la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

XXIV domenica tempo ordinario anno C – 2016

img_1696(santo Domingo de Silos – chiostro – Emmaus part.)

Es 32,7-11.13-14; 1Tim 1,12-17; Lc 15,1-32

“Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano: Costui riceve i peccatori e mangia con loro”. Farisei e scribi mormorano come Israele nel deserto. Mormorare è il lamento di chi preferisce la sicurezza di una schiavitù che rassicura al camminare nella libertà a cui Dio apre. Altri invece ‘si avvicinavano per ascoltarlo’. Farsi vicini nell’ascolto è il tratto di chi vive la vita come ricerca di libertà. Nel vangelo di Luca è questa la caratteristica del discepolo. Mentre Gesù condivide il pasto con gli esclusi, proprio loro, irregolari dal punto di vista sociale e religioso, sono i più disponibili ad ascoltare.

Gesù risponde al mormorare dei farisei con tre parabole. Tre storie tratte dalla quotidianità, che rinviano al volto di Dio. Con queste parole Gesù esprime il significato del suo agire. Nei suoi gesti c’è una pretesa ed un invito: Dio agisce come qualcuno che accoglie senza condizioni, al di là dei confini di esclusione. Gesù sta con chi è lasciato fuori, considerato escluso, condivide la loro sofferenza. Le parabole parlano di un pastore che va in cerca della pecora perduta, di una donna che cerca una moneta nella sua casa e di un padre che accoglie i figli allontanati. Tutte parlano di una perdita, di una attesa e ricerca e di un ritrovamento. Sono racconto di un volto di Dio che sperimenta una perdita ed una ricerca. Per chi si pone alla ricerca quanto è perduto vale più di tutto il resto. Gesù parla così del volto di Dio Padre, un padre dal volto materno, capace di tenerezza e commozione, che si china alla ricerca dell’uomo, che si fa vicino e ricerca l’incontro.

La parabola del padre può essere letta in tre momenti: la prima scena è un percorso di allontanamento e di autonomia. Il figlio minore chiede di andarsene dalla casa e incontra una risposta di libertà. E’ desideroso di sciogliere legami e vivere indipendenza. Ma in quell’esperienza sperimenta la deriva del fallimento di una libertà senza orizzonti fino a ritrovarsi solo. Prende così la decisione di ‘ritornare’ in quella casa che aveva lasciato, di cambiare decisamente direzione. Le ragioni di tale ritorno tuttavia sono quelle di una sicurezza quotidiana, di bastare a se stesso, di trovare da mangiare almeno come i salariati nella casa del padre. Il punto di svolta si pone a questo punto: è una ‘conversione’, un orientamento diverso che lo riconduce nella casa da cui era partito. Tuttavia quel figlio si aspetta un futuro secondo una soluzione del buon senso: non torna come figlio ma come servo e la richiesta che pensa in cuor suo è ‘trattami d’ora in poi come uno dei tuoi garzoni’. Quel padre è per lui ancora e solamente un padrone.

La seconda scena vede al centro la figura del padre: il suo sguardo è carico di attesa e speranza. Da lontano scorge il figlio che torna: nei suoi occhi consumati sta il senso della perdita e la tensione per ritrovarlo come figlio. E’ sguardo che sfonda gli orizzonti, nella fatica dell’attesa. Nel momento in cui vede il figlio che torna non c’è spazio per le parole: non si cura di ricevere espressioni di pentimento e nemmeno pretende scuse o motivazioni. Non pone nuove condizioni. Ciò che conta per lui è l’incontro. L’abbraccio diviene così parola di un amore che apre a ricominciare sempre e comunque. La sua parola è nel gesto. E’ un padre che non fa calcoli: gli si gettò al collo e lo baciò. I segni di quest’incontro sono i segni della festa, una gratuità riscoperta che coinvolge tutti. Sono così i segni della libertà, l’abito più bello, l’anello al dito, i calzari ai piedi.

L’abbraccio del padre trasforma una storia di morte in una storia di vita: ‘mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato’. Lascia alle spalle ciò che è passato e guarda alle cose nuove che germogliano.

La terza scena vede ancora al centro il padre. Questa volta è lui stesso a muoversi ed uscire. Ancora è suo il primo movimento. Esce per andare incontro, verso il figlio maggiore, chiuso e lontano nella sua invidia, nella gelosia e nel suo rancore. Il padre esce per pregarlo: anche quel figlio viveva nella medesima casa, ma ci stava da estraneo, con lo spirito del servo. Non aveva compreso ciò che contava di più, il senso del rapporto, una vita insieme. Anche verso di lui, in modo diverso, il padre si accosta con compassione, facendosi vicino alla sua sofferenza che lo induriva. Le sue parole sono invito a scoprire che è possibile stare in quella casa da figli, e che è possibile allora divenire fratelli: ‘figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato’. Non c’è solamente in gioco il rapporto con lui, da figlio e non da servo, ma c’è un cammino possibile di apertura a scoprirsi fratello con l’altro. Gesù rinvia con questo racconto al volto di Dio, allo stile del suo agire. L’incontro in cui si passa dall’inimicizia alla fraternità è esperienza di incontro con Dio stesso.

Questa parabola illumina i suoi gesti: la condivisione di tavola con gli esclusi è gesto che traduce lo stile di Dio, che non viene meno nel ricercare quanto è più prezioso: vivere accoglienza, costruire incontro. Tutti, in modi diversi sono attesi. Al cuore della fede sta un cammino di umanità per condividere, nel rapporto gli uni con gli altri, l’esperienza di essere accolti in una medesima casa.

Alessandro Cortesi op

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Libertà

«La libertà, Sancio, è uno dei più preziosi doni che i cieli abbiano mai dato agli uomini; né i tesori che racchiude la terra né che copre il mare sono da paragonare a essa; per la libertà, come per l’onore, si può e si deve mettere a repentaglio la vita» (M. de Cervantes, Il fantastico hidalgo don Chisciotte della Mancia, Rizzoli, 2005, 471).

Nel 1597 Miguel de Cervantes, a causa di rovesci economici finì in carcere. Fu proprio in tale circostanza della sua vita, mentre era in prigione a Siviglia, che si fece strada in lui l’intuizione della scrittura del Don Chisciotte. Al pari di tutte le grandi opere della letteratura nel profilo di un singolo viene riflessa la tensione di ogni uomo e donna verso una idealità di giustizia, di libertà, che Cervantes ebbe l’abilità di declinare con tratti di comicità e di profonda ironia. Il sorriso che la sua scrittura genera è colmo di comprensione dell’animo umano e della capacità di far scorgere anche una critica profonda alle pretese di esaltazione e di dominio.

Nel 1605 apparve la prima parte del Chisciotte, poi la seconda parte nel 1615. Cervantes articola in una serie di avventure la vicenda dell’ hidalgo don Alonso Quijano divoratore di letteratura cavalleresca che si immerge nelle vicende dei suoi miti sino a farsi viaggiatore con il suo compagno Sancho per liberare gli oppressi. Si delinea così un viaggio, a cui il cavaliere errante costringe Sancho nelle più dure prove e s’immerge egli stesso nella durezza della realtà, scorgendone i lati di disincanto e di violenza, sino a morire.

Questo viaggio ha al cuore un desiderio ed un messaggio di libertà: in fondo la grandezza dell’opera, come quella di tutti i grandi capolavori è riportare al senso di un viaggio, interiore ed esteriore, ed essere una parola rivelatrice dell’esistenza umana.

C’è nel don Chisciotte un movimento di uscita, una cavalcata, con Ronzinante e un asino, nel rincorrere ideali da attuare in una missione avvertita come chiamata interiore. E ricorre anche il motivo del ritorno a casa con la preoccupazione di vari personaggi che vogliono riportare l’hidalgo da dove era partito, e ricondurlo alla realtà, talvolta prendendosi gioco di lui. Don Chisciotte stesso partecipa alla vicenda delle vittime che intende liberare.

Il suo viaggio è percorso che coinvolge la vita, nel porre al primo posto la ricerca di una libertà quale scoperta di sè e quale impegno nel mettersi al servizio di una liberazione di altri, con la fantasia e l’ingenuità di chi lotta nonostante la durezza e le contraddizioni. Non senza ironia e con la disponibilità a sorridere anche di se stessi. In questo cammino si rende sempre più chiaro cosa sia l’autentica libertà, per sè e per altri, nell’incontro, come dice don Chisciotte a Sancho:

«La libertad, Sancho, es uno de los más preciosos dones que a los hombres dieron los cielos; con ella no pueden igualarse los tesoros que encierran la tierra y el mar: por la libertad, así como por la honra, se puede y debe aventurar la vida».

Alessandro Cortesi op

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