la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Domenica delle palme – anno C – 2016

Unknown_painter_-_Crucifix_(Cross_No__15)_-_WGA23864.jpg(Crocifisso n.15 Museo di san Matteo – Pisa)

Is 50,4-7; Sal 21; Fil 2,6-11; Lc 22,14-23,56

Il racconto della passione secondo Luca è pagina che introduce nella settimana santa: è una narrazione di memoria e di sguardo di fede per comprendere il senso del cammino di Gesù, ciò che stava al cuore della sua missione e della sua vita, per scorgere la direzione del seguirlo, per apprendere la chiamata ad essere comunità di discepoli.

Luca riprende la narrazione della passione di Marco con uno sguardo peculiare e specifico: Luca è scrittore attento a scorgere nei gesti e nelle parole di Gesù la mitezza, riflesso del volto di Dio di misericordia, ne sottolinea i tratti del testimone, il martire che sottoposto ad una ingiusta condanna si consegna e si affida al Padre, fino all’ultimo respiro e si consegna liberamente nelle mani degli oppositori. Ne scorge infine il tratto del perdono che è atteggiamento al fondo della vita di Gesù: il suo donarsi come agnello che in silenzio si lascia prendere, è scelta di vita nell’orizzonte del servizio che rimane forte nella prova e giunge alla fine: perdono è compimento del dono di sè.

La parola di Gesù posta da Luca nel contesto dell’ultima cena: ‘Io sto in mezzo a voi come colui che serve’ è così chiave di lettura per comprendere i vari momenti della sua passione e così pure la sua nuova presenza che inizia con la risurrezione e dà inizio ad una storia nuova.

Il primo quadro che Luca presenta è una sorta di introduzione all’intero racconto e comprende il complotto, il tradimento di Giuda, che fanno da prologo all’unità letteraria che comprende la cena pasquale e alcuni discorsi di Gesù nella cena (22,1-34)

Innanzitutto il complotto e il tradimento: “Si avvicinava la festa degli azzimi, chiamata Pasqua, e i capi dei sacerdoti e gli scribi cercavano in che modo toglierlo di mezzo, ma temevano il popolo. Allora Satana entrò in Giuda detto Iscariota, che era uno dei dodici. Ed egli andò a trattare con i capi dei sacerdoti e i capi delle guardie sul modo di consegnarlo a loro”.

Luca presenta quanto condivide con gli altri evangelisti come inizio del racconto della passione. Il contesto temporale è quello della pasqua ebraica, festa annuale primaverile che richiamava le attese messianiche e risvegliava la speranza di liberazione. La festa aveva luogo nel giorno della Pasqua ma continuava poi in una settimana di festeggiamenti segnati dal segno dei pani non lievitati (azzimi). Il pellegrinaggio a Gerusalemme radunava nella città santa un gran numero di pellegrini che provenivano anche da lontano e sappiamo che in quei giorni una coorte romana comandata dal prefetto si spostava da Cesarea marittima nella città dove sorgeva il tempio per garantire l’ordine.

In tale ambientazione di tempo, e nello spazio di Gerusalemme dopo l’ingresso di Gesù nella città santa, Luca coglie un convergere di azioni e di preparativi. Vi sono alcuni protagonisti che emergono: sono i capi del giudaismo del tempo, gli alti funzionari del tempio appartenenti all’alta aristocrazia sacerdotale preoccupata di mantenere il potere religioso e il controllo. Si tratta di capi religiosi timorosi di non turbare il potere politico, anzi ad esso strettamente legati in una collaborazione con il potere di occupazione romano. Capi dei sacerdoti e scribi sono preoccupati di attuare un piano per togliere di mezzo Gesù senza che questo susciti la reazione del popolo: è un’azione – sottolinea Luca – che non deve coinvolgere la folla.

Tuttavia in questa azione che vede come protagonisti i capi religiosi e in cui si attua una iniziativa di Giuda, Luca scorge un protagonista nascosto: ne aveva accennato nell’episodio delle tentazioni di Gesù: “Dopo aver esaurito ogni tentazione, il diavolo si allontanò da lui fino al momento fissato” (Lc 4,13). Questa presenza nascosta entra in Giuda che si rende strumento di un complotto attuato da chi ha in mano il potere. Luca in tal modo richiama il riferimento alle tentazioni che ruotavano attorno all’identità di Gesù come messia. Che tipo di messia è Gesù? L’ultima riguardava il confronto con il potere strutturato in domini e imperi.

Ora il complotto dei capi del sinedrio rivela come proprio il richiamarsi ad una dimensione religiosa o sacra del potere è il modo in cui si nasconde ogni forza e realtà che si oppone radicalmente a Gesù. Il volto di satana, il divisore, che tiene lontana l’umanità da Dio, sta racchiusa proprio nel dominio che assume forme sacrali e che si serve del denaro: il denaro viene eretto a criterio fondamentale della vita.

Giuda, uno dei dodici, si rende strumento di questa corruzione. Forse perché preso dal suo fanatismo nel suo seguire la legge e scandalizzato dall’agire e dalle scelte di Gesù. Forse perché si era sentito tradito da Gesù stesso che aveva deluso le sue attese di un messia capace di sovvertire l’ordine politico esistente. Giuda in ogni caso era uno dei dodici, uno del gruppo simbolico scelto da Gesù per stare con lui e seguirlo. Lo scontro si gioca con il potere che si legittima in forme religiose.

Segue la scena dei preparativi della pasqua: Luca introduce questa scena in questo modo: “Venne il giorno degli azzimi nel quale si doveva immolare la Pasqua” (22,7) Tale espressione equivale ad ‘immolare l’agnello’, ma non c’è alcun riferimento nella cena a questo elemento. Nella visione di Luca la presenza stessa di Gesù e il suo dono prendono il posto dell’agnello nella cena pasquale ebraica. Si tratta di un annuncio della passione che sta per compiersi. Da un lato Luca coglie una dinamica di complotto che cerca di togliere di mezzo Gesù ad opera del potere e cerca il modo di consegnarlo (22,5), dall’altro, e più in profondità, Gesù stesso si consegna liberamente: c’è un predisporre ogni cosa che sorge da una scelta libera di andare incontro alla passione.

E’ questa la sottolineatura di Luca nella scena dei preparativi: Gesù prende l’iniziativa mandando i due discepoli: “Andate a preparare per noi perché possiamo mangiare la Pasqua” (22,8). Al centro sta la stanza al piano superiore, grande e arredata e al centro della pasqua sta Gesù e il dono della sua vita.

A questa scena segue una sezione posta in un dittico: il racconto della cena è presentato infatti in due momenti, la cena pasquale e la cena dell’eucaristia. Subito dopo Luca raccoglie una serie di parole di Gesù che costituiscono una sorta di suo testamento, un discorso di addio e di raccomandazione, nel quale si può intravedere la preoccupazione per questioni e problemi che toccavano la comunità stessa di Luca.

Il racconto della cena si può accostare per somiglianza e forse perché derivante da una medesima tradizione alla pagina riportata da Paolo nella prima lettera ai Corinzi e si discosta per certi aspetti dalla tradizione che sta alla base dei racconti di Marco e di Matteo.

La prima parte (22,14-17) ha una originalità propria di Luca. E’ sua intenzione porre proprio all’inizio della cena due detti di Gesù, due parole con il tratto di profezia, la prima in riferimento alla passione “Ho desiderato ardentemente mangiare questa pasqua con voi, prima della mia passione” (22,15). La seconda in rapporto alla sua morte e alla sua speranza: “perché vi dico, che non la mangerò più finché si compia nel regno di Dio” (22,16). Alle due parole profetiche seguono due parole di Gesù, una sul pane e una sul calice (22,19-20). Infine un accenno al traditore (22,21-23). Luca muta in tal modo l’ordine presente in Marco e sposta il riferimento al tradimento di Giuda dopo le parole sul pane e sul calice.

Per Gesù è giunta l’ora decisiva. Luca legge questo momento come il compiersi del tempo. L’ora di Gesù è inizio di un tempo nuovo. L’ora della sua passione non è un eroico affrontare la morte senza problemi con l’attitudine di uno stoico. E’ invece momento che Gesù affronta con determinazione e consapevolezza nonostante il peso e la fatica (cfr. Lc 9,51). Si dirige decisamente, con il volto indurito verso Gerusalemme per portare a compimento la fedeltà alla missione di salvezza a cui liberamente si è consegnato, nel suo ascolto del Padre: “Ho un battesimo nel quale sarò battezzato, e come sono angosciato finché non sia compiuto” (Lc 12,50).

E’ l’ora del compiersi del regno che Gesù ha iniziato ad annunciare in Galilea e Gesù mantiene anche in questo momento tragico la sua speranza: “non la mangerò più finché si compia nel regno di Dio”.

A questo punto della cena Gesù prende una coppa e la consegna ai vicini: è questo il momento del rito della pasqua ebraica. Il far passare il calice della benedizione tra i presenti apre ad un coinvolgimento di tutti loro nel percorso di Gesù, nel suo dono. Il banchetto di festa ebraico ed in particolare quello della Pasqua era caratterizzato dalla presenza del calice: ognuno aveva davanti un coppa e si beveva insieme. Gesù ora fa passare un unico calice tra i presenti.

Seguono alcune parole pronunciate sul pane e sul calice. Si tratta ora di un altro calice, forse il terzo calice che nella cena pasquale era alzato durante il rito. Ma a questo punto le parole di Gesù pongono una novità ed introducono un nuovo rito. Si passa dalla cena pasquale ebraica ad un segno nuovo che diventa memoriale della nuova pasqua. “poi prese il pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro dicendo: ‘Questo è il mio corpo che è dato per voi; fate questo in memoria di me’. E dopo aver cenato, fece lo stesso con il calice dicendo: ‘Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue, che è versato per voi'” (22,19-20)

Le parole sul pane indicano che quel pane è la vita di Gesù, data per, la sua vita è pro-esistenza e il significato profondo della sua morte sta nella sua vita donata per gli atri e in fedeltà al Padre. Il corpo è la totalità della sua vicenda. La sua esistenza è una vita data. Così il calice è la nuova alleanza nel sangue versato per… Il richiamo va alla nuova alleanza promessa dai profeti (Ger 31,31; Ez 36,31). Con quel gesto Gesù indica per la sua morte un significato racchiuso nel suo ‘essere per’, e dà a quel momento un significato di salvezza e di associazione alla sua stessa vita. Prendere il pane diviene così gesto che indica prendere parte alla morte di Gesù come dono di salvezza.

Il sangue, segno di vita e di comunione tra Dio e il popolo nel rito dell’alleanza (Es 24,8), indica anche la morte violenta e richiama ad una comunione piena, secondo la promessa dei profeti (Ger 31,31-34) di una alleanza nuova in cui lo Spirito è dato nel cuore di ogni uomo e donna.

L’invito ‘fate questo in memoria di me’ non è tanto un invito a ripetere i gesti del rito, ma a vivere la fedeltà e solidarietà di Gesù fino a donare la propria vita. Per la prima comunità di Luca questo invito diviene motivo di verifica e di interrogativo proprio nella possibilità di venir meno al richiamo di queste parole. La presenza del traditore al momento della cena e le seguenti parole di Gesù su Giuda sono un elemento forte di verifica per la comunità.

Segue alle parole dell’eucaristia una raccolta di insegnamenti di Gesù: un primo insegnamento riguarda un problema presente nella comunità di Luca. Eè la domanda sul ruolo e sui compiti dei capi nella comunità. E’ questo un problema che si riaffaccia nel libro degli Atti (At 6,1-6). Qui Luca riprende la discussione che Marco presenta al cap. 10: i due fratelli Giacomo e Giovanni chiedono a Gesù di poter avere i primi posti nel regno. La parola di Gesù richiama lo stile del servire, che è l’attitudine propria di chi serve a tavola. Il compito di presiedere non è altro se non assumere lo stile di chi sta in mezzo come colui che serve: questa è stata la via percorsa da Gesù, lo stile del suo agire. Appare rilevante che Luca ponga questo accenno al momento della cena in cui probabilmente erano presenti anche donne che svolgevano gli atti del servire. Una parola che capovolgeva i criteri dell’importanza nella comunità, e dava spazio a quello sguardo alle donne che Luca testimonia in tutto il suo vangelo. E indicava percorsi ancora incompiuti nell’esperienza delle chiese.

In questo contesto Luca pone una parola su coloro che sono rimasti fedeli: “Voi siete quelli che avete perseverato con me nelle mie prove, e io preparo per voi un regno come il Padre mio l’ha preparato per me perché mangiate e beviate alla mia mensa nel mio regno” (22,28-29). C’è una condivisione di mensa, anche dell’eucaristia, sembra dire Luca, che diviene promessa e anticipo di una condivisine di mensa in continuità al gesto proprio di Gesù della convivialità ospitale nell’accoglienza di esclusi e marginali a tavola.

Fanno seguito una parola sul tradimento di Simone (Pietro): solo Luca riporta questa parola quasi un richiamo rivolto alla sua comunità. Il ruolo di Pietro non è dovuto a sue capacità ma solo alla preghiera di Gesù: “ma io ho pregato per te perché la tua fede non venga meno,. E tu, una volta convertito, conferma i tuoi fratelli”. Di fronte alla pretesa di Pietro rimangono come sospese le parole: “Pietro io ti dico: oggi il gallo non canterà prima che per tre volte , abbia negato di conoscermi”.

Segue un insegnamento sul tempo di prova in cui i discepoli sono chiamati a condividere la lotta stessa di Gesù. Anche i discepoli sono posti in una situazione in cui affrontare ostilità e rifiuto. E’ un tempo eccezionale che richiede una attitudine di attenzione e di preparazione. A questo punto Gesù cita la Scrittura: E fu annoverato tra gli empi. Si tratta di una citazione di Is 53,12 che rinvia alla figura del servo di JHWH. E’ una delle chiavi di comprensione dell’intero racconto della passione che Luca situa proprio a conclusione delle parole della cena. Gesù è visto nei tratti del servo: sta in mezzo a i suoi come colui che serve, e tutta la sua vita è come quella dell’agnello condotto all’uccisione. Ma i discepoli non comprendono: Gesù fa riferimento alla spada quale metafora di una ostilità che sarà presente, e per alludere ad un tempo di lotta. I discepoli gli porgono due spade. Gesù che ha sempre testimoniato una chiara scelta di nonviolenza vede l’incomprensione delle sue parole. Di fronte a tale chiusura il suo ‘basta’ segna la conclusione di questi insegnamenti. D’ora in poi sarà il suo agire e il suo silenzio che mostreranno, come un evento da vedere, il senso del suo cammino e accompagneranno a scorgere la sua identità.

“Uscì e andò come al solito, al monte degli Ulivi”. La scena al monte degli Ulivi è un momento che Luca riprende dalla narrazione di Marco con sottolineature proprie. E’ qui presentato un insegnamento sulla preghiera nel momento della lotta e della prova. A differenza della drammaticità del racconto di Marco l’atmosfera è pervasa dalla preghiera. “Pregate per non entrare in tentazione (22,40). In quest’espressione risuona la domanda finale della preghiera consegnata ai discepoli: “non ci esporre al potere della tentazione” (Lc 11,4). Tentazione non è tanto una questione morale ma fa riferimento alla prova che attraversa l’intera vita di Gesù, il senso del suo cammino.

Gesù viene quindi delineato con il profilo del martire: la sua preghiera è coraggiosa, è affidamento e lotta per rimanere fedele in quel rapporto con il Padre espresso nei termini di compiere la sua volontà e per portarla sino ad accettarne le conseguenze nella prova e nella sofferenza. Luca sottolinea la libertà di Gesù che vive la fatica della lotta e l’intensità del suo pregare che coinvolge tutto il suo corpo: sudato come un atleta, ma il suo sudore divenne come gocce di sangue. E’ una lotta fino al sangue, propria del modello del martire.

La seconda sezione del racconto presenta l’arresto di Gesù (22,47-53), la scena del rinnegamento di Pietro (22,54-62), gli oltraggi (22,63-65), il processo davanti al sinedrio (22,66-71).

Nel momento dell’arresto Luca segue il racconto di Marco, ma ha alcuni particolari propri che sottolineano l’agire di Gesù nella sua bontà e misericordia anche nel momento tragico dell’arresto.

L’arresto avviene nel monte degli Ulivi mentre Gesù parlava. Un gruppo di gente si accosta e con loro uno dei dodici. Luca non narra il momento del bacio di Giuda ma dice solo che “egli si accostò a Gesù per baciarlo” (22,47). Nell’incontro solo una domanda da parte di Gesù che rimane sospesa senza risposta e la reazione dei suoi: “uno di loro colpì il servo del sommo sacerdote e gli portò via l’orecchio destro” (22,50). Ma Gesù “toccandogli l’orecchio lo guarì” (22,51). Ad un gesto di violenza portato dai suoi discepoli Gesù reagisce con un ulteriore atto di cura, un gesto di guarigione. Ancora una volta, e nel momento drammatico dell’arresto, Gesù si manifesta come colui che guarisce: il suo sguardo ancora si ferma sulle sofferenze per portare salute e consolazione. Luca sottolinea il manifestarsi del volto di Gesù come salvatore sino alla fine.

Il momento dell’arresto assume i tratti dell’ora del dominio delle tenebre (22,53). E’ momento in cui si manifesta il potere segnato dalla violenza e dalla menzogna contro cui si svolge l’ultima lotta di Gesù.

Luca a differenza di Marco non riferisce di una riunione di notte del sinedrio giudaico. Probabilmente con maggiore attendibilità storica riporta invece che vi fu una riunione solamente al mattino presto. Questo forse poteva essere l’unico momento possibile per una riunione legittima del consiglio religioso o di un ristretto numero di membri di quel consesso. Nel frattempo inserisce la scena del rinnegamento di Pietro. “Pietro lo seguiva da lontano”. Attorno al fuoco acceso nel cortile del sommo sacerdote Pietro è riconosciuto come un discepolo di Gesù da una giovane serva che disse “anche questi era con lui”. Dopo la sua reazione di non conoscere Gesù un altro disse “anche tu sei uno loro”; successivamente, dopo che fu trascorsa un’ora, un altro insisteva “anche questo era con lui: infatti è galileo”. Per tre volte Pietro rinnega il suo essere con Gesù e la sua appartenenza al gruppo di coloro che seguivano Gesù. Risponde che non lo conosce e rigetta di essere uno di loro. Proprio nel momento in cui Pietro è riconosciuto nella sua identità più profonda, ‘uno con Gesù’ e ‘uno di loro’, proprio allora si distanzia e nega il suo legame. Luca sottolinea lo sguardo di Gesù e la contemporaneità e subitaneità di due momenti: il gallo che canta e il voltarsi di Gesù che fissò lo sguardo su di Pietro. In Pietro si genera un cambiamento: ricorda la parola e “uscito fuori pianse amaramente” (22,62).

Luca riporta con sobrietà gli oltraggi a cui Gesù viene sottoposto di notte: il motivo della derisione è legato al riconoscimento di Gesù come profeta: “Fa’ il profeta! Chi è che ti ha colpito?” (22,64). In modo discreto senza soffermarsi con insistenza sugli oltraggi, Luca evidenzia la tecnica di umiliazione, di degradazione della persona attuata dagli ‘uomini che avevano in custodia’ Gesù. Il compito di custodia diviene momento in cui si dà sfogo alla frustrazione di soldati: questi, quali ingranaggi di un sistema violento, si comportano da aguzzini e lo coprono di scherni. Luca presenta uno dei volti del potere nelle sue forme di oppressione che trasforma gli oppressi in oppressori e i sudditi in torturatori che si fanno forti del loro ruolo per schiacciare gli inermi.

Gesù viene fatto comparire al mattino presto davanti al sinedrio: era questo il tribunale religioso e consesso del potere giudaico anche per le cause civili legate alla legge giudaica. Le competenze di questa assemblea, composta di 70 anziani attorno al sommo sacerdote dominata dalla aristocrazia dei sadducei e degli ex sommi sacerdoti, erano ridotte e forse al tempo di Gesù anche la composizione era limitata nel suo numero. Luca indica i gruppi degli anziani, i capi dei sacerdoti e gli scribi competenti nella giurisdizione.

Il processo di Gesù è riportato da Luca non con l’intento di formulare una sorta di resoconto verbale. Piuttosto nel dialogo fra Gesù e il sommo sacerdote l’evangelista fa cogliere nella narrazione il movente della condanna di Gesù e della decisione di ucciderlo. Un potere che si pone con la pretesa di sacralità non può sopportare la presenza di Gesù, uomo che annuncia il regno di Dio, ossia la sua signoria piena sulla vita e sulla storia, quale annuncio che fonda la liberazione umana e la dignità.

La questione centrale verte sull’identità di Gesù e la domanda concerne la questione della sua pretesa di essere messia. Si tratta di una pretesa mai esplicitata eppur presente nei gesti e nelle parole di Gesù. Non è accusato di bestemmia (come nella versione di Marco) ma per la sua pretesa di essere messia. La risposta di Gesù fa riferimento alla figura del Figlio dell’uomo e al salmo 110, un salmo regale messianico: “Ma d’ora in poi il Figlio dell’uomo siederà alla destra della potenza di Dio” (22,69). Compaiono in questo dibattito i due titoli messianici di Gesù: Cristo (22,67) e Figlio di Dio (22,70). Il titolo di messia ha una componente politica ma Gesù contesta proprio tale modo di essere messia. In quanto figlio dell’uomo ha un rapporto particolare con Dio: è un tipo di messia diverso, figlio di Dio. Luca sottolinea la presenza del figlio dell’uomo nel presente (non nel suo venire sulle nubi) ed emerge qui anche la sua visione cristologica in rapporto alla sua comunità: Gesù messia è il figlio dell’uomo che sta alla destra di Dio, innalzato che continua ad essere presente nella sua comunità e la accompagna e guida.

La terza sezione del racconto della passione è costituita dal processo politico in cui Gesù è condotto davanti a Pilato prima (23,1-6) poi da Erode (23,6-12). Da Erode viene rinviato ancora da Pilato e qui si pone la richiesta della liberazione di Barabba da parte del popolo sobillato dai capi e la richiesta di crocifiggerlo (23,13-25).

Davanti a Pilato emerge la seconda accusa, di stampo politico: “abbiamo trovato colui che sovverte il nostro popolo”. Gesù è identificato come sovvertitore che attenta al potere di controllo romano. La sua attività di sobillatore è legata alla sua pretesa di essere messia, e dal suo atteggiamento nei confronti del tributo all’imperatore. Si tratta di una accusa individuata dai capi religiosi per poter accusare Gesù senza provocare una reazione del popolo. E’ ricerca di un giudizio politico che può giungere alla esecuzione a morte per il crimine di lesa maestà.

In questa scena è ripetuta l’attitudine di Pilato, uomo che dalle fonti storiche è presentato come senza scrupoli, sanguinario e irrispettoso della religione giudaica. Sembra che Luca in certo modo attutisca la responsabilità di Pilato nel giudizio di Gesù condotto davanti a lui. Pilato non trova reazione alla sua domanda ‘sei tu il re dei giudei?’ e riconosce la non colpevolezza di Gesù.

Ma i capi insistono e s’inserisce a questo punto un elemento proprio di Luca nel racconto della passione: l’invio di Gesù presso Erode Antipa. Era questo un re vassallo dei romani, colui che nel vangelo di Luca è presentato nei termini di ‘una volpe’, non solo furbo ma anche espressione di quella insensibilità propria di chi è immerso nel lusso e in una vita occupata dal denaro e dalla spensieratezza: era interessato a vedere Gesù ma si tratta di una ricerca inquinata perché gli interessava forse il taumaturgo, l’operatore di prodigi (Lc 9,9). Forse lo voleva vedere per soddisfare un desiderio di controllo e di arricchire la sua corte con un personaggio originale e motivo di distrazione. Gesù reagisce con ira a questo tipo di ricerca (Lc 13,31: “dite a quella volpe…”). E’ difficile pensare da dove Luca abbia ricavato le notizie di questo rapporto con Erode ma ci sono due personaggi, nominati nei suoi scritti che possono essere state tramite di tali notizie: si dice infatti che al seguito di Gesù c’era una donna, Giovanna moglie di Cusa, amministratore di Erode, e in At 13,1 si parla di Manaen, un discepolo della comunità di Antiochia che nella sua infanzia era stato compagno Erode. Forse Luca trae da loro la memoria del ruolo di Erode nella vita di Gesù e nella sua passione.

Nella di Gesù davanti a Erode è sottolineato il silenzio di Gesù: proprio in questo la vicinanza con la figura del servo di JHWH di Is 53, condotto come agnello in silenzio da coloro che lo conducono alla morte. Erode attendeva di farsi divertire da qualche prodigio ma è deluso nella sua aspettativa. “Gli fece molte domande ma Gesù non rispose nulla”. Anche Erode riconosce l’innocenza di Gesù. Erode rinvia Gesù da Pilato, vestito con una veste sfarzosa. Luca annota “Quel giorno Erode e Pilato che fino a quel momento erano stati nemici, divennero amici”. Luca evoca in questo modo la testimonianza di Gesù come martire che si trova a fronteggiare una situazione in cui i re e i grandi della terra si alleano insieme (lc 12,11 e Sal 2,2).

Nel quadro dell’opera lucana anche Paolo – nella narrazione degli Atti – viene descritto in termini che lo assimilano alla figura di Gesù, accompagnando il lettore a scorgere paragoni e somiglianze. Proprio Paolo negli Atti si pone contro l’autorità imperiale perché afferma che c’è un solo re Gesù (At 17,7; 25,8): ma anche Paolo nonostante l’accusa dei giudei e delle autorità è riconosciuto nella sua innocenza, sia dal procuratore romano sia da Erode Agrippa. Forse Luca con questa scelta narrativa intende anche respingere le accuse ai cristiani della sua comunità di essere ribelli di fronte all’imperatore. La via di Gesù e dei discepoli non è in primo luogo via di nazionalismo messianico o di progetto politico, anche se le conseguenze dell’annuncio del regno conducono a sovvertire i criteri su cui si basano i sistemi dell’imperialismo di ogni genere.

Quando Gesù è ricondotto da Pilato (23,13-25) quest’ultimo conferma il suo giudizio “ecco io ho proceduto all’interrogatorio in vostra presenza ma non ho trovato in lui nessuno dei reati di cui lo accusate. E neppure Erode infatti lo ha rimandato a noi. Perciò lo farò fustigare e lo libererò” (23,14-15).

Si assiste a questo momento alla richiesta da parte della folla di uno scambio tra Gesù e Barabba. Luca inserisce una nota circa la consuetudine di rilasciare un prigioniero nella festa di Pasqua. “Non costui ma Barabba” è il grido della folla.

La folla sobillata dai capi religiosi, dai dirigenti della classe sacerdotale del tempio chiede che sia liberato Barabba e invoca la crocifissione per Gesù. Luca dopo aver notato che la riunione del sinedrio si era conclusa senza una condanna, dopo aver riferito per tre volte la proclamazione di innocenza da parte di Pilato – coprendo le sue responsabilità con un velo apologetico – e dopo aver riportato che anche Erode non aveva trovato colpe in Gesù, fa emergere che responsabilità per la morte di Gesù ricade sui capi religiosi e negli abitanti di Gerusalemme. Come espliciterà Stefano nel discorso che precede la sua lapidazione in At 7 sono essi che scelgono un ribelle e assassino come Barabba e lo sostituiscono a Gesù. Luca cerca di scaricare Pilato dalla sua colpa e tuttavia anche Pilato emerge nella sua vigliaccheria e nel goffo tentativo di non assumersi il carico di una scelta mercanteggiando fino all’ultimo.

La scena si conclude in un crescendo di reazioni irrazionali proprie di una folla fatta di volti senza nome che si lasciano guidare dalle indicazioni dei capi, e senza assumere responsabilità, preda di istinti di una giustizia cieca si fanno voce di richieste di morte. Luca fa così emergere la manipolazione del popolo, la depravazione di una giustizia a furor di popolo, la dinamica psicologica della folla senza nome che diviene strumento tremendo di ingiustizia: “Essi però insistevano a gran voce, chiedendo che venisse crocifisso, e le loro grida crescevano. 24Pilato allora decise che la loro richiesta venisse eseguita. 25Rimise in libertà colui che era stato messo in prigione per rivolta e omicidio, e che essi richiedevano, e consegnò Gesù al loro volere” (23,23-24).

Nella scena seguente è narrata la salita al Calvario. Luca amplia lo scarno resoconto di Marco facendo accenno alla figura di Simone di Cirene ma soprattutto nella presentazione del lamento delle donne e del dialogo con Gesù. Simone di Cirene viene ad assumere il profilo dell’autentico discepolo di Gesù: è un estraneo e tuttavia è chiamato e costretto a portare la croce. In lui si può cogliere l’espressione dell’invito di Gesù: “a tutti, diceva: ‘Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua’” (9,23).

La via della croce percorsa da Gesù fino a Gerusalemme è la medesima via che anche il discepolo è chiamato a percorrere nel seguire l’esempio di Gesù: lo stesso Gesù è infatti presentato come il ‘grande testimone’. Sulla via verso il luogo della crocifissione a Simone di Cirene viene dato di prendere la croce di Gesù ed egli si trova a portarla dietro a lui (23,26). E’ una sottolineatura tipicamente lucana circa il ‘seguire Gesù’, che indica la via del discepolo nella quotidianità della vita. La croce è simbolo in riferimento alle scelte di Gesù per una vita spesa in dono come bella notizia per i poveri.

Nel lamento delle donne, che era forma di dolore che accompagnava i condannati al loro supplizio, Luca individua il richiamo ad un testo di Zaccaria in cui si parla di un lamento, chiave di interpretazione teologica della salita di Gesù verso il luogo dell’esecuzione: “Ne fanno lutto come si fa lutto per un figlio unigenito, lo piangono come si piange un primogenito” (Zc 12,10-11).

Il lamento costituisce così l’indicazione per interpretare quanto sta accadendo. Alle donne che piangono Gesù dice: “Figlie di Gerusalemme, non piangete su di me, ma piangete su voi stesse e sui vostri figli. 29Ecco, verranno giorni nei quali si dirà: «Beate le sterili, i grembi che non hanno generato e i seni che non hanno allattato». 30Allora cominceranno a dire ai monti: ‘Cadete su di noi!’, e alle colline: ‘Copriteci!’. 31Perché, se si tratta così il legno verde, che avverrà del legno secco?”

Il giudizio di Dio viene paragonato ad un fuoco che divampa: se esso ha preso in tal modo il legno verde che è il giusto innocente, cosa farà quando troverà il legno secco, ormai morto e incapace di produrre frutti? E’ sotteso un riferimento all’infedeltà di chi in Israele non ha seguito la parola di Dio. Questa infedeltà, il non ascolto dei profeti, è fonte di male, di devastazione e su di essa va indirizzato il lamento.

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(crocifisso del santuario di santa Caterina – Siena – metà XII sec.)

La sezione della crocifissione è posta da Luca tra due invocazioni di Gesù: la prima ‘Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno’ (23,34), poi, al momento della morte: “Gesù, gridando a gran voce, disse: ‘Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito’. Detto questo, spirò” (23,46).

In mezzo la scena degli scherni e il dialogo con i due malfattori crocifissi insieme con lui. Si tratta di un momento in cui Luca inserisce alcune parole che illuminano il significato di quanto accade. Si sta svolgendo un grande spettacolo in cui la dimensione della vista è sottolineata da Luca: “Il popolo stava a vedere” (23,35).

La reazione di fronte al crocifisso sono diverse: C’è il popolo che sta a guardare in silenzio, non ha un ruolo attivo: sarà proprio il popolo che in questo vedere potrà cogliere il senso della morte e ne farà motivo di cambiamento: Luca dice che si allontanarono percuotendosi il petto quale espressione di dolore. C’è poi la presenza dei capi che rivolgono a Gesù lo scherno, e i soldati che riprendono questa provocazione difronte a colui che sta inerme nelle loro mani.

Coloro che scherniscono Gesù sono dapprima i capi che gli rivolgono la sfida: “Salvi se stesso, se è lui il Cristo di Dio, l’eletto”. Poi anche i i soldati lo deridevano e lo scherno si appunta sul nome ‘re dei giudei’, che era il capo di accusa per la crocifissione. Infine “Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: ‘Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!'”. A più riprese è portata la richiesta: ‘salva te stesso’. Gesù che nel vangelo di Luca è presentato come il salvatore, sulla croce si manifesta come messia che non salva se stesso. Rivela Dio che salva non perché tira giù dalla croce, ma perché rimane fedele al suo amore di misericordia anche nel momento della morte.

Solo il malfattore crocifisso accanto riconosce che ‘egli invece non ha fatto nulla di male’. Gesù è presentato da Luca non solo come l’innocente che non ha fatto il male ma come colui che è passato facendo del bene (At 10,38). E’ re che non salva se stesso ma è venuto per dare la sua vita.

Luca rilegge i momenti della crocifissione richiamando sullo sfondo una serie di testi biblici. La divisione delle vesti di Gesù è compiuta secondo il salmo 22 (Sal 22,19: si dividono le mie vesti, sulla mia tunica gettano la sorte”), come pure la divisione delle vesti. L’invocazione finale di Gesù riprende il Salmo 31 (Sal 31,6: alle tue mani affido il mio spirito, tu mi hai riscattato, Signore, Dio fedele”; Sal 31,15: “Ma io confido in te Signore: Tu sei il mio Dio, i miei giorni sono nelle tue mani”); i parenti e gli amici che si pongono in disparte sono richiamo del Sal 38,12; 88,9. Luca scorge nella morte di Gesù non solo l’esito di una alleanza di poteri che vogliono togliere di mezzo la presenza del profeta di Galilea, più in profondità vi legge un disegno di salvezza di Dio che si attua.

Mentre il primo malfattore sfida Gesù secondo i canoni di una salvezza di tipo spettacolare, il secondo si affida totalmente a lui. Nel dialogo in cui che chiede “ricordati di me quando sarai nel tuo regno”, Gesù rispondendo usa un termine caro a Luca: ‘oggi sarai con me in paradiso’. Oggi è indicazione non di un tempo cronologico, ma di un tempo particolare della visita di Dio, tempo di salvezza. Ritorna più volte nel corso del vangelo ad indicare l’attenzione propria di Luca al tempo che Gesù inaugura. E’ un tempo che chiude il tempo dell’attesa ed inaugura i tempo della salvezza che è tempo nuovo segnato dalla presenza di Gesù, dalla vicinanza di Dio che si manifesta nei suoi gesti di guarigione e di apertura al futuro. ‘Oggi’ ritorna al momento della nascita di Gesù (oggi è nato per voi un salvatore che è Cristo Signore) all’inizio del suo ministero nel discorso nella sinagoga di Nazareth dopo la lettura del testo del Terzo Isaia “Lo Spirito del Signore è su di me…” (4,21).

Ritorna ancora nell’incontro di Gesù in casa di Zaccheo (19,9): il tempo di quell’incontro diviene tempo che apre un futuro nuovo, di cambiamento radicale. E’ un oggi di liberazione e di novità di vita. Al momento della morte di Gesù Luca vede compiersi questo ‘oggi’ in riferimento alla disponibilità del malfattore ad accogliere lo sguardo di misericordia di Gesù sin dal momento presente. Luca suggerisce che quel malfattore assume il profilo del discepolo, che consapevole del suo peccato, delle sue ferite, si sa toccato dalla compassione di Dio e la riconosce nell’agire di Gesù. E si apre alla preghiera chiedendo a Gesù di ricordarlo. Da qui può vivere il quotidiano come luogo in cui seguire Gesù sulla sua strada.

L’amore di Dio si manifesta nel volto di Gesù come colui che non scende dalla croce, non salva se stesso e così facendo si distanzia radicalmente dalla logica dell’oppressione. In questo senso Gesù è giudice di salvezza: è lui che trasforma il giudizio stesso e fa rivolgere lo sguardo alla vittima. Gesù non lascia fuori nessuno. Anche nella situazione più disumana come la morte c’è la presenza di un dono di compagnia e di salvezza e si apre speranza per un futuro nuovo.

Il quadro che narra la morte di Gesù è presentato da Luca con alcuni segni che la preparano: il sole si oscura, il velo del tempio si rompe. Sono simboli a significare che un tempo nuovo si inaugura, e l’istituzione del tempio viene superata. Sulla bocca di Gesù vi sono le parole del salmo 31,6, preghiera di conclusione della giornata: è parola di affidamento e abbandono al Padre.

‘Stare nelle cose del Padre‘ (2,49) è la prima parola posta in bocca a Gesù nel vangelo ed è anche l’ultima prima della morte: essa racchiude l’abbandono fiducioso al padre di misericordia che Gesù aveva tratteggiato nella parabola del padre e dei due figli (cap. 15), il padre che vive le viscere di compassione e va in cerca dei suoi figli. Sulla croce Luca vede Gesù come il giusto che dà salvezza, non cerca di salvare se stesso, ma offre vita per tutti. Sarà lui il medesimo che sarà testimoniato come ‘il Vivente’ alle donne al sepolcro nel mattino del primo giorno dopo il sabato (24,5; cfr 24,23).

Di fronte alla morte di Gesù tutti i personaggi presentati da Luca stanno pensosi, osservando (23,35) e per tutti c’è possibilità di una storia nuova di fronte a lui: il centurione riconosce la gloria di Dio e proclama che quest’uomo era giusto, la folla ritorna dall’altura del calvario con atteggiamento di ripensare a quanto avvenuto e di cambiamento, infine “tutti i suoi conoscenti e le donne che lo avevano seguito fin dalla Galilea, stavano da lontano a guardare tutto questo” (23,49): Luca richiama all’attitudine del discepolo. Sono le donne indicate come ‘coloro che lo avevano seguito fin dalla Galilea” ad essere testimoni silenziose della attesa e della speranza che custodiva le sue parole e promesse. E’ questa l’attitudine richiesta anche a noi in questi giorni verso la Pasqua.

La sepoltura di Gesù chiude il racconto degli eventi della passione. Luca sottolinea il gesto di uno dei nobili anziani membri del sinedrio, Giuseppe di Arimatea. Può disporre di una tomba nuova scavata nella roccia. Luca lo descrive come uomo “buono e giusto: egli non aveva acconsentito alla decisione né all’opera degli altri” (23,51). Egli “aspettava il regno di Dio”. Anche tra i capi che hanno condannato Gesù c’è un uomo buono che non condivideva quella violenza. La tomba dove Gesù è deposto è nuova e Luca insiste su questa sepoltura dignitosa. Già presenta il profilarsi dell’annuncio della pasqua: “Era il giorno della preparazione e già splendevano le luci del sabato” (23,4) In queste prime luci del sabato, forse le lampade accese per la vigilia della festa, Luca scorge già un segno della grande luce della pasqua. “Le donne che erano venute con Gesù dalla Galilea seguivano Giuseppe; esse osservavano il sepolcro e come era stato deposto il corpo di Gesù, poi tornarono indietro e prepararono aromi e oli profumati. Il giorno di sabato osservarono il riposo come era prescritto” (23,55-56).

Luca situa la passione nel quadro di Gerusalemme e dopo l’entrata di Gesù a Gerusalemme. Gli eventi storici che lì si compiono hanno responsabilità storiche precise e Gesù è vittima di una condanna. Ma il suo essere vittima di questa violenza è letto da Luca in una dimensione più profonda. Gesù si fa solidale con tutte le vittime della storia, si rivela come salvatore. Colui che a Gerusalemme subisce il giudizio, proprio lui diviene giudice del mondo: ma il suo essere giudice, in quanto vittima, porta il medesimo giudizio ad un capovolgimento. Il suo giudicare non è per la condanna ma è giudizio di salvezza, pronunciato da chi ha vissuto fino in fondo l’essere vittima. La sua ultima parola è una parola di legame e di condivisione: “oggi sarai con me nel paradiso”.

A Gerusalemme Gesù porta a compimento un cammino in cui ha contrastato ogni tipo di chiusura e di esclusione. Luca nel suo vangelo evidenzia come Gesù accolga le donne, chi è di una tradizione religiosa diversa, il samaritano, chi collabora con i romani, chi non rispetta le leggi relative alla sessualità, il soldato romano: la passione stessa è presentata come un grande evento di grazia al centro del quale sta l’annuncio della salvezza e del perdono da parte di Gesù che si pone dalla parte della vittima, che assume l’atteggiamento del servo di JHWH.

Nel suo ingresso a Gerusalemme Gesù è salutato come re, colui che porta la salvezza: oggi celebrare la domenica delle palme è occasione per guardare alle scelte storiche di vita di Gesù e per scoprire ancora un giudizio di grazia, che è sguardo di misericordia, che ci raggiunge da Gesù come vittima. Significa anche guardare e prendere le parti delle vittime con cui Lui stesso si identifica.

Alessandro Cortesi op

Croce_432,_uffizi

(Croce n.432 – Firenze Uffizi)

Crocifisso con le storie della passione

Tra i crocifissi conservati alla galleria degli Uffizi c’è un crocifisso indicato come croce n.432. Secondo i critici che hanno studiato l’opera dopo il recente restauro, l’opera va letta nel confronto con crocifissi simili presenti in area pisana come il crocifisso del santuario di Santa Caterina a Siena di accertata provenienza pisana, in cui è presente la medesima mano del Crocifisso n. 15 del Museo Nazionale di San Matteo a Pisa. L’opera può quindi essere situata nel contesto culturale di Pisa alla metà del secolo XII, con influssi dell’arte bizantina presente nell’area mediterranea nella prima metà del XII secolo. (A.Tartuferi, Il restauro della croce n.432 degli Uffizi. Alcune note critiche, “Paragone” 45,2014,3-20).

Si tratta dell’opera più antica conservata agli Uffizi. Gesù è raffigurato come vivente, con gli occhi aperti sulla croce, secondo la tipologia del Christus triumphans. E’ questo una tipologia di rappresentazione di Cristo che si distanzia dal Christus patiens, Cristo presentato nella sua sofferenza chetroverà sviluppi nel XIII secolo.

Gesù volge il suo sguardo a lato, gli occhi grandi e rinvia nel suo profilo allo stile bizantino. Le sue mani recano il segno dei chiodi ma i chiodi stessi sono assenti. Si tratta di una raffigurazione del crocifisso che reca i segni della passione ma è vivente come colui che ha vinto la morte. Questa raffigurazione si pone nella scia di una tradizione antica che aveva prediletto la raffigurazione del risorto rispetto al crocifisso.

L’artista con il suo tratto conduce a scorgere una tensione profonda tra la fisicità del corpo stesso di Gesù sulla croce, presentato nella sua dimensione umana e non come icona idealizzata, e la forza di vita che comunica in particolare nella profondità dello sguardo degli occhi neri e spalancati e nella serenità del volto. E’ una tensione che si avverte anche nella vicinanza tra la figura di Cristo al centro e le storie della passione nel tabellone. A lato, in una delle tabelle laterali sta Maria con san Giovanni e dall’altro le pie donne di cui è rimasto il profilo solamente di una tra esse.

A lato della figura del crocifisso nei tabelloni sono infattii raffigurate le storie della Passione. Appaiono così alcuni momenti del racconto della passione tratto dai vangeli. Si tratta della lavanda dei piedi, del momento dell’arresto di Gesù con il bacio di Giuda, poi la flagellazione, la deposizione dalla Croce, e la deposizione nel Sepolcro. Infine una scena descrive la discesa agli inferi. Nel suppedaneo è dipinta la salita al calvario.

Aspetto importante di tale iconografia che raffigura il crocifisso al centro in rapporto alle storie della passione sta proprio in questo accostamento. La morte di Gesù non è un momento a sé stante e separato. La salvezza è dono che sgorga da tutta la sua vita. Il suo essere vivo sulla croce rinvia a tutti i momenti della sua vita. E’ la vita di Gesù luogo di comunicazione della salvezza. La sua morte si pone in rapporto all’intero suo cammino, alla sua via.

La narrazione della passione è accento sulla storia di Gesù, la sua vicenda umana e la portata salvifica dei vari momenti della sua esistenza. Gesù è salvatore in tutti i gesti della sua vita e manifesta in essi l’oggi di una salvezza che coinvolge la storia umana e la trasforma aprendola ad una novità che dà uno spessore nuovo a tutti i suoi momenti. Il tempo ha importanza nel disegno di salvezza di Dio.

Kuss_des_judas.jpg

In particolare in una delle scene dei tabelloni è visibile la compresenza del gesto del tradimento consegna di Giuda che si avvicina a baciare Gesù e nel medesimo tempo il gesto di Gesù che guarisce l’orecchio di colui che nel trambusto era stato colpito con la spada. Si manifesta il volto di Gesù mite, profeta nonviolento che reagisce all’ingiustizia con un gesto di guarigione e tenerezza.

I grandi occhi aperti che segnano i volti dei diversi personaggi indicano l’importanza del vedere, proprio al momento della croce. La morte di Gesù è evento in cui vedere e lasciarsi cambiare dall’annuncio vivente del dono della sua vita e del suo stare in mezzo come colui che serve. Quegli occhi di tutti che racchiudono una sorpresa e un’interrogazione, sollecitano ad avere occhi aperti per accogliere lo sguardo vivente di Gesù e per continuare i suoi gesti nel tempo del presente.

Alessandro Cortesi op

Croce_432,_uffizi,_deposizione_dalla_Croce-1.jpg

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