la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

2 domenica tempo di Avvento – anno C – 2015

DSCN1658.JPGBar 5,1-9; Fil 1,4-6.8-11; Lc 3,1-6

I due primi capitoli di Luca presentano in un dittico la vicenda di Giovanni Battista e quella di Gesù, sulla base del fatto storico del contatto tra Gesù e il Battista, decisivo nel cammino storico di Gesù: il suo recarsi da Giovanni e il battesimo sono momenti iniziali di un nuova fase della sua vita segnata dall’annuncio del regno di Dio.

Luca si dimostra attento ad indicare date e circostanze su tempi e luoghi: nell’anno decimoquinto dell’impero di Tiberio, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea. E’ un tempo storico preciso: un anno tra il 26 e il 28. Al tempo del governatore romano Pilato (in carica dal 26 al 36), e dei vari re della Giudea, Erode Antipa, il suo fratellastro Filippo, che governava due province del Nord della Palestina e Lisania, un re di una regione a Nord l’Abilene. Poi presenta le due più alte cariche della comunità giudaica, il sommo sacerdote Anna (deposto dai romani nel 15 d.C.) e il sommo sacerdote in carica dal 15 al 36, Caifa, che avrà un ruolo nella condanna di Gesù.

In questa storia compare Giovanni e – dice Luca – “la Parola di Dio venne” su di lui: su questo profeta, asceta del deserto, dei margini, non della potenza viene la Parola. Luca legge l’agire di Dio che sceglie i piccoli. Così Gesù è comprensibile a partire dal profeta del deserto. Luca suggerisce di accostarlo a partire dalla sua esperienza storica, da quello che lui ha fatto e detto. Nella vita di Gesù sta un segreto nascosto, da scorgere a partire dalla sua umanità: Dio ha preso su di sé, con sè tutta la nostra condizione umana e si manifesta nei luoghi marginali, nel deserto.

Del Battista si parla riprendendo le parole del Secondo-Isaia alla fine dell’esilio: “Una voce grida: ‘Nel deserto preparate la via al Signore…’” (Is 40,3-4). Il ritorno dall’esilio è tratteggiato come cammino in cui i monti sono abbassati e le valli colmate per fare spazio ad una via sulla quale possa camminare il popolo del Signore: “Poiché Dio ha stabilito di spianare ogni alta montagna e le rupi secolari, di colmare le valli e spianare la terra perché Israele proceda sicuro sotto la gloria di Dio. Perché Dio ricondurrà Israele con gioia alla luce della sua gloria” (Bar 5). Così il salmo 125 canta il ritorno invocando la guida del Signore su questo cammino: “Quando il Signore ricondusse i prigionieri di Sion, ci sembrava di sognare… Grandi cose ha fatto il Signore per noi, ci ha colmato di gioia. Riconduci, Signore, i nostri prigionieri! Chi semina nelle lacrime mieterà con giubilo” (Sal 125)

La voce del Battista si presenta nel deserto ed è invito a preparare una strada nuova del venire di Dio stesso: “Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri! Ogni burrone sia riempito, ogni monte e ogni colle sia abbassato”. Il Battista è annunciatore di una via diritta, come le ‘vie sacre’ dell’antichità dove si svolgevano processioni verso i grandi templi, ma è ora percorso del popolo che cammina ad incontrare Dio. Il Battista propone anche un rito di immersione, un battesimo nelle acque del fiume Giordano, per la remissione dei peccati: al cuore del suo annuncio è l’indicazione di un tempo nuovo, imminente, che sta per giungere ed esige cambiamento. Con le sue parole e la sua testimonianza si fa annunciatore di una trasformazione, urgente, senza indugio, che tutti coinvolge senza eccezioni. E’ movimento di preparazione verso un imminente intervento di Dio nella storia. Una nuova via di liberazione e di uscita dall’esilio.

Subito dopo è introdotta la genealogia di Gesù: una serie di nomi risalenti fino ad Adamo (e non solo fino ad Abramo come in Matteo) che racchiudono un interesse teologico di Luca: Gesù entra nella vicenda della storia umana che coinvolge non solo il popolo d’Israele – con capostipite Abramo – ma l’umanità intera. Collegando Gesù ad Adamo intende comunicare alla sua comunità in cui erano presenti molti provenienti dal paganesimo, che la vicenda di Gesù si pone in rapporto alla vita di ogni uomo e donna di ogni tempo e provenienza, anche lontana. La vicenda di Gesù è una storia: non è un mito, ma si situa nella storia di Adamo. Adamo è uomo tratto dalla terra; Gesù è partecipe della medesima terra. E su quella terra ha posto i suoi passi, percorrendo le vie dell’umanità, rendendole vie in cui si fa vicina la salvezza.

migranti Syrian artist Nizar Ali Badr depicts refugee crisis..jpg

(opera di Nizar Ali Badr, artista siriano profugo)

Una strada nel deserto

Una strada nel deserto: è immagine che rinvia ad un’esperienza drammaticamente presente al nostro tempo. Le piste attraverso il deserto sono i luoghi testimoni delle migrazioni che segnano la vita del mondo nel tempo della iniquità e della globalizzazione. Sono le strade percorse da milioni di persone, uomini e donne in fuga dalla fame, dalla miseria, dalle minaccia di morte quotidiana, dai cambiamenti del clima, dalla mancanza di libertà, verso un sogno di liberazione, di pane e di serenità. Sono percorse da uomini e donne caricati su camion, a piedi, con lunghe soste dovute a periodi di prigionia, di sfruttamento, di percosse, con ritorni e abbandoni. In attesa di pagare i trafficanti e nella speranza di giungere ad una meta che diviene ideale e sogno. E nel rincorrere questo sogno di vita moltissimi incontrano la morte. Un sogno che si scontra con la realtà dei rischi, delle innumerevoli difficoltà e prove, delle prigioni, della sete, della fame e della violenza sperimentata nelle forme più brutali. Fino a scoprire la durezza di attraversare confini oltre i quali non c’è accoglienza e tranquillità, ma nuova oppressione, schiavitù, sospetto ed esclusione.

Nel deserto ci sono voci che oggi gridano desideri di libertà, che richiamano al risveglio l’indifferenza del mondo occidentale, segnato dall’ipocrisia, , che proclama libertà, ma si fa complice dell’oppressione. E rimane cieco e sordo di fronte all’ingiustizia che ha complicità in un sistema di vita basato sulla rincorsa al profitto, sullo sfruttamento dei più deboli e sull’indifferenza.

Voci del deserto sono oggi quelle dei poeti, come quella del nigeriano Wole Soyinka, premio Nobel per la letteratura del 1986 nella sua poesia ‘migrazioni’.

Migrazioni*

Ci sarà il sole? O la pioggia ? O nevischio?

madido  come il sorriso posticcio del doganiere?

Dove mi vomiterà l’ultimo tunnel

Anfibio ? Nessuno sa il mio nome.

Tante mani attendono la prima

rimessa, a casa. Ci sarà?

 

Il domani viene e va, giorni da relitti di spiaggia.

Forse mi indosserai alghe cucite

su falsi di stilisti , con marche invisibili:

fabbriche in nero. O souvenir sgargianti, distanti

ma che ci legano, manufatti migranti, rolex

contraffatti , l’uno con l’altro, su marciapiedi

senza volto. I tappeti invogliano ma

nessuna scritta dice: BENVENUTI.

 

Conchiglie  di ciprea, coralli, scogliere di gesso

Tutti una cosa sola al margine degli elementi.

Banchi di sabbia seguono i miei passi. Banchi di sabbia

di deserto, di sindoni incise dal fondo marino,

poiché alcuni se ne sono andati così, prima di ricevere

una risposta – Ci sarà il sole?

O la pioggia? Siamo approdati alla baia dei sogni.

(*poesia inedita di Wole Soyinka, Black Heritage Festival Lagos 2012, “Il Sole 24 Ore” – 8 aprile 2012, traduzione Alessandra Di Maio)

Ci sono voci nel deserto oggi che ricordano le attese e parlano dei confini che dividono mondi intrecciati ma incomunicabili. Voci dai margini e che si sono scontrate con sordità e indifferenza, e che divengono voci di liberazione.

Isoke Aikpitanyi, è nata a Benin City, in Nigeria, nel 1979. Nel 2000 è giunta in Italia fuggendo dalle condizioni di vita di uno tra i paesi più ricchi di materie prime e più sfruttati dell’Africa, la Nigeria, con la prospettiva di lavorare. Il suo viaggio non ha attraversato i deserti geografici, ma si è immediatamente scontrato con il deserto dell’inumanità: Isoke è ingannata e resa schiava dalle mafie nigeriana e italiana e costretta a prostituirsi. Dopo essere stata vittima della schiavitù sulle strade, riesce a liberarsi a rischio della vita. Dal 2003, dedica il suo impegno per aiutare le giovani donne vittime della tratta grazie all’associazione “Le ragazze di Benin City”. Nel 2007 ha pubblicato il libro “Le ragazze di Benin City”, scritto insieme alla giornalista Laura Maragnani, edito dalla casa editrice Melampo e seguito poi da 500 storie vere sulla tratta delle ragazze africane in Italia. La sua voce risuona nei deserti del nostro vivere e richiama il profilo di chi ha sperimentato il deserto come strada di liberazione. La sua voce è eco del grande

Strade nel deserto, strade di migranti, di uomini e donne che coltivano un’attesa, strade di oppressione e di liberazione, monito a scoprire la condizione umana comune come esperienza di nomadi: “il nomade ha per coperta il cielo disseminato di stelle, il suo cuscino è lo spazio aperto, vaga come le gazzelle e non si inginocchia davanti a nessun luogo. È libero come un uccello, e non un prigioniero che attende il sopraggiungere della stagione della mietitura, chiuso dentro la sua capanna” (Ibrahim al-Koni, La patria delle visioni celesti, ed e/o 2007).

“Voce di uno che grida nel deserto: preparate la via del Signore”.

Il confine

Sono in attesa

immobile al confine

oltre il quale non so

 

E questa nebbia di sabbia rossa

e questo soffio di morte calda

si ferma con me

oltre non può

 

Altri giungono

in corsa

o arrancando

 

e guardano me

per capire se son io

che dirò loro

vai.

 

Vai oltre il confine.

 

Ma anche io sono in attesa

e ho più paura di altri

di questo confine

oltre a tutti i miei infiniti confini

 

A un gesto improvviso

di una donna in rosso

tutti alzano al cielo

il loro foglio bianco

alcuni lo hanno sgualcito

altri lo hanno serbato integro

 

Lasciate quel foglio

 

Oltre il confine

nessun foglio è richiesto.

 

Lasciate i vostri fogli

e passate il confine

di qua sarete uomini e donne

di là resteranno selvaggi.

 

E cosa se ne potranno mai fare

di tutti i vostri permessi di soggiorno

che il vento agita al cielo

coriandoli di un carnevale

nel quale tutti indossiamo l’abito del

clandestino

che è in noi.

 

E oltre il confine

l’unica domanda

chi sei

presuppone

una sola risposta

un uomo una donna.

 

Ma il bimbo nato sul confine

a quale mondo appartiene?

Da quale tribù sarà cresciuto?

 

Io come lui appartengo al mondo

e non ho fogli, non servono

oltre il mio ultimo confine.

(Isoke Aikpitanyi, Spada sangue, pane e seme, ed. Lavinia Dickinson)

Alessandro Cortesi op

 

 

 

 

 

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