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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

XXVIII domenica tempo ordinario – anno C – 2016

img_0843_22Re 5,14-17; 2Tim 2,8-13; Lc 17,11-19

“Naaman siro scese e si lavò nel Giordano sette volte e la sua carne ridivenne come la carne di un giovinetto: egli era guarito”

Naaman, un ufficiale di provenienza siriaca, straniero al popolo d’Israele è un lebbroso guarito dal profeta. Eliseo non chiede a lui alcun gesto eccezionale solamente quello di scendere a lavarsi sulle rive del fiume Giordano. Chiede ascolto insieme ad un gesto ordinario simbolo di pulizia e purificazione. Naaman guarì. Preso da meraviglia chiede di portare con sé alcuni sacchi di quella terra santa perché si rende conto della grandezza del dono ricevuto e della preziosità di quel luogo. Si apre con cuore di povero alla consapevolezza di essere guarito perché una presenza più grande avvolge la sua vita: una presenza che sta dentro la terra. Per questo chiede di portare via un po’ di terra: ‘Ora so che non c’è Dio su tutta la terra se non in Israele’. Mentre c’erano tanti lebbrosi in Israele in quel tempo il profeta Eliseo si fa tramite di una guarigione che tocca Naaman, un uomo venuto da lontano, uno straniero (cfr Lc 4,27).

La vicenda di Naaman rimane un riferimento importante. Luca quando narra il primo annuncio di Gesù nella sinagoga di Nazaret lo ricorda: Gesù annuncia la sua missione di vicinanza ai poveri senza limiti ed esclusioni. Così pure Luca rinvia a quel gesto di Eliseo quando racconta dell’incontro di Gesù con dieci lebbrosi: la salvezza è per tutti e può sgorgare dal cuore umano, senza esclusioni. Gesù è uomo libero che nell’incontro si lascia stupire dalla fede che salva.

“Vennero incontro a Gesù dieci lebbrosi i quali, fermatisi a distanza, alzarono la voce dicendo: ‘Gesù maestro, abbi pietà di noi!… Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce; e si gettò ai piedi di Gesù per ringraziarlo. Era un samaritano”.

Anche qui si parla di guarigione. La lebbra, malattia che racchiudeva tutte le forme di patologie della pelle, era considerata in Israele una sorta di castigo di Dio, vista come malattia pericolosa (cfr. Lev 13-14). I lebbrosi erano costretti a vivere in condizioni di marginalità e lontananza Per questo: ‘fermatisi a distanza, alzarono la voce’. Il lebbroso non solo era un malato, ma era considerato come un uomo segnato dall’esclusione: da tener lontano dal consesso umano e lontano da Dio stesso. Gesù si comporta come uomo libero, supera barriere e distanze imposte da regole igieniche e religiose.

Luca è particolarmente attento a sottolineare i gesti di Gesù verso i malati: Gesù non ha timore di entrare a contatto, fino a toccare un lebbroso contro ogni regola (Lc 5,12-16). Nell’incontro con i dieci li invita ad affidarsi ad una promessa. Li ascolta nella loro richiesta e li invia presso i sacerdoti. Gesù è presentato da Luca come nuovo profeta, come Eliseo: solamente invita ad ascoltare una parola. Mentre obbediscono alla sua parola si compie per loro la purificazione. Dietro a questo termine usato da Luca è da scorgere come quell’invito di Gesù genera un’accoglienza un superamento della distanza in cui i lebbrosi erano tenuti rispetto a Dio. Non sono più impuri ma puri. E questo passaggio è evidenziato dalla guarigione. Solamente uno dei dieci, poi, ‘tornò lodando Dio a gran voce’, gettandosi ai piedi di Gesù per ringraziarlo. L’unico che ritorna diviene sotto la penna di Luca l’esempio del credente. Loda Dio perché ha sperimentato l’aprirsi della sua vita ad una dimensione nuova. E Luca, ora, precisa: ‘Era un samaritano’. Non era solamente lebbroso, ma anche straniero: doppiamente escluso e lontano dalla salvezza.

Lo straniero, che sperimenta il superamento della sua condizione di escluso e impuro, è l’unico che ripercorre il cammino per ringraziare. Vive nel suo cammino i due atteggiamenti propri del credente, dire il bene e ringraziare. Riconosce in Gesù l’agire di Dio e per questo dà gloria a Dio. Gesù riconosce la fede e lo invita ad andare: ‘Alzati e và, la tua fede ti ha salvato’. Tutti gli altri furono guariti in quanto ‘purificati’ dalla lebbra, ma solo lui, lo straniero fece l’esperienza di essere ‘salvato’, nel vivere l’apertura all’agire di Dio nelle parole e nei gesti di Gesù. Il Dio ‘Altro’ e straniero si fa incontro a noi nell’incontro con i volti di ogni ‘altro’ che incrocia la nostra strada.

Alessandro Cortesi op

Tacuina_Sanitatis XIV sec.,_Casanatense.jpg

(Taccuino Sanitatis, Casanatense, XIV sec.)

Curare

Sin dall’antichità la cura della malattia ha spinto alla ricerca sulle cause delle infermità umane e sui rimedi possibili ai diversi mali. La malattia che giunge improvvisa, come forza sconosciuta che si diffonde in modo dilagante ha attirato l’attenzione e ha generato le più angoscianti paure. Dalle narrazioni di Tucidide della peste  nel Peloponneso nel 430 a.C, passando per il Decamerone di Boccaccio scritto nei tempi della peste nera a Firenze del 1348, sino a Manzoni che ricorda la peste del 1630, e ad Albert Camus la letteratura ha recato testimonianza dell’esperienza della malattia nella storia umana. Così anche l’arte ha condotto a raffigurazione l’attività del curare in rappporto al male che procura la morte. E’ una lotta tra la morte e la vita in cui malato, persone vicine che assistono e la presenza di chi cura, dei medici, sono tutte presenze in relazione.

Un passo decisivo nel sorgere della scienza medica si ha con la dissezione dei corpi e gli studi anatomici. Nel più antico teatro anatomico d’Europa nell’università di Padova, costruito nel 1594, si legge un’iscrizione che rinvia alla ricerca come orientamento a far crescere e fiorire la vita: hic est locus ubi mors gaudet succurrere vitae: Questo è il luogo in cui la morte gioisce nel porsi a servizio della vita.

Théâtre-anatomique-Padoue.JPGNel suo dipinto La lezione di anatomia del dottor Tulp del 1632 Rembrandt ha offerto una raffigurazione di tale passaggio decisivo per il sorgere di una scienza medica. Gli sguardi intensi dei discepoli del dottor Tulp, i gesti precisi e autorevoli delle mani che da un lato mostrano e dall’altro offrono spiegazione della configurazione anatomica di un braccio e della mano, convolgono lo spettatore in un sentimento di ammirazione, di interesse e fiducia per la ricerca e per questa osservazione sui corpi.

Rembrandt lezione di anatomia del dr Tulp 1632.jpg

Le risorse della scienza tuttavia erano assai limitate e scarsi erano gli strumenti  di diagnosi atti ad offrire cure in rapporto ad una conoscenza approfondita delle diverse patologie. Come ricaviamo dalle delicate descrizioni fissate dal pennello di Jan Steen, artista olandese attivo soprattutto negli anni tra il 1660 e 1670 la visita del medico è presentata in un aura di solennità pur nel quadro di ambientazioni domestiche e quotidiane. Il suo profilo è quello di un personaggio autorevole, i suoi gesti sono delicati: dalle persone malate e dai vari componenti della famiglia è guardato con ammirazione e stima e nei confronti dei pazienti si china con delicatezza.

Jan_Havicksz._Steen_-_The_Doctor's_Visit 1665.jpg

Jan_Steen_the Doctor's visit 1660-1670.jpg

SteenThe sick woman 1663-1666 Doctor_and_His_Patient-1.jpg Il suo sentire il polso o esaminare il colore delle urine sono alcuni gesti che indicano la ricerca di segni per scorgere rimedi alla malattia. Nel dipinto La malata d’amore, il medico forse coglie più per la sua sensibilità psicologica che non da altri indizi le ragioni del deliquio della giovane nobildonna.

Die_Liebeskranke_by_Jan_Steen 1659-1663.jpg

Francisco Goya (1746-1828) nel dipingere una sua opera  in ringraziamento al dottor Arrieta (1820) che gli ha salvato la vita, ne raffigura il volto che traspare preoccupazione, senso di impotenza e compassione mentre porge allo stesso Goya, che presenta il suo autoritratto mentre è spossato dalla febbre, un bicchiere per bere.

Francisco Goya autoritratto con il Dott. Arrieta 1820.jpg

Pablo Picasso (1871-1973) in un dipinto che risulta essere una sua opera giovanile, dipinta all’età di circa sedici anni, propone un suo sguardo sul significato della cura. Al capezzale di una donna malata è posta la figura del medico – forte è il contrasto tra il colore livido delle mani della malata e quelle del medico  – che con attenzione e rigore sta controllando il battito cardiaco. Dall’altro lato in piedi una suora della carità è raffigurata secondo i canoni della classica presentazione della virtù della carità come donna con in braccio un bambino che sta porgendo forse una bevanda calda come ristoro. Due figure che divengono paradigmi e metafore di scienza e carità appunto. Il titolo del dipinto è ‘scienza e carità’ e offre uno squarcio sulla compresenza nella cura di competenza scientifica e vicinanza umana e compassione.

Pablo Picasso 1897 scienza e carità 16 anni.jpg(Pablo Picasso, scienza e carità)

Ma è forse lo sguardo umoristico e disincantato di Norman Rockwell (1894-1978) artista e ilustratore statunitense, che può condurre al sorriso nel fissare l’espressione dei volti del ragazzo forse costretto alla prima sua visita dall’oculista, mentre il suo pensiero è rivolto alla partita di baseball che l’attende, o al bambino, in visita dal medico, attirato dal diploma di specializzazione incorniciato sulla parete verso il quale manifesta curiosità, e, forse, dubbio, sulle competenze del suo dottore…

  1956-the-optician.jpg(Norman Rockwell, The optician 1956)

Norman rockwell.jpg(Norman Rockwell, The patient 1959)

Alessandro Cortesi op

(Cfr. L’evoluzione della medicina nella storia dell’arte: https://www.youtube.com/watch?v=SKBl0Yk1erU)

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