la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Pentecoste – anno C – 2016

Il Salterio Hunterland, Pentecoste, Miniatura del XII secolo, Folio 15v, Università di Glasgow, Scozia UK(Pentecoste, Miniatura del XII secolo, Salterio Hunterland, f. 15v, Università di Glasgow)

At 2,1-11; Sal 103; Rom 8,8,17; Gv 14,15-16.23b-26

Il dono della legge è per Israele segno di alleanza per la vita. Le parole della legge possono permeare l’esistenza e sono eco dell’unica parola dono di fedeltà, il ‘sì’ pronunciato da Dio, promessa di vicinanza e di reciproca appartenenza: ‘voi siete mio popolo’.

Nel racconto della pentecoste alcuni elementi rinviano alla narrazione del dono della Legge al Sinai: il monte allora era fumante, il Signore scese nel fuoco e iniziò un dialogo tra Dio e Mosè con la presenza di una voce dal cielo (Es 19,16-19).

Così nella pagina degli Atti degli apostoli il rumore, il fuoco e le parole sono simboli che richiamano quell’evento di alleanza. Quanto avviene nell’esperienza di Pentecoste è in legame all’esperienza di Israele: la legge dello Spirito ora è riversata nei cuori.

Accanto a questi riferimenti altri elementi ricordano il racconto del battesimo di Gesù: ‘il cielo si aprì… e scese lo Spirito Santo… e vi fu una voce dal cielo…’ (Lc 3,21-22). Ciò che Gesù visse al momento del suo battesimo al Giordano, è ora esperienza della comunità nella Pasqua.

Tanti richiami simbolici sono così usati per introdurre nell’esperienza indicibile e interiore dello Spirito che investe la prima comunità: ‘tutti furono ripieni di Spirito Santo’. Dopo la Pasqua la comunità impaurita vive un evento nuovo inatteso di raduno e di coinvolgimento. Il racconto offre parole per un’esperienza indicibile. I discepoli che avevano abbandonato Gesù avvertono l’irrompere di un incontro che è forza di vita, di apertura e coraggio: come fuoco e vento che spinge ad aprire porte e finestre e uscire. Scoprono in se stessi una capacità nuova di comunicazione. Il ‘parlare’ in altre lingue è segno della pluralità e della differenza in cui la comunità nasce.

Nel racconto di Babele la diversità delle lingue era stato esito di una dispersione. Di fronte alla pretesa di un impero simboleggiato dalla torre, quale unico dominio di una sola lingua, l’azione di Dio genera differenza. Il disegno di Dio non è quello di un’uniformità imposta: ‘scendiamo dunque perché nessuno comprenda più la lingua dell’altro’ (Gen 11,7). A Babele cessarono allora di costruire la città la cui cima doveva toccare il cielo.

A Gerusalemme, nel giorno di Pentecoste Luca vede compiersi la possibilità del ‘farsi intendere’ nel modo proprio dell’altro: ‘com’è che li sentiamo ciascuno parlare la nostra lingua nativa?’. Lo stupore non proviene tanto dalla diversità delle lingue ma perché l’altro, lo sconosciuto e straniero, parla in modo comprensibile, fa risuonare echi di lingua materna, si fa intendere. I lontani divengono vicini. Tra lingue diverse non ci sono muri invalicabili ma ponti di traduzione.

E’ questo il segno proprio della presenza dello Spirito: è l’esperienza della prima comunità di ‘parlare’, con le parole e con la vita, è l’instaurarsi di una autentica comunicazione. La ‘parola’ diviene così ambito dell’intendersi. Lo Spirito Santo riempie i cuori, rende presente quel ‘parlare’ affettuoso di Dio all’umanità di alleanza, di appartenenza, come al Sinai.

Secondo il IV vangelo lo Spirito è il dono offerto nel giorno della risurrezione di Gesù. ‘nello stesso giorno, il primo dopo il sabato’. E’ esperienza che esprime la pasqua. Gesù passato dentro la morte, innalzato sulla croce è presente in modo nuovo, nello Spirito.

Il IV vangelo evidenzia come Cristo risorto dona lo Spirito ai suoi: il suo ‘alitare’ sui discepoli è soffio di una nuova creazione e comunica la sua vita nuova. In filigrana si può leggere la scena della Genesi in cui il primo Adamo tratto dalla terra ricevette il respiro di Dio (Gen 2,6).

Il gesto di Gesù è accompagnato dalla parola: ‘Ricevete lo Spirito Santo’. Lo Spirito, soffio, è forza di vita inafferrabile, è ‘respiro’ di vita presente nella creazione e Cristo vivente lo comunica come presenza: consolatore, suggeritore, maestro che farà ricordare. Lo Spirito guiderà alla verità tutta intera, all’incontro con Cristo ancora da scoprire nel corso della storia umana.

Nella creazione, nella storia dei popoli, nella vita personale lo Spirito è all’opera, spinge a non rinchiudere il ricordo di Gesù in una memoria sbiadita o lontana, invita a cercarlo e a lasciarsi incontrare da Lui.

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Parole

Le parole sono ancora oggi luogo di scoperta: sono le piccole grandi scoperte di chi vive l’insegnamento spesso in situazioni di difficoltà e di scarso riconoscimento, o in realtà marginali. Le parole provenienti dai bambini aprono alla meraviglia della loro fecondità. E’ il caso di Franco Lorenzoni maestro elementare nel paese di Giove in Umbria che ha raccolto la sua esperienza in un libro dal titolo I bambini pensano grande (ed. Sellerio 2014):

“Ho desiderato raccontare un anno di vita di una quinta elementare del piccolo paese umbro dove insegno da molti anni perché ascoltando nascere giorno dopo giorno parole ed emozioni, ragionamenti, ipotesi e domande, che emergevano dalle voci delle bambine e dei bambini con cui ho lavorato per cinque anni, ho avuto la sensazione di trovarmi di fronte a scoperte preziose, che ci aiutano ad andare verso la sostanza delle cose e verso l’origine più remota del nostro pensare il mondo”. (F.Lorenzoni, I bambini pensano grande, Sellerio 2016).

Il racconto si dipana lungo la durata di un anno scolastico, che chiude il tempo della scuola elementare. Alcuni capitoli sono intessuti sul dialogare tra gli scolari: quasi una riproposizione della più antica scuola dove, proprio nel dialogo, Socrate lasciava spazio alla scoperta e al venire della parola. Ma ciò avviene come una danza: “Anche se ha l’ambizione di dilatare il tempo, l’atto educativo vive solo nel presente, come la danza” (p.192).

Al centro sono i bambini e le bambine che pensano, ed emerge la consapevolezza del compito educativo come un togliere ostacoli, lasciare che il ‘pensare grande’ possa trovare spazio, e la fertilità propria dei bambini si esprima soprattutto dando occasione che tocchino con mano le cose.

Cronaca di un’avventura, dove qualcosa avviene, qualcosa irrompe nel miracolo della parola, nell’accompagnare il formarsi di parole in un bambino e bambina che cresce. La preziosità del suo vivere non sta solo nel grande che sarà, ma nel bambino che nel momento presente è.

E’ ancora l’esperienza delle parole che sorgono come poesia in cui la parola dice la vita e non fa sentire nessuno ‘fuori’, come nei seminari di poesia di Chandra Livia Candiani in diverse scuole elementari di Milano che cita Paul Celan: “Non vedo alcuna differenza tra una poesia e una stretta di mano.” “La poesia porta a scuola la parola viva, quella che dice le cose che di solito sono fuori scuola. Quand’ero piccola, ho scritto spesso temi che venivano valutati con una scritta blu ‘fuori tema’ o perfino: ‘gravemente fuori tema’. Era una frustrazione tremenda. Mi faceva sentire fuori mondo, fuori gente, eppure è proprio questa ferita che adesso mi aiuta a incontrare chi è letteralmente fuori mondo, fuori patria.

“Il silenzio mi passava tra le vene / sembra infinito il silenzio”. Sono le parole di un bambino di nove anni scritte negli incontri di poesia. Un libro ha raccolto questa esperienza e alcune poesie bambini. “Molti vengono da paesi stranieri, molti vivono qui scomodi. C’è un silenzio dietro queste voci, un silenzio che gli ha permesso di parlare. Questo silenzio è esposizione massima al rumore delle vite degli altri. Di cosa si fidano bambini? Si fidano del silenzio di indirizzi, di indicazioni di giudizi, si fidano del non sapere prima, si abbandonano al viaggio insieme. Per mano. Senza rete”.

Non si comunica infatti solamente parlando una lingua diversa ma partecipando al mondo interiore dell’altro, vivendo empatia e com-passione. La ‘parola’ non è solo strumento di comunicazione ai fini dell’utilità, ma fiore e frutto che in se stessa rivela l’esistenza di radici profonde e nascoste. E’ spazio dell’intendersi, di riconoscimento di senso della propria vita, di comunione con l’altro. La parola è ponte con chi è diverso per cultura, lingua, religione e nella diversità può essere dono, per scoprire le aperture nuove a cui conduce l’incontro. La parola spesso non emerge al termine di una faticosa elaborazione ma giunge, come dono, magari al culmine di una lunga attesa.

La parola, al centro dell’esperienza della scuola, è mare di navigazione in cui scorgere nuovi orizzonti e la possibilità di incontri. E’ porto che mai può essere ridotto ad un chiuso rifugio ma è da scorgere nell’infinito spazio del mare aperto. La parola, quando reca in sè espressione di esistenza e riconoscimento si fa breccia per passaggi nuovi, per scoperte e legami. In se stessa è soffio dello Spirito, da ascoltare, da cui lasciarsi prendere: «Dunque, per ascoltare/avvicina all’orecchio/la conchiglia della mano».

“L’universo non ha un centro,

ma per abbracciarsi si fa così:

ci si avvicina lentamente

eppure senza motivo apparente,

poi allargando le braccia,

si mostra il disarmo delle ali,

e infine si svanisce insieme,

nello spazio di carità

tra te

e l’altro”.

(da Chandra Livia Candiani, La bambina pugile ovvero la precisione dell’amore, Einaudi 2014)

Pentecoste è evento di parola: è il sorgere della comunità dall’accoglienza della Parola, che scende come fuoco, annuncio di risurrezione e incontro nuovo con Cristo vivente. E’ evento di parola nello scambio di parole nuove capaci di legami, cariche di riconoscimento per l’altro, diverse nella pluralità.

Alessandro Cortesi op

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