la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

XXXII domenica tempo ordinario – anno B – 2015

elia-e-la-vedova(mosaico – Ivan Rupnik)

1Re 17,10-16; Eb 9,24-28; Mc 12,38-44

“La farina della giara non venne meno e l’orcio dell’olio non diminuì, secondo la parola che il Signore aveva pronunciato per mezzo di Elia”. C’è un non venir meno del poco condiviso. E’ questo il miracolo quotidiano, fatto di due pezzi di legna, farina, pane, focacce, olio. Sono le cose della vita, il necessario per cuocere, il cibo essenziale, senza orpelli e sofisticazioni. Nel poco condiviso, al di dentro di tale pochezza, in una terra lontana e dimenticata, sta un segreto di fecondità e di presenza di Dio: la farina non diminuisce, e l’olio rimane sufficiente. In quel poco, sorto dall’ascolto di una richiesta di aiuto che racchiudeva la parola di Dio, sta la forza di vita presente nelle mani dei poveri. Quella donna, vedova, aveva riconosciuto nello straniero inatteso una chiamata di Dio. L’aveva accolto affidandosi ad una richiesta che racchiudeva la parola di Dio. Aveva così spartito non solo ciò che aveva ma il tempo della sua vita, la sua speranza, il suo domani. Pur senza conoscerlo, lei donna straniera, di un popolo diverso da Israele, vedova, aveva riconosciuto il volto di Dio che non toglie ma dà la vita. Ella stessa ha agito ascoltando, condividendo.

Il luogo della vicenda è una terra di confine nei pressi di Sidone, al Nord d’Israele, territorio di margine, al confine con quello degli ‘altri’, i pagani, considerati i lontani dalla salvezza, reietti da Dio. Una vedova è protagonista di un gesto delicato e drammatico di ospitalità, Delicato, perché di fronte alla richiesta del profeta, subito si affretta per andare a prendere dell’acqua. E’ premura di chi ascolta una richiesta lasciando ogni altra occupazione. Ma è anche un gesto drammatico perché nel tempo di carestia la scelta di condividere apre una questione di vita e di morte. Alla richiesta di un pezzo di pane risponde di avere solamente “un pugno di farina e un po’ d’olio per me e per mio figlio… andrò a cuocerla, la mangeremo e poi moriremo”. E’ il tempo carestia e di miseria (cfr. 2Re 6,25-29). Elia si fa portavoce della parola di Dio: “Non temere, perché dice il Signore: la farina della tua giara non si esaurirà e l’olio dell’orcio non si svuoterà”.

Protagonista silenzioso, tra le righe del racconto è così Dio stesso, che si comunica e viene accolto nella parola del profeta vittima della carestia e nell’ascolto della vedova che spartisce ciò che ha. E’ volto di chi dà la vita e non la toglie e la fa sorgere dalle cose e dai gesti della quotidianità. Dalla scoperta di tale volto può sorgere un modo nuovo di intendere la vita. Come luogo di condivisione. In modi diversi Elia e la vedova stanno sotto la Parola di Dio. Elia si rivolge ad una donna che stava raccogliendo la legna perché il Signore l‘aveva spinto lì, e chiede alla vedova di portargli da mangiare perché così il Signore aveva parlato (1Re 17,8).

Tra le righe di questa pagina si presenta l’intuizione che ‘il Signore parla’ nella vita, è presente e guida anche nelle situazioni in cui sembra che egli sia lontano. Elia è uomo della parola (profeta) disponibile a questo ascolto. La vedova, senza nome, è presentata come una donna che compie la Parola del Signore: è una straniera, non appartenente al popolo d’Israele, una pagana. Tuttavia nel suo gesto di ospitalità compie la Parola di Dio. Nei gesti di dare da bere e da mangiare, nella farina e nell’olio, sta l’agire di Dio. Elia il, profeta scopre una donna che gli pone davanti la Parola di Dio nei gesti della quotidianità. Può così incontrare il volto di Dio vicino nei gesti della straniera.

Ci si può anche chiedere: perché la vedova è stata capace di accoglienza. Solamente perché lei stessa era vulnerabile, provava sula sua pelle la sete e la fame e questo le dava la possibilità di avvertire la vulnerabilità dello straniero giunto presso di lei. Ma questo è un tratto del volto di Dio. Un Dio vulnerabile che porta vita perché capace di compassione. Non il Dio che chiede sacrifici e toglie la vita, ma un Dio debole che condivide. Il gesto dell’ospitalità è epifania del Dio vicino che accoglie e si prende cura. Gesù nel discorso iniziale del suo ministero, nella sinagoga di Nazaret, fa riferimento a questo gesto della vedova di Zarepta (Lc 4,25-26).

Un’altra vedova è descritta nel vangelo di Marco. Gesù deve richiamare i discepoli a scorgere quel gesto nascosto, invisibile a chi poteva essere distratto dal rumore e dalla importanza di altre offerte più sostanziose. Indica una vedova povera che getta nel tesoro del tempio la più piccola moneta in corso a quell’epoca: ne aveva due rimaste e le getta tutte non trattenendo nulla. Non ricerca come tanti un riconoscimento e non vive l’offerta al tempio come offerta del superfluo, ma dà “tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere”. Nel suo gesto sta il suo futuro e il suo presente. Come la vedova di Zarepta affida la sua vita, ciò che aveva per vivere. Con questo gesto dice la fiducia nel Dio della vita e l’affidamento totale della fede. Gesù vede in questo gesto, che poteva passare inosservato, qualcosa di grande.

Ma nel contesto del vangelo di Marco questo gesto è posto accanto a parole di critica dura da parte di Gesù contro coloro che ‘divorano le case delle vedove’. E’ la religione del tempio, una religione costruita come sistema di potere che mantiene le persone schiave e sottomesse ad un Dio a cui si deve pagare, a cui si deve dare qualcosa per riceverne in cambio la protezione. E’ la religione di un sacro che impoverisce e toglie a quella donna tutto, anche ciò che aveva per vivere, mentre altri sfruttano la struttura del tempio e del suo sistema di offerte per ‘farsi vedere’, per affermare la propria grandezza.

La parola di Gesù è critica radicale ad un sistema religioso che anziché aprire al Dio della vita, propugna una divinità che genera devastazione e oppressione nelle vite e le priva di tutto. In tal modo denuncia non solo il narcisismo e la ricerca di visibilità di coloro che offrivano con grande fragore le loro offerte nel tempio per farsi vedere, ma smaschera il medesimo sistema costruito da un mondo sacerdotale per mantenere le persone in condizione di minorità, di paura e nel senso di colpa di fronte a un Dio che richiede e che toglie tutto. Il volto di Dio si manifesta invece nello sguardo di Gesù che scorge il gesto della vedova. E’ volto di un Dio che veglia, dona e desidera la vita dei suoi poveri, non certo colui che spoglia le case delle vedove esigendo prezzi per prestazioni religiose o per la sua grandezza.

DSCN1525Alcune riflessioni per noi oggi

Accogliendo uno straniero la vedova di Sarepta scopre di aver accolto una chiamata di Dio giuntale attraverso le parole del profeta. C’è una profezia da scorgere oggi nelle richieste che provengono dai profeti nascosti, sconosciuti. Nel chiedere acqua e pane c’è un mistero di fecondità possibile di vita, di apertura ad un ‘non venir meno’ di ciò che rende la vita possibile e bella (il pane e l’olio). La vedova condivide pane e olio: dietro a questi segni c’è la concretezza del cibo della mezzaluna del grano e dell’olivo, il Mediterraneo. Nel Mediterraneo oggi ancora si rende presente negli incontri dei popoli, nelle migrazioni, una chiamata di Dio.

L’autentica fede è nascosta nel cuore dei poveri. Gesù sa leggere i gesti della quotidianità come cose grandi a cui prestare attenzione. Spesso cerchiamo il di più, il superfluo, ma c’è un segreto nascosto nelle cose, da scoprire, che svela una traccia di Dio nascosta. Un non venir meno, nel poco, di ciò che è semplice, in quanto è essenziale per vivere… E’ il poco che non viene meno.

“così Cristo, dopo essersi offerto una sola volta per togliere il peccato di molti, apparirà una seconda volta, senza alcuna relazione con il peccato, a coloro che l’aspettano per la loro salvezza” (Eb 9, 28). C’è un segreto di attesa presente nella vita dei credenti in Cristo: attendere non qualcos’altro ma lui. Lui solo. Fa impressione leggere queste parole che parlano di una attesa di Cristo mentre le cronache riportano notizie di utilizzo del denaro per scopi superflui e per il sollazzo di uomini che hanno scambiato la religione come mezzo per la ricerca di glorie mondane, in Vaticano e negli ambienti della Curia romana. Tutto ciò mentre è in atto un’opera di riforma fortemente perseguita da Francesco. Marcello Sorgi in un suo commento (in ‘La Stampa’ 4 novembre 2015) ha richiamato una scena de film ‘Roma’ di Fellini, la sfilata dei monsignori, una scena considerata al tempo sacrilega e forse invece, per certi aspetti, profetica. “Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. Divorano le case delle vedove e pregano a lungo per farsi vedere…

La pagina di Marco che riporta le parole di Gesù di critica verso coloro che divorano le case delle vedove e il suo sguardo capace di cogliere la grandezza di un gesto in cui la vita appare come libertà profonda, coraggio di spogliarsi e di scelgiere una povertà radicale nell’affidamento a Dio, è forte provocazione oggi. Siamo invitati a coltivare un modo alternativo di guardare le cose e di attuare scelte: per apprendere una capacità inedita di vedere. Imparare così a scorgere come una storia di fede profonda presente nelle pieghe e nei margini, non appariscente, è realtà grande agli occhi di Dio ed importante da seguire. In contrasto con sistemi, anche religiosi, costruiti su di un potere sacro che sfrutta l’immagine di un dio falso, che toglie la vita e non la dà, in cui la dimensione della fede è soffocata da tanti altri obiettivi, perduta ed anche dimenticata.

Alessandro Cortesi op

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