui Domenico, al ritorno dal Concilio Lateranense del 1215, lavorò per l’organizzazione del suo ordine, per la formazione di un gruppo di persone desiderate come ‘libere sotto la grazia’ e totalmente dedicate all’annuncio della Parola di Dio, per la redazione di regole che fossero strumento per il compimento di una vita vissuta secondo il vangelo nella agilità di farsi pienamente disponibili alla predicazione ed all’utilità agli altri.[8] Ed alla fine il desiderio di Domenico, peraltro poi non rispettato, di essere sepolto sotto i piedi dei suoi frati.

“Se è vero che accogliere un profeta come profeta significa meritare la ricompensa del profeta (Mt 10,41), è a giusto titolo che noi raccomandiamo a voi tutti degli uomini consacrati alla predicazione, che sono più che necessari alla santa Chiesa dal momento che le procurano il nutrimento della Parola di Dio. Per questo vi meriterete una ricompensa incomparabile. Noi abbiamo preso molto volentieri sotto la nostra protezione e vi raccomandiamo i nostri cari figli Predicatori, che, data la loro professione di povertà e di vita regolare, sono totalmente deputati all’annuncio della Parola di Dio. Noi dunque vi preghiamo e vi esortiamo istantemente, ordinandovelo con questo scritto apostolico, di riceverli con carità quando arriveranno nelle vostre regioni per adempiere l’ufficio della predicazione al quale sono deputati, e di informare con zelo le popolazioni che vi sono affidate affinché accolgano con devozione dalla loro bocca il seme della Parola di Dio.” Così Onorio III scriveva in una lettera commendatizia dei frati predicatori, scritta nel 1221.

Fu proprio Onorio III sin dal 1217 a confermare il nome e la missione dei frati predicatori: in una lettera del 21 gennaio 1217 egli si rivolge a loro dicendo: ‘Onorio, vescovo, servo dei servi di Dio, ai nostri cari figli, il priore e i frati di Saint Romain, Predicatori nel paese di Tolosa, salute e apostolica benedizione”. Dilectis filiis praedicatoribus: Compare in questo indirizzo il termine predicatori (praedicatoribus), che fu inserito raschiando una precedente scrittura che diceva praedicantibus.[9] La parte centrale della bolla richiamava le principali caratteristiche della missione del gruppo di frati che Domenico aveva radunato attorno a sé: “ogni giorno sempre più radicati nel Signore, votatevi ad annunciare la Parola di Dio, insistendo a tempo e fuori tempo, assolvendo degnamente la vostra opera di ministri del vangelo”.[10]

La storia dell’ordine domenicano inizia da quei momenti, dalla loro vita che trovò riconoscimento nei documenti papali che parlavano di frati dediti alla evangelizzazione della Parola di Dio, di uomini evangelici con una responsabilità profetica nel popolo di Dio. La vicenda dell’ordine domenicano che da lì ebbe origine si svolse come una storia, una storia di famiglia che trae la sua scaturigine dal vangelo e che si esprime nell’idea originaria di Domenico di costituire un gruppo di persone dedite alla predicazione e alla salvezza delle anime.

Non credo sia possibile dare una definizione di quella vicenda viva che è una storia: rifuggo da tutti quei tentativi di fissare la fisionomia dell’ordine domenicano in un’immagine che di per sè non può racchiudere le infinite sfaccettature e i molteplici racconti che fanno parte di questa grande storia ancora in atto. Mi piace al riguardo citare le espressioni di un testimone di questa storia, Edward Schillebeeckx domenicano olandese protagonista della ricerca teologica del nostro tempo:

“Gli uomini vivono in gran parte di storie. Io stesso vivo della mia storia personale. Quando sono diventato domenicano, ho unito la storia della mia vita con la storia di famiglia dei domenicani; per questo la mia storia di vita personale ha ricevuto un nuovo orientamento, e d’altra parte da me i fili della storia dell’ordine sono stati presi in un modo particolare. La mia stessa vita è divenuta perciò un pezzetto della storia di famiglia domenicana – un capitolo di essa. Perciò io sono diventato storia nella storia dell’ordine. (…) La storia base, che sta all’origine proprio della comunità narrante domenicana, ha tuttavia un significato particolare. Ma l’origine di ogni storia rilevante si perde per lo più in qualche posto in un passato oscuro, che si lascia ancora ricostruire a stento storicamente. Domenico (1170-1221), l’origine della storia di famiglia domenicana, non ha scritto alcun libro. Attraverso una faticosa ricostruzione storica che libera il ‘vero Domenico’ a partire da molti racconti edificanti (che sono così tipici del Medioevo), abbiamo tuttavia sufficiente terreno solido sotto i piedi; e soprattutto se anche Domenico non avesse lasciato alcun libro o documento, egli ha lasciato come traccia vivente il movimento domenicano, l’Ordine, un gruppo di persone, che sui suoi passi vollero continuare l’opera di Domenico. La storia domenicana è iniziata perciò con Domenico e con i suoi primi compagni; insieme essi stanno all’origine di ciò che la storia di famiglia domenicana sarebbe divenuta. Essi indicarono il tema da raccontare: essi indicano il tono. Questa storia, sempre nuovamente ripetuta, sempre di nuovo composta è tuttavia essa stessa una certa qual melodia, come il filo di una storia ancora più antica, quella di Gesù di Nazareth, ripresa e in un nuovo modo ancora raccontata”.[11]

I tratti caratterizzanti di questa storia dalla sua origine sono quei tratti comuni che possono essere ritrovati nella estrema diversità delle esperienze dei singoli membri e delle varie comunità; e forse ritrovarli significa anche solamente arrendersi a non poter limitare ad una uniformità quella che è la varietà e la ricchezza di sfumature di storie, di volti, di vicende personali e comunitarie nei vari contesti storici. Storie diverse e provvisorie. Una varietà che è anche vicenda in cui non sono assenti le ombre e i momenti di infedeltà, di tradimento e di perdita della direzione ispiratrice: una vicenda che non è conclusa e che per questo continua ad interpellare oggi.

Alessandro Cortesi op

[1] H.Vicaire, Storia di san Domenico, tr. it. Roma Paoline,1983, 81. Cfr. V.Ferrua H.Vicaire, San Domenico e i suoi frati, Torino Gribaudi 1984.

[2] G.Bedouelle, Domenico, la grazia della parola, tr. it. Roma Borla 1984, 72-73.135-142. Cfr. G.Bedouelle, Dominique ou la grace de la prédication, “La vie spirituelle” 139(1995) 7-19.

[3] Vicaire, Storia, 323-325

[4] Vicaire, Storia, 324.

[5] Cfr. Giordano di Sassonia, Libellus de principiis Ordinis (ed. Scheeben 1935), 47.

[6] Bedouelle, Domenico, 85.

[7] Cfr. W.Hinnebusch, I domenicani, breve storia dell’Ordine, Cinisello B. Paoline 1992.

[8] Cfr. Aug., Regula, in L.Verheyen, La règle de saint Augustin, Paris 1969, 417-437 n.8: Donet Dominus ut observetis haec omnia, tanquam puchritudinis amatores, et bono Christi odore de bona conversatione fragrantes, non sicut servi sub lege sed sicut liberi sub gratia constituti. La Regola di Agostino è stata assunta quale propria regola dall’Ordine ai suoi inizi, in ottemperanza alle determinazioni del Concilio Lateranense IV che vietava di elaborare nuove regole per gli ordini religiosi nascenti. Ad essa poi vennero aggiunte determinazioni specifiche nei Capitoli.

[9] Vicaire, Storia, 409.

[10] Nella bolla del 11 febbraio 1218 Onorio III userà il titolo ‘Frati dell’Ordine dei Predicatori’: cfr. Vicaire, Storia, 410-413.

[11] E. Schillebeeckx, in Dominikanische Spiritualität (ed. U.Engel) Leipzig, Benno 2000, 43-69, qui 43-48 in mia traduzione. Cfr. E. Schillebeeckx, Das Evangelium erzählen, Düsseldorf, Patmos, 1983, 294-313.

giubileo

XXXII domenica tempo ordinario – anno B – 2015

elia-e-la-vedova(mosaico – Ivan Rupnik)

1Re 17,10-16; Eb 9,24-28; Mc 12,38-44

“La farina della giara non venne meno e l’orcio dell’olio non diminuì, secondo la parola che il Signore aveva pronunciato per mezzo di Elia”. C’è un non venir meno del poco condiviso. E’ questo il miracolo quotidiano, fatto di due pezzi di legna, farina, pane, focacce, olio. Sono le cose della vita, il necessario per cuocere, il cibo essenziale, senza orpelli e sofisticazioni. Nel poco condiviso, al di dentro di tale pochezza, in una terra lontana e dimenticata, sta un segreto di fecondità e di presenza di Dio: la farina non diminuisce, e l’olio rimane sufficiente. In quel poco, sorto dall’ascolto di una richiesta di aiuto che racchiudeva la parola di Dio, sta la forza di vita presente nelle mani dei poveri. Quella donna, vedova, aveva riconosciuto nello straniero inatteso una chiamata di Dio. L’aveva accolto affidandosi ad una richiesta che racchiudeva la parola di Dio. Aveva così spartito non solo ciò che aveva ma il tempo della sua vita, la sua speranza, il suo domani. Pur senza conoscerlo, lei donna straniera, di un popolo diverso da Israele, vedova, aveva riconosciuto il volto di Dio che non toglie ma dà la vita. Ella stessa ha agito ascoltando, condividendo.

Il luogo della vicenda è una terra di confine nei pressi di Sidone, al Nord d’Israele, territorio di margine, al confine con quello degli ‘altri’, i pagani, considerati i lontani dalla salvezza, reietti da Dio. Una vedova è protagonista di un gesto delicato e drammatico di ospitalità, Delicato, perché di fronte alla richiesta del profeta, subito si affretta per andare a prendere dell’acqua. E’ premura di chi ascolta una richiesta lasciando ogni altra occupazione. Ma è anche un gesto drammatico perché nel tempo di carestia la scelta di condividere apre una questione di vita e di morte. Alla richiesta di un pezzo di pane risponde di avere solamente “un pugno di farina e un po’ d’olio per me e per mio figlio… andrò a cuocerla, la mangeremo e poi moriremo”. E’ il tempo carestia e di miseria (cfr. 2Re 6,25-29). Elia si fa portavoce della parola di Dio: “Non temere, perché dice il Signore: la farina della tua giara non si esaurirà e l’olio dell’orcio non si svuoterà”.

Protagonista silenzioso, tra le righe del racconto è così Dio stesso, che si comunica e viene accolto nella parola del profeta vittima della carestia e nell’ascolto della vedova che spartisce ciò che ha. E’ volto di chi dà la vita e non la toglie e la fa sorgere dalle cose e dai gesti della quotidianità. Dalla scoperta di tale volto può sorgere un modo nuovo di intendere la vita. Come luogo di condivisione. In modi diversi Elia e la vedova stanno sotto la Parola di Dio. Elia si rivolge ad una donna che stava raccogliendo la legna perché il Signore l‘aveva spinto lì, e chiede alla vedova di portargli da mangiare perché così il Signore aveva parlato (1Re 17,8).

Tra le righe di questa pagina si presenta l’intuizione che ‘il Signore parla’ nella vita, è presente e guida anche nelle situazioni in cui sembra che egli sia lontano. Elia è uomo della parola (profeta) disponibile a questo ascolto. La vedova, senza nome, è presentata come una donna che compie la Parola del Signore: è una straniera, non appartenente al popolo d’Israele, una pagana. Tuttavia nel suo gesto di ospitalità compie la Parola di Dio. Nei gesti di dare da bere e da mangiare, nella farina e nell’olio, sta l’agire di Dio. Elia il, profeta scopre una donna che gli pone davanti la Parola di Dio nei gesti della quotidianità. Può così incontrare il volto di Dio vicino nei gesti della straniera.

Ci si può anche chiedere: perché la vedova è stata capace di accoglienza. Solamente perché lei stessa era vulnerabile, provava sula sua pelle la sete e la fame e questo le dava la possibilità di avvertire la vulnerabilità dello straniero giunto presso di lei. Ma questo è un tratto del volto di Dio. Un Dio vulnerabile che porta vita perché capace di compassione. Non il Dio che chiede sacrifici e toglie la vita, ma un Dio debole che condivide. Il gesto dell’ospitalità è epifania del Dio vicino che accoglie e si prende cura. Gesù nel discorso iniziale del suo ministero, nella sinagoga di Nazaret, fa riferimento a questo gesto della vedova di Zarepta (Lc 4,25-26).

Un’altra vedova è descritta nel vangelo di Marco. Gesù deve richiamare i discepoli a scorgere quel gesto nascosto, invisibile a chi poteva essere distratto dal rumore e dalla importanza di altre offerte più sostanziose. Indica una vedova povera che getta nel tesoro del tempio la più piccola moneta in corso a quell’epoca: ne aveva due rimaste e le getta tutte non trattenendo nulla. Non ricerca come tanti un riconoscimento e non vive l’offerta al tempio come offerta del superfluo, ma dà “tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere”. Nel suo gesto sta il suo futuro e il suo presente. Come la vedova di Zarepta affida la sua vita, ciò che aveva per vivere. Con questo gesto dice la fiducia nel Dio della vita e l’affidamento totale della fede. Gesù vede in questo gesto, che poteva passare inosservato, qualcosa di grande.

Ma nel contesto del vangelo di Marco questo gesto è posto accanto a parole di critica dura da parte di Gesù contro coloro che ‘divorano le case delle vedove’. E’ la religione del tempio, una religione costruita come sistema di potere che mantiene le persone schiave e sottomesse ad un Dio a cui si deve pagare, a cui si deve dare qualcosa per riceverne in cambio la protezione. E’ la religione di un sacro che impoverisce e toglie a quella donna tutto, anche ciò che aveva per vivere, mentre altri sfruttano la struttura del tempio e del suo sistema di offerte per ‘farsi vedere’, per affermare la propria grandezza.

La parola di Gesù è critica radicale ad un sistema religioso che anziché aprire al Dio della vita, propugna una divinità che genera devastazione e oppressione nelle vite e le priva di tutto. In tal modo denuncia non solo il narcisismo e la ricerca di visibilità di coloro che offrivano con grande fragore le loro offerte nel tempio per farsi vedere, ma smaschera il medesimo sistema costruito da un mondo sacerdotale per mantenere le persone in condizione di minorità, di paura e nel senso di colpa di fronte a un Dio che richiede e che toglie tutto. Il volto di Dio si manifesta invece nello sguardo di Gesù che scorge il gesto della vedova. E’ volto di un Dio che veglia, dona e desidera la vita dei suoi poveri, non certo colui che spoglia le case delle vedove esigendo prezzi per prestazioni religiose o per la sua grandezza.

DSCN1525Alcune riflessioni per noi oggi

Accogliendo uno straniero la vedova di Sarepta scopre di aver accolto una chiamata di Dio giuntale attraverso le parole del profeta. C’è una profezia da scorgere oggi nelle richieste che provengono dai profeti nascosti, sconosciuti. Nel chiedere acqua e pane c’è un mistero di fecondità possibile di vita, di apertura ad un ‘non venir meno’ di ciò che rende la vita possibile e bella (il pane e l’olio). La vedova condivide pane e olio: dietro a questi segni c’è la concretezza del cibo della mezzaluna del grano e dell’olivo, il Mediterraneo. Nel Mediterraneo oggi ancora si rende presente negli incontri dei popoli, nelle migrazioni, una chiamata di Dio.

L’autentica fede è nascosta nel cuore dei poveri. Gesù sa leggere i gesti della quotidianità come cose grandi a cui prestare attenzione. Spesso cerchiamo il di più, il superfluo, ma c’è un segreto nascosto nelle cose, da scoprire, che svela una traccia di Dio nascosta. Un non venir meno, nel poco, di ciò che è semplice, in quanto è essenziale per vivere… E’ il poco che non viene meno.

“così Cristo, dopo essersi offerto una sola volta per togliere il peccato di molti, apparirà una seconda volta, senza alcuna relazione con il peccato, a coloro che l’aspettano per la loro salvezza” (Eb 9, 28). C’è un segreto di attesa presente nella vita dei credenti in Cristo: attendere non qualcos’altro ma lui. Lui solo. Fa impressione leggere queste parole che parlano di una attesa di Cristo mentre le cronache riportano notizie di utilizzo del denaro per scopi superflui e per il sollazzo di uomini che hanno scambiato la religione come mezzo per la ricerca di glorie mondane, in Vaticano e negli ambienti della Curia romana. Tutto ciò mentre è in atto un’opera di riforma fortemente perseguita da Francesco. Marcello Sorgi in un suo commento (in ‘La Stampa’ 4 novembre 2015) ha richiamato una scena de film ‘Roma’ di Fellini, la sfilata dei monsignori, una scena considerata al tempo sacrilega e forse invece, per certi aspetti, profetica. “Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. Divorano le case delle vedove e pregano a lungo per farsi vedere…

La pagina di Marco che riporta le parole di Gesù di critica verso coloro che divorano le case delle vedove e il suo sguardo capace di cogliere la grandezza di un gesto in cui la vita appare come libertà profonda, coraggio di spogliarsi e di scelgiere una povertà radicale nell’affidamento a Dio, è forte provocazione oggi. Siamo invitati a coltivare un modo alternativo di guardare le cose e di attuare scelte: per apprendere una capacità inedita di vedere. Imparare così a scorgere come una storia di fede profonda presente nelle pieghe e nei margini, non appariscente, è realtà grande agli occhi di Dio ed importante da seguire. In contrasto con sistemi, anche religiosi, costruiti su di un potere sacro che sfrutta l’immagine di un dio falso, che toglie la vita e non la dà, in cui la dimensione della fede è soffocata da tanti altri obiettivi, perduta ed anche dimenticata.

Alessandro Cortesi op

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