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Contro nuove leggi razziali in Europa

migranti_macedonia_grecia_confine_getty.jpg(confine Macedonia Grecia – Idomeni)

Nei giorni scorsi in Gran Bretagna la Camera dei Comuni ha rifiutato di accogliere tremila bambini non accompagnati esposti alle condizioni disumane di vita nel percorso attraverso i Balcani e in preda al disordine e alla violenza degli sgomberi imposti dai gendarmi a Calais nel campo definito ‘la giungla’.

In Austria  in un clima di avanzata della destra xenofoba è stata intrapresa la costruzione di un nuovo muro, una barriera al Brennero. Nei prossimi giorni il parlamento austriaco si appresta a votare una legge che, se la sua formulazione rimane invariata, prevede il sistematico rifiuto, tranne poche eccezioni, delle richieste di protezione internazionale.  Sulla base di una norma dell’Unione (art. 72 dell’Accordo sul funzionamento della UE) l’Austria già a settembre 2015 ha introdotto i controlli alla frontiera. Il paradosso è che l’Austria si dichiara in pericolo in pericolo per il fatto di aver ricevuto 90.000 richieste di protezione internazionale nell’anno scorso.

La Conferenza episcopale austriaca definisce il provvedimento “un’inaccettabile intromissione nel diritto d’asilo delle persone. La Chiesa cattolica si esprime decisamente contro la sospensione di fatto del diritto di asilo”. Contro la sospensione de facto del diritto di asilo e contro l’avvio di procedure di respingimento e di espulsione dei richiedenti la protezione internazionale si stanno muovendo la Caritas e altre organizzazioni.

Il vescovo di Eisenstadt, Mons. Ägidius Zsifkovics, ha dichiarato la sua disobbedienza alla richiesta della direzione di polizia di installare su terreni appartenenti alla Chiesa un tratto della barriera ptevista a sperazione dell’Austria dall’Ungheria. Zsifkovics, coordinatore per  l’ambito dei profughi delle Conferenze episcopali europee, ha dichiarato: “Sono consapevole della difficile situazione della Stato, ma non posso accettare per motivi di coscienza (…) L’anno scorso, quando circa 200mila persone hanno passato il confine, abbiamo creato da un giorno all’altro in edifici ecclesiastici mille alloggiamenti di fortuna per famiglie sfinite, donne, bambini e persone anziane e indebolite. E ora dovremmo installare steccati sui terreni della Chiesa? È il mio corpo stesso che si ribella (…) Capisco le paure delle persone che percepisco attorno a me. Però sarei un cattivo vescovo, se non sapessi dare a queste paure una risposta cristiana. E questa risposta non è lo steccato. Semmai, in caso di necessità, un buco nello steccato!” (dal sito migrantitorino.it)

Così scrive Giusi Nicolini, sindaca di Lampedusa: “Erano passati pochi mesi dalla mia elezione a sindaco quando, il 3 di novembre del 2012, nei giorni dell’assegnazione del premio Nobel per la pace all’Europa celebrata come la comunità che promuove democrazia e diritti umani, mi furono consegnati i primi 21 cadaveri. Erano i corpi di persone annegate mentre tentavano di raggiungere la nostra isola. Per me, e per Lampedusa, era solo un altro enorme fardello di dolore. Ricordo che chiesi aiuto, attraverso la Prefettura, ai Sindaci della provincia per poter dare loro una dignitosa sepoltura perché il mio Comune non aveva più loculi disponibili. E rivolsi a tutti una domanda: quanto deve essere grande il cimitero della mia isola?

La ripeto oggi, di fronte a quello che appare a tutti come lo sgretolamento dell’idea stessa di Europa, alla furiosa rinascita degli egoismi che ci riportano indietro nel tempo a quando ancora non c’era il muro di Berlino. Non mi capacito del perché non possono essere accolti nella ricca Gran Bretagna tremila bambini già presenti in Europa e lasciati soli nei campi di Calais, orfani non solo dei loro genitori ma adesso privati di tutto. Mi chiedo perché la Norvegia, in cambio di mille euro, li vuole rimandare indietro anche nelle zone di guerra? Perché la Svezia sta pensando ai respingimenti di massa? Perché di tutte queste nuove frontiere spinate dall’Austria all’Ungheria? Perché gli accordi con la Turchia dove la libertà di stampa è un rischio? (…)

No, io non riesco proprio a comprendere come una simile tragedia possa essere gestita così, e come si possa rimuovere l’idea che persone come noi, con molte giovanissime donne e tanti ragazzini, possano soffrire e morire durante un viaggio sognato e immaginato come l’inizio di una nuova vita. I rifugiati da guerre e fame devono essere trattati con l’umanità e l’accoglienza che a loro si deve. Questa è la civiltà europea. Noi ne abbiamo salvati tanti in questi ultimi anni, ma sappiamo che il numero dei morti è sempre di gran lunga superiore al numero dei corpi che il mare restituisce” (Giusi Nicolini, Se questa è l’Europa, “l’Unità” 27 aprile 2016).

18 settembre 1938

(pagina del Corriere della sera del 18 settembre 1938)

In questi giorni il 25 aprile è stata giornata di memoria di quanti in tempi oscuri hanno vissuto pagando di persona il rifiuto e la lotta contro un regime che toglieva la libertà, e con le leggi razziali si era reso responsabile dello sterminio del popolo ebreo e delle minoranze discriminate su base di pregiudizi razziali, sociali, culturali. Dopo la Shoah il grido che aveva attraverstao l’Europa e che era stato la premessa per la costruzione europea è stato ‘mai più’. Oggi nuove leggi razziali si affacciano sull’onda di movimenti ai quali è da contrapporre una resistenza lucida e motivata. Secondo i dati dell’agenzia ONU per i rifugiati (UNHCR) dei circa 5 milioni profughi siriani al 2015, circa due milioni e 800.000 erano in Turchia, un milione in Libano e più di 600.000 in Giordania.

“Noi europei, dopo la Shoah, non dovremmo sorprenderci più di nulla. E nemmeno pensare che, con la sconfitta del nazismo e del fascismo, siamo al sicuro dagli stermini di massa. Migranti e profughi muoiono a migliaia per raggiungere le nostre terre benedette dalla ricchezza. Dopo un po’ di lacrimucce sui bambini annegati sulle spiagge greche e turche, ecco che prendiamo a calci quelli che non sono annegati, o semplicemente ne ignoriamo l’esistenza” (Alessandro Dal Lago, La dissuasione della «cristiana» civiltà europea, “Il manifesto” 27 aprile 2016)

A Lesbo nella visita di Francesco insieme a Bartolomeo la prima parola è stato il pianto: “Abbiamo pianto mentre vedevamo il Mediterraneo diventare una tomba per i vostri cari. Abbiamo pianto vedendo la simpatia e la sensibilità del popolo di Lesbo e delle altre isole. Ma abbiamo pianto anche quando abbiamo visto la durezza dei cuori dei nostri fratelli e sorelle – i vostri fratelli e sorelle – chiudere le frontiere e voltare le spalle”. Così ha detto il patriarca ortodosso ecumenico di Costantinopoli, Bartolomeo.

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Le parole di Francesco a Lesbo sono state indicazioni di orientamento non solo umano e di fede ma anche capace di motivare scelte politiche: partire dalle persone, toccare con mano la sofferenza di coloro che sono segnati nel corpo e nel cuore da sofferenza non comunicabili.Considerare il legame che rende solidali con chi cerca pace e dignità, uscendo dall’indifferenza e da ogni tipo di ripiegamento: “Per essere veramente solidali con chi è costretto a fuggire dalla propria terra, bisogna lavorare per rimuovere le cause di questa drammatica realtà: non basta limitarsi a inseguire l’emergenza del momento, ma occorre sviluppare politiche di ampio respiro, non unilaterali. Prima di tutto è necessario costruire la pace là dove la guerra ha portato distruzione e morte, e impedire che questo cancro si diffonda altrove. Per questo bisogna contrastare con fermezza la proliferazione e il traffico delle armi e le loro trame spesso occulte; vanno privati di ogni sostegno quanti perseguono progetti di odio e di violenza. Va invece promossa senza stancarsi la collaborazione tra i Paesi, le Organizzazioni internazionali e le istituzioni umanitarie, non isolando ma sostenendo chi fronteggia l’emergenza”.

Rivolgendosi agli abitanti di Lesbo ha detto: “Voi, abitanti di Lesbo, dimostrate che in queste terre, culla di civiltà, pulsa ancora il cuore di un’umanità che sa riconoscere prima di tutto il fratello e la sorella, un’umanità che vuole costruire ponti e rifugge dall’illusione di innalzare recinti per sentirsi più sicura. Infatti le barriere creano divisioni, anziché aiutare il vero progresso dei popoli, e le divisioni prima o poi provocano scontri”.

Ha anche lasciato una preghiera:

“… Dio di misericordia e Padre di tutti,
destaci dal sonno dell’indifferenza,
apri i nostri occhi alle loro sofferenze
e liberaci dall’insensibilità,
frutto del benessere mondano e del ripiegamento su sé stessi.
Ispira tutti noi, nazioni, comunità e singoli individui,
a riconoscere che quanti raggiungono le nostre coste
sono nostri fratelli e sorelle.
Aiutaci a condividere con loro le benedizioni
che abbiamo ricevuto dalle tue mani
e riconoscere che insieme, come un’unica famiglia umana,
siamo tutti migranti, viaggiatori di speranza verso di Te,
che sei la nostra vera casa,
là dove ogni lacrima sarà tersa,
dove saremo nella pace, al sicuro nel tuo abbraccio.”
Alessandro Cortesi op
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