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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

III domenica di Quaresima – anno C – 2016

DSCN2069.JPGEs 3,1-8a.13-15; 1Cor 10,1-6.10-12; Lc 13,1-9

Mosè di fronte al roveto che arde senza consumarsi scopre che quella terra – proprio il luogo dove stava pascolando il gregge – è terra santa, terra in cui togliersi i sandali perché luogo in cui Jahwè si rende vicino. Chi è Dio? qual è il suo nome? E’ la grande domanda della ricerca religiosa. Nel libro dell’Esodo Dio non è definito da un nome, piuttosto la sua presenza si manifesta, e si nasconde, nei segni, in un agire a fianco di, per liberare le vittime: ‘Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido… conosco le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo dalla mano dell’Egitto e per farlo uscire…”.

Nel deserto, attirato dal fuoco che avvolge il roveto senza consumarlo Mosè desidera vedere. E incontra l’angelo del Signore, segno della presenza di Dio. E’ momento di rivelazione. La presenza di un angelo è rinvio ad un momento di comunicazione tra Dio e l’uomo. Mosè vive l’esperienza di un incontro come scoperta che quel luogo, la terra del deserto, la terra del suo camminare è terra santa, in cui togliersi i sandali. La presenza di Dio è inafferrabile come il fuoco, e vicina. L’incontro è anche scoperta del Dio dei viventi, di Abramo di Isacco, di Giacobbe, il Dio dei padri, coinvolto nella storia di uomini e donne. Nel gesto di velarsi il viso Mosè esprime l’attitudine religiosa della meraviglia di stare davanti a colui che non si può vedere. Quel momento è per lui chiamata: invio a farsi solidale con il popolo in schiavitù, a farsi guida verso cammini di liberazione. “Mosè disse a Dio. ‘Ecco io arrivo dagli israeliti e dico loro: il Dio dei vostri padri mi ha mandato a voi’. Ma mi diranno: come si chiama? E io che cosa risponderò loro?’. Dio disse a Mosè: ‘Io sono colui che sono’. Poi disse: ‘dirai agli israeliti Io sono mi ha mandato a voi’”.

‘Io sono colui che sono’ è un nome ce non definisce ma apre cammino: un modo per sottrarsi alla pretesa umana di poter avere Dio stesso alla propria misura e in suo potere. Il nome è rinvio all’intimo di una persona. Il nome di Dio rimane inafferrabile alle capacità umane anche di pronunciarlo. Il Dio dei padri che Mosè incontra nel deserto non è alla portata, non sta nella misura umana. Questo nome dice che Dio è il lontano, l’altro, eppure, e nel contempo, il vicinissimo. Vicino perché entra nella vita di Mosè incontrandolo in quella terra, ma anche perché si comunica come promessa di vicinanza in una storia, nel suo agire: ‘sarò colui che sarò, sarò il fedele accanto’. Dio così chiama Mosè ad un cammino verso un incontro che mai sarà concluso; si presenta a lui come ‘Dio del futuro’: ‘ti sarò fedele’.

Mosè è così rinviato ad una storia in cui potrà fare esperienza di Dio scorgendolo nel cammino della libertà. Il Dio dell’esodo di cui cogliere il nome nel cammino di liberazione perché è lui che scende a liberare. il suo nome esprime fedeltà e vicinanza: ascolta e scende per fare uscire il popolo che grida dalla schiavitù. “Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sorveglianti; conosco infatti le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo… e per farlo uscire da questo paese verso un paese bello e spazioso”.

Per Mosè quel momento diviene conversione: mutamento del modo di concepire la sua esistenza e risposta ad un invio nell’apertura al Dio dei padri e della promessa. Cambia orientamento della sua vita nel lasciarsi cambiare da Dio stesso, il Dio che agisce e si fa vicino. Convertirsi è movimento di vita che sorge dal riconoscere l’iniziativa di liberazione e di dono come agire di Dio. Il nome di Dio rimane impronunciabile si offre nel suo agire di fedeltà, è il nome di chi osserva la miseria, ascolta il grido che sale da ogni sofferenza umana, di chi scende per liberare.

L’invito alla conversione è al cuore anche della pagina del vangelo. Un atto di repressione delle milizie romane all’interno del tempio con l’uccisione di molte persone, un crollo improvviso di una torre di difesa, la torre di Siloe, che aveva provocato diciotto vittime: due episodi accaduti in quel periodo sono occasione per una parola di Gesù sull’urgenza di conversione: “Se non vi convertite perirete tutti allo stesso modo”. C’era chi offriva un’interpretazione religiosa individuando in quelle vittime nel tempio dei peccatori, e per questo pensava che Dio li avesse puniti. Gesù prende le distanze da un modo di ragionare di questo tipo: non vede questi eventi di malvagità e di dolore come segno di una punizione per un peccato. Si distanzia da una lettura religiosa o magica dei fatti. Piuttosto richiama all’urgenza – nel presente – della conversione, di un cambiamento di modo di pensare Dio e di intendere la vita. Gesù non condivide la lettura di questi eventi come segni di un giudizio di Dio. Le vittime non sono tali per qualche colpa né l’agire di Dio intervento che punisce: ‘Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per avere subito tale sorte? O quei diciotto… credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No vi dico’. Chi è morto in quei due tragici eventi è nella medesima condizione di altri. Gesù invece invita a scorgere l’urgenza di un cambiamento, questo sì, per tutti.

Non offre facili risposte a coloro che gli chiedono cosa è giusto e cosa sbagliato. Non è per nulla preoccupato di portare le persone a dipendere. La sua passione sta piuttosto nel rendere le persone libere di seguire la propria coscienza. Saper discernere cosa è bene e cosa è male è allora sfida come quella di comprende a partire dai segni il tempo che verrà domani.

Convertirsi indica cambiare strada perché ci si accorge di aver preso una direzione sbagliata. Convertirsi esprime l’atto di ‘cambiare mente’, il modo di pensare la vita, di vedere le cose.

La chiamata di Dio ad ascoltare i profeti è appello da accogliere nel presente. Gesù richiama ad un tempo breve, tema caro a Luca, attento a sottolineare l’importanza della quotidianità e chiede di stare svegli, vigilare, nel presente. Luca pone così una parola esigente sulla conversione, movimento da intraprendere con urgenza.

A questo punto aggiunge tuttavia un’altra parola di Gesù sul fico che non porta frutto. Nella Bibbia il fico è assimilato ad Israele (Os 9,10; Mi 7,1; Ger 8,13). Il contadino chiede al padrone di attendere ancora, di non abbatterlo e lasciarlo ancora un anno anche se da tre anni non porta frutto. Accanto alle parole che pongono l’esigenza della conversione qui il registro cambia: non viene meno l’urgenza ma si accosta un richiamo alla pazienza di Dio, alla sua capacità di attesa, oltre ogni previsione. Lascia il tempo perché anche il fico che appare sterile possa portare frutto. Gesù parla della pazienza di Dio che attende: non come tiranno, ma come chi dà un anno di grazia.

Nella Bibbia il convertirsi non è solamente e primariamente un cambiamento che interessa i comportamenti; certamente ci sono frutti visibili della conversione che costituiscono un nuovo stile di vita e di rapporti. Ma tutto ciò è conseguenza di una linfa che proviene da profondità nascoste: il cambiamento a cui siamo invitati ha radici che toccano il modo di rapportarsi con Dio stesso. Convertirsi significa innanzitutto accogliere il volto di un Dio che non sta nelle nostre mani.

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Pazienza

C’è un mistero di pazienza nascosto nella vita. Nella vita in cui è possibile e aperto il cambiamento, la conversione.

Pazienza non è attitudine al rinvio senza interesse e senza impegno, non è nemmeno attitudine rassegnata e sconsolata nell’impotenza di cambiare ciò che appare immutabile. E’ piuttosto capacità di rimanere dentro le situazioni, è uno ‘stare sotto’, accettando la fatica di un cammino nel tempo. E’ attitudine a mantenere attenzione, a creare ambiente perché un cambiamento avvenga. E’ impresa di fiducia, è scelta coraggiosa di custodia perché nel tempo quanto vi è di bene possa svilupparsi e le potenzialità nascoste trovino spazio di espressione, e di germoglio.

La natura con i suoi ritmi è maestra per scorgere un’importanza del tempo: la vita degli alberi e delle piante conduce a cogliere l’esigenza propria dei tempi del maturare poco alla volta, nella vulnerabilità a fronte di tanti imprevisti. Ogni germogliare richiede ritmi da rispettare. Così nella vita umana: la custodia di sentimenti, il portare a compimento progetti, il lavoro nel dare forma a qualcosa. Tutto esige tempo, e insieme al tempo quella pazienza che è attenzione nel mettere in atto ad ogni passaggio il gesto richiesto, la scelta che apre orizzonti.

L’accompagnamento dei bambini nel loro crescere è la più forte provocazione a maturare il senso della pazienza, a rivedere profondamente ogni programma e previsione, ad avere uno sguardo lungo capace di scorgere oltre. Pazienza non è immobilismo e attendismo inerte, ma diviene attesa creativa e impegno a porre in atto tutto ciò che è richiesto ad ogni passo per far sì che qualcun altro possa crescere. Vivere coltivando un attitudine paziente non consente di fare e soprattutto di vedere con immediatezza i frutti del proprio impegno. Attitudine propria di chi è paziente non è quella di esigere risultati, di muoversi sul piano dell’efficienza e del guadagno per sè, ma quella di innescare processi, di gettare semi, di lavorare in perdita, di pensare ad altri, quelli che ci sono e coloro che verranno.

Pazienza non è allora virtù propria del privato, talvolta espressa nel detto popolare ‘porta pazienza’ e che rinchiude in una solitudine rassegnata. E’ piuttosto attitudine che cerca di porre in atto tutto ciò che rende possibile la crescita di altri e insieme. E’ l’esperienza di Mosè che egli faticosamente apprende nel corso della sua vita non senza contraddizioni, dubbi, interruzioni. “Si parla sempre della pazienza di Giobbe, ma quella di Mosè non è da meno. Ed è una pazienza tutta legata all’amore per l’altro, alla sorte della sua gente. (…) Non è per sé che Mosè spera, ma per gli altri: forse la più bella immagine di cura che sia stata tramandata” (Gabriella Caramore, Pazienza, Il Mulino 2014)

La pazienza di Mosè sorge forse da quella promessa che segna la sua vita, rinvio a scorgere il nome di Dio, ma a scorgere insieme il senso del proprio nome nel percorso di una storia in cui mettere le sue energie al servizio di un cammino comune di libertà. C’è una dimensione politica della pazienza, che contrasta la fretta e l’inseguire il ritmo del ‘tutto e subito’ illudendo gli altri con promesse sempre nuove. Nel cuore di chi è paziente sta racchiusa la preziosità del prendersi cura, l’apertura generosa di coltivare di quanto può venir fuori, quanto è possibile, momento per momento, come sguardo capace di scorgere semi capaci di vita nonostante le contraddizioni e la sterilità della situazione presente. La pazienza è come un respiro che può tener vivo l’impegno, la dedizione e alimenta la cura e la custodia aperta ad altri.

Alessandro Cortesi op

 

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