la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Archivi per il mese di “aprile, 2016”

Contro nuove leggi razziali in Europa

migranti_macedonia_grecia_confine_getty.jpg(confine Macedonia Grecia – Idomeni)

Nei giorni scorsi in Gran Bretagna la Camera dei Comuni ha rifiutato di accogliere tremila bambini non accompagnati esposti alle condizioni disumane di vita nel percorso attraverso i Balcani e in preda al disordine e alla violenza degli sgomberi imposti dai gendarmi a Calais nel campo definito ‘la giungla’.

In Austria  in un clima di avanzata della destra xenofoba è stata intrapresa la costruzione di un nuovo muro, una barriera al Brennero. Nei prossimi giorni il parlamento austriaco si appresta a votare una legge che, se la sua formulazione rimane invariata, prevede il sistematico rifiuto, tranne poche eccezioni, delle richieste di protezione internazionale.  Sulla base di una norma dell’Unione (art. 72 dell’Accordo sul funzionamento della UE) l’Austria già a settembre 2015 ha introdotto i controlli alla frontiera. Il paradosso è che l’Austria si dichiara in pericolo in pericolo per il fatto di aver ricevuto 90.000 richieste di protezione internazionale nell’anno scorso.

La Conferenza episcopale austriaca definisce il provvedimento “un’inaccettabile intromissione nel diritto d’asilo delle persone. La Chiesa cattolica si esprime decisamente contro la sospensione di fatto del diritto di asilo”. Contro la sospensione de facto del diritto di asilo e contro l’avvio di procedure di respingimento e di espulsione dei richiedenti la protezione internazionale si stanno muovendo la Caritas e altre organizzazioni.

Il vescovo di Eisenstadt, Mons. Ägidius Zsifkovics, ha dichiarato la sua disobbedienza alla richiesta della direzione di polizia di installare su terreni appartenenti alla Chiesa un tratto della barriera ptevista a sperazione dell’Austria dall’Ungheria. Zsifkovics, coordinatore per  l’ambito dei profughi delle Conferenze episcopali europee, ha dichiarato: “Sono consapevole della difficile situazione della Stato, ma non posso accettare per motivi di coscienza (…) L’anno scorso, quando circa 200mila persone hanno passato il confine, abbiamo creato da un giorno all’altro in edifici ecclesiastici mille alloggiamenti di fortuna per famiglie sfinite, donne, bambini e persone anziane e indebolite. E ora dovremmo installare steccati sui terreni della Chiesa? È il mio corpo stesso che si ribella (…) Capisco le paure delle persone che percepisco attorno a me. Però sarei un cattivo vescovo, se non sapessi dare a queste paure una risposta cristiana. E questa risposta non è lo steccato. Semmai, in caso di necessità, un buco nello steccato!” (dal sito migrantitorino.it)

Così scrive Giusi Nicolini, sindaca di Lampedusa: “Erano passati pochi mesi dalla mia elezione a sindaco quando, il 3 di novembre del 2012, nei giorni dell’assegnazione del premio Nobel per la pace all’Europa celebrata come la comunità che promuove democrazia e diritti umani, mi furono consegnati i primi 21 cadaveri. Erano i corpi di persone annegate mentre tentavano di raggiungere la nostra isola. Per me, e per Lampedusa, era solo un altro enorme fardello di dolore. Ricordo che chiesi aiuto, attraverso la Prefettura, ai Sindaci della provincia per poter dare loro una dignitosa sepoltura perché il mio Comune non aveva più loculi disponibili. E rivolsi a tutti una domanda: quanto deve essere grande il cimitero della mia isola?

La ripeto oggi, di fronte a quello che appare a tutti come lo sgretolamento dell’idea stessa di Europa, alla furiosa rinascita degli egoismi che ci riportano indietro nel tempo a quando ancora non c’era il muro di Berlino. Non mi capacito del perché non possono essere accolti nella ricca Gran Bretagna tremila bambini già presenti in Europa e lasciati soli nei campi di Calais, orfani non solo dei loro genitori ma adesso privati di tutto. Mi chiedo perché la Norvegia, in cambio di mille euro, li vuole rimandare indietro anche nelle zone di guerra? Perché la Svezia sta pensando ai respingimenti di massa? Perché di tutte queste nuove frontiere spinate dall’Austria all’Ungheria? Perché gli accordi con la Turchia dove la libertà di stampa è un rischio? (…)

No, io non riesco proprio a comprendere come una simile tragedia possa essere gestita così, e come si possa rimuovere l’idea che persone come noi, con molte giovanissime donne e tanti ragazzini, possano soffrire e morire durante un viaggio sognato e immaginato come l’inizio di una nuova vita. I rifugiati da guerre e fame devono essere trattati con l’umanità e l’accoglienza che a loro si deve. Questa è la civiltà europea. Noi ne abbiamo salvati tanti in questi ultimi anni, ma sappiamo che il numero dei morti è sempre di gran lunga superiore al numero dei corpi che il mare restituisce” (Giusi Nicolini, Se questa è l’Europa, “l’Unità” 27 aprile 2016).

18 settembre 1938

(pagina del Corriere della sera del 18 settembre 1938)

In questi giorni il 25 aprile è stata giornata di memoria di quanti in tempi oscuri hanno vissuto pagando di persona il rifiuto e la lotta contro un regime che toglieva la libertà, e con le leggi razziali si era reso responsabile dello sterminio del popolo ebreo e delle minoranze discriminate su base di pregiudizi razziali, sociali, culturali. Dopo la Shoah il grido che aveva attraverstao l’Europa e che era stato la premessa per la costruzione europea è stato ‘mai più’. Oggi nuove leggi razziali si affacciano sull’onda di movimenti ai quali è da contrapporre una resistenza lucida e motivata. Secondo i dati dell’agenzia ONU per i rifugiati (UNHCR) dei circa 5 milioni profughi siriani al 2015, circa due milioni e 800.000 erano in Turchia, un milione in Libano e più di 600.000 in Giordania.

“Noi europei, dopo la Shoah, non dovremmo sorprenderci più di nulla. E nemmeno pensare che, con la sconfitta del nazismo e del fascismo, siamo al sicuro dagli stermini di massa. Migranti e profughi muoiono a migliaia per raggiungere le nostre terre benedette dalla ricchezza. Dopo un po’ di lacrimucce sui bambini annegati sulle spiagge greche e turche, ecco che prendiamo a calci quelli che non sono annegati, o semplicemente ne ignoriamo l’esistenza” (Alessandro Dal Lago, La dissuasione della «cristiana» civiltà europea, “Il manifesto” 27 aprile 2016)

A Lesbo nella visita di Francesco insieme a Bartolomeo la prima parola è stato il pianto: “Abbiamo pianto mentre vedevamo il Mediterraneo diventare una tomba per i vostri cari. Abbiamo pianto vedendo la simpatia e la sensibilità del popolo di Lesbo e delle altre isole. Ma abbiamo pianto anche quando abbiamo visto la durezza dei cuori dei nostri fratelli e sorelle – i vostri fratelli e sorelle – chiudere le frontiere e voltare le spalle”. Così ha detto il patriarca ortodosso ecumenico di Costantinopoli, Bartolomeo.

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Le parole di Francesco a Lesbo sono state indicazioni di orientamento non solo umano e di fede ma anche capace di motivare scelte politiche: partire dalle persone, toccare con mano la sofferenza di coloro che sono segnati nel corpo e nel cuore da sofferenza non comunicabili.Considerare il legame che rende solidali con chi cerca pace e dignità, uscendo dall’indifferenza e da ogni tipo di ripiegamento: “Per essere veramente solidali con chi è costretto a fuggire dalla propria terra, bisogna lavorare per rimuovere le cause di questa drammatica realtà: non basta limitarsi a inseguire l’emergenza del momento, ma occorre sviluppare politiche di ampio respiro, non unilaterali. Prima di tutto è necessario costruire la pace là dove la guerra ha portato distruzione e morte, e impedire che questo cancro si diffonda altrove. Per questo bisogna contrastare con fermezza la proliferazione e il traffico delle armi e le loro trame spesso occulte; vanno privati di ogni sostegno quanti perseguono progetti di odio e di violenza. Va invece promossa senza stancarsi la collaborazione tra i Paesi, le Organizzazioni internazionali e le istituzioni umanitarie, non isolando ma sostenendo chi fronteggia l’emergenza”.

Rivolgendosi agli abitanti di Lesbo ha detto: “Voi, abitanti di Lesbo, dimostrate che in queste terre, culla di civiltà, pulsa ancora il cuore di un’umanità che sa riconoscere prima di tutto il fratello e la sorella, un’umanità che vuole costruire ponti e rifugge dall’illusione di innalzare recinti per sentirsi più sicura. Infatti le barriere creano divisioni, anziché aiutare il vero progresso dei popoli, e le divisioni prima o poi provocano scontri”.

Ha anche lasciato una preghiera:

“… Dio di misericordia e Padre di tutti,
destaci dal sonno dell’indifferenza,
apri i nostri occhi alle loro sofferenze
e liberaci dall’insensibilità,
frutto del benessere mondano e del ripiegamento su sé stessi.
Ispira tutti noi, nazioni, comunità e singoli individui,
a riconoscere che quanti raggiungono le nostre coste
sono nostri fratelli e sorelle.
Aiutaci a condividere con loro le benedizioni
che abbiamo ricevuto dalle tue mani
e riconoscere che insieme, come un’unica famiglia umana,
siamo tutti migranti, viaggiatori di speranza verso di Te,
che sei la nostra vera casa,
là dove ogni lacrima sarà tersa,
dove saremo nella pace, al sicuro nel tuo abbraccio.”
Alessandro Cortesi op
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Ascensione del Signore – anno C 2016

Predrag Vujanovic.jpg(cappella minimalista – arch. Predrag Vujanovic – Serbia)

At 1,1-11; Eb 9,24-28; 10,19-23; Lc 24,46-53

L’intero vangelo di Luca è strutturato attorno al tema del viaggio di Gesù verso Gerusalemme. E’ una salita: Gerusalemme è infatti posta in alto, sul colle di Sion e nel pellegrinaggio che radunava soprattutto per la festa della Pasqua ogni anno coloro che si recavano alla città santa la scorgevano da lontano come meta posta in alto. Tanti salmi cantano l’ascensione verso il tempio di Dio al centro della città.

Gesù è presentato da Luca nel momento della sua scelta di dirigersi con decisione verso Gerusalemme nella consapevolezza che lì avrebbe incontrato ostilità e condanna: “Mentre stavano per compiersi i giorni della sua ascensione, Gesù si diresse decisamente verso Gerusalemme” (Lc 9,51). Anche nell’episodio della trasfigurazione, nel dialogo tra Mosè e Elia “parlavano dell’esodo che Gesù avrebbe portato a compimento a Gerusalemme” (9,31).

La salita di Gesù, si compie nel suo andare verso il Calvario fin sulla croce. Dopo la morte, il suo risvegliarsi dal sonno della morte, il suo ‘alzarsi’, la risurrezione, è presentata come salita alla destra del Padre: “Gesù li condusse fuori verso Betania e, alzate le mani, li benedisse. Mentre li benediceva, si staccò da loro e fu portato verso il cielo. Ed essi, dopo averlo adorato, tornarono a Gerusalemme con grande gioia; e stavano sempre nel tempio lodando Dio” (Lc 24,52-53).

Ascendere è movimento di salita che rinvia all’intera esistenza di Cristo: tutto il suo percorso è una salita. Dalle strade di questa terra sale fino alla destra del Padre. Il cielo, simbolo del luogo del divino, è luogo dove Gesù vive ora nella condizione del ‘vivente’ (è questo il titolo con cui Luca indica il risorto. Il Padre conferma questo con la sua azione di potenza: ‘…Gesù fu portato verso il cielo’ dice Luca utilizzando il passivo segno della azione di Dio. Il suo ‘salire’ si attua nel portare con sé tutto al Padre. Mentre sale Gesù benedice: la sua presenza non sarà più sulla terra, d’ora in poi sulla terra si svolgerà la missione di coloro che sono investiti della forza dello Spirito Santo e vivranno nella speranza del suo ritorno.

Nella ascensione Luca offre una lettura teologica della nuova vita di Gesù oltre la morte e della vicenda della chiesa.

Gesù è nella comunione con il Padre, e dona la forza dall’alto, il dono dello Spirito per poterlo incontrare in modo nuovo e per leggere la storia come disegno di Dio che chiama alla comunione con Lui.

La lettera agli Ebrei vede nella corporeità di Gesù risorto una strada che si apre per un salita nel nuovo tempio, il tempio celeste, il tempio della comunione con Dio. Non ci sono più esclusi o condizioni particolari per entrarvi: Gesù con il suo sangue, cioè con la sua vita, ha aperto una strada nuova. E’ una via con i tratti di un vivente: è Gesù, nella sua corporeità, la via nuova e vivente che si fa percorso della nostra libertà.

“Avendo, fratelli, piena libertà di entrare nel santuario per mezzo del sangue di Gesù, per questa via nuova e vivente che egli ha inaugurato per noi attraverso il velo, cioè la sua carne…. Manteniamo senza vacillare la professione della nostra speranza, perché è fedele colui che ha promesso”.

Alessandro Cortesi op

reidersche_tafel Tavoletta in avorio ca. 400 d.C. – Bayerisches Museum, München ca 400 ad.jpg

reidersche_tafel Tavoletta in avorio ca. 400 d.C. – Bayerisches Museum, München ca 400 ad.jpgreidersche_tafel Tavoletta in avorio ca. 400 d.C. – Bayerisches Museum, München ca 400 ad.jpgTavoletta in avorio ca. 400 d.C. – Bayerisches Museum, München ca 400 ad.jpgTavoletta in avorio ca. 400 d.C. – Bayerisches Museum, München ca 400 adReidersche_Tafel_c_400_AD

Ascensione

L’ascensione viene raffigurata in alcune antiche opere alla fine del IV secolo. Uno tra gli esempi più antichi è l’immagine di una tavoletta di avorio, forse di provenienza dell’Italia settentrionale, conservata al Bayerisches Museum di Monaco.

Nella tavoletta Cristo è raffigurato nella parte destra in alto nell’atto di salire, le gambe in tensione, il lembo della tunica che svolazza alle spalle,  in un movimento assai dinamico quasi a superare con un salto l’ultimo passaggio tra terra e cielo. Con la mano destra afferra una mano che dall’alto esce dalla nube e lo afferra saldamente. Gesù è sul declivio di un monte e quasi sta spiccando un salto verso il cielo: la mano che fuoriesce dalla nuvole è allusione alla mano di Dio Padre.

Al di sotto, due apostoli in posizioni diverse assistono all’evento. Uno dei due si china nascondendosi il volto tra le mani indicando così  quanto sta avvenendo è rivelazione di qualcosa di grande. L’altro discepolo ha il volto rivolto verso Gesù che sale ed apre le braccia mostrando le palme delle mani in segno di meraviglia e stupore. Questa descrizione dei testimoni dell’evento sembra rinviare alle figure che apparivano nelle raffigurazioni di apoteosi. Qui tuttavia vi è quasi un’allusione alla posizione dei discepoli nelle scene trasfigurazione. Gesù è rappresentato con in mano un rotolo della legge: potrebbe essere rinvio a Mosè che sul monte riceve da Dio le tavole della Legge, e il tratto proprio della sua azione di maestro di sapienza. La mano forte di Dio che afferra Gesù nel suo salire indica l’ascensione come opera del Padre.

La tavoletta d’avorio riporta nella parte inferiore la raffigurazione della visita di tre donne velate e titubanti al sepolcro. Questo è raffigurato quale costruzione formata di una parte inferiore quadrata con una porta chiusa e una parte superiore a pianta rotonda con colonnine e tondi in cui si intravedono busti scolpiti sopra i capitelli. Compare la presenza di una figura seduta che indica alle donne che Gesù non è lì: è rinvio all’episodio della visita al sepolcro il mattino di Pasqua. La figura dell’angelo indica alle donne di non cercare il vivente tra i morti. Il monumento allude al sepolcro attorno al quale sono raffigurati i profili di due soldati romani: uno di essi appare addormentato e chino, l’altro, vestito del mantello reca una lancia.

Sopra la costruzione a pianta rotonda allusione al sepolcro di Cristo, si staglia un albero rigoglioso con rami frondosi e carico di frutti. Due uccelli stanno beccando i suoi frutti. E’ forse allusione all’albero del regno di Dio, che prende vita e cresce nella fecondità della risurrezione ed offre nutrimento per la vita dell’umanità, simboleggiata dagli uccelli che possono nutrirsi dei suoi frutti.

La struttura della scena della tavoletta nei vari momenti – la custodia del sepolcro, l’annuncio dell’angelo nella visita delle donne e la salita di Gesù al Padre – suggerisce di leggere il movimento dell’ascensione quale aspetto dell’unico evento della Pasqua del Signore.

Alessandro Cortesi op

 

Domenica VI di Pasqua – anno C – 2016

icona-concilio-apostoli-gerusalemme-at15.png(icona concilio di Gerusalemme)

At 15,1-2.22-29; Ap 21,10-14.22-23; Gv 14,23-29

“In quei giorni alcuni venuti dalla Giudea, insegnavano ai fratelli questa dottrina: ‘se non vi fate circoncidere secondo l’uso di Mosè non potete essere salvi’”.

La questione di cui si tratta – e che vede un’opposizione decisa convinta e ostinata di Paolo e Barnaba – riguarda un modo di considerare il seguire Gesù Cristo. Secondo alcuni per essere discepoli di Cristo era necessario osservare le prescrizioni della legge giudaica: ‘se non fate questo… non siete salvi’. Era in fondo il rinchiudere l’annuncio di Gesù nelle forme religiose di un sistema religioso identificato con prescrizioni della legge. Per contro, esigere una pratica religiosa come la circoncisione per i pagani che si accostavano alla comunità condividendone la fede in Gesù, era visto da Paolo come uno svuotamento del messaggio stesso di Cristo. La salvezza è radicalmente dono, non si realizza sulla base di un privilegio o per l’osservanza di una legge, ma va accolta come evento di grazia di Dio che suscita la fede.

Un primo motivo della reazione di Paolo e Barnaba riguarda il modo di concepire la salvezza: questa non dipende dall’uomo, da osservanze religiose, ma è dono gratuito e non richiede condizioni previe. Ciò significa affermare l’assolutezza dell’agire di Dio in Cristo, il suo primato su ogni tipo di costruzione umana, anche religiosa (non solo nei confronti dell’ebraismo con cui Paolo polemizzava ma anche di tutte le forme religiose).

Ma c’è un secondo aspetto da rilevare nella ‘questione’: Gesù, nella sua esperienza storica, era rimasto all’interno della tradizione ebraica. A lui non si era posto il problema del venir meno alle prescrizioni della legge ebraica. Certamente nei vangeli si trovano tracce della pretesa di Gesù, l’affermazione forte che l’uomo è più importante del sabato e la polemica contro un’osservanza che svuota il senso profondo della legge (Mc 7,8-13.20-21). Nei vangeli compaiono alcune figure di pagani: Gesù risponde all’insistenza delle loro richieste riconoscendone la fede – come con la donna sirofenicia (Mc 7,24-30). Tuttavia per Gesù non si pose il problema del superamento delle osservanze giudaiche.

E’ una situazione nuova che si presenta alle prime comunità, nel sorgere di contatti nuovi con i pagani. Proprio nel confronto con realtà nuove sorge una domanda inedita. L’incontro è il luogo in cui si fa strada – per impulso dello Spirito – una comprensione più profonda delle esigenze del vangelo. Gli apostoli ritornano così al cuore dell’annuncio di Gesù. La fedeltà al regno di Dio implica aprire le porte ai pagani. Il regno è in atto già nella storia, è dono di un mondo nuovo già iniziato e non si lega ad un tempio, ad una classe di sacerdoti, ad una terra particolare, ma è apertura all’Alterità di Dio, al suo amore per tutti, reso visibile nella vicenda di Gesù.

Così nel dibattito sorto nella prima comunità, a Gerusalemme, è elaborata una scelta di novità: era una rinuncia rispetto a ciò che sembrava essenziale – l’osservanza della legge giudaica – ma che essenziale non era rispetto alla gratuità della salvezza. E ciò si fa strada nell’incontro nelle case dei pagani (cfr. At 8; 10) e nell’esperienza dell’agire dello Spirito oltre i confini.

A Gerusalemme si attuò un passaggio fondamentale: fu decisivo agli inizi dell’esperienza cristiana, ma dovrebbe restare normativo per tutti passaggi. Cresce la comprensione della Parola di Dio, la tradizione progredisce nell’esperienza di tutto il popolo di Dio, insieme: si attua non come ripetizione meccanica di quanto Gesù ha vissuto (anche perché impossibile), ma come attuazione sempre nuova di quella Parola che Gesù ci ha comunicato e che continua a raggiungerci nelle vicende della storia, sotto la guida dello Spirito. M.D.Chenu diceva che gli eventi sono ‘luoghi teologici’ in atto. Di fronte alle nuove sfide oggi, nell’epoca del pluralismo, nell’incontro con gli ‘altri’, non credenti o credenti di altre religioni, le chiese cristiane sono chiamate a lasciare qualcosa che sembra essenziale, a rinunciare a forme di esclusivismo e di chiusura, a rivedere profondamente forme culturali e religiose talvolta scambiate per il vangelo.

“Non vidi alcun tempio in essa, perché il Signore Dio, l’Onnipotente e l’Agnello sono il suo tempio. La città non ha bisogno della luce del sole né della luna perché la gloria di Dio la illumina e la sua lampada è l’Agnello”.

L’Apocalisse parla di una città, la nuova Gerusalemme in cui la luce non viene da nient’altro se non dalla presenza di Dio e dal Risorto: è questo l’orizzonte finale della nostra storia. E’ anche quanto siamo chiamati a vivere sin d’ora nel non lasciarci imprigionare nella costruzione di templi che possano racchiudere Dio stesso e trattenerlo in progetti, dottrine e costruzioni umane.

“Il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, egli vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto”.

Gesù promette il Consolatore, una presenza che si caratterizza per due azioni: il ricordare e l’insegnare – al futuro. Siamo chiamati a riscoprire la presenza dello Spirito nel tempo della chiesa. E’ il tempo dell’ascolto della Parola di Dio, per vivere non come chi vive prigioniero della paura o della legge, con l’attitudine aggressiva che difende i privilegi ed esclude, piuttosto di chi vive l’esperienza di novità e di gioia dei primi cristiani, chiamati a liberarsi continuamente dai templi di ogni potere e dalla schiavitù di ogni religione che non rende ospitali verso l’altro.

Alessandro Cortesi op

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Responsabilità

E’ datata 19 marzo 2016 ma è stata resa nota il 26 aprile: vi compaiono parole forti contro il clericalismo, indicato come attitudine ‘che annulla la personalità dei cristiani’. Reca la firma di Francesco vescovo di Roma, che in essa esprime il profilo di una chiesa “in cui tutti facciamo il nostro ingresso come laici”.

L’immagine che guida la lettera è quella del santo popolo di Dio, ad indicare la chiesa. Chiave di lettura è la ripresa di Lumen Gentium, citata nei nn.  9-14 dove si afferma che la sacramentalità della Chiesa appartiene a tutto il popolo di Dio e «non solo a pochi eletti e illuminati”. E’ una lettera inviata al card. Ouellet al termine dell’incontro della Commissione per l’America Latina e i Caraibi “sulla partecipazione pubblica del laicato alla vita dei nostri popoli”.

Compito di chi ha un ministero affidato quella chiesa è quello di sentirsi parte “accompagnandola nelle sue ricerche e stimolando quell’immaginazione capace di rispondere alla problematica attuale”. Rivolgendosi ai pastori Francesco afferma “è illogico, e persino impossibile, pensare che noi come pastori dovremmo avere il monopolio delle soluzioni per le molteplici sfide che la vita contemporanea ci presenta”.

Vi sono parole talvolta ironiche contro una certa retorica che usa espressioni svuotandole della loro portata di provocazione al cambiamento: “Guardare continuamente al Popolo di Dio ci salva da certi nominalismi dichiarazionisti  (slogan) che sono belle frasi ma che non riescono a sostenere la vita delle nostre comunità. Per esempio, ricordo ora la famosa frase: “è l’ora dei laici” ma sembra che l’orologio si sia fermato”.

Al cuore di questa lettera una sorta di analisi  del clericalismo come uno dei mali che si è annidato e cresciuto nella chiesa. Da qui l’urgenza di maturare consapevolezza per combatterlo come deformazione che esige riforma: “Non possiamo riflettere sul tema del laicato ignorando una delle deformazioni più grandi che l’America Latina deve affrontare – e a cui vi chiedo di rivolgere un’attenzione particolare –, il clericalismo.  Questo atteggiamento non solo annulla la personalità dei cristiani, ma tende anche a sminuire e a sottovalutare la grazia battesimale che lo Spirito Santo ha posto nel cuore della nostra gente. Il clericalismo porta a una omologazione del laicato; trattandolo come ‘mandatario’ limita le diverse iniziative e sforzi e, oserei dire, le audacie necessarie per poter portare la Buona Novella del Vangelo a tutti gli ambiti dell’attività sociale e soprattutto politica. Il clericalismo, lungi dal dare impulso ai diversi contributi  e proposte, va spegnendo poco a poco il fuoco profetico di cui l’intera Chiesa è chiamata a rendere testimonianza nel cuore dei suoi popoli. Il clericalismo dimentica che la visibilità e la sacramentalità della Chiesa appartengono a tutto il popolo di Dio (cfr. Lumen gentium, nn. 9-14), e non solo a pochi eletti e illuminati”.

Vi è un richiamo a considerare l’impegno dei laici cristiani non solo sul versante delle opere di chiesa ma riconoscendo autonomia nell’impegno politico e culturale: “Senza rendercene conto, abbiamo generato una élite laicale credendo che sono laici impegnati solo quelli che lavorano in cose ‘dei preti’,  e abbiamo dimenticato, trascurandolo,  il credente che molte volte  brucia la sua speranza nella lotta quotidiana per vivere la fede. Sono queste le situazioni che il clericalismo non può vedere, perché è più preoccupato a dominare spazi che a generare processi. Dobbiamo pertanto riconoscere che il laico per la sua realtà, per la sua identità, perché immerso nel cuore della vita sociale, pubblica e politica, perché partecipe di forme culturali che si generano costantemente, ha bisogno di nuove forme di organizzazione e di celebrazione della fede.  I ritmi attuali sono tanto diversi (non dico migliori o peggiori) di quelli che si vivevano trent’anni fa! ‘Ciò richiede di immaginare spazi di preghiera e di comunione con caratteristiche innovative, più attraenti e significative per le popolazioni urbane’ (Evangelii gaudium, n. 73)”.

E ancora “L’inculturazione è un lavoro artigianale e non una fabbrica per la produzione in serie di processi che si dedicherebbero a fabbricare mondi o spazi cristiani».

Lo sguardo si sofferma sulla realtà drammatica di molte città: “Oggigiorno molte nostre città sono diventate veri luoghi di sopravvivenza. Luoghi in cui sembra essersi insediata la cultura dello scarto, che lascia poco spazio alla speranza.  Lì troviamo i nostri fratelli, immersi in queste lotte, con le loro famiglie, che cercano non solo di sopravvivere, ma che, tra contraddizioni e ingiustizie, cercano il Signore e desiderano rendergli testimonianza (…) Non è ma il pastore a dover dire al laico quello che deve fare e dire, lui lo sa tanto e meglio di noi. Non è il pastore a dover stabilire quello che i fedeli devono dire nei diversi ambiti. Come pastori, uniti al nostro popolo, ci fa bene domandarci come stiamo stimolando e promuovendo la carità e la fraternità, il desiderio del bene, della verità e della giustizia. Come facciamo a far sì che la corruzione non si annidi nei nostri cuori.

“I laici sono parte del Santo Popolo fedele di Dio e pertanto sono i protagonisti della Chiesa e del mondo; noi siamo chiamati a servirli, non a servirci di loro».

Parole chiare, che danno voce e respiro a tante e tanti che hanno lavorato e faticato nel tempo, anche in contrasto ad un clericalismo pervasivo, diffuso e tuttora dominante – e non solo in America Latina, ambito a cui la lettera è diretta – per un volto di chiesa più semplice e fraterna. Parole che attendono una diffusa capacità non solo di accoglienza ma di risposta adulta e propositiva soprattutto laddove chiedono di individuare nuove forme di organizzazione e di celebrazione della fede e l’audacia indispensabile nell’impegno sociale e civile.

Alessandro Cortesi op

Pentecoste – anno C – 2016

Il Salterio Hunterland, Pentecoste, Miniatura del XII secolo, Folio 15v, Università di Glasgow, Scozia UK(Pentecoste, Miniatura del XII secolo, Salterio Hunterland, f. 15v, Università di Glasgow)

At 2,1-11; Sal 103; Rom 8,8,17; Gv 14,15-16.23b-26

Il dono della legge è per Israele segno di alleanza per la vita. Le parole della legge possono permeare l’esistenza e sono eco dell’unica parola dono di fedeltà, il ‘sì’ pronunciato da Dio, promessa di vicinanza e di reciproca appartenenza: ‘voi siete mio popolo’.

Nel racconto della pentecoste alcuni elementi rinviano alla narrazione del dono della Legge al Sinai: il monte allora era fumante, il Signore scese nel fuoco e iniziò un dialogo tra Dio e Mosè con la presenza di una voce dal cielo (Es 19,16-19).

Così nella pagina degli Atti degli apostoli il rumore, il fuoco e le parole sono simboli che richiamano quell’evento di alleanza. Quanto avviene nell’esperienza di Pentecoste è in legame all’esperienza di Israele: la legge dello Spirito ora è riversata nei cuori.

Accanto a questi riferimenti altri elementi ricordano il racconto del battesimo di Gesù: ‘il cielo si aprì… e scese lo Spirito Santo… e vi fu una voce dal cielo…’ (Lc 3,21-22). Ciò che Gesù visse al momento del suo battesimo al Giordano, è ora esperienza della comunità nella Pasqua.

Tanti richiami simbolici sono così usati per introdurre nell’esperienza indicibile e interiore dello Spirito che investe la prima comunità: ‘tutti furono ripieni di Spirito Santo’. Dopo la Pasqua la comunità impaurita vive un evento nuovo inatteso di raduno e di coinvolgimento. Il racconto offre parole per un’esperienza indicibile. I discepoli che avevano abbandonato Gesù avvertono l’irrompere di un incontro che è forza di vita, di apertura e coraggio: come fuoco e vento che spinge ad aprire porte e finestre e uscire. Scoprono in se stessi una capacità nuova di comunicazione. Il ‘parlare’ in altre lingue è segno della pluralità e della differenza in cui la comunità nasce.

Nel racconto di Babele la diversità delle lingue era stato esito di una dispersione. Di fronte alla pretesa di un impero simboleggiato dalla torre, quale unico dominio di una sola lingua, l’azione di Dio genera differenza. Il disegno di Dio non è quello di un’uniformità imposta: ‘scendiamo dunque perché nessuno comprenda più la lingua dell’altro’ (Gen 11,7). A Babele cessarono allora di costruire la città la cui cima doveva toccare il cielo.

A Gerusalemme, nel giorno di Pentecoste Luca vede compiersi la possibilità del ‘farsi intendere’ nel modo proprio dell’altro: ‘com’è che li sentiamo ciascuno parlare la nostra lingua nativa?’. Lo stupore non proviene tanto dalla diversità delle lingue ma perché l’altro, lo sconosciuto e straniero, parla in modo comprensibile, fa risuonare echi di lingua materna, si fa intendere. I lontani divengono vicini. Tra lingue diverse non ci sono muri invalicabili ma ponti di traduzione.

E’ questo il segno proprio della presenza dello Spirito: è l’esperienza della prima comunità di ‘parlare’, con le parole e con la vita, è l’instaurarsi di una autentica comunicazione. La ‘parola’ diviene così ambito dell’intendersi. Lo Spirito Santo riempie i cuori, rende presente quel ‘parlare’ affettuoso di Dio all’umanità di alleanza, di appartenenza, come al Sinai.

Secondo il IV vangelo lo Spirito è il dono offerto nel giorno della risurrezione di Gesù. ‘nello stesso giorno, il primo dopo il sabato’. E’ esperienza che esprime la pasqua. Gesù passato dentro la morte, innalzato sulla croce è presente in modo nuovo, nello Spirito.

Il IV vangelo evidenzia come Cristo risorto dona lo Spirito ai suoi: il suo ‘alitare’ sui discepoli è soffio di una nuova creazione e comunica la sua vita nuova. In filigrana si può leggere la scena della Genesi in cui il primo Adamo tratto dalla terra ricevette il respiro di Dio (Gen 2,6).

Il gesto di Gesù è accompagnato dalla parola: ‘Ricevete lo Spirito Santo’. Lo Spirito, soffio, è forza di vita inafferrabile, è ‘respiro’ di vita presente nella creazione e Cristo vivente lo comunica come presenza: consolatore, suggeritore, maestro che farà ricordare. Lo Spirito guiderà alla verità tutta intera, all’incontro con Cristo ancora da scoprire nel corso della storia umana.

Nella creazione, nella storia dei popoli, nella vita personale lo Spirito è all’opera, spinge a non rinchiudere il ricordo di Gesù in una memoria sbiadita o lontana, invita a cercarlo e a lasciarsi incontrare da Lui.

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Parole

Le parole sono ancora oggi luogo di scoperta: sono le piccole grandi scoperte di chi vive l’insegnamento spesso in situazioni di difficoltà e di scarso riconoscimento, o in realtà marginali. Le parole provenienti dai bambini aprono alla meraviglia della loro fecondità. E’ il caso di Franco Lorenzoni maestro elementare nel paese di Giove in Umbria che ha raccolto la sua esperienza in un libro dal titolo I bambini pensano grande (ed. Sellerio 2014):

“Ho desiderato raccontare un anno di vita di una quinta elementare del piccolo paese umbro dove insegno da molti anni perché ascoltando nascere giorno dopo giorno parole ed emozioni, ragionamenti, ipotesi e domande, che emergevano dalle voci delle bambine e dei bambini con cui ho lavorato per cinque anni, ho avuto la sensazione di trovarmi di fronte a scoperte preziose, che ci aiutano ad andare verso la sostanza delle cose e verso l’origine più remota del nostro pensare il mondo”. (F.Lorenzoni, I bambini pensano grande, Sellerio 2016).

Il racconto si dipana lungo la durata di un anno scolastico, che chiude il tempo della scuola elementare. Alcuni capitoli sono intessuti sul dialogare tra gli scolari: quasi una riproposizione della più antica scuola dove, proprio nel dialogo, Socrate lasciava spazio alla scoperta e al venire della parola. Ma ciò avviene come una danza: “Anche se ha l’ambizione di dilatare il tempo, l’atto educativo vive solo nel presente, come la danza” (p.192).

Al centro sono i bambini e le bambine che pensano, ed emerge la consapevolezza del compito educativo come un togliere ostacoli, lasciare che il ‘pensare grande’ possa trovare spazio, e la fertilità propria dei bambini si esprima soprattutto dando occasione che tocchino con mano le cose.

Cronaca di un’avventura, dove qualcosa avviene, qualcosa irrompe nel miracolo della parola, nell’accompagnare il formarsi di parole in un bambino e bambina che cresce. La preziosità del suo vivere non sta solo nel grande che sarà, ma nel bambino che nel momento presente è.

E’ ancora l’esperienza delle parole che sorgono come poesia in cui la parola dice la vita e non fa sentire nessuno ‘fuori’, come nei seminari di poesia di Chandra Livia Candiani in diverse scuole elementari di Milano che cita Paul Celan: “Non vedo alcuna differenza tra una poesia e una stretta di mano.” “La poesia porta a scuola la parola viva, quella che dice le cose che di solito sono fuori scuola. Quand’ero piccola, ho scritto spesso temi che venivano valutati con una scritta blu ‘fuori tema’ o perfino: ‘gravemente fuori tema’. Era una frustrazione tremenda. Mi faceva sentire fuori mondo, fuori gente, eppure è proprio questa ferita che adesso mi aiuta a incontrare chi è letteralmente fuori mondo, fuori patria.

“Il silenzio mi passava tra le vene / sembra infinito il silenzio”. Sono le parole di un bambino di nove anni scritte negli incontri di poesia. Un libro ha raccolto questa esperienza e alcune poesie bambini. “Molti vengono da paesi stranieri, molti vivono qui scomodi. C’è un silenzio dietro queste voci, un silenzio che gli ha permesso di parlare. Questo silenzio è esposizione massima al rumore delle vite degli altri. Di cosa si fidano bambini? Si fidano del silenzio di indirizzi, di indicazioni di giudizi, si fidano del non sapere prima, si abbandonano al viaggio insieme. Per mano. Senza rete”.

Non si comunica infatti solamente parlando una lingua diversa ma partecipando al mondo interiore dell’altro, vivendo empatia e com-passione. La ‘parola’ non è solo strumento di comunicazione ai fini dell’utilità, ma fiore e frutto che in se stessa rivela l’esistenza di radici profonde e nascoste. E’ spazio dell’intendersi, di riconoscimento di senso della propria vita, di comunione con l’altro. La parola è ponte con chi è diverso per cultura, lingua, religione e nella diversità può essere dono, per scoprire le aperture nuove a cui conduce l’incontro. La parola spesso non emerge al termine di una faticosa elaborazione ma giunge, come dono, magari al culmine di una lunga attesa.

La parola, al centro dell’esperienza della scuola, è mare di navigazione in cui scorgere nuovi orizzonti e la possibilità di incontri. E’ porto che mai può essere ridotto ad un chiuso rifugio ma è da scorgere nell’infinito spazio del mare aperto. La parola, quando reca in sè espressione di esistenza e riconoscimento si fa breccia per passaggi nuovi, per scoperte e legami. In se stessa è soffio dello Spirito, da ascoltare, da cui lasciarsi prendere: «Dunque, per ascoltare/avvicina all’orecchio/la conchiglia della mano».

“L’universo non ha un centro,

ma per abbracciarsi si fa così:

ci si avvicina lentamente

eppure senza motivo apparente,

poi allargando le braccia,

si mostra il disarmo delle ali,

e infine si svanisce insieme,

nello spazio di carità

tra te

e l’altro”.

(da Chandra Livia Candiani, La bambina pugile ovvero la precisione dell’amore, Einaudi 2014)

Pentecoste è evento di parola: è il sorgere della comunità dall’accoglienza della Parola, che scende come fuoco, annuncio di risurrezione e incontro nuovo con Cristo vivente. E’ evento di parola nello scambio di parole nuove capaci di legami, cariche di riconoscimento per l’altro, diverse nella pluralità.

Alessandro Cortesi op

V domenica di Pasqua – anno C – 2016

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(Paolo invia una lettera – Miniatura XII sec. – Biblioteca marciana Venezia)

At 14,21-27; Ap 21,1-5; Gv 13,31-33.34-35

“…dopo aver predicato il vangelo in quella città e aver fatto un numero considerevole di discepoli, ritornarono a Listra, Iconio e Antiochia rianimando i discepoli ed esortandoli a restare saldi nella fede”. Paolo e Barnaba vivono la loro predicazione nell’impegno a rianimare e esortare. E’ l’esperienza della prima comunità ma è anche esperienza di ogni credente, la fatica della prova, la difficoltà e il senso di spaesamento, talvolta di inutilità. Opposizioni esterne e incomprensioni all’interno segnano il cammino. E’ la storia di tutti coloro che cercano di annunciare la parola attuando con coinvolgimento personale le scelte di libertà che la parola stessa suscita. Paolo e Barnaba invitano a stare saldi.

Nella narrazione di Luca è forte l’insistenza sull’affidamento alla grazia di Dio, sul senso di fiducia nel Signore. E’ lui che apre nuove porte e strade e a noi richiede una disponibilità coraggiosa e libera a percorsi ancora inediti: “Non appena furono arrivati, riunirono la comunità e riferirono tutto quello che Dio aveva compiuto per mezzo loro e come aveva aperto ai pagani la porta della fede”. L’agire di Dio è nella linea di apertura, di nuove relazioni e incontri che segnano vie nuove di esperienza della fede.

La pagina dell’Apocalisse orienta lo sguardo sulla nuova Gerusalemme, la città santa nella visione di un nuovo cielo e una nuova terra. Il mare – simbolo di ogni forza del male – scompare e la città assume le sembianze di donna dallo sguardo luminoso pronta ad incontrare il suo sposo, capace di amore. E’ uno sguardo profetico che individua il fine della storia: esito della storia è la vita di una città che è luogo di relazione. L’incontro sarà il punto finale del cammino umano, ma è già germe di vita nuova. La città è costruzione umana, luogo del vivere insieme, incrocio di case strade e piazze dove si intrecciano relazioni… al centro della città, chiamata ‘dimora di Dio con gli uomini’ sta la presenza di colui che è indicato con il nome ‘Dio-con-loro’. Dio con noi è Emmanuele (Mt 1,23; Is 7,14), nome che rinvia alla promessa di Gesù risorto, ‘ecco io sono-con-voi tutti i giorni fino alla fine del mondo’ (Mt 28,20).

La visione di Apocalisse presenta una novità: le cose di prima sono passate, non c’è più la morte né lutto né lamento né affanno e un nuovo mondo è iniziato. Il progetto di Dio di incontrare l’umanità e di vivere la vita piena apre all’incontro e ad una realtà nuova che ha nome ‘pace’: ‘Tripudierò con Gerusalemme, gioirò con il mio popolo; mai più le lacrime mai più il lamento risuoneranno in lei. E costruiranno case e le abiteranno; e pianteranno vigne e ne mangeranno il frutto” (Is 65,19.21).

La pagina del vangelo indica la via che Gesù lascia ai suoi, il comandamento nuovo, alla vigilia della sua morte. Il quarto vangelo legge la morte sulla croce come ‘glorificazione’. Gesù manifesta la gloria di Dio proprio sulla croce: nel luogo del dolore e dell’infamia è rivelato il volto di un amore trasparenza dell’umano e che supera le dimensioni umane: ‘avendo amato i suoi … li amò sino alla fine’. Gesù lascia così ai suoi il nuovo comandamento che riassume e compie ogni altro comandamento: ‘amate come io vi ho amati’. Non chiede solo di seguire un esempio, ma di trovare in lui la forza di amare in questo modo, così pienamente umano da manifestare il volto di Dio stesso. Gesù indica la via dell’amore quale luogo in cui si rende concreto il seguirlo: ‘da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri’. Scegliere lo stile di Gesù è testimonianza di lui ed è anche modo per restare in lui: ma questo stare in lui si attua nella relazione che rinvia agli altri. L’incontro con Gesù passa attraverso la via umana dell’incontro e del dialogo, in un amare che ha i tratti dei gesti di Gesù nel dono e nel servizio

Alessandro Cortesi op

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Futuro

In un articolo dal titolo Riprendiamoci il nostro futuro (La Repubblica 20 aprile 2016) Michela Murgia legge le recenti analisi del presidente dell’Inps riguardanti la generazione dei trentenni italiani e ne scorge i segni di una crisi che investe un Paese piegatosi alle logiche di un sistema che ha svuotato la dignità del lavoro e sta togliendo non solo la speranza di una pensione ma lo stesso futuro a generazioni di giovani: “Quegli uomini e quelle donne non sono una generazione perduta, come li ha definiti icasticamente Boeri, perché sono qui, sono vivi, ci camminano accanto e saranno sempre di più: ciascuno è lì coi suoi sogni non realizzati, le scelte che con più sicurezze lavorative si sarebbero potute fare, i figli mai generati per la paura di non avere abbastanza per crescerli e la pensione dei genitori come estremo paracadute. In quella generazione depredata è l’Italia che si è perduta, sacrificando milioni di intelligenze, di idee e di potenzialità all’avidità di una parte del mondo industriale, quello che conta, convinto che la vita di quelle persone non sia una risorsa, ma un costo da abbassare fino a metterlo in concorrenza col più basso salario al mondo. Non è la pensione la speranza perduta dei trentenni: è il futuro.”

Il lavoro (trabajo) con la terra, e il tetto (la casa) sono le tre ‘t’ su cui Francesco, vescovo di Roma, ha richiamato l’attenzione in uno dei suoi discorsi dal tono profetico e di critica del sistema economico dominante: “La Bibbia ci ricorda che Dio ascolta il grido del suo popolo e anch’io desidero unire la mia voce alla vostra: le famose ‘tre t’: terra, casa (techo) e lavoro (trabajo) per tutti i nostri fratelli e sorelle. L’ho detto e lo ripeto: sono diritti sacri. Vale la pena, vale la pena di lottare per essi. Che il grido degli esclusi si oda in America Latina e in tutta la terra. Iniziamo riconoscendo che abbiamo bisogno di un cambiamento. Ci tengo a precisare, affinché non ci sia fraintendimento, che parlo dei problemi comuni a tutti i latino-americani e, in generale, a tutta l’umanità. Problemi che hanno una matrice globale e che oggi nessuno Stato è in grado di risolvere da solo”. (Discorso al II incontro mondiale dei movimenti popolari, 9 luglio 2015, Santa Cruz de la Sierra – Bolivia).

Terra, casa e lavoro sono gli ambiti su cui porre cura per una società in cui vi sia preoccupazione per la vita delle persone in contrasto con un sistema di capitalismo finanziario dove tutto è ridotto a merce secondo l’idolatria del denaro. Erano le medesime istanze di Giorgio La Pira che nella conversione vissuta nell’incontro concreto con i poveri era stato spinto a vivere una spiritualità fatta di scelte orientate a dare volto ad una città in cui le esigenze fondamentali della casa, del lavoro, della salute e delle relazioni fossero i criteri guida: “lavoro per chi ne manca, casa per chi ne è privo, assistenza per chi ne necessita, libertà spirituale e politica per tutti” (da appunti del 1961): “Se io sono uomo di Stato il mio no alla disoccupazione ed al bisogno non può che significare questo: che la mia politica economica deve essere finalizzata dallo scopo dell’occupazione operaia e della eliminazione della miseria: è chiaro! Nessuna speciosa obbiezione tratta dalle cosiddette ‘leggi economiche’ può farmi deviare da questo fine”.

Riprendersi il futuro: è questo un orizzonte che lega insieme fede e vita in un tempo segnato dalla pre-potenza di un sistema che schiaccia le persone privandole di quei diritti sociali che sono la radice della relazione, della possibilità di costruire città come luogo di incontro e di vita comune, soprattutto per i più deboli. Riprendersi il futuro è sfida non tanto a pensare ad una possibile pensione per sé, ma ad un orizzonte solidale di vita insieme contro tutto ciò che disintegra i legami tra persone e generazioni.

Alessandro Cortesi op

IV domenica di Pasqua anno C – 2016

09_03_02.jpg(Apocalisse: i martiri ricevono la veste candida – affresco Cattedrale di Anagni cripta)

At 13,14.43-52; Ap 7,9.14b-17; Gv 10,27-30

Il passaggio dell’annuncio del vangelo ai pagani costituisce una svolta epocale nella storia del cristianesimo. La predicazione della prima comunità cristiana restò inizialmente entro i confini di comunità giudaiche, percepita come interna ad un gruppo particolare nel quadro dei diversi giudaismi che popolavano il I secolo. Ad un certo punto l’annuncio della fede in Cristo si apre al mondo dei pagani. E’ una svolta nella storia, un evento complesso, carico di implicazioni sino ad oggi e che continua ad interpellarci in vari modi.

La comprensione della figura di Gesù, del suo agire e della sua morte si apre ad orizzonti nuovi. In tale apertura si attua anche una comprensione nuova del disegno di Dio. In tutto il Primo Testamento, l’alleanza aveva il tratto di dono di salvezza per tutti i popoli attraverso la chiamata unica di Israele. La scelta di Paolo e Barnaba è in continuità con la fede ebraica, ne risulta un approfondimento: è ispirata dal coraggio che la Parola di Dio suscita e sorge dalla fedeltà ad essa. Ma è presente anche un contrasto, una prima rottura che pesa sulla storia successiva.

“Paolo e Barnaba ad Antiochia di Pisidia con franchezza dichiararono: ‘Era necessario che fosse annunziata anche a voi (ebrei) la parola di Dio, ma poiché la respingete e non vi giudicate degni della vita eterna, ecco noi ci rivolgiamo ai pagani”.

Paolo e Barnaba rivolgono l’annuncio ad Israele che mantiene un ruolo fondamentale nella storia della salvezza. Questa apertura di universalità trae radice nelle benedizioni di Dio non solo per Israele ma per tutte le nazioni. La stessa chiamata fondamentale per Israele è quella di essere il tramite di un dono di salvezza e di vita che progressivamente coinvolga i popoli e le genti straniere. Il popolo d’Israele sorge da una scelta gratuita quando era vittima e oppresso. Vive una elezione originaria finalizzata non ad un privilegio, ma ad un servizio per tutti i popoli. In Isaia la benedizione è rivolta al popolo degli egiziani e degli assiri: “Benedetto sia l’Egiziano, mio popolo, l’Assiro opera delle mie mani e Israele mia eredità” (Is 19,25). Il salmo 87 invita a vedere tutti i popoli della terra come cittadini a pieno titolo della città santa: “L’uno e l’altro è nato in essa e l’Altissimo la tiene salda. Il Signore scriverà nel libro dei popoli: Là costui è nato” (Sal 87,4-6).

Ad Antiochia si attua una svolta che trova il suo fondamento nel disegno di Dio richiamato dalla citazione di Is 49,6: ‘Ti ho posto come luce delle nazioni, perché tu porti la salvezza sino all’estremità della terra’. La figura del servo di Jahwè è vista come presenza di luce, inviato per un annuncio sino ai confini della terra, oltre i limiti dell’appartenenza ad un popolo o ad una religione.

Le parole di Paolo e Barnaba sono indicazione dell’apertura propria della Parola contro tutte le forme di religiosità che intendono chiuderla. L’incontro con Dio sta oltre le costruzioni e strutture religiose umane.

Paolo e Barnaba ad Antiochia fanno esperienza di come la parola di Dio sia fonte di gioia e di forza. Il loro discorso è compiuto con coraggio, attitudine della libertà del credente anche nelle difficoltà: i pagani si rallegravano e glorificavano la parola di Dio… i discepoli erano pieni di gioia e di Spirito santo. L’apertura dell’annuncio ai pagani è opera dello Spirito che conduce a vivere la gioia e la serenità profonda anche nelle momento della prova.

Questo itinerario offerto a tutti trova espressione nell’immagine del gregge e del pastore: “le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna e non andranno mai perdute e nessuno le rapirà dalla mia mano”. Nella parte iniziale della similitudine Gesù parla di altre pecore: ‘E ho altre pecore che non sono di quest’ovile; anche queste io devo condurre; ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge e un solo pastore’ (Gv 10,16-17)

‘Vita eterna’ non è realtà lontana e distante. Indica piuttosto la risposta alla sete più profonda che ogni persona porta nel cuore: il desiderio di essere accolti e amati, di vivere la pace nell’incontro, con Dio fonte della vita.

La pagina dell’Apocalisse presenta la visione di una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare. Il dono di salvezza non è per pochi ma abbraccia ogni nazione, razza popolo e lingua. “Tutti stavano in piedi davanti al trono e all’agnello, avvolti in vesti candide e portavano palme nelle mani”. La moltitudine tiene tra le mani il segno della vittoria: tutti costoro sono i testimoni che hanno vissuto la fatica della prova, la tribolazione, e provengono da ogni direzione. Il testo reinterpreta il salmo 23, canto rivolto a Dio come pastore d’Israele. “L’agnello sarà il loro pastore e li guiderà alle fonti della vita”. La visione si chiude con una parola di consolazione: “Non avranno più fame, né avranno più sete, né li colpirà il sole, né arsura di sorta, perché l’Agnello che sta in mezzo al trono sarà il loro pastore e li guiderà alle fonti della vita. E Dio tergerà ogni lacrima dai loro occhi”.

La presenza di Cristo risorto, agnello inerme e donato, apre ad una comunione nuova che si estende a comprendere tutta l’umanità. Per la prima comunità cristiana il vangelo è forza che apre speranza di vita per tutti.

Alessandro Cortesi op

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Coraggio

Una notizia di questi ultimi giorni è che la rivista americana ‘Fortune’ ha inserito il nome di Domenico Lucano, sindaco di Riace, tra i 50 leader più influenti del mondo attuale. La presenza di questo nome è dovuta alle scelte politiche e alle attuazioni svolte nel paese di Riace in Calabria, al cuore della Locride, paese colpito dal fenomeno dello spopolamento, in una zona tristemente nota per il controllo delle ‘ndrine della ‘ndrangheta locale. Domenico Lucano ha perseguito un progetto di apertura e di speranza. L’arrivo di stranieri, profughi e rifugiati a causa delle migrazioni non è stato visto come problema da cui difendersi ma come opportunità per pensare un futuro nuovo per un borgo a rischio spopolamento. Su circa duemila residenti la popolazione degli immigrati è divenuta in pochi anni di alcune centinaia di persone.

Il paese luogo di presenza dell’antica cultura greca con i famosi bronzi di Riace – portati anch’essi lontano – si è trasformato negli ultimi quindici anni in un paese di accoglienza di etnie, tradizioni, culture, lingue diverse. Le case lasciate vuote da chi se n’andava trovavano nuova possibilità di utilizzo quale accoglienza per le famiglie di rifugiati.

Alcuni simboli ricordano l’orientamento di fondo di un progetto che mira a dare vita nuova con la valorizzazione dell’artigianato, di forme nuove di lavoro, di valorizzazione del turismo e dell’accoglienza. Nella piazza principale una porta “africana” ricorda il rapporto con l’Africa. In un’aiuola una sagoma nera di donna rinvia alle statuette tribali e indica la speranza.

Riace si è così trasformata in un paese in cui una nuova società è andata formandosi con presenza di attività artigianali di somali, afghani, nigeriani con promozione di lavori sociali, di nuove attività commerciali e con l’arricchimento della scuola per la presenza di nuovi bambini, e nella presenza di volti di origini diverse e di religioni diverse. A Riace l’accoglienza di uomini, donne, famiglie di altri paesi è divenuta così occasione di lotta alle mafie locali e promozione di lavoro e di vita sociale.

La progettualità sostenuta da Mimmo Lucano si pone in una linea di coraggio e di libertà: “questo modello si basa su un’economia solidale, sui valori di sostegno reciproco della civiltà contadina. Inoltre penso che abbiamo una responsabilità verso quei Paesi del sud del mondo a lungo depredati dall’Occidente. Per questo ospitare chi fugge dall’Africa è un dovere”.

L’azione di Domenico Lucano riconosciuta a livello internazionale è una parabola laica del ‘coraggio’ di annunciare la Parola, quel coraggio che portava ad aprire la possibilità che la Parola si diffondesse oltre i confini chiusi di appartenenze, di sistemi culturali o religiosi. La parresia di Paolo e Barnaba è forse riconoscibile oggi in queste scelte di coraggio che aprono possibilità di convivenza nuove, che respirano la libertà di realizzare una società nuova, in contrasto a tanta aria irrespirabile di rifiuto, chiusura e violenza che sta diffondendo. La parresia è la franchezza di scelte di libertà che aprono vie al diffondersi di quella Parola che è per la vita delle persone: ‘Ti ho posto come luce delle nazioni, perché tu porti la salvezza sino all’estremità della terra’.

Alessandro Cortesi op

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III domenica di Pasqua anno C – 2016

DSCN2116.JPGAt 5,27-32.40-41; Ap 5,11-14; Gv 21,1-19

Gesù risorto è indicato come unica speranza per comunità che vivono il tempo della prova. Così il libro dell’Apocalisse presenta Gesù nel simbolo dell’agnello immolato, agnello che riceve onore e gloria da tutte le creature del cielo e della terra. E’ importante situare la lettura indicata all’interno di tutto il capitolo 5. Dopo le lettere alle sette chiese il libro di Apocalisse suggerisce una grande visione: c’è un libro sigillato e nessuno è in grado di leggerlo. Questo libro, simbolo della storia e delle vicende umane del cosmo è il libro della vita. Il profeta piange perché nessuno può aprirlo. Ma c’è qualcuno che può prendere il libro e spiegarlo: questi è l’agnello. La figura dell’agnello in Apocalisse è indicazione di Gesù morto e risorto che solo apre il senso della vita e della storia. E’ anche rinvio alla testimonianza dell’enigmatico profeta che ha subito la violenza senza difendersi, maltrattato da inerme (Is 53). Gesù, come agnello, ha consegnato la sua vita ed è stato ucciso. Ha fatto della sua vita un dono per gli altri, in solidarietà fino alla fine con il suo popolo. E’ agnello ritto in piedi che mantiene su di sè i segni della violenza: è il risorto che porta su di sé i segni della passione. Nel IV vangelo Gesù è sottoposto alle torture della passione mentre nel tempio venivano immolati gli agnelli per la cena pasquale ebraica. L’agnello al centro della cena pasquale trova un nuovo compimento nell’esistenza di Gesù come agnello ucciso, che nella sua morte porta vive il dono della sua vita nella nonviolenza dell’amore. E’ agnello ferito, ma in piedi e riceve onore perché solo lui apre il senso profondo della vita umana racchiuso nel libro. E’ Cristo crocifisso e risorto, in cui risplende il volto di Dio come amore, la gloria del Padre.

Il discorso di Pietro davanti al sommo sacerdote – presentato nel cap. 5 degli Atti degli apostoli – è una sorta di ampliamento della prima testimonianza della fede pasquale:. “Rispose allora Pietro insieme agli apostoli: ‘Bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini. Il Dio dei nostri padri ha risuscitato Gesù, che voi avevate ucciso appendendolo alla croce. Dio lo ha innalzato con la sua destra facendolo capo e salvatore, per dare a Israele la grazia della conversione e il perdono dei peccati. E di questi fatti siamo testimoni noi e lo Spirito Santo, che Dio ha dato a coloro che si sottomettono a lui”

Nelle parole di Pietro appare innanzitutto l’insistenza in una linea di continuità tra la storia della salvezza guidata da Dio nella vicenda di Israele e Gesù. Il Dio dei padri ha risuscitato Gesù. Il condannato, crocifisso è ora indicato con termini nuovi: ‘capo’ e ‘salvatore’. La sua vita si pone come riferimento di un cammino che continua, è guida per un popolo che si comprende in rapporto al popolo dell’esodo. E’ salvatore perché la sua morte si lega a tutta un’esistenza in cui c’è stata guarigione e offerta di vita per gli altri. Gesù è passato facendo del bene. Il vivente che ha vinto la morte è il medesimo che ha vissuto la sua vita annunciando la venuta del regno: è vicenda di salvezza che sta nei segni di guarigione, di vita, di apertura al futuro, di speranza.

Pietro parla di un ‘rialzarsi’ dalla morte ed esprime la posizione di Cristo presso il Padre con l’immagine dell’innalzamento: ‘Dio lo ha innalzato con la sua destra’. I cieli in alto contrapposti alla terra in basso indicano la sfera della vita divina. E’ linguaggio che conduce a scorgere che Gesù ha vinto la morte. La sua vita ora e definitivamente appartiene alla dimensione di Dio. Ma la presenza di Gesù è in continuità con la sua vicenda storica, è il medesimo Gesù di Nazareth, ora innalzato. La sua presenza può essere incontrata in modo nuovo, nell’esperienza del credere.

apparizione Gesù Monreale.jpg (Duomo di Monreale affresco)

 

La terza volta che Gesù apparve ai suoi è narrata dal quarto vangelo in delle ultime pagine: la scena è disposta in tre momenti. All’inizio la manifestazione di Gesù a coloro che hanno seguito l’invito di Pietro ‘io vado a pescare’: un incontro inatteso, sconvolgente e peraltro inserito nel quotidiano. Poi il mangiare insieme, la condivisione del pesce arrostito con i discepoli sulla riva del lago; infine il dialogo con Pietro: ‘mi ami tu?’. L’interrogativo ripetuto sull’amore.

La scena iniziale è posta in una atmosfera ordinaria sulle rive del lago, in Galilea, con la presenza di sette discepoli di cui si indicano i nomi: Simon Pietro, Tommaso detto Didimo, Natanaele di Cana di Galilea, i figli di Zebedeo e altri due discepoli. Salgono insieme sulla barca e ritornano alla loro attività di pescatori. In questo quadro, dai toni sconsolati c’è il desiderio di ritornare ad una normalità antecedente all’incontro con Gesù. Sembra quasi che questo gesto indichi una volontà di chiudere quella parentesi di speranza e di apertura della propria esistenza. Tornano ad un quotidiano con le porte chiuse quasi con il desiderio di riempire un vuoto presente e di non pensare più a quanto avevano sperato in rapporto al profeta di Nazareth. Così il fallimento della pesca, nella notte, diviene un segno della sterilità in cu sono rinchiusi e dello sconforto, ‘ma in quella notte non presero nulla’.

Gesù si presenta sulla riva, quando sorge la luce di un’alba che non sé solo inizio di un nuovo giorno, ma il farsi strada di una luce profonda. ‘Gesù stette sulla riva’. E’ uno ‘stare’ che ritorna come stile di una presenza nuova: ‘stette in mezzo’… (Gv 20,19.26) dice il IV vangelo per indicare la presenza di Gesù che raduna la comunità attorno a sé nel dono della pace e dello Spirito. Ora stette sulla riva, su quella riva che ricorda una chiamata e invita a nuove navigazioni. Ma non lo riconoscono. La sua parola è innanzitutto una richiesta di mangiare: ‘Figlioli, avete qualcosa da mangiare?’. Gesù si presenta come colui che ha fame, così come le ultime parole sulla croce sono state ‘ho sete’ (Gv 19,28). La sue parole rivolgendosi ai discepoli manifestano la tenerezza con accenno ai ‘piccoli figli’. C’è un rinvio ad un cibo da condividere nel mangiare insieme, al cuore di questo racconto. Da qui l’invito a gettare le reti dalla parte destra, forse nel segno di un augurio di bene. Solamente di fronte alla pesca che colma le reti il discepolo che Gesù amava dice a Pietro: ‘E’ il Signore’. Nei racconti di apparizione del IV vangelo è un tratto che ritorna quello che allude alla dialettica tra il discepolo ‘altro’ e ‘giunse per primo al sepolcro’ e Simon Pietro (Gv 20,1-10). L’altro è il primo che giunge a comprendere, a vedere e credere scorgendo i segni e interpretandoli. Simone è tuttavia colui che per primo, dopo il riconoscimento, si getta in mare per andare incontro a Gesù, dimostra ancora la sua irruenza e si apre ad un cammino nuovo.

E’ una scena di riconoscimento che introduce ad interrogarsi sul vedere e incontrare il risorto: Gesù ora va incontrato con gli occhi del discepolo che amava. La barca dove sono saliti i discepoli delusi assume i contorni simbolici della comunità/chiesa; la rete che non si spezza evidenzia un altro aspetto di questa chiesa chiamata a riconoscere e incontrare il suo Signore nell’esperienza della riconciliazione, del condividere, del mangiare insieme.

C’è un fuoco di brace con del pesce e del pane sulla riva. Gesù ha preparato qualcosa: ancora si presenta come colui che prepara da mangiare e serve. E lui chiede che il pesce pescato sulla sua parola sia portato insieme a quello già preparato sul fuoco. Ripete con i suoi i gesti che aveva lasciato loro come indicazione del senso dell’intera sua esistenza: ‘Prese il pane e lo diede a loro, e così pure il pesce’. La condivisione nel mangiare insieme. Il mangiare insieme diviene esperienza segno di incontro con lui.

L’ultimo quadro del racconto è il dialogo tra Gesù e Pietro. Per tre volte un’unica domanda sull’amore è ripetuta. Un’insistenza che sembra rievocare il triplice rinnegamento di Pietro durante la passione (Gv 18,25-27). La risposta di Pietro ‘Signore tu sai tutto, tu sai che ti amo’ apre a comprendere il cammino che Pitero ha compiuto. Si scopre incapace e lontano da quel volto di presuntuoso che aveva affermato: ‘Signore, perché non posso seguirti ora? Darò la mia vita per te’ (Gv 13,37). Pietro vive la scoperta di un amore che si accontenta della sua pochezza. Lo riconcilia con se stesso, consapevole del suo limite e della sua infedeltà. La radice della missione nuova sta qui. Pietro è chiamato ad essere guida e pastore, lo potrà essere solo se vive il senso di abbandono e di trarre la forza da colui che lo ha perdonato: Gesù si accontenta del suo voler bene (usa il verbo fileo) non gli chiede quell’amore/agape che solo da Dio viene. Pietro riconosce il suo limite, la sua incapacità. La sua vita trae senso e la sua forza unicamente dal perdono del Cristo risorto e dal suo amore. La sua missione d’ora in poi non consisterà in particolari compiti ma sarà risposta ad una chiamata che è eco del primo incontro. “E detto questo aggiunse: Seguimi”.

Alessandro Cortesi op

 

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Musica e parole per vivere

E’ morto da pochi giorni Gianmaria Testa, cantautore italiano, originario del cuneese. Nelle sue canzoni, tessiture di poesia, ha saputo interpretare le voci del tempo, è stato capace di trasmettere le voci dei dimenticati e si è fatto eco della grandezza delle cose semplici. E’ stato un artista schivo, lontano dalle forme di esaltazione del personaggio, dalla ricerca di visibilità. E’ stato capace di esprimere nelle sfumature di parole recanti soffio di leggerezza un richiamo alle attese, alle nostalgie, alle domande più nascoste della vita. Don Luigi Ciotti lo ha salutato al funerale con queste parole: “Ciao Gianmaria, eri un uomo schivo, gentile, pieno di dubbi. Hai cantato gli ultimi, ci hai aiutato ad alzare la testa. Continua a suonare e a cantare, noi continueremo a sentirti uno di noi”.

Nelle sue canzoni affronta alcuni drammi del nostro presente e dlela vita sociale, come nell’album Vitamia del 2005  in cui ispirandosi ad uno scritto di Andrea Bajani ripercorre i sentimenti di chi a cinquant’anni perde il lavoro. Il suo sguardo critico sulla realtà non rimane chiuso e ripiegato. Nelle sue musiche e parole si coglie il rinvio ad un interrogarsi sulla vita che apre il quotidiano ad essere soglia di un andare oltre. Come nella canzone ‘Sono belle le cose‘:

“Sono belle le cose, belli i contorni

degli occhi

e i contorni del rosso

gli accenti sulle a, lacrime di pagliacci

le ciglia delle dive

le bolle di sapone,

il cerchio del mondo è bello

l’ossigeno delle stelle

e la poesia dei ritorni,

di emigranti e isole,

cercando l’invisibile: l’appartenenza

è bello il fuoco

e il sonno

e il buio petulante gola dei fantasmi

e il brodo primordiale padre nostro

che cola in questi nomi”

Il suo interrogativo sospeso esprime profondità e apertura, quasi eco di parole di bella notizia per coloro che sono dimenticati e tenuti a margini. Nelle sue canzoni ricorda i viaggi e i passi, il cammino che accomuna la vita di tutti.

L’albero del pane

Di passi la strada
di passi e di sabbia il confine
dovunque si vada barriera di mare sarà
aperta soltanto
aperta al ritorno di venti
di naufraghi e vele
chiunque ci parta
comunque ci ritornerà

Di sabbia la strada
e d’ombra la pianta del pane
a chiunque ci vada rifugio e prigione darà
e finestra di vento
aperta soltanto
al ricordo di voci e sirene
dovunque si parta
comunque si ritornerà

E’ d’ombra la strada
e nell’ombra si lascia passare
dovunque si vada soltanto illusione sarà
e poi sogno, miraggio
distanza, passaggio
e risveglio fra l’albero e il pane
per quanto si parta
comunque si ritornerà
.

Il breve testo di una tra le sue canzoni si delinea come riflessione sul tempo, il tempo della vita, il tempo che passa, ma anche il tempo che ritorna e viene accolto in modo nuovo, tempo finito, perduto, anche il tempo sbagliato, ma che non rimane chiuso, andato. Tempo aperto ad una novità non detta, solo accennata e intravista. Quasi un accompagnare a sostare su di un futuro nuovo, di occhi, di vedere senza più parole. Pare di avvertire un’eco dell’esperienza del tempo di Simon Pietro, riportato a ripercorrere nello sguardo e nella parola di Gesù il tempo del suo cammino. Ricondotto a scorgervi spazio di riconciliazione, con se stesso, con il desiderio di amare, con un futuro da accogliere nell’invito ‘seguimi’.

Canzone del tempo che passa

Saluteremo dalla nostra finestra
il tempo che passa
e se passando ci riconoscerà
anche il tempo perduto
anche il tempo sbagliato
ci risponderà
Saluteremo dalla nostra finestra
e non sarà una canzone
che tutto il tempo finito ci ritornerà
ma saranno gli occhi
questi nostri occhi senza più parole
e un altro tempo sarà.

 Alessandro Cortesi op

 

Nuovo libro dei canti – san Domenico Pistoia (aggiornamento 3 gennaio 2018)

 

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E’ a disposizione il nuovo libro dei canti per la liturgia pubblicato in occasione degli 800 anni della fondazione dell’Ordine per la chiesa di san Domenico a Pistoia


Il libro dei canti riporta le parole con accordi per accompagnamento con chitarra. Molti canti con le melodie possono possono essere ascoltati  su youtube (chi desidera indicazioni dei link può inviare un messaggio a: info@domenicanipistoia.it)

Per scaricarlo si può cliccare qui sotto:

Canzoniere con ACCORDI aggiornamento 03.01.18

 

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Bolla Religiosam vitam di papa Onorio III, 22 dicembre 1216

 

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