la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

V domenica di Pasqua – anno C – 2016

Paolo Miniatura  Bibl. Marciana VE.jpg

(Paolo invia una lettera – Miniatura XII sec. – Biblioteca marciana Venezia)

At 14,21-27; Ap 21,1-5; Gv 13,31-33.34-35

“…dopo aver predicato il vangelo in quella città e aver fatto un numero considerevole di discepoli, ritornarono a Listra, Iconio e Antiochia rianimando i discepoli ed esortandoli a restare saldi nella fede”. Paolo e Barnaba vivono la loro predicazione nell’impegno a rianimare e esortare. E’ l’esperienza della prima comunità ma è anche esperienza di ogni credente, la fatica della prova, la difficoltà e il senso di spaesamento, talvolta di inutilità. Opposizioni esterne e incomprensioni all’interno segnano il cammino. E’ la storia di tutti coloro che cercano di annunciare la parola attuando con coinvolgimento personale le scelte di libertà che la parola stessa suscita. Paolo e Barnaba invitano a stare saldi.

Nella narrazione di Luca è forte l’insistenza sull’affidamento alla grazia di Dio, sul senso di fiducia nel Signore. E’ lui che apre nuove porte e strade e a noi richiede una disponibilità coraggiosa e libera a percorsi ancora inediti: “Non appena furono arrivati, riunirono la comunità e riferirono tutto quello che Dio aveva compiuto per mezzo loro e come aveva aperto ai pagani la porta della fede”. L’agire di Dio è nella linea di apertura, di nuove relazioni e incontri che segnano vie nuove di esperienza della fede.

La pagina dell’Apocalisse orienta lo sguardo sulla nuova Gerusalemme, la città santa nella visione di un nuovo cielo e una nuova terra. Il mare – simbolo di ogni forza del male – scompare e la città assume le sembianze di donna dallo sguardo luminoso pronta ad incontrare il suo sposo, capace di amore. E’ uno sguardo profetico che individua il fine della storia: esito della storia è la vita di una città che è luogo di relazione. L’incontro sarà il punto finale del cammino umano, ma è già germe di vita nuova. La città è costruzione umana, luogo del vivere insieme, incrocio di case strade e piazze dove si intrecciano relazioni… al centro della città, chiamata ‘dimora di Dio con gli uomini’ sta la presenza di colui che è indicato con il nome ‘Dio-con-loro’. Dio con noi è Emmanuele (Mt 1,23; Is 7,14), nome che rinvia alla promessa di Gesù risorto, ‘ecco io sono-con-voi tutti i giorni fino alla fine del mondo’ (Mt 28,20).

La visione di Apocalisse presenta una novità: le cose di prima sono passate, non c’è più la morte né lutto né lamento né affanno e un nuovo mondo è iniziato. Il progetto di Dio di incontrare l’umanità e di vivere la vita piena apre all’incontro e ad una realtà nuova che ha nome ‘pace’: ‘Tripudierò con Gerusalemme, gioirò con il mio popolo; mai più le lacrime mai più il lamento risuoneranno in lei. E costruiranno case e le abiteranno; e pianteranno vigne e ne mangeranno il frutto” (Is 65,19.21).

La pagina del vangelo indica la via che Gesù lascia ai suoi, il comandamento nuovo, alla vigilia della sua morte. Il quarto vangelo legge la morte sulla croce come ‘glorificazione’. Gesù manifesta la gloria di Dio proprio sulla croce: nel luogo del dolore e dell’infamia è rivelato il volto di un amore trasparenza dell’umano e che supera le dimensioni umane: ‘avendo amato i suoi … li amò sino alla fine’. Gesù lascia così ai suoi il nuovo comandamento che riassume e compie ogni altro comandamento: ‘amate come io vi ho amati’. Non chiede solo di seguire un esempio, ma di trovare in lui la forza di amare in questo modo, così pienamente umano da manifestare il volto di Dio stesso. Gesù indica la via dell’amore quale luogo in cui si rende concreto il seguirlo: ‘da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri’. Scegliere lo stile di Gesù è testimonianza di lui ed è anche modo per restare in lui: ma questo stare in lui si attua nella relazione che rinvia agli altri. L’incontro con Gesù passa attraverso la via umana dell’incontro e del dialogo, in un amare che ha i tratti dei gesti di Gesù nel dono e nel servizio

Alessandro Cortesi op

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Futuro

In un articolo dal titolo Riprendiamoci il nostro futuro (La Repubblica 20 aprile 2016) Michela Murgia legge le recenti analisi del presidente dell’Inps riguardanti la generazione dei trentenni italiani e ne scorge i segni di una crisi che investe un Paese piegatosi alle logiche di un sistema che ha svuotato la dignità del lavoro e sta togliendo non solo la speranza di una pensione ma lo stesso futuro a generazioni di giovani: “Quegli uomini e quelle donne non sono una generazione perduta, come li ha definiti icasticamente Boeri, perché sono qui, sono vivi, ci camminano accanto e saranno sempre di più: ciascuno è lì coi suoi sogni non realizzati, le scelte che con più sicurezze lavorative si sarebbero potute fare, i figli mai generati per la paura di non avere abbastanza per crescerli e la pensione dei genitori come estremo paracadute. In quella generazione depredata è l’Italia che si è perduta, sacrificando milioni di intelligenze, di idee e di potenzialità all’avidità di una parte del mondo industriale, quello che conta, convinto che la vita di quelle persone non sia una risorsa, ma un costo da abbassare fino a metterlo in concorrenza col più basso salario al mondo. Non è la pensione la speranza perduta dei trentenni: è il futuro.”

Il lavoro (trabajo) con la terra, e il tetto (la casa) sono le tre ‘t’ su cui Francesco, vescovo di Roma, ha richiamato l’attenzione in uno dei suoi discorsi dal tono profetico e di critica del sistema economico dominante: “La Bibbia ci ricorda che Dio ascolta il grido del suo popolo e anch’io desidero unire la mia voce alla vostra: le famose ‘tre t’: terra, casa (techo) e lavoro (trabajo) per tutti i nostri fratelli e sorelle. L’ho detto e lo ripeto: sono diritti sacri. Vale la pena, vale la pena di lottare per essi. Che il grido degli esclusi si oda in America Latina e in tutta la terra. Iniziamo riconoscendo che abbiamo bisogno di un cambiamento. Ci tengo a precisare, affinché non ci sia fraintendimento, che parlo dei problemi comuni a tutti i latino-americani e, in generale, a tutta l’umanità. Problemi che hanno una matrice globale e che oggi nessuno Stato è in grado di risolvere da solo”. (Discorso al II incontro mondiale dei movimenti popolari, 9 luglio 2015, Santa Cruz de la Sierra – Bolivia).

Terra, casa e lavoro sono gli ambiti su cui porre cura per una società in cui vi sia preoccupazione per la vita delle persone in contrasto con un sistema di capitalismo finanziario dove tutto è ridotto a merce secondo l’idolatria del denaro. Erano le medesime istanze di Giorgio La Pira che nella conversione vissuta nell’incontro concreto con i poveri era stato spinto a vivere una spiritualità fatta di scelte orientate a dare volto ad una città in cui le esigenze fondamentali della casa, del lavoro, della salute e delle relazioni fossero i criteri guida: “lavoro per chi ne manca, casa per chi ne è privo, assistenza per chi ne necessita, libertà spirituale e politica per tutti” (da appunti del 1961): “Se io sono uomo di Stato il mio no alla disoccupazione ed al bisogno non può che significare questo: che la mia politica economica deve essere finalizzata dallo scopo dell’occupazione operaia e della eliminazione della miseria: è chiaro! Nessuna speciosa obbiezione tratta dalle cosiddette ‘leggi economiche’ può farmi deviare da questo fine”.

Riprendersi il futuro: è questo un orizzonte che lega insieme fede e vita in un tempo segnato dalla pre-potenza di un sistema che schiaccia le persone privandole di quei diritti sociali che sono la radice della relazione, della possibilità di costruire città come luogo di incontro e di vita comune, soprattutto per i più deboli. Riprendersi il futuro è sfida non tanto a pensare ad una possibile pensione per sé, ma ad un orizzonte solidale di vita insieme contro tutto ciò che disintegra i legami tra persone e generazioni.

Alessandro Cortesi op

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