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Riflessioni nel dibattito su unioni civili

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Come leggere la recente approvazione della legge Cirinnà? Vorrei evidenziare alcuni aspetti rilevanti anche per una considerazione da parte di chi si pone come credente di fronte ad un tema posto dalla vita e da trasformazioni in atto nella società, di fronte alla questione posta dal riconoscimento di diritti a livello legislazione civile e per orientarsi nel dibattito attuale.

Una prima osservazione riguarda la questione di considerare una determinazione legislativa per ciò che intende regolare e non per quello che si ritiene potrebbe implicare ma che non risulta presente nel testo. C’è infatti chi in modo semplicistico ha presentato l’intento della legge nei termini di una furbesca introduzione del matrimonio gay. E’ la posizione manifestata da uno tra i principali promotori del Family Day, presidente del comitato ‘Difendiamo i nostri figli’, Massimo Gandolfini, quando afferma che il testo della legge “tradisce le richieste del Family Day perché di fatto introduce il matrimonio gay” (riportata in La Repubblica del 25 febbraio). In modo più articolato tale obiezione è presentata da chi attribuisce alla legge di ingenerare una confusione tra l’unione civile (che per la Corte costituzionale deve fondarsi sull’articolo 2 della Costituzione) e la famiglia fondata sul matrimonio (basata sull’articolo 29).

Proprio su queste questioni non si dovrebbe ignorare il lavoro di elaborazione che ha condotto alla redazione di questa legge che costituisce un esito di mediazione tra diversi orientamenti di tipo etico e giuridico presenti nell’opinione pubblica e nel panorama culturale del Paese e rappresentati in Parlamento.

L’accettazione della laicità dello Stato è passaggio rilevante da compiere da parte di credenti e non credenti in una società democratica. Inoltre la funzione della legge non è quella di istruire una morale espressione di uno Stato etico, ma quella di regolare fenomeni in atto nella società segnata dal pluralismo di convinzioni, che esigono orientamento sulla base dei principi riconosciuti nel dettato costituzionale.

La legge va considerata quindi non leggendo eventuali intenzioni non espresse nel testo e non desumibili da esso, e nemmeno sulla base di considerazioni per cui se tale riconoscimento di diritti viene utilizzato in vista di altri scopi allora verrebbe meno l’esigenza di riconoscere questi diritti.

Entrando nel merito delle questioni una parte delle critiche alla legge si muoveva nella linea di non ritenere urgente un intervento del legislatore. C’era chi sottolineava la possibilità di un riconoscimento di diritti sul piano individuale, in riferimento ad una legislazione già esistente, e non all’unione civile in qualità di istituto.

Talvolta tale affermazione è stata posta insieme al richiamo all’urgenza maggiore di tutela dei diritti sociali e del diritto alla vita. A tal proposito si può osservare che l’espressione e attuazione di diritti fondamentali è un percorso che non può essere considerato in modo diviso e settoriale. Il riconoscimento dei diritti come percorso che esprime anche dei doveri relativi non può essere limitato ad alcuni ambiti e l’acquisizione di nuovi orizzonti non contraddice altri ambiti di diritti: per questo il riconoscimento di diritti politici non osta l’ambito dei diritti economici e questi ultimi vanno di pari passo con diritti sociali e civili.

E’ da tener presente che questa legge sorge da una condanna all’Italia dalla Corte europea di Strasburgo – che giudica sulla base della Convenzione europea, a cui l’Italia è vincolata dall’art. 117.1 della Costituzione – con sentenza del 21 luglio 2015, per non attuare i diritti fondamentali alla vita privata e familiare delle coppie omosessuali, così come già è avvenuto in tutti gli altri Stati europei.

La Corte costituzionale peraltro con due sentenze (138 del 2010 e 170 del 2014) ha ritenuto che l’articolo 2 della Costituzione fosse violato finché il Parlamento non avesse provveduto con una legge sulle unioni di persone omosessuali.

Una ulteriore considerazione rendeva importante l’elaborazione di un quadro legislativo: compito del diritto, di fronte al vivere sociale, non è l’affermazione di principi generali, ma quello di regolare le situazioni di vita esistenti secondo l’orizzonte dei principi riconosciuti nella Costituzione. Proprio il principio personalistico che ne sta alla base esige una attenzione allo sviluppo della persona come un dinamismo sempre da attuare. Oggi di fatto nel nostro vivere sociale sono già presenti forme diverse di vita familiare.

Monica Cocconi, giurista, credente e impegnata nella vita ecclesiale di Parma in questi giorni ha scritto una interessante riflessione delineando la complessità delle situazioni attualmente esistenti nella vita sociale: “Vi sono convivenze di fatto, nuclei monogenitoriali con minori, coppie sterili o adottive, coniugi rimasti soli per la morte del coniuge, nuclei riformati dopo lo scioglimento di un precedente matrimonio, genitori separati e divorziati con figli e coppie omosessuali, talora con figli. A queste realtà negheremmo oggi con difficoltà, nella sostanza e nel linguaggio quotidiano, la definizione di ‘famiglia’. Appare quindi altrettanto inconcepibile negare a qualcuna di queste il riconoscimento dei diritti e l’imposizione delle responsabilità necessarie a garantire il rispetto e la dignità di ciascuna persona impegnata in una convivenza affettiva stabile, solo sulla base del suo orientamento sessuale. La fedeltà al dato costituzionale vigente va dunque necessariamente coniugata con il rispetto dei vincoli costituzionali europei e l’adeguamento al mutamento sociale in atto”.

Non dimentichiamo che l’ultimo intervento legislativo in Italia sulla vita familiare risaliva al diritto di famiglia del 1975.

La presa in carico da parte della legislazione di situazioni che oggi sono vissute da una parte della popolazione e provveda a garantire diritto alle persone che le vivono e ne sono – si pensi il diritto-dovere di assistere il partner bisognoso di cure, la reversibilità della pensione, i diritti in materia di successione, ecc. – non sembra essere alcun danno all’istituto del matrimonio riconosciuto dalla Costituzione e non genera di per sé alcuna confusione. La Corte costituzionale stessa nella sentenza 494 del 2002, aveva dichiarato che “la Costituzione non giustifica una concezione della famiglia nemica delle persone e dei loro diritti”.

Tali diritti non sono da concepire solamente come diritti individuali perché esistono proprio in quanto quelle persone vivono in una condizione di coppia. Da qui l’esigenza di un istituto ad hoc. Parlare di diritti (e doveri sempre connessi) è in rapporto ad una stabilità di relazione affettiva e questo fatto non è solamente rilevante nella vita di due persone ma diviene importante nella dimensione sociale.

Proprio tale questione investe una visione comunitaria della società di cui cogliere le positività e le consonanze con una tradizione come quella cristiana segnata da una visione di relazione profonda ed essenziale tra persone e comunità e che fa uscire dalla dialettica di contrapposizione tra individuo e Stato.

In tale quadro di necessità di una legislazione che coprisse una condizione di discriminazione, la scrittura della legge si è mossa su di un piano di mediazione tra orientamenti diversi. Uno è quella di chi sosteneva e sostiene il matrimonio ‘paritario’ o ‘egualitario’. Secondo tale linea le unioni civili sono accettabili solamente se considerate un matrimonio ma solamente con nome diverso. In caso contrario si presenterebbe una discriminazione (che si scontrerebbe con l’art. 3 della Costituzione con la Carta europea dei diritti fondamentali in cui è sta cancellato il requisito della diversità di sesso per il matrimonio (S.Rodotà, La strada dei diritti, La Repubblica, 23 febbraio 2016; qui una sua intervista a La7 del 17 febbraio 2016).

Stefano Rodotà si è lamentato del non superamento di tale discriminazione nella legge Cirinnà approvata: “Ho sentito evocare la sentenza 138/2010 della Consulta, che porrebbe un vincolo insuperabile: non si può andare verso il matrimonio egualitario. Nella discussione sulla legge se ne è data una lettura ancora più restrittiva sottolineando in ogni occasione la distanza tra matrimonio e unioni civili. Ma c’è un fondamento comune nell’affetto, nella gestione della vita familiare, nella costruzione della genitorialità: i due istituti s’incontrano. La sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo del 2015 lo dice esplicitamente. Questa legge, che avrebbe dovuto sanare una discriminazione, non fa altro che ribadirla”.

Riguardo all’art. 29 della Costituzione proprio Aldo Moro all’Assemblea costituente aveva sottolineato l’intenzione sottesa all’espressione della ‘famiglia come società naturale fondata sul matrimonio’ non nel senso di restringere il modello di famiglia al dato biologico della diversità dei sessi ma nell’orizzonte di evitare l’ingerenza del potere dello Stato nella vita delle famiglie: nel tempo del regime fascista infatti ad es. attraverso le leggi razziali lo Stato era intervenuto pesantemente nelle dinamiche della vita familiare.

Un’altra tesi presente nel dibattito ma che non ha trovato piena accoglienza nel testo della legge è quella di chi sosteneva che fosse ammissibile la affermazione delle unioni civili a patto che mantenessero una differenza definita rispetto al matrimonio come presentato nell’art. 29 della Costituzione. E’ la tesi di chi sosteneva una rilevanza di tutelare le unioni civili ma in modi diversi dal matrimonio. Le unioni civili in tale prospettiva sono viste come formazioni sociali di tipo solidaristico e affettivo. Questa tesi traspare dalle dichiarazioni di Cesare Mirabelli presidente emerito della Corte costituzionale (L.Moia, Mirabelli: restano sovrapposizioni con il matrimonio, Avvenire 25 febbraio 2016) nella preoccupazione di limitare un riconoscimento solamente alcuni diritti a conviventi di fatto sia etero, sia omosessuali.

La linea seguita nell’impianto della legge appare un tentativo di mediazione e superamento della contrapposizione tra queste tesi. La scelta di mediazione è quella di una via che non è assimilabile all’affermazione del ‘matrimonio per gli omosessuali’ e tanto meno come introduzione surrettizia della possibilità di pratica dell’utero in affitto come proprio una certa visione semplicistica ha presentato nel dibattito mediatico.

Nella legge infatti si afferma il diritto per le coppie omosessuali di un istituto giuridico che assicuri la stabile convivenza e riconosca diritti e doveri derivanti da esso. In tal modo sono riconosciuti alle unioni civili tutti i diritti propri al matrimonio, ma riconoscendo una differenza per il fatto che l’unione omosessuale non esercita la funzione della procreazione. Come osserva Giorgio Tonini, senatore PD (Una legge buona e attesa da anni, L’Adige, 28 febbraio 2016) qui si situa la “differenza naturale tra la coppia di persone di sesso diverso e quella di persone dello stesso sesso” che, secondo l’ex-presidente della Corte ed ex-guardasigilli del governo Prodi, Giovanni Maria Flick, “non può consentire di evocare il principio di uguaglianza”.

Alle unioni civili tutti i diritti del matrimonio sono riconosciuti, come ha evidenziato Marco Gattuso, giudice del tribunale dei minori di Bologna dopo averli elencati puntualmente: “Insomma tutti, tutti i diritti conseguenti al matrimonio sono previsti anche per le coppie unite civilmente… Fatta salva la assai dolente materia della filiazione, la legge elimina in un sol colpo qualsiasi discriminazione fra coppie eterosessuali e coppie omosessuali” (Cosa c’è nella legge delle unioni civili: una prima guida, in www.articolo29.it).

La questione riguardante la filiazione appartiene all’ambito della differenza tra matrimonio e unione di persone del medesimo sesso, non della discriminazione.

La questione della stepchild adoption nel testo di legge si presentava come questione che faceva riferimento a due ambiti di considerazione: uno relativo alla solidarietà nella coppia e alla tutela del minore già figlio di uno dei partner. L’altro relativa alla filiazione. In questo caso rimane la possibilità per i tribunali di concedere l’adozione caso per caso, sulla base del criterio dell’interesse del minore. E su questo tema si aprirà la questione di una legge sulle adozioni sinora strettamente legate al matrimonio.

Sappiamo come attorno alla questione della maternità surrogata vi siano profonde obiezioni di tipo etico, condivise da persone di diverse convinzioni, e non solo religiose. Proprio la considerazione innanzitutto della tutela dei diritti dei bambini e l’attenzione a non favorire lo sfruttamento di donne che in situazioni di povertà sono costrette a prestare il proprio corpo per una gravidanza sta al centro. La preoccupazione per evitare ogni violazione della dignità delle donne e ogni tipo di commercializzazione del corpo sono motivi su cui promuovere una profonda riflessione etica.

Dal quadro che ho cercato di sintetizzare mi sembra che lo sforzo di elaborazione di questa legge sulle unioni civili costituisca una risposta ad una esigenza presente, che offre vie per ordinare forme di vita di fatto esistenti – e sinora oggetto di discriminazione – e le inquadra in un ordinamento dove non solo diritti sono riconosciuti, ma vi è connessa una esigenza di responsabilità. In questo si dà possibilità di cittadinanza riconoscimento e dignità a chi vive la condizione omosessuale e apre la possibilità di una società più giusta.

Il compito della legge è limitato: è quello di offrire strumenti per la vita del buon cittadino, non per educare ad una vita secondo i principi morali, ruolo proprio ad altri ambiti della vita sociale. In una società pluralistica tale elaborazione deve trovare forme mediazione tra le diverse componenti.

La presenza della chiesa dovrebbe essere quella di favorire lo sguardo alla crescita umana e ai fini dell’esistenza umana e di un vivere sociale nel senso della dignità e della solidarietà, dando valore a tutto ciò che riconosce dignità alle persone ed evita ogni esclusione.

In tal senso proprio l’orientamento della legge a muoversi sul piano della ‘formazioni sociali specifiche’ previste dall’art. 2 della Costituzione (non legando il riconoscimento delle unioni civili all’art 29 della Costituzione) dovrebbe generare un positivo riscontro in chi è attento ad una convivenza nella società che si attui secondo prospettive di responsabilità e di inclusione. Proprio tale orientamento permette di “stabilire un netto confine concettuale tra le due specie di ‘formazione sociale’: da un lato il rapporto matrimoniale che dà luogo alla famiglia, dall’altro il rapporto non matrimoniale che dà luogo all’unione civile. Fissata tale demarcazione, si può constatare senza angoscia il fatto che tra le due entità vi possano essere alcune zone di sovrapposizione, per i diversi istituti su cui si regge un rapporto di coppia, compresa la garanzia dei diritti dei minori coinvolti nel rapporto, che va comunque disciplinata” (D. Rosati, Le «formazioni sociali specifiche»: un cantiere da aprire, “SettimanaNews” 28 febbraio 2016).

Da parte della comunità cristiana legata ad una visione personalista e solidale della società potrebbe essere apprezzato e valorizzata l’esigenza ad un quadro normativo che indica una apertura ad un amore vissuto in termini di consapevolezza e di fedeltà. L’impegno per stabilizzare forme di convivenza e individuare forme normative per darne un istituto giuridico è un segno a mio avviso da apprezzare nella ricerca non solo di riconoscimento di diverse forme in cui la vita affettiva può esprimersi, ma di scorgere la dimensione di consapevolezza e responsabilità nell’amore.

Infine un’ultima osservazione. Il papa Francesco ha richiamato lo scorso novembre nel suo discorso nella Duomo di Firenze al Convegno ecclesiale della Chiesa italiana ad uno stile di chiesa segnato da tre caratteristiche: l’umiltà, il disinteresse, la beatitudine.

Sorge la domanda: quale tipo di chiesa può essere presenza che aiuta una società a vivere, e si fa compagnia dell’umanità a scorgere ciò che rende più umani? E’ una chiesa segnata da atteggiamento di separatezza, di rigidità, di condanna oppure una chiesa che fa suo impegno primario il tentativo di scorgere il bene ovunque esso sia, che può crescere, fiorire, mettendosi in ascolto delle relazioni di amore in cui è presente in modo sempre limitato un segno di un amore più grande? E’ una chiesa che alza la voce per giudicare persone o situazioni oppure è una chiesa che cerca di scorgere come nel cuore delle persone è nascosta una perla preziosa da scoprire, da far crescere? E’ una chiesa delle separazioni, del rigore nel riconoscere regolari e irregolari per procedere ad esclusioni e chiarezze oppure una chiesa appassionata dello stile di Gesù, capace di dare speranza a chi si sentiva non riconosciuto da nessuno, capace di dare tempo e offrire la sua ospitalità a chi viveva attesa e ricerca? L’ascolto nel cercare di comprendere le trasformazioni che oggi la società sta vivendo è luogo in cui ascoltare una chiamata a scoprire uno stile di essere chiesa, appassionata di una umanità in cui è presente una ricerca di senso, di vita, di umanizzazione.

Alessandro Cortesi op

Jean+Paul+Vesco

Riporto qui di seguito il testo dell’intervista di Luciano Moia a mons. Jean-Paul Vesco, vescovo di Orano (Algeria) pubblicata da “Avvenire” (9 marzo 2016).
“Chiesa, omosessualità, amore, castità, diritti, indissolubilità. Temi impegnativi che, nell’anno della misericordia, il vescovo di Orano, in Algeria, Jean-Paul Vesco, affronta in modo franco, con la consapevolezza di quanto prescrive la dottrina, ma anche del nuovo atteggiamento di accoglienza e di apertura sollecitato da papa Francesco. Domenicano per vocazione, avvocato per formazione, monsignor Vesco ha pubblicato nei mesi scorso un libro, Ogni amore vero è indissolubile (Queriniana, pagine 109, euro 119) che ha suscitato non poche sorprese, per il suo approccio originale al problema dell’amore indissolubile in rapporto ai divorziati risposati. Ora allarga la riflessione alle unioni tra persone dello stesso sesso.

Chiesa e omosessualità. Quale dovrebbe essere l’atteggiamento corretto?
Per la Chiesa non si pone il problema di “concedere diritti”. La Chiesa deve aprire le sue braccia e accogliere le persone senza condizioni. Quando un ragazzo, in una famiglia, rivela la sua omosessualità, la domanda per i genitori, per i nonni, non è di sapere se questa scelta è buona o sbagliata, se bisogna essere a favore o sono contro. La questione rimane quella di amare comunque, così com’è, il proprio figlio o nipote, di non giudicare. E offrire così tesori di intelligenza e di comprensione. Sogno che possa essere così nella Chiesa, che è una famiglia da cui nessuno deve sentirsi escluso.

Per la morale cattolica l’esercizio della sessualità tra omosessuali rimane, come recita il Catechismo, un «disordine oggettivo». Pensa che questa posizione dovrebbe essere riformulata?
Oggettivamente i rapporti sessuali sono guidati dalla complementarietà dei corpi e dei cuori, quello maschile e quello femminile. È in questa complementarietà che nasce e si sviluppa un bambino. La formulazione del Catechismo, certamente difficile da accettare, non dice nient’altro. Ma questo, dal punto di vista soggettivo, può rappresentare un ostacolo per una vita affettiva esigente e fedele in cui si può cogliere quell’amore bello e autentico che tutti sognano? Il confronto con la realtà mostra che questo esiste, e che è possibile.

Pensa che sia giusto aprire all’adozione per le coppie omosessuali?
Questo è il punto critico. Naturalmente, una relazione omosessuale non può prevedere la procreazione. È un dato di fatto. È anche chiaro che una coppia omosessuale possa offrire abbastanza amore per dare sollievo a un bambino adottato, gli esempi sono lì a mostrarlo, tutti certamente conosciamo dei casi. Ma, di fronte a un bambino voluto e progettato in vista dell’adozione da parte di coppie omosessuali, bisogna dire no. In questo passo si concentrano tutte la confusioni e tutte le manipolazioni che riguardano la procreazione. E questo mette in discussione il futuro dell’umanità.

Come comprendere l’amore omosessuale? Qualcuno ha prospettato anche per questi legami un significato di indissolubilità. È possibile ipotizzarlo?
Vediamo di capire bene il rapporto tra indissolubilità e matrimonio. L’indissolubilità è stata così caricata di peso teologico che ci si dimentica del significato originario. Il suo primo significato è che un amore umano, in cui davvero una persona impegna tutta se stessa, tutto il proprio essere, crea un legame definitivo che non si dissolve nella separazione. Un amore così segna tutta la nostra vita. Questo è il motivo per cui l’amore è una cosa “pericolosa”, e che una persona deve prestare attenzione a ciò che fa con il suo corpo e il suo cuore. Nella teologia cattolica non è il sacramento che rende matrimonio indissolubile, ma l’amore che si promettono gli sposi. Il sacramento dà particolare forza all’indissolubilità, che è già è presente, e la consacra. Sacramento del matrimonio e indissolubilità hanno dunque un legame di causalità reciproca, ma sono realtà di ordine differente.

Quindi non si può parlare di amore omosessuale indissolubile?
È possibile prendere sul serio una relazione omosessuale stabile e fedele, affermando però allo stesso tempo che è di natura diversa rispetto al matrimonio sacramentale tra un uomo e una donna, naturalmente orientato verso la procreazione. Ma questo non significa escludere che una relazione omosessuale possa avere caratteristiche di indissolubilità.

Non si tratta di una conclusione teologicamente rischiosa?
Rifiutando di ammettere che due persone omosessuali possono unire la loro vita in modo indissolubile, significa offrire a queste persone solo la possibilità di scegliere tra relazioni senza futuro o una castità intesa come l’astinenza dalle relazioni sessuali. Questa astinenza, per alcuni, può certamente essere intesa come vocazione. Ma se la Chiesa non ha che l’astinenza sessuale da proporre come modello virtuoso agli omosessuali, c’è il forte rischio che la dottrina sia salva ma che le 99 pecorelle del gregge siano abbandonate a se stesse, senza che nessun pastore abbia preso su di sé il loro odore.

E quindi cosa propone?
Quindi mi chiedo: gli omosessuali non hanno il diritto alla sfida della castità coniugale intesa come dono di sé all’altro nella fedeltà? Questa è una domanda seria.

Crede che la pastorale sia pronta a raccogliere questa sfida?
L’accoglienza delle persone omosessuali è una sfida che bussa alla porta di tutte le chiese del mondo, in ogni continente. Ed è un peccato che non sia stato possibile affrontare il problema con calma all’interno del Sinodo sulla famiglia. Non era forse ancora il momento giusto, ma lo è indubbiamente, e in modo davvero urgente, per le società civili”.

 

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