la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

XXII domenica tempo ordinario – anno C – 2016

IMG_0681Is 66,18-21; Eb 12,5-7.11-13; Lc 13,22-30

‘Passava per città e villaggi insegnando e dirigendosi verso Gerusalemme’. ‘Passare’ è verbo di movimento, apertura, uscita, nell’attraversare i luoghi della vita, nella compagnia degli umani. I luoghi del suo passare sono lontani dai grandi centri della ricchezza e del potere. Gesù attraversava i villaggi della Galilea i luoghi del vivere di chi conosce la fatica del lavoro e il peso dell’oppressione dei potenti. Gesù è profeta che cammina, in un viaggio tutto orientato verso Gerusalemme.

“sono pochi quelli che sono salvati?” E’ domanda di scuola, dibattuta nei circoli dei maestri religiosi del tempo preoccupati di motivare privilegi, esclusioni, verità inaccessibili. Come oggi nei sistemi religiosi e tra le loro gerarchie, così allora diverse risposte trovavano dovizia di spiegazioni: c’era chi sosteneva che pochi si sarebbero salvati e chi invece affermava che tutti gli israeliti avrebbero partecipato al mondo futuro. Visioni più o meno aperte ma incapaci di respiro e rinchiuse in un orizzonte di privilegio ed esclusione.

Gesù non entra nella questione. Conduce piuttosto ad andare alla radice della domanda. Salvezza si pone nei termini di una relazione, e si può paragonare non ad un obiettivo esigente, ma ad una festa, ad un incontro aperto e accogliente. Il suo linguaggio non è per iniziati di una dottrina, ma suscita coinvolgimento. Parla così di una porta: ‘Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti cercheranno di entravi ma non ci riusciranno. Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta dicendo: Signore, Signore aprici!’.

Le porte strette erano quelle di accesso alla città, anche di notte quando le grandi porte erano chiuse. Chi avanza pretese e diritti si scontra con le dure parole del padrone di casa: ‘Non so di dove siate: andate via da me, voi tutti che operate l’iniquità’. Chi accampa in qualche modo diritti per ‘aver mangiato e bevuto insieme’, perché ‘hai insegnato nelle nostre piazze’ si deve invece confrontare con altri criteri per poter entrare. Chi può attraversare la porta stretta non rivendica una appartenenza anche di tipo religioso o privilegi particolari, ma è rinviato ad una scelta personale, a compiere la giustizia nella concretezza della vita. Le parole di Gesù rinviano non ad una salvezza in una sfera lontana ma ad un impegno presente, da iniziare ora contro ogni iniquità. Il senso della vita, l’incontro con Dio, il compimento dell’esistenza non si attua altrove se non nella relazione con gli altri.

La porta per entrare è stretta: Gesù non prospetta il disimpegno e l’irrilevanza, ma ai discepoli richiama l’esigenza di una fatica, di prendere posizione, vivere l’urgenza e la responsabilità. E’ una parola che pone in crisi chi avanza pretese senza coinvolgersi in scelte che segnano la prassi. Di fronte a ricerche di rassicuranti certezze o a pretese di ‘diritti acquisiti’ le parole di Gesù suscitano la domanda che investe l’esistenza.

La porta è aperta, ma richiede un atteggiamento lontano da pretese o arroganza. La porta è spalancata per chi proviene da lontano ma troverà accoglienza. La salvezza allora è già una vita vissuta nella giustizia: ‘E verranno da oriente e da occidente da settentrione e da mezzogiorno per prendere posto al banchetto nel regno di Dio. E così vi saranno ultimi che saranno primi e primi che saranno ultimi’. Gesù richiama le parole dei profeti: scagliandosi contro un culto separato dalla vita, indicavano che solo scelte di attenzione ai più poveri sono la via per incontrare Dio.

La porta stretta si apre ad accogliere chi non ha titoli di appartenenza o privilegi da accampare, chi attua scelte nel prendersi cura per l’altro, nello stare dalla parte degli oppressi, nell’impegno per la giustizia e per la pace. Sono persone che provengono da lontano, estranei a Israele, stranieri, ma con la loro vita dicono il vangelo. Gesù nel suo annuncio spalanca porte nuove, conduce a pensare la fede stessa al di fuori degli steccati. Coloro che sono considerati fuori sono accolti nel regno di Dio: ‘siederanno a mensa nel regno di Dio’. Saranno gli invitati nella casa, troveranno la porta aperta e accogliente. E’ un invito a ripensare il nostro cammino personale e i modi di vita delle nostre comunità.

Alessandro Cortesi op

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La soglia

C’è una ricchezza di pensieri che si affollano alla mente se si riflette sulla soglia, quel luogo domestico, quotidiano, che è limite, spazio di apertura, di attraversamento. La soglia di una casa è pietra che segna il limite tra il dentro e il fuori, delimita l’area di un vuoto e di una apertura dove rendere possibile il passaggio. La soglia è fatta per transitarvi, o per sostarvi sul limite. E’ infatti luogo del passaggio, dove si sta nel momento del saluto e dell’accoglienza, da dove si invita ad entrare e dove si rimane quando si getta lo sguardo al di fuori delle mura domestiche per affacciarsi fuori sul mondo circostante. Attraversare una soglia è movimento che dice incontro e apertura all’altro, è passaggio quotidiano inavvertito come il respiro.

La soglia è anche un confine, un limite che separa e che nello stesso tempo unisce e fa toccare due mondi diversi. Non ci sono solamente soglie fisiche, ci sono soglie interiori da riconoscere e varcare. Chi si ferma al di qua o al di là della soglia costruendo barriere e segnando confini come steccati si rende incapace di gustare la vita nel suo essere passaggio, cammino di soglie oltrepassate, coinvolgimento in quel viaggio in cui dal momento della nascita siamo stati gettati. In un momento storico in cui ritornano le barriere innalzate dentro e fuori, in una stagione in cui la paura sembra prevalere, coloro da cui imparare a vivere sono gli attraversatori di soglie, coloro che vivono il faticoso apprendimento nel far convivere confini dentro se stessi e sanno renderli luogo non di chiusura ma di attraversamento nell’incontro. Come la battigia sulla riva che tiene insieme e fa unire e mescolare mare e terra e nello stesso tempo li distingue, sulla spiaggia impregnata di salsedine. Per riflettere due brani che evocano i significati della soglia:

“Il «limine» può essere identificato con una soglia o come un lungo corridoio o un tunnel che rappresenta il necessario passaggio della nostra soggettività verso un nuovo orizzonte. La soglia implica un dinamismo, un attraversamento: quando ci dirigiamo da un luogo ad un altro, per un tratto ci si allontana, poi ci si avvicina, ma è decisivo il punto e il momento dell’attraversamento. E’ questo stare nel mezzo, questo luogo «terzo» (diverso dall’origine e dalla meta, diverso dalla partenza e dall’arrivo) quello che ci fa mancare il fiato, quello che ci fa tremare nella nostra interiorità, nel nostro tempo interiore. La riva abbandonata è alle spalle e quella verso cui siamo diretti ancora non si vede: la riva da raggiungere è nell’ombra. Questo crinale decisivo, e talvolta terribile, è quello che chiamiamo «essere sulla soglia»: è il luogo della paura e del naufragio, ma anche della sorpresa, della vita autentica, è il luogo dove la nostra soggettività arriva al suo «punto-limite» ed è chiamata a fare delle scelte per dare un senso alla nostra vita e alla nostra esistenza. Nella sua natura originaria e irripetibile, nel suo «punto-limite», la soglia è la «terra di nessuno»: è la terra selvaggia, autentica e originaria dove poter ritornare ad «essere se stessi». La soglia è l’orizzonte della speranza”(Andrea Gentile, Sulla soglia. Tra la linea limite e la linea d’ombra, IfPress 2012).

” I confini sono un catalogo di ipotesi, un’enciclopedia del possibile e del praticabile. Ad esempio, più che demarcazioni lineari, sono passi creste frastagli onde. Sono percorsi, tracce e sentieri: idee e impressioni che diventano disegni sul territorio. Addirittura colori, che sfumano. Tratti, ritratti di paesaggi, cose, persone. Prima che geografie, sono storie, racconti e immagini insieme. Quasi sempre inducono un andare più che un fermarsi. Segnalano, al di là di un limite, una messa in comunicazione, una ineludibile cerimonia di condivisione e comunione. Sono costruzioni che spesso dicono un dentro e un fuori, facendoli coesistere, essendo evidente che senza fuori non può esserci alcun dentro. E ancora, sono pensieri, mappe mentali che si semplificano e fissano, pur rimanendo fluidi, in una traduzione fisica. E viceversa — con i confini c’entra sempre il viceversa. Sono un dato fisico e di percezione che produce mappe mentali e pensieri (…)“Siamo fatti di confini, bisogna solo farli stare bene dentro di noi. I confini non sono che il bacio di due terre, di due cose” (Gianluca Favetto, Se il confine è un sentiero della mente, La Repubblica 5 agosto 2016).

Alessandro Cortesi op

 

 

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