la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Archivi per il mese di “dicembre, 2015”

II domenica dopo il Natale – anno C – 2016

DSCF6367.JPGSir 24,1-12; Ef 1,3-18;Gv 1,1-18

“Il creatore dell’universo mi fece piantare la tenda e mi disse: Fissa la tenda in Giacobbe e prendi in eredità Israele… Nella città amata mi ha fatto abitare, ho posto le radici in mezzo a un popolo glorioso”. L’immagine della tenda, e con essa l’idea dell’abitare, della casa, e del porre radici è al centro di questa pagina.

Il cammino della sapienza è visto come di presenza personale, accanto a Dio: è parola che esce da lui per una missione ricevuta da Dio stesso, mandata a percorrere un lungo viaggio attraverso la creazione e a prendere un’eredità affidata. Fino a giungere a piantare la sua tenda in mezzo alla città di Gerusalemme, tra il popolo di Israele. Il creatore la invia: in questo movimento di uscita si delinea un rapporto con la creazione e con la storia del popolo d’Israele. La sapienza pone la sua tenda in mezzo ad un popolo e lì abita. La tenda della sapienza, parola uscita dalla bocca di Dio è l’abitare di una comunicazione di vita e di amore.

Il IV vangelo riprende la medesima immagine: ‘egli pose la sua tenda tra di noi’, in noi. Le parole evocano quel segno della vicinanza di Dio, rappresentato dall’arca della alleanza, la shekinah, che ricordava e nel contempo nascondeva la presenza di Dio in mezzo al suo popolo. Gesù Cristo, nella sua vicenda umana concreta, di carne, è uomo in cui incontrare Dio stesso. Tutto si concentra sulla Parola, il Verbo di Dio. La Parola da sempre vive nella comunione di vita e di amore con il Padre tutto ricevendo da Lui ed è stata inviata come luce. Le tenebre, evocazione di peccato e morte, non l’hanno potuta trattenere. La presenza della Parola che entra nel mondo, viene espressa con l’immagine della luce: “Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo… Venne fra la sua gente…. Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi”.

La Parola di Dio pone la sua tenda nella condizione umana prendendo su di sé la ‘carne’, tutta la povertà e la fragilità. L’evento dell’incarnazione reca in sé un tratto del volto e del disegno di Dio. Tutte le dimensioni che compongono la vita umana, senza lasciarne fuori nessuna sono prese e condivise. Il Figlio è presentato con i tratti della sapienza di Dio, parola del Padre: è inviato per salvare prendendo su di sé tutto ciò che è ‘carne’, umanità nelle sue varie espressioni e soprattutto nella sua debolezza. E’ luce vera perché accompagna ad entrare in rapporto Dio come presenza viva che si comunica e ci prende con sé.

La Parola di Dio scende in noi, mette la sua tenda fra le nostre tende, per salvarci, per spalancare alla nostra vita gli orizzonti di una vita di partecipazione a Lui stesso. E’ il medesimo movimento presentato nell’inno di Efesini. Un secondo movimento sorge da questo: a partire da questo discendere, noi stessi chiamati ad accogliere e ad entrare in una conoscenza di Lui che si fa dialogo e incontro. “Il Padre della gloria vi dia uno spirito di sapienza e di rivelazione per una più profonda conoscenza di lui.”

‘Conoscere’ nel linguaggio biblico non indica un sapere teorico ma esprime il rapporto e l’unione: chi conosce veramente è chi si lega nell’amore. La discesa della Parola di Dio, che ha posto la sua tenda tra noi, è feconda di un movimento di accoglienza e cammino: è lo spostare le tende per entrare nell’incontro con Lui: uno spostare le tende che conduce ad accogliere l’altro.

“Possa egli davvero illuminare gli occhi della vostra mente per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati”. C’è una chiamata ad accogliere la luce di una presenza per aprirci a scoprire una speranza davanti a noi. Una speranza esigente, fatta di apertura e di far proprio il movimento della Parola: Gesù è già venuto e ha preso su di sé tutta la storia umana, ci rende responsabili di persone da accogliere e del cammino dell’umanità.

 

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Astri e terra

A fine anno alcuni quotidiani lanciano un sondaggio sulla parola più utilizzata nell’anno. La parola dell’anno 2014 fu ‘selfie’: un neologismo per indicare un tipo di foto fatte a se stessi possibile con i nuovi dispositivi di telefoni smartphone. Un termine rivelatore di una attitudine di sguardo autocentrato, di autocompiacimento e di voglia di apparire. Quasi una cifra di un tempo in cui il self, l’attenzione rivolta all’io, ai propri bisogni e al proprio volto è divenuto modalità di intendere la vita, secondo la logica presente nel mito di Narciso. Con la conseguente invasione dilagante sui social network di foto con il faccione in primo piano di chi orgogliosamente si ritrae al centro di panorami esotici, in compagnia dei propri animali domestici o accanto a pietanze, tra architetture avveniristiche o più spesso in mezzo a gruppi di amici con smorfie diverse.

Tra le parole indicate per l’anno del 2015, da Vatileaks a Grexit, ce n’è una che fa invece riferimento ad un impresa aerospaziale che ha attirato l’attenzione popolare. Si tratta della vicenda vissuta dall’astronauta italiana Samantha Cristoforetti, prima donna inserita negli equipaggi dell’Agenzia Spaziale Europea. Nel 2015 ha trascorso 200 giorni nello spazio vivendo nel laboratorio spaziale in cui si svolge una collaborazione di ricerca tra diverse nazioni. ‘Astrosamantha’ è così una tra le parole nuove del 2015, almeno in Italia: un orribile neologismo che tuttavia racchiude in sé, proprio per l’attenzione che evidenzia, alcuni messaggi o alcune nostalgie da far emergere nel tempo che viviamo: forse la nostalgia di una sapienza nuova e diversa?

Si potrebbe trovare in questa espressione quasi un rovesciamento della logica del selfie. E’ indice di un passaggio da uno sguardo centrato sull’io ad uno sguardo che fa scorgere altre dimensioni.

Dall’orbita spaziale sulla quale stava svolgendo il suo faticoso lavoro di ricerca e di sperimentazione Samantha Cristoforetti faceva giungere di tanto in tanto alcune foto che rendevano presente la terra vista dalla prospettiva del cielo, da quel ‘lassù’ lontano e remoto e tuttavia mai così vicino attraverso le opportunità di comunicazione. Una prospettiva nuova e insolita. Le immagini riportavano i contorni della terra vista dal cielo, di giorno e di notte: un pianeta che appariva piccolo e limitato, una sfera dispersa nelle immensità dello spazio cosmico. Richiamavano lo stupore di Pascal di fronte alla smisuratezza degli spazi e nella percezione dell’infinitamente piccolo.

Le foto talvolta delineavano da lontano i drammi che segnano la vita sulla terra: nelle foto notturne le luci presenti in regioni segnate dalla guerra apparivano limitatissime ed esigue a differenza di altri luoghi dove l’illuminazione intensa offriva il segnale di un pulsare della vita. Vista dallo spazio oltre l’atmosfera la terra appariva così veramente come un piccolo mondo correlato insieme, in cui forse le cause di disuguaglianze, iniquità, divisioni e conflitti potevano trovare soluzione solamente se il punto di vista si fosse elevato un po’. Pensare all’umanità da quella distanza non poteva non far percepire il senso di una missione comune tra tutti da condividere per far sì che la vita potesse svolgersi in pace, per risolvere i conflitti, per custodire la preziosità di un pianeta fragile.

La prima reazione di Samantha al suo rientro dopo mesi di lontananza è stata fissata nel suo sorriso stupito, espressione di una gioia serena nel poter percepire dopo tanto tempo – come ella stessa ebbe a dire – il profumo dell’erba fresca. La navicella che l’aveva riportata a terra era atterrata tra le steppe del Kazakhstan. L’impressione della terra guardata da lontano come piccola sfera sperduta nell’immensità dei cieli si mescolava ora con l’intensità del profumo della terra, delle sue zolle  dove affondavano ciuffi di erbe che, smosse dal vento della steppa, diffondevano profumi e fragranze.

In questo incrocio di percezioni sta forse la chiave di una esperienza cha ha certo impressionato l’opinione pubblica per la prima volta di una donna italiana nello spazio e per i risvolti tecnici e scientifici, ma che ha offerto la possibilità di uno sguardo insolito: uno sguardo che fa percepire la profondità di una sapienza da coltivare. Non un sapere riservato a pochi, ma quello sgorgante dal contemplare e toccare il piccolo e il grande, la fragilità di una terra che appare nella sua piccolezza di fronte alle ampiezze smisurate del cosmo, la meraviglia di fronte al respirare il profumo dell’erba. Sono esperienze che rinviano ad una sapienza da coltivare oggi.

“La sapienza fa il proprio elogio, in mezzo al suo popolo proclama a sua gloria…. Io sono uscita dalla bocca dell’Altissimo e come nube ho ricoperto la terra… ho percorso da sola il giro del cielo, ho passeggiato nelle profondità degli abissi… fra tutti questi ho cercato un luogo di riposo, qualcuno nel cui territorio potessi risiedere” (Sir 24,1-5).

Alessandro Cortesi op

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Buon anno

DSCF6361.JPG“Tu Signore, sei il Dio della passione sempre accesa, della speranza inestinguibile, della novità che non invecchia: sei il Signore che ci difende dall’usura del già detto e ci ridà la gioia di ciò che è nuovamente da dirsi, da farsi, da viversi. E il ‘buon giorno’ ritorna ad essere ‘buon giorno’, ricco di cielo e di sole; e il ‘buona notte’ ricco di stelle e di luna: ed entrambi ricchi di simpatia e di amore.

Così Signore, sia per il nostro ‘buon anno!’ che, in questi giorni diciamo tanto spesso. Fa’ che sia un anno pieno di stagioni, di erbe primaverili, di affocate stoppie estive, e di frutti pendenti d’autunno, e di silenzio candido e innevato, di fuochi accesi, di tavole imbandite come quelle che accoglievano te, quando pranzavi con gli amici… Riempi, Signore i nostri auguri: di questa densità esistenziale; e dacci la passione dell’amicizia e la capacità di auspici veri”

(da Adriana Zarri, Quasi una preghiera, Einaudi 2012)

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Santa Famiglia – anno C – 2015

images-18a65d95a0d85f1dcef1e7e6169aa40d_1.jpg(Maximino Cerezo Barredo – Sacra famiglia 2005)

1Sam 1,21-22.24-28; 1Gv 3,1-2.21-24; Lc 2,41-52

A Gerusalemme, nel contesto di una festa di Pasqua, Luca presenta la ricerca e il ritrovamento di Gesù da parte dei suoi genitori all’interno del tempio. Il suo insegnamento genera stupore. Il testo è percorso da domande in cui ogni lettore è coinvolto.

Sono così tratteggiati alcuni elementi che riguardano Gesù e altri della nuova famiglia che lui raduna. Gesù parla al rapporto con Dio il Padre. Per scoprire le profondità di questo incontro c’è un cammino da compiere, e con esso una ricerca. Gesù è nel tempio, segno visibile della presenza di Dio, ma dice che la sua vita è ‘nelle cose del Padre’. Il tempio, il luogo dell’incontro con Dio, si sposta da una costruzione umana alla relazione della vita. La sua vita è nell’ascolto e dialogo con il Padre.

Le sue stesse parole non sono comprese. Tutta la sua vicenda umana va ripercorsa in ricerca e in attesa. In questo cammino si potrà scoprire la famiglia di Dio, un tempio non di pietre, ma di presenze, di relazioni che Gesù intende radunare. Al cuore di questo raduno sta la proposta della vicinanza di Dio che si prende cura dei poveri e degli esclusi. Gesù esprime nel suo agire il sogno di un raduno e di una comunione di pecore perdute della casa di Israele. Tutto Israele e con lui l’umanità può aprirsi all’esperienza di rapporti nuovi.

Luca, nel dialogo al cuore del racconto, delinea il percorso di fede di coloro che si pongono a seguirlo: “Figlio, perché ci hai fatto così? Ecco, tuo padre ed io angosciati ti cercavamo’. Ed egli rispose: ‘Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?’.

Il verbo ‘cercare’ è centrale nel vangelo: più volte è indicato in riferimento all’itinerario di Gesù verso Gerusalemme. Si può cercare Gesù in molti modi: c’è una ricerca che conduce a perderlo o si può aprire un’altra ricerca. ‘Stare nelle cose del Padre’ è il cuore della sua esistenza e l’orizzonte finale della ricerca di lui. E’ questo il centro nascosto dell’esistenza di ogni donna e uomo.

Gesù rende vicino il volto del Padre, entrando nella quotidianità della vita di una famiglia, di un popolo, facendosi solidale con una storia umana di cui la famiglia è segno. Sta qui un paradosso da accogliere: la presenza di Gesù non è racchiudibile in un quadro definito, non è imprigionabile all’interno di una ricerca, pur sincera. Non si può accostarlo come qualcuno già conosciuto, di cui si sanno le origini e la sua famiglia. Gesù non può essere trattenuto, non è a disposizione di un clan o di compaesani che pretendono di conoscerlo: ‘Non è il figlio di Giuseppe?’ (cfr. Lc 4,22; Mc 6,2-3). Non si fa imprigionare tra ‘i nostri’. Gesù non appartiene nemmeno ad alcuna religione o chiesa che pretenda di esaurire la sua volontà e la sua presenza. In queste parole così forti rivolte a Giuseppe e a Maria: ’non sapevate che devo stare nelle cose del Padre?’ Luca presenta innanzitutto la indisponibilità di Gesù a qualsiasi ricerca che non si apra ad una dimensione che sta oltre, per accogliere – solo come dono – l’Incondizionato e l’Indisponibile di Dio. Luca presenta Gesù come uomo di preghiera, che riconosce nel rapporto con il Padre il riferimento radicale delle sue scelte umane e del suo agire (cfr. Lc 6,12;9,18; 11,1; 22,39-46).

Gesù non può essere considerato ‘proprietà’, neppure dei suoi. La sua testimonianza è critica al modo di concepire la famiglia come un rapporto esclusivo e proprietario degli altri. Rinvia all’attitudine di fondo della sua vita che genera la possibilità di rapporti nuovi, una famiglia aperta che allarga i confini della tenda.

A questo stile richiama chi lo segue. L’esperienza della famiglia non deve perciò essere chiusa, ma può essere luogo liberante per scoprire relazioni nuove. Gesù è nato in una famiglia umana, all’interno di una corrente di generazioni e di volti: le pagine così belle e dense delle genealogie presenti nei vangeli di Matteo e Luca offrono due diverse prospettive secondo le quali guardare alla ‘famiglia’ di Gesù. Gesù è ebreo – dice Matteo – nato all’interno di questo popolo con radici nella chiamata di Abramo (cfr Mt 1,1-17). Ma la famiglia di Gesù – dice Luca con la genealogia che giunge ad Adamo… figlio di Adamo, figlio di Dio (cfr. Lc 3,23-38) – è anche la famiglia di una umanità che trae origine da Adamo: una famiglia ‘allargata’ a pagani, ai lontani, non esclusiva.

La famiglia di Gesù è quell’umanità ferita: composta dei volti di uomini e donne, segnati dal peccato e salvati. Nella loro vicenda, di carne e sangue, scorre il comunicarsi di Dio che si rende vicino in questa storia, si lascia incontrare tra le pieghe di relazioni umane, ‘regolari’ e ‘irregolari’, nella storia di famiglie e affetti, nella complessità d’intrecci dell’amore terreno. Veramente la storia umana è una polifonia, fatta di tante voci in un contrappunto che insegue, talvolta copre o lascia ancora emergere il canto fermo dell’affidamento al Dio dell’alleanza.

Forse oggi pensare alla famiglia di Gesù implica guardare all’umanità in ricerca, assetata di relazioni autentiche e nello stesso tempo ferita, talvolta incapace di coltivare rapporti profondamente umani. Di questa famiglia Gesù è entrato a far parte; a questa famiglia di persone disperse ed in ricerca Gesù porta il vangelo dell’amore di Dio.

Oggi cambiamenti sociali e situazioni nuove conducono ad un’esperienze più complessa e talvolta problematica della famiglia; il vangelo ci riconduce all’incontro con Gesù, al suo essersi inserito nella vicenda umana divenuta la sua famiglia. Non si fa portatore di un modello culturale di famiglia, ma propone relazioni segnate dall’amore di Dio. E se i dibattiti sulla famiglia, sulle sue crisi e possibilità portassero ad aprirsi al senso della famiglia come luogo di relazioni sincere, di attenzione e cura, ambiente di ricerca, polifonia tra cantus firmus e contrappunti di autentico amore terreno?

Alessandro Cortesi op

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Empatia

“In ogni essere vivente c’è, a differenza dei corpi materiali, un nucleo o un centro che è l’autentico primum movens, ciò da cui, da ultimo, prende il suo avvio il movimento proprio. Tale nucleo è ciò per cui si può dire in senso stretto che l’essere vivente vive, mentre per il corpo che ad esso appartiene vale soltanto il fatto che è animato. La ‘vita’ si imprime nel fatto che il ‘nucleo’ si autodetermina, e questo si verifica per la totalità dell’essere vivente . L’essere delle cose materiali è un mantenersi nel tempo, all’interno del quale la sua condizione o rimane invariata o subisce cambiamenti a causa degli effetti delle circostanze esterne. L’essere degli esseri viventi è un continuo processo di sviluppo, nel quale il mutamento delle condizioni esterne ha la sua origine nel nucleo” (E.Stein, Introduzione alla filosofia, 164-165).

Ritrovo questa citazione di Edith Stein in un agile testo dal titolo ‘Empatia’ curato da Patrizia Manganaro (ed. Messaggero, Padova 2014). Empatia è esperienza di porre il centro non in se stessi, ma di ritrovare una apertura costitutiva in cui l’altro è presenza che ci costringe a guardarci dentro, e ad andare oltre la solitudine, scoprendo un nucleo di speranza racchiuso nella vita.

Accosterei tali riflessioni ad un quadro di vita familiare molto realistico delineato da Réné Pujol:

“se mi guardo intorno: i miei figli e nipoti, tutti in età per vivere l’esperienza di coppia, osservo una bella diversità di matrimoni religiosi o civili, PACS o semplici convivenze. Tra di loro ve n’è uno che ha fatto la scelta radicale di una vita monastica… ortodossa! I loro figli sono, in alcune famiglie, battezzati, in altre no; qualcuno ha celebrato un battesimo repubblicano in comune. Se offro uno sguardo alla nostra famiglia e ai nostri amici scopro vecchie coppie sposate, come noi, ma anche persone sole, o seconde unioni dopo il divorzio. E tra i vicini o conoscenti: omosessuali, coppie libere da ogni legame giuridico, altre che hanno stipulato i PACS o che si sono sposate da poco. (…) Vivono e sono contenti di vivere, apparentemente senza Dio e senza chiesa. Tuttavia, come laico credente, camminando da tanto tempo accanto a loro, con alcuni da sempre, desidero incarnare vicino a loro questa ‘arte dell’accompagnamento’ costitutiva del mio battesimo, che presuppone ‘di imparare a togliersi i sandali davanti alla terra sacra dell’altro’ quale che sia la sua appartenenza o il suo progetto di vita. (…) Trasformeremo il mondo se non lo amiamo già così com’è? Se non diciamo che è già amato da Dio?”

Le relazioni oggi vivono di complessità nuove, per certi aspetti dissimili da altre epoche ma non meno problematiche di altri tempi. Mi chiedo se in questa complessità lo sguardo all’esperienza della famiglia come rete di reazioni che di fatto fa incontrare i percorsi più diversi non sia occasione per una concreta pratica dell’empatia, da vivere e sperimentare lasciandosi pro-vocare dall’altro e scorgere un desiderio di incontro e di dono più forte di ogni egoismo e chiusura, nonostante tutto. E’ quel togliersi i sandali, non per rinuncia a capacità critica, ma per testimoniare un’attesa che sorge da una profonda fiducia in Dio e nell’umanità.

Abbiamo vissuto la costruzione di convivenze umane basate sul dominio, di costruzione di una polis basata sulla violenza e sull’imposizione di modelli di pensiero e viviamo le conseguenze negative del disprezzo dell’altro e dell’esclusione che segna il tempo attuale in tante forme.

La sfida presente oggi è forse quella di accompagnare cammini diversi scorgendo valorizzando e richiamando con gesti a quel nucleo vitale nascosto e presente in ogni cuore che è spinta ad non centrarsi in se stessi, ad aprirsi all’esperienza sempre nuova e indicibile di muoversi verso l’altro e condividere la vita. Una domanda rimane sulla capacità di empatia con le persone, con il mondo: “Trasformeremo il mondo se non lo amiamo già così com’è? Se non diciamo che è già amato da Dio?”

Alessandro Cortesi op

Natale del Signore 2015

Natale essenziale

(Lc 2,1-14)

In questo Natale è sempre più faticoso scambiarsi auguri che non siano vuota retorica. Scambi entusiastici di ‘buone feste’ fanno emergere ancor più il contrasto tra una religiosità disincarnata e fondamentalmente indifferente verso le sorti degli altri, dei poveri, e la realtà fatta di emarginazione, di iniquità e privilegi, dove poggiano i nostri piedi. Tre pensieri si fanno strada a partire dall’ascolto della pagina del vangelo.

migrantiserbia(migranti, Serbia 2015)

“… per loro non c’era posto nell’alloggio”: è questa la condizione che Gesù ha condiviso con l’umanità ferita di chi non ha posto e non trova accoglienza: è nei volti di questa umanità che Gesù si fa incontrare oggi.

Il primo pensiero è per i bambini morti nel Mediterraneo nei viaggi dei migranti di quest’ultimo anno: le statistiche della Fondazione Migrantes parlano di oltre 700 bambini. Di ieri è la notizia ormai senza più eco di sette bambini morti nelle acque dell’Egeo per il rovesciamento di un gommone davanti all’isola di Leros. E’ la strage silenziosa a cui stiamo assistendo in questi anni che continuamente giunge davanti ai nostri occhi. Suscita reazioni immediate, emotive, passeggere ma non genera reazioni e movimenti di popolo e opinione che smuovano i governi a decisioni per trovare vie per offrire protezione e per dare diritto di asilo ai rifugiati. Viviamo una paralisi e un indurimento cinico delle società europee di fronte alla vita di uomini e donne privati della loro libertà e dei diritti umani e un’insensibilità a lasciarsi muovere e commuovere. Oltre 3600 è il freddo numero del conto dei morti di quest’anno in mare (3500 secondo fonti dell’UNHCR quelli del 2014), ma dietro alla contabilità senza voce ci sono storie talvolta lontane, ma talaltra troppo simili alle nostre e volti di uomini e donne che affrontano ogni rischio perché non c’è alternativa per loro. Un milione di persone in fuga da situazioni di dittature e violazione di diritti umani come Eritrea, Gambia, Sierra Leone e di guerre e violenze come Siria, Afghanistan, Irak, Somalia, Mali, Nigeria, Niger hanno raggiunto l’Europa via mare. Che cosa sta producendo il nostro modo di vivere? Come reagire di fronte a queste chiamate?

Fare memoria della nascita di Gesù è motivo per pensare oggi a tutti questi bambini, quelli morti e quelli che fanno parte della folla di coloro che si mettono in viaggio. Quel viaggio si ripete, così come l’esclusione. La nascita di Gesù ci dice che la salvezza giunge dai piccoli, dall’accoglienza del volto di un bambino fragile e messo da parte.image

Un secondo pensiero: “alcuni pastori … vegliavano tutta la notte … la gloria del Signore li avvolse di luce”.

Nella notte la luce di stelle avvolge i pastori. Nella notte di questo tempo c’è qualcosa che nasce ed illumina ed è linguaggio non di parole, ma del movimento del creato. Natale parla di fiorire della vita, di nascita. Nel buio una luce vince la notte. E’ il messaggio che proviene da una natura che vediamo deturpata e sfigurata dalle scelte umane ma anche portatrice di energie di vita, di luce che sorge. I cambiamenti climatici, il riscaldamento globale, il venir meno della biodiversità sono gli esiti sotto i nostri occhi di un modo di vivere che degrada la natura e insieme degrada soprattutto le popolazioni dei paesi poveri. Eppure l’energia della vita si riaffaccia ed è quasi grido di implorazione: il grido della terra, il gemito della terra nel suo fiorire è eco del gemito dei poveri. Natale è memoria di germogli, della forza della vita che nasce, pur dimenticata. Nella lettera Laudato si, di Francesco, alcune righe aiutano a scorgere un appello proveniente dalla stessa natura (n. 205): “eppure non tutto è perduto, perché gli esseri umani, capaci di degradarsi fino all’estremo, possono anche superarsi, ritornare a scegliere il bene e rigenerarsi, al di là di qualsiasi condizionamento psicologico e sociale che venga loro imposto. Sono capaci di guardare a se stessi con onestà, di far emergere il proprio disgusto e di intraprendere nuove strade verso la vera libertà. Non esistono sistemi che annullino completamente l’apertura al bene, alla verità e alla bellezza, né la capacità di reagire, che Dio continua a incoraggiare dal profondo dei nostri cuori. A ogni persona di questo mondo chiedo di non dimenticare questa sua dignità che nessuno ha diritto di toglierle”.

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Il germogliare della natura che reca in sé la forza della vita, il nascere di una vita nuova, fragile affidata alla attenzione e alla cura è domanda aperta. Lì dentro sta l’invito a riprendere coraggio per “far emergere il proprio disgusto e… intraprendere nuove strade verso la vera libertà” per trasformare l’economia, per cambiare stili di vita. La natura che nasce, i germogli, la luce che illumina ricordano questa dignità che può essere recuperata. Ma ciò implica coraggio per provare disgusto e apertura a cambiare.

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Un terzo pensiero “Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia”. Anche in questo periodo di Natale la scena del bambino in fasce in una mangiatoia è stato motivo di polemiche basate sulla rivendicazione di una identità culturale pensata contro l’altro. Il presepe sbandierato come tradizione di una religione identificata come dato culturale contro altre religioni, l’identità cristiana identificata con l’occidente in contrasto con l’Islam identificato con gruppi di fondamentalisti violenti. Altre polemiche di tipo diverso hanno contrapposto al presepe letto come segno identitario portatore di divisione e di intolleranza, una visione che tende ad eliminare i riferimenti religiosi dalla vita sociale, anziche accoglierli, mettendo in relazione le differenze in un mondo plurale. Il bambino avvolto in fasce deposto sulla mangiatoia è rinvio al volto del crocifisso, deposto nel sepolcro. Tutta la sua vita, e la sua nascita ne è simbolo sintetico, è stata spesa per rompere barriere, per accogliere e dare liberazione e riconoscimento tutti, senza distinzioni, scegliendo le vie dell’incontro, della mitezza, della nonviolenza. Il segno del bambino avvolto in fasce è segno scomodo e provocatorio, che rivoluziona tranquille certezze e sdolcinate tradizioni. Rinvia a scorgere nella fragilità di un essere che ha bisogno di cure il volto di un Dio che si ritrae e sceglie la debolezza. Natale è festa che destruttura le identità che si contrappongono e disprezzano l’altro. È chiamata ad un cambiamento radicale nello spogliarsi di tutto ciò che fa sentire ricchi, superiori, privilegiati, dominatori. E’ sfida all’accoglienza e a riconoscere che Dio si dà ad incontrare nei volti degli esclusi.

Alessandro Cortesi op

Bugiani cartoni 2(Pietro Bugiani, 1905-1992 – adorazione dei pastori, cartone, part.)

IV domenica di Avvento – anno C – 2015

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(Visitazione – Arcabas – palazzo arcivescovile Malines-Bruxelles)

Mi 5,1-4; Eb 10,5-10; Lc 1,39-48

Da Betlemme, piccolo villaggio della regione di Giuda vicino a Gerusalemme una donna sta per dare alla luce una nuova guida, un pastore che pascerà il gregge del popolo. Betlemme è luogo di provenienza di Davide, il re ideale, e l’attesa è per una guida portatrice di giustizia e pace. Un disegno di salvezza e di bene si svolge nella storia non attraverso la potenza umana e la violenza ma attraverso la forza della debolezza, nell’inermità. Betlemme è periferia della storia, è terra dei margini: da lì – annuncia il profeta – uscirà un ‘dominatore’ paradossale, senza armi e potere. Dal piccolo clan presente nella regione di Betlemme, chiamata Efrata, ‘la feconda’, nella sua insignificanza, secondo lo stile di agire di Dio lontano dalle logiche umane della potenza, Dio farà uscire colui che raduna e pasce con la forza del Signore. Un corpo in una storia di famiglia, di carne e sangue, di concretezza umana che attraversa la storia.

“Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato. Non hai gradito né olocausti né sacrifici per il peccato. Allora ho detto: ecco io vengo… per fare o Dio la tua volontà… Ed è appunto per quella volontà che noi siamo stati santificati, per mezzo dell’offerta del corpo di Gesù Cristo, fatta una volta per sempre.”

La lettera agli ebrei presenta la vita di Gesù nel suo farsi dono con il suo corpo, la sua esistenza tutta, che mette fine alla logica del sacrificio. Ha compiuto la volontà del Padre offrendo se stesso, il suo corpo. Nel dono di sé ha reso partecipe tutti della vita stessa dell’unico ‘santo’, il Padre. La sua vita appare così come luogo di un ascolto – questo il senso di ‘obbedienza’ – nella coerenza fino alle sue estreme conseguenze, al Padre: fino alla morte è rimasto nell’attitudine di chi è figlio, in ascolto (cfr Eb 5,8). Questo suo esserci, in questo modo, fa di lui il nuovo Adamo: nella sua vita intesa come dono e servizio l’intera sua esistenza è trasformata e animata dallo Spirito (1Cor 15,46).

Accostarsi a Gesù richiede allora tener conto di questo: la corporeità donata nel suo passare, nei gesti e parole, è via per incontrarlo e per accogliere la bella notizia della sua vita: vita pienamente umana e per questo riflesso e racconto del volto di Dio. Fedeltà al vangelo è allora cammino in cui ogni incontro può essere occasione per prendersi cura. Ogni ‘corpo’ sofferente, escluso, maltrattato, reso prigioniero della sofferenza e del male, ci rende presente la chiamata di Dio che si è fatto vicino nel corpo di Gesù.

“benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! …. Beata colei che ha creduto all’adempimento delle parole del Signore”.

Il grembo di due donne sta al centro della pagina di Luca: il grembo di Maria che porta Gesù e quello di Elisabetta che porta Giovanni. Il saluto di Elisabetta a Maria è benedizione. Queste parole evocano il salmo: ‘Il Signore ha giurato a Davide e non ritratterà la sua parola, il frutto delle tue viscere io metterò sul tuo trono’ (Sal 132,11). Elisabetta benedice con ammirazione: qualcosa sta avvenendo, una forza di fecondità nuova coinvolge i loro corpi. ‘A che debbo che la madre del mio Signore venga a me?’ un eco della domanda presentata da Davide nel trasferimento dell’arca dell’alleanza, luogo della presenza di Dio: “Davide in quel giorno ebbe paura e disse: come potrà venire da me l’arca del Signore?” (2Sam 6,9).

Al passaggio dell’arca Davide danzò, preso da entusiasmo, con libertà, per la gioia di accogliere il segno della presenza di Dio in mezzo al suo popolo. Luca vede in Maria la nuova ‘arca dell’alleanza’, luogo dell’incontro tra Dio e l’umanità. Dio si rende presente in mezzo al suo popolo nella vita fragile di un bambino. Tutto respira una gioia nuova testimoniata da una nuova danza: così Giovanni si muove e quasi salta, come Davide, nel grembo di Elisabetta: “Ecco, appena la voce del tuo saluto è giunta ai miei orecchi il bambino ha esultato (danzato) di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore”

Maria è ‘colei che ha creduto’: ha accolto la chiamata di Dio, e ha continuato a credere nel cammino della vita: ‘beata’ non solo perché ha portato Gesù, ma perché l’ha accolto portandolo, dando a lui spazio nel suo cuore. Ha camminato come credente sulla strada seguendo lui. Maria è povera di Jahwè che si affida: ‘Beato chi teme il Signore e cammina nella sue vie’ (Sal 128,1-2) e ha seguito Gesù lungo la strada del credere: donna dell’ascolto. A chi si rivolse a Gesù dicendo ‘Beato il grembo che ti ha portato’, Gesù risponde “beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica” (Lc 11,27-28).

Il concepimento di un figlio costituiva in Israele una benedizione segno della presenza di Dio. ‘Un corpo mi hai preparato’: al centro del Natale sta il corpo di Gesù, un corpo fragile, bambino che nasce in un contesto di esclusione e di allontanamento: è il corpo di un bambino, il ‘segno’ indicato ai pastori nella nascita, ed il corpo di Gesù disprezzato, appeso alla croce e sottratto al buio del sepolcro e della morte. Su questa vita, su questo corpo donato Dio ha pronunciato il suo sì.

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(Visitazione – He Qi)

Visitare

Capiterà a molti nei prossimi giorni delle feste di Natale, di fare visita a qualcuno. Natale resta, pur tra le ambiguità e contraddizioni di un momento asservito alla logica del consumo dominante, il momento dei ritrovi familiari, di visite e scambi dei regali. Proprio questa esperienza così ordinaria del visitare, del recarsi presso la casa di qualcuno, di varcare soglie nell’accogliere o salutare, si presta ad una lettura nelle sue pieghe nascoste.

Le nostre esperienze quotidiane trattengono profondità spesso inesplorate. Ogni visitare racchiude un mistero. Il movimento che spinge all’incontro tra chi visita e chi è visitato può essere letto come luogo in cui maturare uno stile coinvolgente la vita. E’ movimento che si pone in contrasto con l’indifferenza ed il ripiegamento stanco, cifra di un mondo proteso a chiudersi nella paura e nell’immobilismo che impedisce ogni uscire.

Visitare implica un partire, un lasciare qualcosa, ambienti familiari e consueti, per dare spazio ad un andare che conduce verso spazi e volti inediti non totalmente conosciuti ed apre ad un incontro nuovo. La visita inizia prima dell’entrare nella casa dell’altro, inizia da un desiderio che spinge ad uscire, si nutre di preparazioni e progetti, nel ricordo, nel pensiero: viene vissuta nel tempo di uno spostamento che è sempre viaggio seppur limitato e cammino di apertura a terre nuove inesplorate, a panorami inconsueti, ad incrociare altre lingue. Una volta vissuta, la visita continua in quel dolce emergere e confondersi di ricordi e di gesti che segue e coinvolge i movimenti del cuore.

Visitare è anche movimento che conduce a varcare soglie, ad affrontare la presenza di altri e ad entrare in un dialogo nuovo, fatto di ascolto, di parole scambiate, di gesti. L’iniziativa stessa di visitare qualcuno è segno dell’importanza della presenza di nomi, volti, storie, nella propria vita, di cui ci si sente parte, intrecciati.

E’ un spazio di gratuità, tempo speso e perso, donato. Quasi un varco che squilibra e contrasta talvolta un’esistenza solamente ripiegata nell’attenzione a sé. Presa in quella fretta che non è premura per l’altro, ma preoccupazione a rincorrere efficienza e risultati: il fare tante cose e sempre più perché il tempo manca.

Nella visita non si produce, piuttosto si genera accoglienza. Il tempo assume una colorazione diversa. I gesti ordinari dell’ospitalità, divengono segni di qualcosa non dicibile: lo spazio dato all’altro nel proprio cuore, nella propria vita. Si va a fare visita ad un malato, a chi vive lontano e non si incontra con facilità, ma si va a fare visita anche ad una persona amica come momento che esprime la gratuità nell’esistere, interruzione e pausa in ritmi segnati da frenesia. E’ emergere della nostalgia dell’incontro che è spinta ad andare e a resistere di fronte a tutto ciò che ruba il tempo per incontrare. Come i terribili ‘signori grigi’ nella vicenda di Momo narrata da Michael Ende, che sottilmente rubando il tempo del gratuito per renderlo solo funzione di efficienza e utilità svuotavano le vite rendendole grigie e asservite. Parabola di un mondo reso incapace di visitare l’altro.

Visitare è verbo dell’amicizia, è indicazione dell’ospitalità data e ricevuta. C’è chi si reca in visita per dovere professionale, ma anche chi fa visita per stare accanto, semplicemente senza nulla attendere o per portare aiuto e conforto. Per dire con il proprio esserci, la tenerezza umana che ci rende vicini, solidali, legati. Portando un fiore, recando una vicinanza: stare con il proprio corpo accanto ad altri è la protesta più grande alla religione dei sacrifici. Non sacrifici e offerte ma persone e corpi nella loro fragilità che scelgono di stare vicino, di farsi carico della vita dell’altro.

Nel tempo in cui cresce la semplificazione dell’opposizione e dell’odio che si nutre di sospetti e di pregiudizi verso l’altro, visitare può essere gesto da riscoprire e da seminare nei solchi di giornate feriali. Senza enfasi e senza inutili orpelli. Ma nella consapevolezza della profondità di un andare che è uscire ed è varcare soglie, vivere il tempo dato alle parole, nella capacità di ascoltare e di essere ascoltati, nello cambio di ospitalità che si attua in ogni visita.

Ritrovo come lo sguardo alla visitazione sia stato un elemento decisivo per la maturazione di una spiritualità che fa proprio della visita una tra le proprie dimensioni fondamentali: è in particolare la visita nell’incontro con l’altro che è il musulmano, intendendo la propria presenza come servizio e atto di visitazione. Si tratta dei testi di Christian de Chergé ritrovati e raccolti da un giornalista, Jean Pierre Flachaire: ne riporto uno rinviando ad una raccolta di altri testi presentati ad una conferenza a Marsiglia nel 2005 e pubblicati in appendice al libro “Più forti dell’odio” (a cura di G.Dotti, ed.Qiqajon 2006, pp.267-280). Il brano che segue è parte di una una lettera indirizzata ad una suora delle Missionarie d’Africa che si trovava nello Yemen nel 1977:

«Come non sentirmi interpellato da quello che hai cominciato a vivere lì, con le tue due sorelle? Questo isolamento per e con Lui; questo popolo che Lui persegue, con e attraverso noi: questo piccolo popolo sul quale si è intenerito, meravigliato, e che è stato, anche per Lui, portatore dello Spirito: “Ti rendo grazie, Padre, perché…”; questo servizio, così paragonabile a quello di Maria nella sua Visitazione: Maria, anche lei portava nel suo intimo, nel silenzio della contemplazione, un segreto che non spettava a lei rivelare (il che la rassicurava, perché non avrebbe saputo come fare il legame e che parole trovare per dire l’Inafferrabile); questa presenza, necessaria, a chi vuole ascoltare “l’altro”, salutare come Elisabetta, con quelle parole di annunciazione, con quei gesti di Vangelo che solo lo Spirito rivela e che restituiscono la Buona Novella a colui che la porta in sé (il suo segreto, dicevo!). In questi ultimi tempi mi sono convinto che questo episodio della Visitazione è il vero luogo teologico-scritturistico della missione nel rispetto dell’“altro” che lo Spirito ha già investito. Mi piace una frase di Sullivan che riassume molto bene tutto questo: “Gesù è ciò che accade quando Dio parla senza ostacoli nel cuore di un uomo”. In altri termini, quando Dio è libero di parlare e di agire senza ostacoli nella rettitudine di un uomo, quest’uomo parla e agisce come Gesù: c’era da aspettarselo! Cerca di essere “senza ostacoli” e non cesserai di meravigliarti… di eucaristizzarti (beh, non è molto eufonico!)».

Christian De Chergé parla dell’incontro con l’altro come l’esperienza grande dell’incontro con il musulmano in terra straniera. In un tempo in cui la violenza impedisce di visitare e di entrare nella casa dell’altro queste parole miti indicano una via: è la pazienza di preparare gli incontri, l’apertura ad ascoltare, la capacità di mettersi in viaggio ed entrare nella casa dell’altro, per scoprire che qualcosa di nuovo nasce. Nel conoscere che sempre è co-nascere non nasce solo qualcosa di nuovo ma si dà spazio ad una forza di fecondità che fa nascere qualcuno in modo nuovo.

Alessandro Cortesi op

visitazione

 

III domenica di Avvento – anno C – 2015

DSCN1755.JPGSof 3,14-18; Fil 4,4-7; Lc 3,10-18

La città di Gerusalemme, ‘la figlia di Sion’ è invitata alla gioia: ‘Rallegrati’. Il breve salmo posto a conclusione del libro di Sofonia – libro segnato dal cupo annuncio del giorno del Signore – è rovesciamento di parole di minaccia: è invito alla gioia, ad una gioia entusiasta, piena. Dio stesso si fa vicino in mezzo al suo popolo, prende con sé i giusti e si fa difensore, liberatore. La gioia dei giusti è contagio della gioia stessa di Dio che viene in mezzo al suo popolo. La sventura, dolorosa esperienza umana, non ci sarà più. Il Signore raccoglie tutti nel suo abbraccio e fa vincere la paura: ‘non temerai alcuna sventura’. Il ‘Dio che viene’ non ha i tratti terribili del giudice ma si rende presenza vicina gioiosa. C’è una consapevolezza di presenza: ‘re d’Israele il Signore è in mezzo a te’. Il regnare di Dio non si pone come dominio che opprime o esige, ma quale presenza di vita e pienezza. E’ dono di salvezza.

‘Siate sempre lieti’: è invito di Paolo alla comunità di Filippi. Rinvia alla pace del Signore, più grande di ogni pensiero umano, capace di custodia. Il motivo della gioia sta nel fatto che il Signore è vicino: una vicinanza non da temere come minaccia ma una vicinanza amica, di cui essere contenti. Essere lieti nel Signore significa poter vivere una pace radicata dentro, perché Dio si prende cura di noi: Paolo invita a maturare consapevolezza di non essere soli ma nella compagnia del Dio vicino.

Luca presenta il popolo in attesa. Le folle domandano a Giovanni Battista: ‘Che cosa dobbiamo fare?’ Le sue risposte pongono esigenze che non distolgono dal presente, ma indicano un modo nuovo di impostare la vita con scelte di condivisione, onestà e giustizia, nonviolenza. Condividere i propri beni e il cibo perché tutti possano mangiare, non rubare agli altri, vivere il proprio compito con attitudine di rispetto e solidarietà. E’ quanto Giovanni indica alle tre categorie di persone che a lui si rivolgono, le folle, i pubblicani, o agenti delle tasse, e i soldati.

La vita del Battista è tutta orientata ad un altro: la sua testimonianza è preparazione del messia. Giovanni presenta colui che deve venire con i tratti del ‘più forte’. La simbologia legata al ‘slegare il lacco dei sandali rinvia ad un gesto del diritto matrimoniale (Dt 25,5-10; Rut 4,5-8): Giovanni non è lo sposo, la sua testimonianza è orientata ad indicare un altro, il messia.

Giovanni utilizza l’immagine della separazione del grano dalla pula: “…viene uno che è più forte di me, costui vi battezzerà in Spirito santo e fuoco. Egli ha in mano il ventilabro per ripulire la sua aia e per raccogliere il frumento nel granaio; ma la pula la brucerà con fuoco inestinguibile”.

Si tratta di operare scelte che impostino la vita su orizzonti nuovi di senso. La pula è tutto ciò che è inconsistente nella vita e dev’essere eliminato. Nel linguaggio biblico ‘pula’ sono anche gli idoli: coloro che adorano gli idoli sono presentati come pula portata via dall’aia dal soffio del vento (Os 13,3) perché vanno alla ricerca di cose senza consistenza, che non danno felicità, e sono illusione: ‘Gli empi sono pula che il vento disperde’ (Sal 1,4). Aderire al messia apre ad una scelta nel lasciare ciò che non vale.

Un messaggio emerge: il ‘Dio che viene’ è presenza vicina che arreca gioia. Il suo venire genera uno stile di esistenza non appesantita da angustia e paura ma fatta di serenità sobria e di amabilità: ‘re d’Israele il Signore è in mezzo a te’. Nelle vicende e fatiche della storia la presenza di Dio è vicinanza di salvezza e di liberazione. Accogliere questo annuncio è movimento che cambia la vita. La vicinanza del Signore è forza per vivere una pace dentro. Nelle contraddizioni del presente si fa amabilità e capacità di dolcezza di gioia: letizia quale gioia consapevole dei drammi del vivere, ma capace di sperare nella debolezza di Dio più forte di ogni potenza umana: ‘siate sempre lieti’.

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Paura e paure

“La paura è con ogni probabilità il dèmone più sinistro tra quelli che si annidano nelle società aperte del nostro tempo. Ma è l’insicurezza del presente e l’incertezza del futuro che covano e alimentano la più spaventosa e meno sopportabile delle nostre paure. Questa insicurezza e questa incertezza, a loro volta sono nate da un senso di impotenza: ci sembra di non controllare più nulla, da soli, in tanti o collettivamente” (Z.Bauman, Il demone della paura, Laterza 2014, 9)

L’insicurezza è il senso di non essere protetti e la percezione di poter perdere ciò che protegge non solo in territori e aree pericolose, ma anche nella normalità della vita sociale. La paura è suscitata da ragioni diverse: i processi economici, le minacce dell’ambiente, le incertezze riguardanti la salute, e ancora la criminalità, il terrorismo. Le paure conducono ad elevare recinti, ad assumere attitudini difensive, allo sforzo di individuare i portatori di rischi. Oggi le paure si configurano come un’inestricabile matassa di fili: i problemi che le generano sono intrecciati e cresce il senso d’impotenza nel fare qualcosa per eliminarle, per scioglierle e ritrovarne un capo.

Il senso di insicurezza abita il nostro vivere e lo rinchiude. Chi è bloccato dall’angoscia non riesce più a muoversi, a compiere passi avanti. L’angoscia diviene pervasiva occupando tutte le sfere del vivere individuale e sociale. La paura è così uno dei caratteri del nostro tempo. E’ tuttavia paura che si legge in modi diversi. E’ paura quella disegnata negli occhi di profughi che lasciano dietro di sè violenza, guerre orrori e impossibilità di vivere andando verso un futuro incerto. E’ paura quella che cova sotto la cenere di esistenze confuse nell’anonimato di periferie dove giovani sradicati coltivano incertezza sul loro passato, presente e futuro e magari scoprono nell’avventura della violenza o in una predicazione religiosa fondamentalista l’ambito di sfogo di paure non affrontate, accogliendo una scelta distruttiva per sé e per altri. E’ paura il sentimento che pervade le esistenze tranquille di chi matura il sospetto di fronte ad ogni estraneo, diverso. Così paura può essere indicata come veleno che inquina la vita quotidiana in cui il problema è quello di identificare rapidamente un colpevole, un capro espiatorio, da eliminare e da escludere.

Oggi la paura viene anche coltivata. I media sono un fortissimo veicolo di coltivazione della paura nel favorire la percezione del pericolo dell’altro. La paura viene ad essere un modo di intendere l’identità della persona, che per questo nella sua privatezza e solitudine si trova a gestire un sentimento che diventa distruttivo nei confronti degli altri. Tener lontane le paure, sotterrarle non è leggerle. Solamente la fatica di affrontarle, e di coglierne cause e ragioni è forse unica via per trarne motivi di consapevolezza e di impegno, per uscirne e per non rimanerne schiavi e vittime.

Le città oggi sono i luoghi in cui le insicurezze si manifestano più fortemente, ma anche i luoghi in cui poter affrontare la sfida a costruire spazi di interdizione e di esclusione o al contrario spazi dove i confini vengono attraversati e dove poter incontrarsi insieme. Le città sono le frontiere in cui l’estraneo possa essere conosciuto e non resti nella condizione dell’alieno, sconosciuto e incomprensibile, in cui i linguaggi possano interagire.

“Quali che siano le circostanze, le epoche o le latitudini, il terrorismo scommette sempre sulla paura. Non solo la paura che diffonde nella società, ma la politica della paura con cui lo stato reagisce: una fuga in avanti dove al terrorismo segue la sospensione dei diritti democratici in una guerra senza fine, senza fronti e senza limiti, senza altro obiettivo strategico che il suo perpetuarsi, in cui gli attacchi e le risposte si alimentano a vicenda, le cause e gli effetti s’intrecciano all’infinito senza che mai emerga una soluzione pacifica. Per quanto doloroso, dobbiamo cercare di capire le ragioni del terrorismo. Per combatterlo meglio, per non cadere nella sua trappola, per non dargli mai ragione, fosse pure per incoscienza o cecità. Le profezie che si autoavverano sono il meccanismo su cui si basa la sua logica omicida: provocare attraverso il terrore un caos ancora maggiore da cui trarre ulteriore rabbia, risentimento, ingiustizia. Lo sappiamo per esperienza, abbiamo visto come la fuga in avanti statunitense dopo gli attacchi del 2001 sia stata all’origine del disastro in Iraq, che ha generato il gruppo Stato islamico, nato dalle macerie di uno stato distrutto e dalla disgregazione di una società violentata. Riusciremo a imparare da questi errori catastrofici, o finiremo per ripeterli?” (Edwy Plenel, La paura è la nostra nemica, “Internazionale” 15 novembre)

Ma la paura rinvia a scorgere ancora più a fondo cause nascoste in un modo violento di intendere la vita, in una imposizione di processi di globalizzazione che hanno generato iniquità e dividono il mondo in privilegiati e disperati, in arricchiti ed esclusi.

Bauman osserva: “In un pianeta globalizzato negativamente è impossibile ottenere la sicurezza, e tanto meno garantirla, all’interno di un solo paese o di un gruppo scelto di paesi: non con i propri mezzi soltanto, e non a prescindere da quanto accade nel resto del mondo. Il nuovo individualismo, l’affievolirsi dei legami umani e l’inaridirsi della solidarietà sono incisi sulla faccia di una moneta che nel suo verso mostra i contorni nebulosi della globalizzazione negativa” (ibid. 4-5).

Come oggi leggere le paure e cogliere da questo percorso motivi per trovare vie di uscita? Una vittoria sulla paura potrà avvenire? Si potrà scorgere al di sopra di confini di separazione, in un lungo cammino, ma insieme?

“tu non temerai più alcuna sventura… Non temere, Sion, non lasciarti cadere le braccia…”

Alessandro Cortesi op

 

Memoria del Concilio Vaticano II 8 dicembre 1965 – 2015

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“Oggi, qui a Roma e in tutte le diocesi del mondo, varcando la Porta Santa vogliamo anche ricordare un’altra porta che, cinquant’anni fa, i Padri del Concilio Vaticano II spalancarono verso il mondo.

Questa scadenza non può essere ricordata solo per la ricchezza dei documenti prodotti, che fino ai nostri giorni permettono di verificare il grande progresso compiuto nella fede. In primo luogo, però, il Concilio è stato un incontro. Un vero incontro tra la Chiesa e gli uomini del nostro tempo.

Un incontro segnato dalla forza dello Spirito che spingeva la sua Chiesa ad uscire dalle secche che per molti anni l’avevano rinchiusa in sé stessa, per riprendere con entusiasmo il cammino missionario.

Era la ripresa di un percorso per andare incontro ad ogni uomo là dove vive: nella sua città, nella sua casa, nel luogo di lavoro… dovunque c’è una persona, là la Chiesa è chiamata a raggiungerla per portare la gioia del Vangelo e portare la misericordia e il perdono di Dio.

Una spinta missionaria, dunque, che dopo questi decenni riprendiamo con la stessa forza e lo stesso entusiasmo. Il Giubileo ci provoca a questa apertura e ci obbliga a non trascurare lo spirito emerso dal Vaticano II, quello del Samaritano, come ricordò il beato Paolo VI a conclusione del Concilio.

Attraversare oggi la Porta Santa ci impegni a fare nostra la misericordia del buon samaritano”

(Francesco, Omelia 8 dicembre 2015)

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 (Giacomo Manzù, porta della morte. san Pietro)

Immacolata concezione – 8 dicembre 2015

DSCN1201Gen 3,9-20; Sal 97; Ef 1,3-12; Lc 1,26-38

«Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te» è il saluto che nel racconto di Luca il messaggero/angelo rivolge a Maria. Soggiace a queste parole il rinvio  a testi profetici, quali inviti a vivere una gioia in rapporto al venire di un tempo messianico:

“Gioisci, figlia di Sion, esulta, Israele, e rallegrati con tutto il cuore, figlia di Gerusalemme! Il Signore ha revocato la tua condanna, ha disperso il tuo nemico. Re d’Israele è il Signore in mezzo a te. Il Signore tuo Dio in mezzo a te è un salvatore potente” (Sof 3,14-17).

“Rallegrati…”; “…terrai nel grembo”; “…il Signore è con te”. Sono una ripresa del testo di Sofonia, con l’invito a gioire perché Dio viene in mezzo al suo popolo (indicato come ‘la figlia di Sion’) e si inaugura un nuovo regno; il regno di Dio stesso che giunge.

Si invita alla gioia come riflesso e accoglienza della gioia rinnovatrice di Dio. “Esulterà di gioia per te, ti rinnoverà con il suo amore, si rallegrerà per te con grida di gioia, come nei giorni di festa” (Zac 2,14). “Il Signore è in mezzo a te” è l’annuncio di Sofonia ripreso da Luca e riferito al concepimento di Gesù: “egli è in mezzo a te” è mutato in “avrai nel grembo”.

Il saluto è rivolto a Maria indicata come “piena di grazia”. Il verbo è utilizzato con il significato di “rendere grazioso”, “rendere degno di una trasformazione”, “rendere trasformato mediante la grazia”:  una azione proveniente da Dio e che continua . Il risultato non è solo un attributo ma un autentico ‘nome’ nuovo donato a Maria. Come nei racconti di chiamata ed invio nella Bibbia il nome nuovo è legato all’invio per una missione.

Le parole del messaggero ‘su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo’ rievocano l’immagine della tenda, come nel cammino dell’esodo la nube copriva la tenda  con la ‘gloria di Dio’ (Es 40,34-38). Era nube che accompagnava il cammino della liberazione. La presenza del figlio annunciato a Maria richiama la presenza della gloria di Dio in mezzo al cammino di un popolo.

Maria nel suo percorso di prima credente rinvia al cammino della comunità chiamata a seguire Gesù: in lei si racchiude un richiamo per il cammino della chiesa. Chiamata a dire eccomi, chiamata a portare un dono e comunicarlo, non proprietaria di privilegi, ma a servizio della vita per tutti, testimone di luce donata e riflessa (mistero della luna).

Nel cammino della chiesa il Dio dela tenda è stato trasformato nel Dio del tempio e della stabilità: la vicenda di Maria richiama a vivere la disponibilità ad un cammino liberato da ogni laccio di tipo clericale e capace di libertà.

 

La donna incinta

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(Marc Chagall, La donna incinta, Amsterdam – Stedelijk Museum 1913)

Chagall in questo suo quadro del 1913 raffigura una donna nel momento della maternità. Il titolo è infatti ‘la donna incinta’.

Il contesto è quello della vita di un villaggio russo. In esso si svolge il corso  della vita quotidiana: il lavoro dei campi nel tempo della seminagione, l’attesa della pioggia e il volo degli uccelli. Si distinguono profili di uomini, tra cui il pastore e il contadino con il volto rivolto al cielo. E’ narrazione di lavoro e di ferialità, di relazioni ordinarie in cui emerge, grande al centro del quadro, la figura di una donna, che porta nel suo grembo un bambino. Tra terra e cielo, narrazione della vita come dono che unisce nei ritmi del tempo una storia più profonda.

Lo spicchio di una luna nel cielo colorata con tonalità diverse di verde, il medesimo colore che tinge il volto stesso e le spalle della figura femminile, appare a lato della donna incinta: è rinvio al ciclo della fertilità, così come le macchie di colore rosso possibili allusioni al sangue. La luna con il suo chiarore genera chiaroscuri su pareti di montagne che emergono a forma di piramidi e richiamano i profili spioventi dei tetti delle case: incroci e richiami di natura e cultura in un mondo interrelato. Accanto alla donna anche una capretta, saltellante in uno sfondo che unisce terra e cielo, anch’essa gonfia di latte e pronta ad allattare.

La sfera umana, quella animale e quella vegetale partecipano insieme dell’evento della maternità. Accanto alla  capra, al muoversi della vita del villaggio e sopra i tetti delle case, anche le nubi appaiono delineate con le forme arrotondate e rigonfie e riprendono le forme dei seni pronti ad offrire il latte, primo cibo per la vita.

La donna è raffigurata con i tratti del suo corpo trasformati dalla maternità. Le linee del viso angolose, una pezzuola sul capo, gli abiti variopinti della tradizione popolare, del lavoro dei campi e nella casa. Nel suo grembo, iscritto in un ovale che si offre come possibilità di visione interiore, al centro del quadro, la presenza del bambino. E’ raffigurato in piedi, in posa statuaria, già adulto eppure ancora nel grembo, piccolo a confronto della madre incinta, ma già grande. Allo spettatore, e solo a lui, è dato di scorgerlo, in una sorta di visione che evoca la tipologia di antiche icone del Padre che tiene inscritto nel suo seno il Figlio. La mano della donna suggerisce di concentrare l’attenzione sulla presenza del bambino accennando a lui con il dito della sua mano.

Un’immagine che racconta in modi evocativi lo stupore per la vita,  la novità del concepire, l’essere incinta di un donna nel quadro di una vita di relazioni, l’esperienza della attesa che trasforma il corpo.

Una storia fatta di terra e di cielo che lega insieme ed apre a scorgere un oltre nascosto, interiore e presente nella vita, segreto celato nella semplicità del quotidiano, degli umili della terra.

Alessandro Cortesi op

 

2 domenica tempo di Avvento – anno C – 2015

DSCN1658.JPGBar 5,1-9; Fil 1,4-6.8-11; Lc 3,1-6

I due primi capitoli di Luca presentano in un dittico la vicenda di Giovanni Battista e quella di Gesù, sulla base del fatto storico del contatto tra Gesù e il Battista, decisivo nel cammino storico di Gesù: il suo recarsi da Giovanni e il battesimo sono momenti iniziali di un nuova fase della sua vita segnata dall’annuncio del regno di Dio.

Luca si dimostra attento ad indicare date e circostanze su tempi e luoghi: nell’anno decimoquinto dell’impero di Tiberio, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea. E’ un tempo storico preciso: un anno tra il 26 e il 28. Al tempo del governatore romano Pilato (in carica dal 26 al 36), e dei vari re della Giudea, Erode Antipa, il suo fratellastro Filippo, che governava due province del Nord della Palestina e Lisania, un re di una regione a Nord l’Abilene. Poi presenta le due più alte cariche della comunità giudaica, il sommo sacerdote Anna (deposto dai romani nel 15 d.C.) e il sommo sacerdote in carica dal 15 al 36, Caifa, che avrà un ruolo nella condanna di Gesù.

In questa storia compare Giovanni e – dice Luca – “la Parola di Dio venne” su di lui: su questo profeta, asceta del deserto, dei margini, non della potenza viene la Parola. Luca legge l’agire di Dio che sceglie i piccoli. Così Gesù è comprensibile a partire dal profeta del deserto. Luca suggerisce di accostarlo a partire dalla sua esperienza storica, da quello che lui ha fatto e detto. Nella vita di Gesù sta un segreto nascosto, da scorgere a partire dalla sua umanità: Dio ha preso su di sé, con sè tutta la nostra condizione umana e si manifesta nei luoghi marginali, nel deserto.

Del Battista si parla riprendendo le parole del Secondo-Isaia alla fine dell’esilio: “Una voce grida: ‘Nel deserto preparate la via al Signore…’” (Is 40,3-4). Il ritorno dall’esilio è tratteggiato come cammino in cui i monti sono abbassati e le valli colmate per fare spazio ad una via sulla quale possa camminare il popolo del Signore: “Poiché Dio ha stabilito di spianare ogni alta montagna e le rupi secolari, di colmare le valli e spianare la terra perché Israele proceda sicuro sotto la gloria di Dio. Perché Dio ricondurrà Israele con gioia alla luce della sua gloria” (Bar 5). Così il salmo 125 canta il ritorno invocando la guida del Signore su questo cammino: “Quando il Signore ricondusse i prigionieri di Sion, ci sembrava di sognare… Grandi cose ha fatto il Signore per noi, ci ha colmato di gioia. Riconduci, Signore, i nostri prigionieri! Chi semina nelle lacrime mieterà con giubilo” (Sal 125)

La voce del Battista si presenta nel deserto ed è invito a preparare una strada nuova del venire di Dio stesso: “Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri! Ogni burrone sia riempito, ogni monte e ogni colle sia abbassato”. Il Battista è annunciatore di una via diritta, come le ‘vie sacre’ dell’antichità dove si svolgevano processioni verso i grandi templi, ma è ora percorso del popolo che cammina ad incontrare Dio. Il Battista propone anche un rito di immersione, un battesimo nelle acque del fiume Giordano, per la remissione dei peccati: al cuore del suo annuncio è l’indicazione di un tempo nuovo, imminente, che sta per giungere ed esige cambiamento. Con le sue parole e la sua testimonianza si fa annunciatore di una trasformazione, urgente, senza indugio, che tutti coinvolge senza eccezioni. E’ movimento di preparazione verso un imminente intervento di Dio nella storia. Una nuova via di liberazione e di uscita dall’esilio.

Subito dopo è introdotta la genealogia di Gesù: una serie di nomi risalenti fino ad Adamo (e non solo fino ad Abramo come in Matteo) che racchiudono un interesse teologico di Luca: Gesù entra nella vicenda della storia umana che coinvolge non solo il popolo d’Israele – con capostipite Abramo – ma l’umanità intera. Collegando Gesù ad Adamo intende comunicare alla sua comunità in cui erano presenti molti provenienti dal paganesimo, che la vicenda di Gesù si pone in rapporto alla vita di ogni uomo e donna di ogni tempo e provenienza, anche lontana. La vicenda di Gesù è una storia: non è un mito, ma si situa nella storia di Adamo. Adamo è uomo tratto dalla terra; Gesù è partecipe della medesima terra. E su quella terra ha posto i suoi passi, percorrendo le vie dell’umanità, rendendole vie in cui si fa vicina la salvezza.

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(opera di Nizar Ali Badr, artista siriano profugo)

Una strada nel deserto

Una strada nel deserto: è immagine che rinvia ad un’esperienza drammaticamente presente al nostro tempo. Le piste attraverso il deserto sono i luoghi testimoni delle migrazioni che segnano la vita del mondo nel tempo della iniquità e della globalizzazione. Sono le strade percorse da milioni di persone, uomini e donne in fuga dalla fame, dalla miseria, dalle minaccia di morte quotidiana, dai cambiamenti del clima, dalla mancanza di libertà, verso un sogno di liberazione, di pane e di serenità. Sono percorse da uomini e donne caricati su camion, a piedi, con lunghe soste dovute a periodi di prigionia, di sfruttamento, di percosse, con ritorni e abbandoni. In attesa di pagare i trafficanti e nella speranza di giungere ad una meta che diviene ideale e sogno. E nel rincorrere questo sogno di vita moltissimi incontrano la morte. Un sogno che si scontra con la realtà dei rischi, delle innumerevoli difficoltà e prove, delle prigioni, della sete, della fame e della violenza sperimentata nelle forme più brutali. Fino a scoprire la durezza di attraversare confini oltre i quali non c’è accoglienza e tranquillità, ma nuova oppressione, schiavitù, sospetto ed esclusione.

Nel deserto ci sono voci che oggi gridano desideri di libertà, che richiamano al risveglio l’indifferenza del mondo occidentale, segnato dall’ipocrisia, , che proclama libertà, ma si fa complice dell’oppressione. E rimane cieco e sordo di fronte all’ingiustizia che ha complicità in un sistema di vita basato sulla rincorsa al profitto, sullo sfruttamento dei più deboli e sull’indifferenza.

Voci del deserto sono oggi quelle dei poeti, come quella del nigeriano Wole Soyinka, premio Nobel per la letteratura del 1986 nella sua poesia ‘migrazioni’.

Migrazioni*

Ci sarà il sole? O la pioggia ? O nevischio?

madido  come il sorriso posticcio del doganiere?

Dove mi vomiterà l’ultimo tunnel

Anfibio ? Nessuno sa il mio nome.

Tante mani attendono la prima

rimessa, a casa. Ci sarà?

 

Il domani viene e va, giorni da relitti di spiaggia.

Forse mi indosserai alghe cucite

su falsi di stilisti , con marche invisibili:

fabbriche in nero. O souvenir sgargianti, distanti

ma che ci legano, manufatti migranti, rolex

contraffatti , l’uno con l’altro, su marciapiedi

senza volto. I tappeti invogliano ma

nessuna scritta dice: BENVENUTI.

 

Conchiglie  di ciprea, coralli, scogliere di gesso

Tutti una cosa sola al margine degli elementi.

Banchi di sabbia seguono i miei passi. Banchi di sabbia

di deserto, di sindoni incise dal fondo marino,

poiché alcuni se ne sono andati così, prima di ricevere

una risposta – Ci sarà il sole?

O la pioggia? Siamo approdati alla baia dei sogni.

(*poesia inedita di Wole Soyinka, Black Heritage Festival Lagos 2012, “Il Sole 24 Ore” – 8 aprile 2012, traduzione Alessandra Di Maio)

Ci sono voci nel deserto oggi che ricordano le attese e parlano dei confini che dividono mondi intrecciati ma incomunicabili. Voci dai margini e che si sono scontrate con sordità e indifferenza, e che divengono voci di liberazione.

Isoke Aikpitanyi, è nata a Benin City, in Nigeria, nel 1979. Nel 2000 è giunta in Italia fuggendo dalle condizioni di vita di uno tra i paesi più ricchi di materie prime e più sfruttati dell’Africa, la Nigeria, con la prospettiva di lavorare. Il suo viaggio non ha attraversato i deserti geografici, ma si è immediatamente scontrato con il deserto dell’inumanità: Isoke è ingannata e resa schiava dalle mafie nigeriana e italiana e costretta a prostituirsi. Dopo essere stata vittima della schiavitù sulle strade, riesce a liberarsi a rischio della vita. Dal 2003, dedica il suo impegno per aiutare le giovani donne vittime della tratta grazie all’associazione “Le ragazze di Benin City”. Nel 2007 ha pubblicato il libro “Le ragazze di Benin City”, scritto insieme alla giornalista Laura Maragnani, edito dalla casa editrice Melampo e seguito poi da 500 storie vere sulla tratta delle ragazze africane in Italia. La sua voce risuona nei deserti del nostro vivere e richiama il profilo di chi ha sperimentato il deserto come strada di liberazione. La sua voce è eco del grande

Strade nel deserto, strade di migranti, di uomini e donne che coltivano un’attesa, strade di oppressione e di liberazione, monito a scoprire la condizione umana comune come esperienza di nomadi: “il nomade ha per coperta il cielo disseminato di stelle, il suo cuscino è lo spazio aperto, vaga come le gazzelle e non si inginocchia davanti a nessun luogo. È libero come un uccello, e non un prigioniero che attende il sopraggiungere della stagione della mietitura, chiuso dentro la sua capanna” (Ibrahim al-Koni, La patria delle visioni celesti, ed e/o 2007).

“Voce di uno che grida nel deserto: preparate la via del Signore”.

Il confine

Sono in attesa

immobile al confine

oltre il quale non so

 

E questa nebbia di sabbia rossa

e questo soffio di morte calda

si ferma con me

oltre non può

 

Altri giungono

in corsa

o arrancando

 

e guardano me

per capire se son io

che dirò loro

vai.

 

Vai oltre il confine.

 

Ma anche io sono in attesa

e ho più paura di altri

di questo confine

oltre a tutti i miei infiniti confini

 

A un gesto improvviso

di una donna in rosso

tutti alzano al cielo

il loro foglio bianco

alcuni lo hanno sgualcito

altri lo hanno serbato integro

 

Lasciate quel foglio

 

Oltre il confine

nessun foglio è richiesto.

 

Lasciate i vostri fogli

e passate il confine

di qua sarete uomini e donne

di là resteranno selvaggi.

 

E cosa se ne potranno mai fare

di tutti i vostri permessi di soggiorno

che il vento agita al cielo

coriandoli di un carnevale

nel quale tutti indossiamo l’abito del

clandestino

che è in noi.

 

E oltre il confine

l’unica domanda

chi sei

presuppone

una sola risposta

un uomo una donna.

 

Ma il bimbo nato sul confine

a quale mondo appartiene?

Da quale tribù sarà cresciuto?

 

Io come lui appartengo al mondo

e non ho fogli, non servono

oltre il mio ultimo confine.

(Isoke Aikpitanyi, Spada sangue, pane e seme, ed. Lavinia Dickinson)

Alessandro Cortesi op

 

 

 

 

 

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