la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Archivi per il mese di “settembre, 2016”

XXVII domenica tempo ordinario – anno C – 2016

img_1834Ab 1,2-3; 2,2-4; 2Tim 1,6-8.13-14; Lc 17,5-10

“Fino a quando Signore implorerò e non ascolti, a te alzerò il grido ‘Violenza!’ e non soccorri? Perché mi fai vedere l’iniquità e resti spettatore dell’oppressione?” Queste parole cariche di angustia, di sentimento di impotenza, aprono il libro di Abacuc.

Il profeta si trova ad essere spettatore impotente di una realtà di ingiustizia e di illegalità, addirittura di stravolgimento della legge per cui crimini efferati e violazioni sono attuati in nome della stessa legge, che difende azioni inique. “Non ha più forza la legge né mai si afferma il diritto. L’empio infatti raggira il giusto e il giudizio ne esce stravolto”. Queste parole sono anche una sfida rivolta a Dio stesso. Il profeta rivolge una domanda ‘fino a quando?’ nello stare davanti a Lui. E’ anche attesa: ci sarà un limite o la situazione di iniquità è senza limite?

Abacuc riprende la sfida di Giobbe e allarga la visuale: si interroga sulle sofferenza collettiva che coinvolge i popoli. La domanda che egli pone è tale da mettere in discussione la fede nell’esistenza stessa di un Dio buono e santo. Questa domanda disorienta ogni sistema teologico costruito in modo tale per cui tutto è spiegabile e chiaro. E’ domanda che rimane sospesa.

La voce di Abacuc esprime il dramma al cuore dell’esperienza stessa della fede, reca in sé stessa il coraggio di affrontare tutto ciò che è scomodo, difficile, e fa tremare e vacillare. E’ coraggio di prendere sul serio il dramma e l’attesa della storia e del mondo. E’ indicazione di un modo di vivere la fede in cui lo sguardo agli altri, il farsi carico della vicenda di popoli e del mondo non è realtà estranea al rapporto con Dio.

Questo grido ‘fino a quando? …’ è parola di Dio. E’ una resa di fronte a ciò che non può avere spiegazione: la sofferenza dell’innocente rimane scandalo e oscurità. Lascia spazio al non comprendere, è espressione del dolore e dell’incapacità di mettere insieme la fiducia nel Dio buono e giusto con la corruzione e la violenza dilagante. Il libro di Abacuc invita a non risolvere tutto con facili esortazioni. Conduce a vivere lo stare davanti al Dio d’Israele nella debolezza della fede.

Abacuc presenta una risposta da Dio nella visione: essa attesta che l’ingiustizia non è la parola definitiva senso della storia, ma il disegno di Dio è diverso. Tale situazione avrà un termine. Al giusto che sa guardare oltre e lontano è data possibilità di rimanere fedele nelle contraddizioni del presente. Gli è proposta una visione ampia che nutre il coraggio della fedeltà: “È una visione che attesta un termine, parla di una scadenza e non mentisce; se indugia, attendila, perché certo verrà e non tarderà. Ecco, soccombe colui che non ha l’animo retto, mentre il giusto vivrà per la sua fede”.

Emerge qui la figura del ‘giusto’. Non si tratta di qualcuno che appartiene ad una sistema religioso, è piuttosto indicazione di chi agisce secondo umanità. E’ colui che ascolta il grido delle vittime e si prende carico di chi soffre: i suoi gesti sono in linea con l’agire del Dio d’Israele.

La sfida del credere è vivere il presente, con il cuore rivolto a Dio: il credere non esime dalla domanda, dalla crisi, dal dubbio. Nel vangelo di Luca credente è colui che vive in situazione di implorazione e di ricerca. ‘Aumenta la nostra fede’ è infatti l’invocazione che esprime la sua esistenza. Chi crede rivolge la sua vita a qualcuno, nella povertà. Riconosce la propria incapacità e debolezza; vive attesa e fatica. Il suo cammino non è esente da problemi, contraddizioni, difficoltà. Si confronta con le drammatiche domande della storia e della vita. Non è tolta la fatica di pensare e chi crede vive nel rischio della fede: è segnato continuamente dal pensiero che il suo cammino sia una illusione inutile.

Il cammino del credere non una questione di appartenenza culturale o di dottrina. E’ piuttosto coinvolgimento della vita in un movimento, in un andare. Prende inizio da una forza interiore che invita e spinge che è scoperta in atto nella vita e nella storia. E’ realtà piccola invisibile, forza che viene da altrove, è piccola. E’ come la crescita di un granellino di senapa, il più piccolo di tutti i semi.

Luca nel suo vangelo assimila il credente a chi serve a tavola. Risponde ad un incarico affidatogli. Il senso della sua vita e del suo agire sta nella relazione con qualcuno; non accampa diritti e pretese, ma riconosce di essere ‘semplice servo’ (non ‘inutile’, ma unicamente servo), di aver compiuto quel che gli era stato richiesto.

Nell’immagine di chi vive con profondità il servizio, che agisce e attende, l’accento non sta sul rapporto servo-padrone. Vivere la fede non è un rapporto di servi nei confronti del padrone. Gesù riprende un’esperienza del suo tempo: nell’attitudine del servire è nascosto un paradigma fondamentale della sua stessa vita. Di se stesso Gesù dice: ‘sto in mezzo a voi come colui che serve’. Lo dice – nel vangelo di Luca – nel contesto dell’ultima cena. Gesù diceva questo guardando a chi serviva a tavola, probabilmente compito delle donne. Esse divengono esempio del credente autentico. Attitudine propria di chi crede è l’ascolto, la coscienza della propria povertà esistenziale. Così pure la percezione di essere chiamato ad un impegno che conduce ad affidarsi, a vivere di fiducia.

Alessandro Cortesi op

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Semplicità

“Il beato padre Francesco, ricolmo ogni giorno più della grazia dello Spirito Santo, si adoperava a formare con grande diligenza e amore i suoi nuovi figli, insegnando loro con principi nuovi, a camminare rettamente e con passo fermo sulla via della santa povertà e della beata semplicità”. (Tommaso da Celano, Vita prima di san Francecso, XI 26). Così Tommaso da Celano, nel suo ritrarre Francesco d’Assisi, parla di lui sottolineando la capacità di essere educatore di altri con uno stile di semplicità.

Semplicità del cuore indica una attitudine che non ha nulla a che fare con l’impreparazione, la superficialità o la spontaneità senza riflessione. Per Francesco semplicità è impegnativo cammino di ricerca di ciò che è essenziale nell’esistenza. E’ tensione a non farsi distrarre nell’ascolto di una presenza di Dio che si fa vicina nella natura e nelle persone. Com’è racchiuso nella sua etimologia  – ‘sine plica’ – semplicità è essere senza pieghe, liberati da quegli ostacoli che impediscono di custodire e ricercare ciò che è realmente più importante e rischia di essere perso di vista o soffocato. La via della semplicità è quella dei poeti che non si lasciano sommergere dalle troppe parole, ma cercano di liberarsi dall’appesantimento di parole inutili,  e da quelle superflua per cercare parole vere. Il loro lavoro consiste nella faticosa concentrazione sull’essenziale, nel liberarsi da pesi inutili e dalla complicazione che impedisce di orientarsi. “Non dobbiamo essere sapienti e prudenti secondo la carne, ma piuttosto dobbiamo essere semplici, umili e puri” (Epistola ad Fideles II, 45)

Il modo di pregare e di contemplare di Francesco, e il suo modo di agire possono essere riassunti nell’attitudine di semplicità. Essa comporta un decentramento, la disponibilità ad uno sguardo non centrato su di sé, ma aperto all’altro. Semplicità si incontra con umiltà, con la scelta di stare legati alla terra della propria vita. Partecipi di una vita più grande di cui respirare l’ampiezza, e sensibili ad accontentarsi di poco. La semplicità è attitudine di chi non ha bisogno di troppe cose, e non ne diventa schiavo, ma di chi sa godere di tutte le cose belle e utili vivendo la leggerezza di liberarsi dal superfluo, di ciò che appesantisce e impedisce di muoversi.

E’ la semplicità scoperta con gioia da Francesco. Un brano della ‘Leggenda dei tre compagni’ ne è testimonianza: “Ma un giorno, mentre ascoltava la Messa, udì le istruzioni date da Cristo quando inviò i suoi discepoli a predicare: che cioè per strada non dovevano portare né oro, né argento, né pane, né bastone, né calzature, né veste di ricambio. Comprese meglio queste consegne dopo, facendosi spiegare il brano dal sacerdote. Allora, raggiante di gioia esclamò: E’ proprio quello che bramo realizzare con tutte le mie forze! E fissando nella memoria quelle direttive, s’impegnò ad eseguirle lietamente … Mise tutto il suo entusiasmo a bene intendere e realizzare i suggerimenti della nuova grazia. Ispirato da Dio, cominciò ad annunziare la perfezione del Vangelo, predicando a tutti la penitenza, con semplicità”. (Leggenda dei tre Compagni, 25)

Si può trovare traccia nelle parole della regola non bollata sul modo concreto in cui Francesco intendeva la semplicità. Si delinea lo stile chiesto ai suoi frati, ma che può essere stile di ognuno che si scopre nella vita servo semplice (e non inutile) in relazione con altri:

“Tutti i frati cerchino di seguire l’umiltà e la povertà del Signore nostro Gesù Cristo, e si ricordino che nient’altro ci è consentito di avere, di tutto il mondo, come dice l’apostolo, se non il cibo e le vesti e di questi ci dobbiamo accontentare. E devono essere lieti quando vivono tra persone di poco conto e disprezzate, tra poveri e deboli, tra infermi e lebbrosi e tra i mendicanti lungo la strada”. (Regola non bollata,  IX, 1-3)

C’è una semplicità da coltivare e riscoprire in un contesto culturale in cui prevalgono attitudini di conquista e di dominio, in cui la vita si trova appesantita di tante cose superflue che separano e conducono ad escludere. Semplicità è orizzonte per non  perdere di vista la dimensione dell’agire umano come servizio e aperto alla relazione.

Alessandro Cortesi op

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XXVI domenica tempo ordinario – anno C – 2016

britainunrefugeesummitjpeg-4dcb2_1474281689-kfve-u1090728418398htb-990x556lastampa-it(Londra, 19 settembre 2016 – giubbotti salvagente allineati a Parliament Square mentre si svolgeva il Summit dell’ONU sui rifugiati)

Am 6,1.4-7; 1Tim 6,11-16; Lc 16,19-31

Amos denuncia gli spensierati, seduti in letti d’avorio, che canterellano, bevono il vino in larghe coppe e si ungono con gli unguenti più raffinati. Contro questo stile di vita colpevolmente insensibile alla miseria di chi viveva nell’oppressione e nella miseria, Amos grida il suo disappunto: ‘finirà l’orgia dei buontemponi’.

La parabola del ricco e del povero Lazzaro, il cui nome ‘El azar’, significa ‘Dio aiuta’, è racconto proprio del vangelo di Luca, attento in modo particolare alla questione del rapporto con i beni e della ricchezza in relazione alla chiamat a seguire Gesù. Luca è preoccupato per la situazione della sua comunità e richiama ad uno stile di vita di attenzione ai poveri e di scelta della povertà.

In radice è una scelta alternativa rispetto ad una concezione della vita di autosufficienza e di potere. E’ per Luca condizione fondamentale dell’essere discepoli di Gesù: ‘Così chiunque di voi non rinunzia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo’ (Lc 14,33). Se non si attuano scelte di sobrietà e un impegno di condivisione, si cade in pretese di potenza, si vive senza lasciarsi toccare dalla miseria dell’altro, con il cuore indurito che impedisce l’incontro.

All’inizio la parabola offre due quadri contrapposti: la situazione del ricco spensierato. La sua esistenza è chiusa come in una bolla, ed è cieco perché immerso totalmente nella sua ricchezza al punto da non accorgersi di ciò che gli accade intorno, della situazione di vita di chi sta alla sua porta. E’ ignaro del dolore di chi soffre vicino a lui. Per contro Lazzaro, povero, coperto di piaghe, allontanato dalla casa dove si banchettava lautamente, accerchiato dai cani randagi.

Il momento della morte comporta un totale rovesciamento della situazione: Lazzaro è portato dagli angeli accanto ad Abramo mentre il ricco è immerso nei tormenti. Lazzaro è presentato nel seno di Abramo in una comunione di vita di cui Abramo è il padre. E il ricco invece sperimenta la rovina.

Scopo di tale descrizione non è formulare una dottrina sull’aldilà dopo la morte. L’accento va piuttosto al presente. L’oggi è luogo in cui si decide della propria vita nell’orizzonte di un senso che troverà pienezza nel per sempre della vita in Dio. Luca in particolare invita ad una vigilanza nel presente: “Guai a voi, ricchi, perché avete già ricevuto la vostra consolazione! Guai a voi, che ora siete sazi, perché avrete fame” (Lc 6,24-25).

Nel vangelo non c’è una condanna semplicistica e manichea della ricchezza, come se i beni e il benessere siano cattivi in se stessi: al contrario il disegno di Dio sta nell’eliminare povertà e miseria che sono mali che rendono la vita meno umana e sono autentica oppressione. Il regno di Dio annunciato da Gesù è possibilità di nuova di vita, di salute e benessere per ogni persona. Gesù reagisce con forza all’indifferenza, al vivere senza pensiero per l’altro. Comprende che la povertà non è condizione di destino, ma è frutto di scelte e di una iniquità che fa rimanere nell’indifferenza alcuni e nella sofferenza altri.

I beni sono affidati, e sono via per attuare l’incontro con gli altri: è questo il cuore della chiamata umana a vivere insieme agli altri. Il rapporto con i beni esige perciò una vigilanza particolare: va vissuto con un atteggiamento di riserva e di attenzione. Le ricchezze non possono assorbire ogni energia e la vita non va asservita alla logica dell’accumulo. E’ questa la linea dello stolto (cfr. Lc.12,20). La presunzione e la superficialità del ricco sono considerati da Luca come un ostacolo insormontabile a comprendere la via che Gesù indica ai suoi.

La seconda parte della parabola presenta un dialogo tra il ricco e Abramo nell’aldilà. Il ricco chiede ad Abramo di andare ad avvisare i suoi cinque fratelli, perché non abbiano a subire la medesima sorte. La risposta di Abramo è: “Hanno Mosè e i profeti: li ascoltino… Se non ascoltano Mosè e i profeti, anche se uno risuscitasse dai morti non si lascerebbero convincere”.

E’ questo il punto focale verso cui tutto il racconto converge: Mosè e i profeti rinviano alle Scritture. Abramo, padre dei credenti, richiama all’ascolto. Non è questione quindi di miracoli sorprendenti e di invii celesti. La fede come incontro con Dio si attua nell’incontro con gli altri. La volontà di comunione, al centro del disegno di Dio per tutta l’umanità, può essere ascoltata e messa in pratica nella ordinarietà della vita. Non mancano possibilità, vicine e alla portata di tutti: ‘hanno Mosè e i profeti’. L’ascolto, secondo Luca, è atteggiamento fondamentale che può far fiorire un modo diverso di rapportarsi agli altri. E’ ascoltare della voce dei profeti. E’ anche un ascolto del grido dei poveri.

Alessandro Cortesi op

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Miniature e racconto

Il codice di Echernach è un antico codice miniato del XI secolo prodotto nella abbazia di Echternach (Lussemburgo) tra il 1030 e il 1050 circa. Attualmente è conservato al Museo nazionale di Nürnberg. E’ un magnifico esemplare artistico dell’epoca degli Ottoni. Nel manoscritto è copiata la versione della vulgata (la traduzione latina di Girolamo del II secolo d.C.) dei quattro vangeli ed è riportato il canone di concordanza di Eusebio.

Nel codice sono presenti alcune pagine miniate, su sfondo dorato: sedici pagine sono miniate a pagina intera. Inoltre vi sono cinque miniature degli evangelisti.

Prima del testo del vangelo di Luca il codice riporta le immagini di alcune parabole di Gesù, una per pagina, i lavoratori nella vigna (Mt 20,1-16), dei vignaioli omicidi (Mc 12,1-12; Lc 20,9-19), del grande banchetto (Lc 14,15-24), del ricco e di Lazzaro (Lc 16,19-31).

La miniatura nella pagina della parabola dell’uomo ricco e Lazzaro presenta una vivace descrizione della narrazione. Nella scena del primo registro in alto si distingue una tavola apparecchiata attrono alla quale siedono tre figure in abiti nobili e colorati e si distingue la pinguedine del personaggio in abito rosso ricamato che sta ricevendo una pietanza dal servo. Quest’ultimo è raffigurato con un abito corto, adatto al servizio. In uno spazio separato, alla destra, fuori dalle mura della casa, appare la figura di Lazzaro, nudo, coperto di piaghe, solo, con due cani ai suoi piedi che gli leccano le piaghe: segno di una pietà possibile agli animali che non vede riscontro negli uomini e segno pure di desolazione. La sua posizione non è eretta ma rannicchiata, inginocchiato, nella nudità che esprime visivamente una condizione umana di degrado, con le mani lazate e protese in un gesto di implorazione.

Nel registro sottostante altre due scene sono accostate: il momento della morte di Lazzaro con l’uscita della animula dal suo corpo. Questa è raccolta da due angeli alati, dalle forme molto belle e splendenti, che attraversano il cielo di un blu intenso mentre si distendono uscendo da un’area segnata da cerchi colorati di rosso e di blu, allusione alla sfera della vita divina di luce e di colore. La scena accanto è un’immagine del paradiso e compare il motivo del grembo di Abramo, motivo diffuso soprattutto nelle raffigurazioni dei giudizi dei portali delle cattedrali medioevali. Abramo appare come un vegliardo con attorno tante presenze e che reca in braccio tanti. E’ un luogo di vita in cui si può scorgere la presenza di acqua e di piante e al centro la figura di Abramo seduto sui cieli con accanto dodici animule dall’aspetto gioioso. Abramo reca in braccio un’altra figura quasi fosse un bambino nelle sue braccia.

Nel registro in basso la prima scena a sinistra descrive la morte del ricco, disteso e ancora ben vestito, coricato su di un letto appoggiato su un pavimento in cui ancora c’è l’acqua, simbolo della vita. Da lui sta uscendo l’animula come fosse contorta e questa viene subito presa da diavoli scuri e trasportata, a destra,  da un’altra figura di colore scuro con piedi raffigurati come zampe di animale. Nella scena di destra c’è una rappresentazione dell’inferno che si contrappone al grembo di Abramo: una figura legata è attroniata da presenze inquietanti che appaiono attorniate da lingue di fuoco rosso. Non c’è più acqua simbolo della vita, ma terra e fuoco.

Può essere interessante suggerire un accostamento proposto negli studi esegetici: il nome di Lazzaro riprenderebbe in forma abbrevaiata il nome del servo di Abramo, Eliezer di Damasco: a lui fu detto ‘non costui sarà tuo erede’. E’ quindi figura ritenuta esclusa dall’alleanza. Mentre il ricco sarebbe il discendente di Abramo, Lazzaro è tenuto fuori dalla porta, escluso. Ma Lazzaro, nella parabola di Gesù, viene accolto nel grembo di Abramo. Ad affermare che la nuova alleanza non è per un’esclusione ma per un’accoglienza nuova di vita, in una partecipazione piena al cammino di Abramo. Per la sua disponibilità di fede fu capace di accogliere. Il grembo di Abramo diventa così annuncio di una chiamata all’ascolto e segno di una alleanza che è per una solidarietà di tutta l’umanità, così come nel suo grmabo c’è spazio per tutti e per una vita nell’essere tenuti come in braccio..

Le immagini del codice di Echternach possono essere un aiuto in questa lettura.

Alessandro Cortesi op

La Biblioteca dei domenicani di Pistoia: ottocento anni di storia

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E’ appena uscito il volume di Alberto Coco*, La biblioteca dei domenicani di Pistoia, (Collana Approfondimenti) ed. Nerbini, Firenze 2016. Pubblicazione curata in occasione dell’800° anniversario dell’Ordine domenicano.

Si può consultare l’indice del volume e leggere qui l’introduzione di Alessandro Cortesi.

dalla IV di copertina: “La storia della Biblioteca di san Domenico a Pistoia può essere appassionante per questo: può essere guardata come frammento di uno specchio in cui si rifrange non solo la storia di una comunità dell’Ordine presente a Pistoia dalla prima metà del XIII secolo e giunta dopo tante peripezie ai primi decenni del XXI, ma anche la storia della città, in un intreccio tra vita sociale e vita religiosa, e in uno svolgersi di stagioni con caratteristiche diverse. I libri recano con la loro presenza – e anche con la loro assenza, nel loro essere portati via magari in modo affrettato e avventuroso – la testimonianza di vicende travagliate che costituiscono il tessuto della storia umana” (AC).

* Alberto Coco, laureato in scienze politiche e in storia contemporanea, diplomato in biblioteconomia, lavora come bibliotecario della Biblioteca dei domenicani di Pistoia.

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Per richieste di copie del volume ci si può rivolgere alla segreteria del Centro Espaces ‘Giorgio La Pira’: info@domenicanipistoia.it

XXV domenica tempo ordinario anno C – 2016

img_0537_2Am 8,4-7; 1Tim 2,1-8; Lc 16,1-13

“Ascoltate questo, voi che calpestate il povero e dite: Quando sarà passato il novilunio e il sabato perché si possa smerciare il frumento, diminuendo le misure e … usando bilance false per comprare con denaro gli indigenti e il povero per un paio di sandali? Il Signore lo giura: Certo, non dimenticherò mai le loro opere”

Amos coltivatore e pastore di Samaria (VIII secolo a.C.) fu chiamato a divenire profeta. La sua vita ne fu capovolta, in modo inatteso. Portare la parola di Dio, senza capacità, lo condusse a parlare di fronte ai potenti, agli spensierati, ad esprimere protesta di fronte all’ingiustizia. Di fronte ai poveri ridotti ad essere calpestati e ai ricchi assorbiti solo dalla mira del guadagno, la sua voce si fece eco di una parola di Dio come appello alla vita. Nei suoi testi richiama il volto di un Dio attento ai deboli e ai poveri. Avverte come ricchezza e denaro costituiscono idolatria, perché rendono indifferenti al grido del povero. Al punto che la vita di uomo viene valutata quanto un paio di sandali. Lo sdegno di Amos comunica la parola di Dio in quanto parola sull’umanità, sull’esperienza, forza di cambiamento e di nuovo modo di intendere la relazione.

La parabola di Gesù (Lc 16) si riferisce a situazioni del suo tempo: un amministratore rischia di perdere il suo posto e cerca in tutti i modi di conservarlo per prepararsi un futuro. Il racconto non è un elogio della sua disonestà. Il punto centrale sta infatti nel richiamare attenzione al fatto che ‘i figli di questo mondo’ mettono a frutto una incredibile capacità creativa per assicurarsi sicurezze e ricchezza. Di più sanno compiere scelte con furbizia e con prontezza. Gesù chiama ‘i figli della luce’ a comprendere che il presente è un momento in cui essere pronti, in cui non rimanere inerti, ma operare scelte mettendo al primo posto ciò che è più importante.

Richiama così ad un’alternativa radicale: o Dio o Mammona. O Dio o il piegarsi ad un altro assoluto nella vita. Non si può servire a due padroni così diversi. Mammona è termine derivante dall’ebraico ‘aman’ (da cui il nostro Amen): indica ciò che dà stabilità – economica, sociale culturale – e diviene sinonimo di ricchezza. La vita può risolversi nell’inchinarsi a Mammona oppure in un affidarsi che affronta il rischio, l’incertezza di affidarsi nel Dio che chiede la solidarietà e la condivisione. Luca presenta tale alternativa come una scelta tra due amori che non possono stare insieme. Essere fedeli a Dio che ascolta il grido del povero rinvia al modo di vivere il rapporto con le cose, con la ricchezza, ma soprattutto con i volti di chi è vittima dalla miseria e dall’ingiustizia.

Nella parabola la ricchezza è detta ‘disonesta’: non ogni ricchezza proviene da scelte disoneste, tuttavia la ricchezza è spesso collegata all’ingiustizia e genera situazioni di esclusione e oppressione. E’ spesso disonesto ciò che la ricchezza porta con sé, ossia l’illusione che la ricchezza stessa dia stabilità: in tal senso diventa ‘mammona’ a cui si assoggetta la vita perdendo di vista il suo autentico senso.

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Sfruttamento

In un articolo Oltre il caporalato, lo sfruttamento, nel sito Sbilanciamoci, Antonio Ciniero presenta un quadro della situazione del mondo agricolo segnata fortemente dallo sfruttamento soprattutto nel lavoro stagionale. In esso un ruolo centrale ha il caporalato:

“il modo in cui prende forma a livello territoriale cambia, esistono diversi modelli che vanno dal ‘semplice’ taglieggiamento delle paghe in cambio del servizio di trasporto e dell’ingaggio a forme di maggiore prepotenza e violenza, fino a quelle – in realtà non così diffuse come si penserebbe – riferibili alla riduzione in schiavitù”.

I caporali colmano vuoti istituzionali e sociali, perché con il loro agire fanno da ponte tra lavoratori e aziende e offrono – naturalmente approfittandosene e in termini di sfruttamento – possibilità di spostamento e di viaggio perché i lavoratori possano recarsi sui luoghi di lavoro.

“Il caporalato è dunque solo uno degli elementi, importante ma solo accessorio, che concorre al mantenimento del sistema di sfruttamento e sospensione dei diritti che conosce l’attuale configurazione del lavoro agricolo nelle campagne dell’Europa mediterranea. In tutti i paesi dell’Europa mediterranea aumentano i ghetti, le tendopoli e i campi temporanei. Si tratta non solo di luoghi che nascono, nel disinteresse istituzionale, ai margini delle società e dei diritti, ma anche di luoghi creati proprio dalle stesse istituzioni, tappe obbligate delle traiettorie del lavoro stagionale agricolo, che costringono la vita dei soggetti ad un’eterna provvisorietà e ad un’indefinita transitorietà. Siamo di fronte ad una vera e propria ‘lagherizzazione’di un numero sempre crescente di cittadini ridotti ad ‘umanità eccedente’ costretta ad uno stato di eccezione permanente all’interno di spazi abietti”.

In Puglia a Rignano Garganico, nei ghetti in provincia di Foggia, popolati di africani, in Campania, Calabria, a Rosarno e a Nardò, a Borgo Mezzanone, ghetto di bulgari in cui è presente un elevato numero di bambini, nell’Agro Pontino, al Sud ma anche al Nord, nel mondo del lavoro agricolo ancora oggi, vicino a noi, “un uomo è comprato per un paio di sandali”: un cassone di tre quintali di pomodori viene pagato 3,50 euro (A.Leogrande, Lo sfruttamento nei campi è la regola e non l’eccezione, “Internazionale” 28 agosto 2015). Sono le nuove forme di schiavitù che vedono le vittime soprattutto tra i migranti, sfruttati per garantire manodopera, concentrati in tendopoli in condizioni sociali e igieniche indescrivibili, le donne, vittime dello sfruttamento sessuale nelle campagne siciliane. Ma lo sfruttamento è senza limiti: nel suo libro Morire come schiavi. La storia di Paola Clemente nell’inferno del caporalato, ed. Imprimatur, Enrica Simonetti ha raccontato la vicenda di una donna italiana morta a quarantonove anni nel 2015 vittima di tale condizione. Nel rapporto Agromafie e caporalato, della Flai Cgil nel 2015, si riporta che circa quattrocentomila lavoratori italiani e stranieri sono vittime del caporalato in Italia.

Igiaba Scego, a partire dalla lettura del monumento al granduca di Toscana Ferdinando I, detto dei quattro mori, presso il porto di Livorno,  ricorda come quel monumento al granduca vide un completamento nel 1621 ad opera dello scultore Pietro Tacca: “Quattro schiavi ‘mori’ incatenati vennero messi ai piedi di Ferdinando. Con quell’immagine di uomini sottomessi e umiliati Livorno voleva dire al mondo che la sua ricchezza (e la sua stessa nascita) era dovuta alla tratta degli schiavi e allo sfruttamento del mare” (Il silenzio dell’Italia sulle schiavitù di ieri e di oggi, “Internazionale” 5 giugno 2016). E’ un riferimento artistico che rinvia alla tragica esperienza delle antiche e delle nuove schiavitù presenti ancora vicino a noi.

Aprire gli occhi su tale situazione è un primo passo per rendersi conto il peso dell’ingiustizia e di sofferenze umane che sono generate da un sistema economico iniquo. E’ anche presa di consapevolezza che i prodotti che giungono sulle nostre tavole portano dentro tale peso di iniquità. La protesta di Amos dovrebbe trovare eco per generare consapevolezza. La parola di Dio che egli portava è parola sulla vita umana, contro tutte le forme di idolatria che non sanno riconoscere nei volti umani la medesima dignità.

Alessandro Cortesi op

 

A Salamanca riflettendo sui diritti umani

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Circa duecento partecipanti tra frati suore, monache e laici domenicani. Cinquanta i paesi del mondo rappresentati. Quattro giorni di convegno a Salamanca, nel convento che vide il fiorire della scuola di teologi che nel secolo XVI diedero inizio alla riflessione sul diritto delle genti ed ebbero intuizioni fondamentali premessa al riconoscimento dei diritti umani fondamentali.

Il Congresso svoltosi a Salamanca dal 1 al 4 settembre 2016 ha radunato domenicani impegnati a vario titolo nella difesa dei diritti umani nelle varie regioni, promotori di giustizia e pace, docenti di teologia e scienze sociali in varie università e centri di studio. A 800 anni dalla fondazione dell’Ordine il Congresso convocato da fr. Mike Deeb, promotore di giustizia e pace dell’Ordine, è stata un’occasione particolare per riflettere sull’impegno dell’Ordine nella difesa e promozione dei diritti umani quale elemento costitutivo nell’opera di evangelizzazione a cui l’Ordine è chiamato.

Abbiamo partecipato al Congresso e a poche ore dalla sua fine desideriamo condividere alcune impressioni e alcune idee emerse negli incontri e nella discussione assembleare.

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Innanzitutto il Congresso è stata un’occasione per venire a contatto diretto con tante persone e attraverso di loro con tante situazioni in cui nel mondo tantissimi esseri umani soffrono profondamente: in Irak, in Cina, in Burundi, in Congo, in Colombia, in Cina, nei paesi degli USA e dell’Europa segnato dalle migrazioni. Poter parlare con testimoni diretti di situazioni di ingiustizia, di violenza e di sofferenza di tanti uomini e donne e poter conoscere le attività, l’impegno e la dedizione di molti in situazioni che sono le ‘linee di frattura’ del nostro mondo è stato motivo per assumere consapevolezza e per riflettere sulla nostra chiamata oggi in questa situazione ad ascoltare le voci di chi soffre come chiamata di Dio per noi.

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Il Congresso si è svolto a Salamanca, luogo simbolico nella storia dell’Ordine, luogo in cui nel XVI secolo è fiorita una collaborazione ed una sinergia unica tra i missionari spagnoli – tra di essi Bartolomé de Las Casas e Antonio de Montesinos – che reagirono di fronte agli abusi compiuti dai colonizzatori spagnoli nella schiavitù e nello sfruttamento degli indios e l’opera di riflessione di teologia come Francisco De Vitoria e Domingo De Soto tra tanti altri, che ponendosi in ascolto dell’esperienza e di tale testimonianza attuarono una riflessione teologica legata profondamente alle sfide del tempo, base per l’elaborazione successiva dei diritti umani.

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Una tra le linee guida del Congresso è stata la ricerca di vie per porre in atto il processo di Salamanca oggi, un’idea che richiama l’Ordine nelle sue varie componenti a porre in relazione in modo nuovo l’esperienza diretta di tanti che lavorano e s’impegnano nel contatto diretto con i poveri e gli esclusi in molte parti del mondo e la riflessione teologica vissuta in ascolto delle vittime di tante violazioni e della testimonianza di coloro che vivono una concreta solidarietà e vicinanza. L’impegno per promuovere giustizia e costruire pace se da un lato richiede scelte di impegno ed un operare solidale dall’altro esige una ricerca delle cause delle ingiustizie e di individuare vie per eliminare le radici strutturali delle povertà e iniquità. Richiede anche perciò uno stile di fare teologia in rapporto alla storia e alla realtà sociale e all’interrelazione della vita umana con la vita del cosmo.

L’atmosfera di dialogo e l’impegno a scorgere nuove vie per rispondere alle sfide poste dalla situazione mondiale in cui il sistema economico dominante genera ingiustizia hanno così caratterizzato il congresso.

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Un ulteriore elemento può essere indicato come frutto delle discussioni: si tratta della rilevanza che assume oggi la questione della giustizia e della pace come ambiti in cui scoprire la via per un rinnovamento della vita in questo passaggio degli 800 anni dell’Ordine in una consapevolezza nuova del modo in cui questioni di giustizia e questioni riguardanti l’ambiente naturale siano correlate. Si tratta di ascoltare insieme il grido della terra minacciata da devastazione e da sfruttamento insieme al grido dei poveri, scorgendo l’interrelazione profonda tra giustizia e impegno per la custodia del creato.

Aver partecipato a queste intense giornate è stata per noi occasione per conoscere tanti testimoni, persone spesso umili e forti che operano in realtà difficili e sconosciute ai più, e per trovare motivazione ad un rinnovamento nel nostro stile di vita. Pensiamo che anche le nostre comunità possono orientarsi più decisamente – sia nel servizio intellettuale sia in scelte concrete – nel vivere solidarietà con chi soffre e nel promuovere giustizia e pace nel contesto in cui sono situate.

Alessandro Cortesi op – Gian Matteo Serra op

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(Antica Università di Salamanca – aula fra Luis de Leon).

Qui insegnò il frate agostiniano Luis de Leon (1527-1591) accusato di eresia e condannato dall’inquisizione. Dopo quattro anni di carcere tornò ad insegnare e iniziò la lezione con le parole: ‘come dicevamo ieri…’

XXIV domenica tempo ordinario anno C – 2016

img_1696(santo Domingo de Silos – chiostro – Emmaus part.)

Es 32,7-11.13-14; 1Tim 1,12-17; Lc 15,1-32

“Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano: Costui riceve i peccatori e mangia con loro”. Farisei e scribi mormorano come Israele nel deserto. Mormorare è il lamento di chi preferisce la sicurezza di una schiavitù che rassicura al camminare nella libertà a cui Dio apre. Altri invece ‘si avvicinavano per ascoltarlo’. Farsi vicini nell’ascolto è il tratto di chi vive la vita come ricerca di libertà. Nel vangelo di Luca è questa la caratteristica del discepolo. Mentre Gesù condivide il pasto con gli esclusi, proprio loro, irregolari dal punto di vista sociale e religioso, sono i più disponibili ad ascoltare.

Gesù risponde al mormorare dei farisei con tre parabole. Tre storie tratte dalla quotidianità, che rinviano al volto di Dio. Con queste parole Gesù esprime il significato del suo agire. Nei suoi gesti c’è una pretesa ed un invito: Dio agisce come qualcuno che accoglie senza condizioni, al di là dei confini di esclusione. Gesù sta con chi è lasciato fuori, considerato escluso, condivide la loro sofferenza. Le parabole parlano di un pastore che va in cerca della pecora perduta, di una donna che cerca una moneta nella sua casa e di un padre che accoglie i figli allontanati. Tutte parlano di una perdita, di una attesa e ricerca e di un ritrovamento. Sono racconto di un volto di Dio che sperimenta una perdita ed una ricerca. Per chi si pone alla ricerca quanto è perduto vale più di tutto il resto. Gesù parla così del volto di Dio Padre, un padre dal volto materno, capace di tenerezza e commozione, che si china alla ricerca dell’uomo, che si fa vicino e ricerca l’incontro.

La parabola del padre può essere letta in tre momenti: la prima scena è un percorso di allontanamento e di autonomia. Il figlio minore chiede di andarsene dalla casa e incontra una risposta di libertà. E’ desideroso di sciogliere legami e vivere indipendenza. Ma in quell’esperienza sperimenta la deriva del fallimento di una libertà senza orizzonti fino a ritrovarsi solo. Prende così la decisione di ‘ritornare’ in quella casa che aveva lasciato, di cambiare decisamente direzione. Le ragioni di tale ritorno tuttavia sono quelle di una sicurezza quotidiana, di bastare a se stesso, di trovare da mangiare almeno come i salariati nella casa del padre. Il punto di svolta si pone a questo punto: è una ‘conversione’, un orientamento diverso che lo riconduce nella casa da cui era partito. Tuttavia quel figlio si aspetta un futuro secondo una soluzione del buon senso: non torna come figlio ma come servo e la richiesta che pensa in cuor suo è ‘trattami d’ora in poi come uno dei tuoi garzoni’. Quel padre è per lui ancora e solamente un padrone.

La seconda scena vede al centro la figura del padre: il suo sguardo è carico di attesa e speranza. Da lontano scorge il figlio che torna: nei suoi occhi consumati sta il senso della perdita e la tensione per ritrovarlo come figlio. E’ sguardo che sfonda gli orizzonti, nella fatica dell’attesa. Nel momento in cui vede il figlio che torna non c’è spazio per le parole: non si cura di ricevere espressioni di pentimento e nemmeno pretende scuse o motivazioni. Non pone nuove condizioni. Ciò che conta per lui è l’incontro. L’abbraccio diviene così parola di un amore che apre a ricominciare sempre e comunque. La sua parola è nel gesto. E’ un padre che non fa calcoli: gli si gettò al collo e lo baciò. I segni di quest’incontro sono i segni della festa, una gratuità riscoperta che coinvolge tutti. Sono così i segni della libertà, l’abito più bello, l’anello al dito, i calzari ai piedi.

L’abbraccio del padre trasforma una storia di morte in una storia di vita: ‘mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato’. Lascia alle spalle ciò che è passato e guarda alle cose nuove che germogliano.

La terza scena vede ancora al centro il padre. Questa volta è lui stesso a muoversi ed uscire. Ancora è suo il primo movimento. Esce per andare incontro, verso il figlio maggiore, chiuso e lontano nella sua invidia, nella gelosia e nel suo rancore. Il padre esce per pregarlo: anche quel figlio viveva nella medesima casa, ma ci stava da estraneo, con lo spirito del servo. Non aveva compreso ciò che contava di più, il senso del rapporto, una vita insieme. Anche verso di lui, in modo diverso, il padre si accosta con compassione, facendosi vicino alla sua sofferenza che lo induriva. Le sue parole sono invito a scoprire che è possibile stare in quella casa da figli, e che è possibile allora divenire fratelli: ‘figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato’. Non c’è solamente in gioco il rapporto con lui, da figlio e non da servo, ma c’è un cammino possibile di apertura a scoprirsi fratello con l’altro. Gesù rinvia con questo racconto al volto di Dio, allo stile del suo agire. L’incontro in cui si passa dall’inimicizia alla fraternità è esperienza di incontro con Dio stesso.

Questa parabola illumina i suoi gesti: la condivisione di tavola con gli esclusi è gesto che traduce lo stile di Dio, che non viene meno nel ricercare quanto è più prezioso: vivere accoglienza, costruire incontro. Tutti, in modi diversi sono attesi. Al cuore della fede sta un cammino di umanità per condividere, nel rapporto gli uni con gli altri, l’esperienza di essere accolti in una medesima casa.

Alessandro Cortesi op

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Libertà

«La libertà, Sancio, è uno dei più preziosi doni che i cieli abbiano mai dato agli uomini; né i tesori che racchiude la terra né che copre il mare sono da paragonare a essa; per la libertà, come per l’onore, si può e si deve mettere a repentaglio la vita» (M. de Cervantes, Il fantastico hidalgo don Chisciotte della Mancia, Rizzoli, 2005, 471).

Nel 1597 Miguel de Cervantes, a causa di rovesci economici finì in carcere. Fu proprio in tale circostanza della sua vita, mentre era in prigione a Siviglia, che si fece strada in lui l’intuizione della scrittura del Don Chisciotte. Al pari di tutte le grandi opere della letteratura nel profilo di un singolo viene riflessa la tensione di ogni uomo e donna verso una idealità di giustizia, di libertà, che Cervantes ebbe l’abilità di declinare con tratti di comicità e di profonda ironia. Il sorriso che la sua scrittura genera è colmo di comprensione dell’animo umano e della capacità di far scorgere anche una critica profonda alle pretese di esaltazione e di dominio.

Nel 1605 apparve la prima parte del Chisciotte, poi la seconda parte nel 1615. Cervantes articola in una serie di avventure la vicenda dell’ hidalgo don Alonso Quijano divoratore di letteratura cavalleresca che si immerge nelle vicende dei suoi miti sino a farsi viaggiatore con il suo compagno Sancho per liberare gli oppressi. Si delinea così un viaggio, a cui il cavaliere errante costringe Sancho nelle più dure prove e s’immerge egli stesso nella durezza della realtà, scorgendone i lati di disincanto e di violenza, sino a morire.

Questo viaggio ha al cuore un desiderio ed un messaggio di libertà: in fondo la grandezza dell’opera, come quella di tutti i grandi capolavori è riportare al senso di un viaggio, interiore ed esteriore, ed essere una parola rivelatrice dell’esistenza umana.

C’è nel don Chisciotte un movimento di uscita, una cavalcata, con Ronzinante e un asino, nel rincorrere ideali da attuare in una missione avvertita come chiamata interiore. E ricorre anche il motivo del ritorno a casa con la preoccupazione di vari personaggi che vogliono riportare l’hidalgo da dove era partito, e ricondurlo alla realtà, talvolta prendendosi gioco di lui. Don Chisciotte stesso partecipa alla vicenda delle vittime che intende liberare.

Il suo viaggio è percorso che coinvolge la vita, nel porre al primo posto la ricerca di una libertà quale scoperta di sè e quale impegno nel mettersi al servizio di una liberazione di altri, con la fantasia e l’ingenuità di chi lotta nonostante la durezza e le contraddizioni. Non senza ironia e con la disponibilità a sorridere anche di se stessi. In questo cammino si rende sempre più chiaro cosa sia l’autentica libertà, per sè e per altri, nell’incontro, come dice don Chisciotte a Sancho:

«La libertad, Sancho, es uno de los más preciosos dones que a los hombres dieron los cielos; con ella no pueden igualarse los tesoros que encierran la tierra y el mar: por la libertad, así como por la honra, se puede y debe aventurar la vida».

Alessandro Cortesi op

XXIII domenica tempo ordinario – anno C – 2016

IMG_0518_2Sap 9,13-18; Fm 9-10.12-17; Lc 14,25-33

Gesù nel suo cammino ha chiamato altri a seguirlo e ha loro proposto un rapporto particolare con lui e alcune condizioni fondamentali per stare con lui. Luca raccoglie in una pagina una serie di insegnamenti di Gesù sulla sequela.

Richiama a questo dato essenziale: Gesù chiama a seguirlo. Non presenta come maestro una dottrina da imparare, non offre una proposta di carriera e di affermazione o di guadagno, non si pone nemmeno come fondatore di un nuovo gruppo. La sua proposta è un invito a condividere un cammino, ponendo i propri piedi sulle sue tracce. Invita ad essere coinvolti nella sua strada. Seguirlo è chiamata ad una condivisione e ad una relazione particolare con lui. Chiede di vivere la docilità ad ascoltare la parola di Dio con fedeltà, nel percorso intero della vita.

Un secondo aspetto da cogliere: Gesù si presenta con autorità in questa richiesta. Si tratta dell’autorevolezza di chi vive una testimonianza in mood radicale, per questo la sua pretesa suscita stupore. Le esigenze presentate a chi desidera seguirlo richiedono una decisione chiara e definitiva. Essere discepoli si attua nel seguire. La strada che Gesù apre è cammino per ognuno e nelle diverse fasi della vita. Seguirlo implica ogni giorno rimanere in ascolto della parola di Dio.

Luca raccoglie alcune condizioni per chi segue Gesù: la prima riguarda il mettere lui al primo posto. “se uno viene a me e non ‘odia’ suo padre, sua madre…” Il termine ‘odiare’ richiede una lettura attenta ed un’interpretazione. L’uso di questo termine proviene dall’assenza nelle lingue semitiche del modo di dire ‘amare di meno’: per esprimere un amore non totalizzante è quindi usato il verbo ‘odiare’. Le parole di Gesù non sono per l’odio ma per amare: chiede di amare non solo i vicini e gli amici ma anche i nemici. Inoltre Gesù richiama anche la cura dei rapporti familiari prima e al di sopra di un culto separato dalla vita (Mt 15,3-6): la sua critica è dura contro coloro che facevano un’offerta al tempio e con questo si ritenevano esonerati dall’onorare il padre e la madre e facendo così “annullavano la parola di Dio”. Gesù chiede a chi lo segue di porre la relazione con lui e di riferire tutta la vita a lui. Il seguire lui viene prima di ogni altra cosa: non contrasta gli affetti più cari, ma vivere lo stile da lui testimoniato conduce a vivere in profondità tutti i rapporti e apre la vita nella logica del dono e del servizio.

La seconda condizione è la scelta di andare dietro a lui ‘portando la croce’: la croce è sintesi dell’intero progetto di vita di Gesù, la sua scelta di essere uomo per gli altri fino alla fine. La croce è strumento di tortura e di violenza e di dolore, segno della violenza umana. Gesù è rimasto fedele ad una vita intesa come servizio anche sulla croce. Ha testimoniato che anche lì, nel luogo della morte, è possibile rimanere fedeli all’amore. Per lui la croce è luogo in cui ha attuato il dono di sé e la solidarietà fino in fondo con tutti, con gli umiliati e i sofferenti. La croce diviene quindi indicazione di un cammino che non viene meno all’affidamento di sé a Dio e all’amore per gli altri, anche laddove sembra impossibile, nella sofferenza e del dolore. Scrivendo il vangelo Luca, con riferimento ad una comunità che vive la fatica di continuare una fedeltà nel tempo, aggiunge una precisazione importante: seguire Gesù non è questione di momenti eccezionali ma di quotidianità. Le scelte di ogni giorno, i gesti quotidiani sono luogo in cui attuare la sequela di Gesù: “se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua” (Lc 9,23; cfr Mt 10,38).

La torre da costruire e la guerra da preparare, sono due immagini che indicano innanzitutto la libertà e la consapevolezza che Gesù chiede ai suoi discepoli. Contro ogni tipo di superficialità e di avventatezza chiede un coinvolgimento dell’esistenza in tanti aspetti. Rinunciare ai beni indica una attitudine di libertà. Non è richiesta di non usare i beni necessari alla vita, ma è indicazione di uno stile di non appropriamento della vita e di tutti i beni nell’indifferenza verso gli altri. E’ lo stile dei miti e dei poveri. Farsi borse che non invecchiano è l’immagine che invita a scoprire come l’unica vera ricchezza è la condivisione.

Alessandro Cortesi op

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Borse che non invecchiano

Il 27 agosto 1999, quindici anni fa, moriva Hélder Câmara, arcivescovo di Olinda-Recife uno dei vescovi latinoamericani che partecipò al Vaticano II e visse la scelta di una chiesa povera per i poveri nel contesto latinoamericano. Nato nel 1909 in una famiglia numerosa entrò in seminario e fu ordinato sacerdote nel 1931. Cresciuto in ambiente piuttosto conservatore visse una conversione nella sua vita a partire dal 1952, anno in cui fu nominato vescovo ausiliare di Rio de Janeiro. Diviene noto a quel tempo come il ‘vescovo delle favelas’ e la sua testimonianza si diffuse. Promosse poi la nascita della Conferenza episcopale brasiliana quale organo di servizio e coordinamento.

Partecipò al Vaticano II. Al Concilio ispirò il ‘Patto delle catacombe’ di cui fu redattore, un invito ai fratelli nell’episcopato a condurre una vita di povertà e ad essere una Chiesa serva e povera. Un testo di presa di impegno in cui i vescovi firmatari affermano la loro decisione a vivere essi stessi la povertà reale delle maggioranze e a soffrire il disprezzo generato da questa povertà reale. Una assunzione di impegno da parte di chi, proprio per la sua responsabilità, dovrebbe vivere per primo e esigenze del vangelo e attuare una cambiamento radicale rispetto ad un modo di intendere la chiesa come una società di potere e di suddivisioni gerarchiche. Le sue note nel tempo del Concilio sono state pubblicate nel libro “Roma, due del mattino” (San Paolo 2011).

Nel 1964, anno del golpe che diede inizio al regime militare in Brasile, viene nominato arcivescovo di Recife, nel Pernambuco, una tra le regioni più povere del Brasile. Dom Hélder, così volle sempre essere chiamato aveva un particolare stile di sobrietà e di attenzione alle persone, con tutti coloro che incontrava: il tratto tipico del suo farsi incontro stava nell’ascolto.

Tale sua impostazione si ritrova nella conferenza di Medellin nei cui documenti si legge: «Vogliamo che la nostra Chiesa latino-americana sia libera da legacci temporali, da connivenze e ambiguo prestigio; che, “libera in spirito rispetto ai vincoli della ricchezza”, sia più trasparente e forte nella sua missione di servizio» (n. 18). Molti suoi scritti e discorsi furono raccolti da amici e pubblicati nel libro Rivoluzione nella pace (ed. Jaca Book 2013)

Il suo stile si pone come radicalmente distante dalle forme dell’uso del potere del denaro, di ricerca di visibilità, di affermazioni di superiorità e di privilegio, di clericalismo ancor così presenti e diffuse nella chiesa soprattutto nelle sue strutture di vertice. Diceva: “Quando do da mangiare a un povero mi chiamano santo ma quando chiedo perché i poveri non hanno cibo, allora mi chiamano comunista”. Quest’espressione è stata ripresa da Francesco, vescovo di Roma, pochi mesi fa nel dialogo con alcuni giovani belgi: “Ho sentito che una persona ha detto: con tutto questo parlare dei poveri, questo Papa è un comunista! No, questa è una bandiera del Vangelo, la povertà senza ideologia; i poveri sono al centro del Vangelo di Gesù”.

Così dom Helder parlava del suo sogno: “Ho molta fiducia nei piccoli, nei deboli che si uniscono in movimenti nonviolenti, senza aver bisogno di prestigio, sia nei nostri che nei vostri paesi, piccoli gruppi senza potere che si mettono d’accordo per affermare senza odio, senza violenza alcuna, ma anche senza codardia, per affermare che bisogna arrivare a condizioni giuste e umane nelle relazioni tra pesi ricchi e paesi poveri, tra le grandi compagnie ed i nostri paesi… E Dio che ama gli umili, i deboli, i piccoli; non abbandonerà questo mondo. E’ lui la forza della nostra debolezza!. Partire è anzitutto uscire da sé. Rompere quella crosta di egoismo che tenta di imprigionarci nel nostro io. Partire è smetterla di girare in tondo intorno a noi, come se fossimo al centro del mondo e della vita. Partire è non lasciarsi chiudere negli angusti problemi del piccolo mondo cui apparteniamo: qualunque sia l’importanza di questo nostro mondo l’umanità è più grande ed è essa che dobbiamo servire. Partire non è divorare chilometri, attraversare i mari, volare a velocità supersoniche. Partire è anzitutto aprirci agli altri, scoprirli, farci loro incontro”.

Alessandro Cortesi op

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