la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

III domenica – tempo ordinario anno C – 2016

decani-monastery-fresco2Ne 8,2-10; 1Cor 12,12-30; Lc 1,1-4; 4,14-21

“Tutto il popolo piangeva mentre ascoltava le parole della legge”. La grande scena descritta nella pagina del libro di Neemia reca in sé due messaggi propri dell’esperienza del ritorno di Israele dall’esilio e che presentano anche aspetti su cui riflettere in modo critico per vivere l’esperienza di fede oggi.

Un primo messaggio sta nella centralità e nell’importanza dell’ascolto del libro della legge. Durante l’esilio e nella fase successiva l’esperienza di fede di Israele si concentra sul libro che reca la legge di Dio. Dopo la conquista di Gerusalemme e la deportazione ad opera dei babilonesi nel 586 con le conseguenze drammatiche della perdita della terra e della distruzione del tempio, la spiritualità di Israele si concentra sulle promesse, sulla Parola di Dio ricevuta.

L’ascolto è il richiamo proprio dei profeti dell’esilio. Nel periodo successivo, del ritorno e ristabilimento esso trova formulazione il libro. L’assemblea che ascolta il sacerdote Esdra mentre legge il libro della legge esprime questo movimento di nuova concentrazione attorno alla legge e il libro assume una rilevanza particolare come indicazione della Parola al cuore dell’esistenza di Israele, nutrimento della fede.

Questa pagina pone un secondo accento: il libro che contiene la parola di Dio nella legge è letto e spiegato dai leviti. Viene a comparire una classe di sacerdoti che hanno le chiavi della legge e si pongono in qualche modo al di sopra del popolo. La spiritualità dei sacerdoti che troverà affermazione in questa fase della storia di Israele sottolineerà fortemente la funzione sacerdotale in quanto mediazione, ma con tutti i rischi connessi di divenire un potere preoccupato della propria conservazione. Si attua così una lenta sottrazione della Parola di Dio ad un ascolto di tutto il popolo: essa viene fatto passare attraverso una mediazione necessaria del libro letto e interpretato.

Gesù è presentato da Luca come ebreo non appartenente alla classe dei sacerdoti. La sua lettura del libro, il rotolo di Isaia nella sinagoga, è azione che richiama il compito e servizio di ogni ebreo adulto, che può leggere e commentare la Scrittura in mezzo all’assemblea. Gesù legge una pagina di Isaia che parla dello Spirito che consacra e invia il profeta: “Lo Spirito del Signore è sopra di me, per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annunzio”. Luca vede questo momento come inizio della missione di Gesù. E’ anche manifestazione del suo cammino come inviato. Gesù compie la missione del profeta mandato ai poveri. Nelle parole di Isaia il messia era colui che avrebbe portato liberazione a partire dai poveri. Luca fa intravedere in Gesù il volto di chi si fa povero e in questo ‘oggi’ prende tutte le speranze e le accoglie. Tutta la sua vita è nella linea di portare liberazione e salvezza: proclamare ai prigionieri la liberazione, ai ciechi la vita, rimettere in libertà gli oppressi e proclamare l’anno di grazia del Signore. Luca legge il tempo di Gesù come tempo con carattere nuovo: è occasione in cui scorgere la tenerezza e la vicinanza di Dio, la sua grazia. E’ così un tempo di grazia che compie le attese, un oggi in cui Dio si fa vicino portando liberazione e salvezza: “oggi si è compiuta questa scrittura”. L’ascolto a questo punto rinvia non ad un libro, ma alla vita di Gesù.

Nella prima lettera ai Corinzi Paolo invita ad intendere la vita della comunità come un corpo, in cui ogni membro è importante e ad ognuno è dato qualcosa, un dono per l’utilità di tutti e in vista dello scambio e del bene comune. La diversità delle membra del corpo non è un fattore di negatività, è piuttosto motivo per scorgere come non tutti hanno i medesimi don e non tutti sono chiamati a fare le medesime attività e servizi. Se tutti sono invitati a scoprire un dono proprio, ciascuna e ciascuno è chiamato a scorgere un compito e un servizio specifico a cui dedicarsi. “Tutti siamo stati battezzati mediante un solo Spirito in un solo corpo…. Tutti siamo stati dissetati da un solo Spirito”. Il respiro di vita del corpo è lo Spirito che inizia una umanità nuova: questo corpo viene indicato come ‘Cristo’. Il corpo per Paolo è grande immagine che esprime la vita stessa di Cristo che coinvolge in se stesso tutti coloro che condividono la sua vita e la continuano e prolungano vivendo come lui. Al centro è la considerazione di Gesù Cristo che accoglie con sé e fa vivere della medesima vita.

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Il libro e le parole

Ascoltare l’esperienza di un credente musulmano nei confronti del libro può essere occasione per scoprire la sensibilità propria di una fede radicata nella recita e nell’ascolto del libro ma anche per comprendere meglio il rapporto di un credente cristiano nei confronti della Bibbia come libro che rinvia alla Parola di Dio e alla vita di Gesù.

Nasr Hâmid Abû Zayd è uno studioso del Corano. Nel suo testo Una vita con l’Islam, a cura di Navid Kermani, (Bologna, Il Mulino 2004) ripercorre la sua vita a partire dal tempo della sua infanzia in un villaggio rurale nell’Egitto Quhâfa, segnato dalle trasformazioni culturali del dopoguerra, in un mondo in cui in cantastorie lasciavano spazio alla radio, le famiglie dormivano tutte insieme in un unica stanza e la nicchia con scaffali, la kutbiyya, era il luogo che conservava nella casa i documenti importanti e dove il Corano era posto.

La sua vita è segnata dall’apprendimento del Corano nel kuttâb, la scuola coranica: “Nel kuttâb non vi era nemmeno una sedia di paglia: assieme all’‘arrif sedevamo sulla nuda terra, mentre lì accanto, presso lo shaykh c’erano quelli che memorizzavano il Corano. E siccome sognavo di trovarmi anch’io nella stanza accanto ero particolarmente diligente” (p.32). In quell’ambiente impara a memoria il libro e già all’età di otto anni diviene capace di recitarlo.

“Il Corano recitato … scandisce la vita della comunità e del singolo musulmano, anche se questi in molteplici situazioni non se ne rende nemmeno conto. Mi sembra che proprio nell’importanza rituale della recitazione, che travalica i confini della comprensione razionale, vada ricercata una delle ragioni per le quali i musulmani si attengono rigorosamente al testo coranico e hanno paura di uno studio critico letterario (…). La recitazione è molto importante perché il Corano non è un testo di lettura” (p. 36).

La prima parola della sura 95 considerata la prima rivelazione è l’invito a recitare (iqra’) e un detto di Maometto secondo la tradizione (hadîth) su questa rivelazione riporta come lo stesso Gabriele disse a Maometto ‘recita’ nel senso di ‘ripeti le mie parole’ (p.138).

Abû Zayd narra così il suo percorso che lo condusse con grandi difficoltà a passare da una condizione di figlio di contadini a poter frequentare la scuola. Poi le prime esperienze di lavoro tecnico mentre il desiderio coltivato nel cuore era quello di proseguire nello studio del Corano. La sua storia personale si intreccia con quella dell’Egitto negli anni ’50 al tempo di Nasser, che morì nel 1970 e poi negli anni di Sadat e di Mubarak. Spiega così alcuni passaggi avvenuti nel modo di considerare la religione stessa all’interno del mondo islamico.

Sottolinea come il principio fondamentale secondo cui la religione consiste in ‘servigi nei confronti di Dio e in azioni’ (espressione che dà molta importanza al rapporto con Dio e all’aspetto pratico della vita soprattutto quelle azioni che hanno effetti sugli altri) trova una comprensione diversa ed una reinterpretazione nel Novecento passando dall’essere intesa ‘servizi a Dio e azioni’ al divenire ‘dottrina di fede e legge’: in tal modo si aprì la strada ai fondamentalisti che interpretavano il binomio nel senso di ‘religione e stato’ (p. 68).

La sensibilità di Abû Zayd è però diversa: la fede costituiva per lui una forza per il singolo e la preghiera un’esperienza spirituale, il pellegrinaggio un’esperienza da cui si tornava colmati di bellezza, principio fondamentale della religione era quello del rispetto del più debole: “l’idea che religione e stato fossero la stessa cosa non rientrava nei principi della religione che ho appreso” (p.68).

La sua passione, l’aiuto fondamentale della famiglia lo condussero a divenire uno dei docenti all’Università del Cairo, appassionato dell’insegnamento, soprattutto del rapporto con gli studenti nel far emergere in loro la capacità di pensare e di rapportare il passato con il presente. Giunge così ad approfondire un approccio al Corano ricco dei suoi studi letterari e scrive Il concetto di testo. Il suo approccio al Corano non pone in discussione la sua valenza spirituale, ma lo legge con un tentativo di comprensione di tipo scientifico letterario sulla scia di alcuni studiosi come Muhammad Abduh e di Mahmud Muhammad Taha, sudanese giustiziato nel 1985 dopo essere stato ritenuto colpevole di apostasia (p.121).*

“Quando definisco il Corano un testo letterario non intendo assolutamente ridurlo ai sui elementi poetici. Il Corano è un’opera religiosa un ‘libro che indica la retta via’ come lo definisce Muhammad Abduh. Ma come arriviamo all’identificazione della retta via? Come dobbiamo comprendere il testo per arrivare ad essa? Lo dobbiamo decodificare…” (p.113).

Abû Zayd si pone nella linea dei mutaziliti, una antica scuola del IX-X secolo secondo cui la parola del Corano è creata: la lingua araba è infatti creata dagli uomini e non di origine divina. In quanto creata la parola va decodificata con strumenti umani, senza far venir meno il fatto che rechi in sé un messaggio religioso (p.119). Ma questa linea non ha prevalso.

“Temono che il Corano diventi ciò che è la Bibbia, cioè un libro ispirato che parla di Dio, non più il discorso stesso di Dio. Io trovo invece che non vi sia contraddizione tra l’esperienza sensibile e recitativa di un testo, da un lato, e la sua lettura e analisi scientifica come testo dall’altro” (ibid.)

A causa dell’impostazione dei suoi studi e della sua critica storica del testo coranico Abû Zayd ha dovuto subire l’esilio, approdando con la moglie Ibtihâl, a Leiden in Olanda. Conclude così il suo libro intervista: “L’esilio non è solo il mio destino, è il destino di tutta una generazione…” (p.198)

“Spesso rifletto su come siano potute nascere dalla fede dei musulmani tante complicazioni. L’Islam è una fede semplice, senza complicazioni. L’Islam mette in relazione il singolo essere umano con l’assoluto e dunque con l’universo o con l’essere (…) E’ una religione della comunità (…) E’ musulmano chiunque si prenda cura dei suoi simili e dell’universo e si impegni a lasciare una buona impronta in questo mondo (…) Chi si rende utile alla società, all’umanità, chi aggiunge qualcosa di buono al Regno di Dio, è figlio di questa comunità, che sia cristiano, ebreo, ateo, druso o qualsiasi altra cosa voglia essere. (…) Dio ci ha concesso capacità creative e l’uomo ha la facoltà di generare del bene nell’universo di Dio” (pp.214-215).

Alessandro Cortesi op

* per approfondire cfr. M.Campanini, Il Corano e la sua interpretazione, Bari Laterza, 2004 in part. il capitolo Letture contemporanee del Corano, pp. 98-128.

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