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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

V domenica di Quaresima – anno C – 2016

Tiziano Cristo e  l'adultera 1512:1515Tiziano, Cristo e l’adultera 1512-1515

Is 43,16-21; Fil 3,8-14; Gv 8,1-11

Il secondo Isaia, mentre l’esilio stava per finire, indica qualcosa che sta per nascere, una realtà piccola visibile solo da occhi attenti … come un germoglio, silenzioso e fragile che annuncia la bella stagione, come una pianta nel deserto segno di vita nascente che contrasta il caldo e la mancanza d’acqua che fanno appassire.

“Non ricordate più le cose passate, non pensate più alle cose antiche! Ecco, faccio una cosa nuova, proprio ora germoglia e non ve ne accorgete?”: il profeta richiama ad accorgersi di quanto sta fiorendo, proprio nel momento buio, segnato dalla disillusione. E’ annuncio di realtà nuova e invito a smettere di rimanere rivolti al passato. La tragica esperienza dell’esilio, la schiavitù, l’oppressione va lasciata alle spalle. Non si può rimanere imprigionati da cose passate, dalla sofferenza, dalla tristezza mentre qualcosa sta per nascere nuovo. Lo sguardo va diretto al futuro.

Viene rinnovata in queste parole la memoria dell’esodo: era stato quello un cammino di uscita e di liberazione. Era stata esperienza di apertura alla fede in un Dio vicino e liberatore. Ora quel cammino si rinnova. Le promesse di Dio di libertà e di un percorso nuovo sono parola sul presente: ‘Aprirò anche nel deserto una strada, immetterò fiumi nella steppa… il popolo che io ho plasmato per me celebrerà le mie lodi’.

Anche Paolo nella lettera alla comunità d Filippi parla di futuro: richiama al distacco da ogni costrizione e paura. Evoca la corsa nello stadio, esperienza sportiva così diffusa nelle città greche. Confessa il suo percorso così simile ad una corsa: spera di correre per raggiungere Gesù, che ha preso la sua vita, per ‘conoscere la potenza della sua risurrezione, la partecipazione alle sue sofferenze, diventandogli conforme nella morte, con la speranza di giungere alla risurrezione dei morti’.

Paolo non si sente come un ‘arrivato’, non ha già raggiunto il premio. Parla così dell’esistenza cristiana: non è uno star fermi, né una stanca ripetizione di modelli già dati. E’ piuttosto movimento, un andare avanti con passione e impegno, fissare lo sguardo verso una meta di incontro. Ancora ritorna il rinvio ad un futuro da cercare: sarà comunione con Cristo e nella vita in Dio. La terra che sta davanti è la terra di un esodo nuovo. E’ uscita per rispondere ad una chiamata: “Dimentico del passato e proteso verso il futuro, corro verso la meta per arrivare al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù”

La pagina del IV vangelo forse riprende un frammento scritto proprio della teologia di Luca che insiste sulla misericordia fondandosi sull’esperienza di Gesù. Una donna è condotta a Gesù da un gruppo di uomini religiosi. Hanno intenzione di lapidarla secondo le norme della legge perché sorpresa in adulterio. E’ decisione secondo la legge di Mosè, applicazione della norma. Ma conducono la donna a Gesù per accusare lui, per sottoporlo a un giudizio.

La domanda riguarda la giustizia di Dio. Lo mettono alla prova perché hanno compreso che Gesù propone una giustizia diversa dalle loro convinzioni. Per loro che avevano la pretesa di interpretare il pensiero di Dio, giustizia doveva essere un rigido calcolo di pena in rapporto alla colpa, rigorosa contabilità dell’ ‘a ciascuno il suo’. Nei suoi gesti Gesù annunciava la giustizia di Dio in termini che facevano scandalo, ed aprivano domande nuove. Per lui giustizia è fedeltà di Dio ad ogni uomo e donna, è la promessa, che non viene mai meno, di non abbandonare nessuno, ma di raccoglierlo nella sua fatica e nel suo cammino, per scorgervi la nostalgia di bene e di vita piena ed aprirlo al senso più profondo e autentico della sua esistenza.

La reazione di Gesù a questi uomini religiosi è enigmatica e fatta di silenzio. Scrive per terra. Forse rinvia ad un testo di Geremia: ‘Sulla terra verrà scritto chi ti abbandona, perché hai abbandonato il Signore sorgente di acqua viva’ (Ger 17,13). Il luogo dove si svolge la scena è il cortile del tempio dove grandi pietre costituivano il pavimento. Lì si riuniva il sinedrio, sede del giudizio religioso.

Gesù si mette a scrivere: in quel gesto forse è richiamato il dito che secondo la tradizione aveva scolpito la legge su tavole di pietra. Gesù evoca allora il dono della legge ma ricorda anche, con il suo silenzio, le promessa dei profeti. Avevano infatti indicato un tempo in cui la legge sarebbe stata scritta non su tavole di pietra ma sulle tavole dei cuori viventi (Ez 36,26). Gesù allora non risponde ma con il suo silenzio apre uno spazio, a ciascuno, per ritrovarsi solo davanti alla propria coscienza, al proprio cuore, per scorgere la parola di Dio racchiusa nel cuore.

Non è preoccupato della legge ma lascia emergere una domanda nascosta nell’intimo di chi gli sta di fronte: il suo silenzio apre una fessura in cuori divenuti duri come pietra. Rompe anche il condizionamento generato dalla psicologia della massa: in gruppo, tutti insieme, gli avevano portato la donna: frantuma così l’anonimato della massa dietro alla quale ciascuno poteva nascondersi e rendersi giudice di un giudizio collettivo senza responsabilità personale. Ognuno è chiamato a prendere posizione davanti alla sua coscienza. Gesù conduce ad una presa di posizione in prima persona. “Chi è senza peccato scagli per primo la pietra contro di lei…”

La critica di Gesù è radicale di fronte a chi si pone come paladino della moralità, giudice implacabile e negatore di ogni possibilità di cambiamento e di perdono. Risponde anche al tranello nel quale i suoi accusatori volevano coglierlo in fallo: era lecito o no lapidarla? Una questione di scuola che lo poneva o contro la legge o contro le norme della potenza occupante (solo ai romani spettava la condanna a morte). Talvolta solo il silenzio è via per aprire possibilità per pensare, per una consapevolezza dell’ipocrisia.

Il lento andarsene di tutti viene descritto mettendo in risalto il distaccarsi ‘uno per uno, cominciando dai più anziani fino agli ultimi’. I più anziani se ne vanno per primi. ‘Presbiteri’ era il nome nelle prime comunità che indicava i responsabili – richiamo agli anziani che presiedevano le comunità di Israele – e dietro a questo andarsene sta un messaggio anche per le comunità cristiane. E’ indicazione a scorgere che l’esigenza di cambiamento radicale interessa chi ha compiti di guida e su questi fonda pretese, autorità e dominio sugli altri.

‘Rimase solo Gesù con la donna là nel mezzo’: nel mezzo della sua vita, nel profondo del suo cuore quella donna, si trova di fronte a Gesù, sola, non disprezzata. Può riconoscerlo come ‘Signore’ e accogliere la parola della misericordia. Questa sola fa rinascere e rende nuovi: ‘Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata? Ed essa rispose: Nessuno Signore. E Gesù le disse ‘Neanch’io ti condanno….’. Gesù legge nel volto di questa donna una identità calpestata dal giudizio ipocrita di maschi che esercitano su di lei il dominio. Apre un futuro nuovo a questa donna, segnata da una storia di sofferenza e di sfruttamento. La sua parola la fa uscire e guardare al futuro: ‘Và e d’ora in poi non farti più del male’.

L’ultima parola di questa pagina scandalosa è un parola di non condanna: è rivelazione del volto di Dio come colui che non condanna, ma rende responsabili degli altri. “Dio nessuno lo ha mai visto, il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato” (Gv 1,18): nell’agire di Gesù si rivela il volto di Dio stesso. La domanda è solo: dove sono? Quasi un’eco di quel ‘dov’è tuo fratello?’ che continua a risuonare nella storia.

L’invito finale è apertura di un storia nuova: non peccare più non è una esortazione moralistica. E’ indicazione a non orientare a propria esistenza verso ciò che conduce a farsi del male, a non vivere in pienezza l’amore, a non trovare la giusta direzione e per questo fallire il bersaglio (è questo il senso del termine peccato: come una freccia che non va verso il centro o come un tiro che non entra in rete).

Lo sguardo di fiducia e di bene coinvolge in una storia nuova. Gesù ha a cuore la vita delle persone non l’affermazione di una legge che non tiene conto della vita delle persone. Quella donna nel IV vangelo diviene simbolo di tutta l’umanità. E’ una umanità fragile, che può prendere direzioni che conducono a farsi del male. Davanti a Gesù questa donna assume il profilo dell’umanità amata, luogo di una speranza. Gesù non fa ricadere condanne ma chiede di andare verso una storia nuova.

Alessandro Cortesi op

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Donne

La data dell’8 marzo festa delle donne è giorno che conduce a riflettere sulla condizione di sofferenza di tantissime donne. Secondo le statistiche del rapporto Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione risulta che su un miliardo di persone che vivono al di sotto della soglia di povertà tre quinti sono donne. Così pure due terzi del quasi un milione di analfabeti nel mondo sono donne.

Nel 2014 sono state 152 le donne uccise in Italia, di cui 117 nell’ambito familiare. Le statistiche del 2015 parlano di 35 % di donne nel mondo che hanno subito violenza e la dichiarazione dell’ Assemblea Generale Onu parla di violenza contro le donne come di “uno dei meccanismi sociali cruciali per mezzo dei quali le donne sono costrette in una posizione subordinata rispetto agli uomini”.

Questi pochi dati fanno emergere come la disparità più presente nel mondo che persiste è quella di genere. Nonostante progressi e acquisizione di diritti e consapevolezza i diritti delle donne sono fragili e a rischio. Benché nella vita sociale di molti paesi sviluppati la presenza delle donne nei vari ambiti della vita sociale sia aumentata tuttavia permangono discriminazioni nella retribuzione nel lavoro, come anche il cosiddetto glass ceiling, il soffitto di cristallo che costituisce impedimento all’accesso a ruoli di lavoro e di responsabilità nella vita sociale impossibile da superare perché alle donne è richiesto un impegno e uno sforzo superiore a quello degli uomini.

Ma soprattutto oggi viviamo la discriminazione nelle forme della violenza, delle nuove forme di schiavitù e della tratta degli esseri umani, in particolare delle donne.

Vorrei richiamare voci di donne che parlano dello sfruttamento, aprono domande per maturare consapevolezza delle situazioni, e richiamano ad una responsabilità in questo tempo in cui il nemico da combattere è l’indifferenza.

Berta Caceres attivista non solo per ambiente ma per la sopravvivenza delle popolazioni indigene in Honduras. Insieme ad altri suoi compagni era stata la fondatrice del Consiglio delle organizzazioni popolari dell’Honduras con l’obiettivo di organizzare e aiutare le comunità indigene nella resistenza di fronte allo sfruttamento dei latifondisti e nel valorizzare la propria cultura. La reazione a tale opera è stata violenta. Le modalità dell’oppressione sono condotte attraverso l’estrazione dei minerali e la costruzione di impianti idroelettrici con grandi dighe che vengono propagandate come destinate ad un’ utilità pubblica. Di fatto sono modi per espropriare terre, per sfruttare e annullare la vita delle comunità. Tra queste la diga di Agua Zarca che aveva portato la protesta all’attenzione internazionale. Berta Caceres è stata uccisa il 3 marzo u.s. in Honduras.

La seconda è la testimonianza drammatica di una donna migrante etiope, Selam, rifugiata accolta dal Centro Astalli di Roma:

“Sono stata un anno in Libia, quel paese schifoso, non mi vengono in mente altre parole per definirlo. È un vergogna per tutta l’Africa. Ho conosciuto le carceri di Kufra e Misratah dove sono stata reclusa per mesi. Sono posti allucinanti, luoghi di tortura e violenza, dove non hai scampo. Non voglio parlarne, non so raccontare, non conosco le parole italiane per descrivere e anche in amarico faccio fatica. (…) grazie a una cugina che vive in America ho potuto avere i soldi per corrompere quelle maledette guardie e lasciare Kufra. Sono salita su un gommone con altre trenta persone che non conoscevo, non so nuotare e non avevo mai visto il mare prima di allora. Dopo l’esperienza del carcere in Libia la morte non mi faceva paura, almeno a qualcosa era servito l’orrore, mi ripetevo cercando di darmi coraggio durante la traversata. Arrivai a Lampedusa e riaprii gli occhi. Li avevo chiusi all’inizio della traversata due giorni prima. Vidi una donna che mi porgeva una coperta. Avevo una profonda ferita alla gamba che mi ero procurata in carcere, mi medicavano, mi disinfettavano, mi davano da bere, mi parlavano dolcemente e anche se non capivo nulla di ciò che mi dicevano, pensai: questo è il paradiso”.

Una toccante testimonianza è stata quella di Nawal Soufi, attivista originaria del Marocco. Su di lei Daniele Biella ha scritto il libro Nawal l’angelo dei profughi, (ed. Paoline ). Lo scorso 3 marzo è un intervenuta davanti alla Commissione per i diritti delle donne e l’uguaglianza di genere del Parlamento europeo: la sua provocazione è stata forte. Ha dichiarato la sua preoccupazione e la sua domanda rivolta all’Europa, a partire dalla sofferenza delle donne:

“È da dieci anni che vedo il mare Mediterraneo rosso, ho smesso di vederlo di colore blu, lo vedo rosso e vedo la mia generazione che vive il secondo olocausto. Quando lo chiamo olocausto non parlo dei numeri, parlo di tutto quello che significa guardare e tacere. Il mar Mediterraneo è quel campo di concentramento dove le persone muoiono ogni giorno, dove le persone soffrono… e la caratteristiche che ci unisce all’epoca del nazifascismo è che vediamo tutte queste cose e facciamo finta di nulla, continuiamo in qualche modo a lasciar morire le persone nel mar Mediterraneo. (…) Io non temo per i migranti, io temo per l’Europa. Io non temo per loro, temo per l’Europa. Siamo tutti qui perché penso che crediamo nei valori per cui è nata l’Europa unita. Ecco io non temo per i rifugiati perché un giorno torneranno nella loro terra, perché amano la loro terra come noi amiamo la terra dove siamo nati… io amo l’Italia perché sono cresciuta in Italia, amo anche il Marocco perché sono nata in Marocco. Queste persone amano la Siria, amano l’Afghanistan, amano l’Iraq, un giorno torneranno. La domanda fondamentale: noi dove andremo? Le nostre coscienze quando ci guarderemo davanti allo specchio un giorno, quando dovremo raccontare ai nostri figli che non abbiamo fatto quando tutti potevamo fare”.

Infine quattro donne sconosciute, di cui sappiamo a mala pena i nomi Anselm, Marguerite, Judit, Reginette. Le conoscevano le persone a cui si dedicavano – disabili e anziani di famiglie troppo povere che non si potevano prendere carico di loro – nello Yemen dove avevano deciso di rimanere nonostante la situazione di guerra e disordini. Erano suore missionarie della carità di madre Teresa e sono state uccise ad Aden insieme a dodici volontari musulmani che collaboravano con loro: di costoro, uomini e donne, non sono noti nemmeno i nomi.

Di fronte al dramma della violenza, ascoltando queste testimonianze di donne che hanno vinto la violenza secondo una via altra e diversa, il silenzio di Gesù che scrive per terra è appello a cambiare, a scoprire quello che solo un cuore nuovo, di carne e non di pietra, può suggerire.

Una poesia di una bambina di 13 anni , Maria Goretti, rifugiata del Kenia è parola di profezia:

Gioisco nel celebrare il presente,

Ricordo il passato ed imparo da esso.

Immagino il futuro.

Uso i miei ricordi, ma non permetto ai ricordi di usare me.

Voglio diventare quello per cui Dio mi ha creato.

In Dio mi muovo, respiro, ed è in Lui che è la mia essenza.

Sono figlia del mondo.

Chiedo a voi di aiutarmi a non essere più vittima ma vincitrice.

(da https://servironline.wordpress.com/)

Alessandro Cortesi op

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