la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

XXVII domenica tempo ordinario – anno C – 2016

img_1834Ab 1,2-3; 2,2-4; 2Tim 1,6-8.13-14; Lc 17,5-10

“Fino a quando Signore implorerò e non ascolti, a te alzerò il grido ‘Violenza!’ e non soccorri? Perché mi fai vedere l’iniquità e resti spettatore dell’oppressione?” Queste parole cariche di angustia, di sentimento di impotenza, aprono il libro di Abacuc.

Il profeta si trova ad essere spettatore impotente di una realtà di ingiustizia e di illegalità, addirittura di stravolgimento della legge per cui crimini efferati e violazioni sono attuati in nome della stessa legge, che difende azioni inique. “Non ha più forza la legge né mai si afferma il diritto. L’empio infatti raggira il giusto e il giudizio ne esce stravolto”. Queste parole sono anche una sfida rivolta a Dio stesso. Il profeta rivolge una domanda ‘fino a quando?’ nello stare davanti a Lui. E’ anche attesa: ci sarà un limite o la situazione di iniquità è senza limite?

Abacuc riprende la sfida di Giobbe e allarga la visuale: si interroga sulle sofferenza collettiva che coinvolge i popoli. La domanda che egli pone è tale da mettere in discussione la fede nell’esistenza stessa di un Dio buono e santo. Questa domanda disorienta ogni sistema teologico costruito in modo tale per cui tutto è spiegabile e chiaro. E’ domanda che rimane sospesa.

La voce di Abacuc esprime il dramma al cuore dell’esperienza stessa della fede, reca in sé stessa il coraggio di affrontare tutto ciò che è scomodo, difficile, e fa tremare e vacillare. E’ coraggio di prendere sul serio il dramma e l’attesa della storia e del mondo. E’ indicazione di un modo di vivere la fede in cui lo sguardo agli altri, il farsi carico della vicenda di popoli e del mondo non è realtà estranea al rapporto con Dio.

Questo grido ‘fino a quando? …’ è parola di Dio. E’ una resa di fronte a ciò che non può avere spiegazione: la sofferenza dell’innocente rimane scandalo e oscurità. Lascia spazio al non comprendere, è espressione del dolore e dell’incapacità di mettere insieme la fiducia nel Dio buono e giusto con la corruzione e la violenza dilagante. Il libro di Abacuc invita a non risolvere tutto con facili esortazioni. Conduce a vivere lo stare davanti al Dio d’Israele nella debolezza della fede.

Abacuc presenta una risposta da Dio nella visione: essa attesta che l’ingiustizia non è la parola definitiva senso della storia, ma il disegno di Dio è diverso. Tale situazione avrà un termine. Al giusto che sa guardare oltre e lontano è data possibilità di rimanere fedele nelle contraddizioni del presente. Gli è proposta una visione ampia che nutre il coraggio della fedeltà: “È una visione che attesta un termine, parla di una scadenza e non mentisce; se indugia, attendila, perché certo verrà e non tarderà. Ecco, soccombe colui che non ha l’animo retto, mentre il giusto vivrà per la sua fede”.

Emerge qui la figura del ‘giusto’. Non si tratta di qualcuno che appartiene ad una sistema religioso, è piuttosto indicazione di chi agisce secondo umanità. E’ colui che ascolta il grido delle vittime e si prende carico di chi soffre: i suoi gesti sono in linea con l’agire del Dio d’Israele.

La sfida del credere è vivere il presente, con il cuore rivolto a Dio: il credere non esime dalla domanda, dalla crisi, dal dubbio. Nel vangelo di Luca credente è colui che vive in situazione di implorazione e di ricerca. ‘Aumenta la nostra fede’ è infatti l’invocazione che esprime la sua esistenza. Chi crede rivolge la sua vita a qualcuno, nella povertà. Riconosce la propria incapacità e debolezza; vive attesa e fatica. Il suo cammino non è esente da problemi, contraddizioni, difficoltà. Si confronta con le drammatiche domande della storia e della vita. Non è tolta la fatica di pensare e chi crede vive nel rischio della fede: è segnato continuamente dal pensiero che il suo cammino sia una illusione inutile.

Il cammino del credere non una questione di appartenenza culturale o di dottrina. E’ piuttosto coinvolgimento della vita in un movimento, in un andare. Prende inizio da una forza interiore che invita e spinge che è scoperta in atto nella vita e nella storia. E’ realtà piccola invisibile, forza che viene da altrove, è piccola. E’ come la crescita di un granellino di senapa, il più piccolo di tutti i semi.

Luca nel suo vangelo assimila il credente a chi serve a tavola. Risponde ad un incarico affidatogli. Il senso della sua vita e del suo agire sta nella relazione con qualcuno; non accampa diritti e pretese, ma riconosce di essere ‘semplice servo’ (non ‘inutile’, ma unicamente servo), di aver compiuto quel che gli era stato richiesto.

Nell’immagine di chi vive con profondità il servizio, che agisce e attende, l’accento non sta sul rapporto servo-padrone. Vivere la fede non è un rapporto di servi nei confronti del padrone. Gesù riprende un’esperienza del suo tempo: nell’attitudine del servire è nascosto un paradigma fondamentale della sua stessa vita. Di se stesso Gesù dice: ‘sto in mezzo a voi come colui che serve’. Lo dice – nel vangelo di Luca – nel contesto dell’ultima cena. Gesù diceva questo guardando a chi serviva a tavola, probabilmente compito delle donne. Esse divengono esempio del credente autentico. Attitudine propria di chi crede è l’ascolto, la coscienza della propria povertà esistenziale. Così pure la percezione di essere chiamato ad un impegno che conduce ad affidarsi, a vivere di fiducia.

Alessandro Cortesi op

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Semplicità

“Il beato padre Francesco, ricolmo ogni giorno più della grazia dello Spirito Santo, si adoperava a formare con grande diligenza e amore i suoi nuovi figli, insegnando loro con principi nuovi, a camminare rettamente e con passo fermo sulla via della santa povertà e della beata semplicità”. (Tommaso da Celano, Vita prima di san Francecso, XI 26). Così Tommaso da Celano, nel suo ritrarre Francesco d’Assisi, parla di lui sottolineando la capacità di essere educatore di altri con uno stile di semplicità.

Semplicità del cuore indica una attitudine che non ha nulla a che fare con l’impreparazione, la superficialità o la spontaneità senza riflessione. Per Francesco semplicità è impegnativo cammino di ricerca di ciò che è essenziale nell’esistenza. E’ tensione a non farsi distrarre nell’ascolto di una presenza di Dio che si fa vicina nella natura e nelle persone. Com’è racchiuso nella sua etimologia  – ‘sine plica’ – semplicità è essere senza pieghe, liberati da quegli ostacoli che impediscono di custodire e ricercare ciò che è realmente più importante e rischia di essere perso di vista o soffocato. La via della semplicità è quella dei poeti che non si lasciano sommergere dalle troppe parole, ma cercano di liberarsi dall’appesantimento di parole inutili,  e da quelle superflua per cercare parole vere. Il loro lavoro consiste nella faticosa concentrazione sull’essenziale, nel liberarsi da pesi inutili e dalla complicazione che impedisce di orientarsi. “Non dobbiamo essere sapienti e prudenti secondo la carne, ma piuttosto dobbiamo essere semplici, umili e puri” (Epistola ad Fideles II, 45)

Il modo di pregare e di contemplare di Francesco, e il suo modo di agire possono essere riassunti nell’attitudine di semplicità. Essa comporta un decentramento, la disponibilità ad uno sguardo non centrato su di sé, ma aperto all’altro. Semplicità si incontra con umiltà, con la scelta di stare legati alla terra della propria vita. Partecipi di una vita più grande di cui respirare l’ampiezza, e sensibili ad accontentarsi di poco. La semplicità è attitudine di chi non ha bisogno di troppe cose, e non ne diventa schiavo, ma di chi sa godere di tutte le cose belle e utili vivendo la leggerezza di liberarsi dal superfluo, di ciò che appesantisce e impedisce di muoversi.

E’ la semplicità scoperta con gioia da Francesco. Un brano della ‘Leggenda dei tre compagni’ ne è testimonianza: “Ma un giorno, mentre ascoltava la Messa, udì le istruzioni date da Cristo quando inviò i suoi discepoli a predicare: che cioè per strada non dovevano portare né oro, né argento, né pane, né bastone, né calzature, né veste di ricambio. Comprese meglio queste consegne dopo, facendosi spiegare il brano dal sacerdote. Allora, raggiante di gioia esclamò: E’ proprio quello che bramo realizzare con tutte le mie forze! E fissando nella memoria quelle direttive, s’impegnò ad eseguirle lietamente … Mise tutto il suo entusiasmo a bene intendere e realizzare i suggerimenti della nuova grazia. Ispirato da Dio, cominciò ad annunziare la perfezione del Vangelo, predicando a tutti la penitenza, con semplicità”. (Leggenda dei tre Compagni, 25)

Si può trovare traccia nelle parole della regola non bollata sul modo concreto in cui Francesco intendeva la semplicità. Si delinea lo stile chiesto ai suoi frati, ma che può essere stile di ognuno che si scopre nella vita servo semplice (e non inutile) in relazione con altri:

“Tutti i frati cerchino di seguire l’umiltà e la povertà del Signore nostro Gesù Cristo, e si ricordino che nient’altro ci è consentito di avere, di tutto il mondo, come dice l’apostolo, se non il cibo e le vesti e di questi ci dobbiamo accontentare. E devono essere lieti quando vivono tra persone di poco conto e disprezzate, tra poveri e deboli, tra infermi e lebbrosi e tra i mendicanti lungo la strada”. (Regola non bollata,  IX, 1-3)

C’è una semplicità da coltivare e riscoprire in un contesto culturale in cui prevalgono attitudini di conquista e di dominio, in cui la vita si trova appesantita di tante cose superflue che separano e conducono ad escludere. Semplicità è orizzonte per non  perdere di vista la dimensione dell’agire umano come servizio e aperto alla relazione.

Alessandro Cortesi op

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