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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

XXXII domenica tempo ordinario – anno C – 2016

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2Mac 7,1-2.9-14; 2Tess 2,16-3,5; Lc 20,27-38

“Si avvicinarono a Gesù alcuni sadducei, i quali negano che vi sia risurrezione…”. La domanda è espressa a partire da un caso costruito ad arte per porre in difficoltà. di chi sarà moglie dopo la sua morte la donna che ha avuto sette mariti in terra? La questione di fondo tuttavia è: cosa c’è dopo la morte?

I sadducei non credevano alla risurrezione e pongono un caso di scuola per mettere alla prova Gesù. E questa domanda implica una questioni più profonda che investe il senso del vivere stesso. Diverse erano le concezioni presenti in Israele sulla condizione dopo la morte. Alcuni, rifacendosi a convinzioni molto antiche, pensavano che la vita trovasse la sua pienezza unicamente in una realizzazione terrena, nel benessere familiare e sociale raggiunto quaggiù. Altri sulla base di una maturazione avvenuta nel contesto della preghiera pensavano che la morte fosse compresa nel disegno di Dio che non poteva venir meno nella fedeltà di Creatore. Alcuni salmi esprimevano tale orizzonte di speranza: “… non abbandonerai la mia vita nel sepolcro, né lascerai che il tuo santo veda la corruzione. Mi indicherai il sentiero della vita, gioia piena nella tua presenza, dolcezza senza fine alla tua destra” (Sal 16,10-11). In epoche più recenti di fronte all’uccisione dei fratelli maccabei che si erano opposti contro un sovrano straniero profanatore del tempio e della religione, si fece strada la convinzione di uno stato di vita dopo la morte quale ricompensa dei giusti e condanna per gli empi. Un testo scritto in epoca assai vicina al tempo di Gesù, il libro della Sapienza proponeva una visione di speranza per il giusto fedele a Dio: “agli occhi degli stolti i giusti parve morissero” (Sap 3,2) ma essi vivono anche dopo la morte nell’amore di Dio. In tale quadro di dibattito tra diverse concezioni si pone la domanda dei sadducei a Gesù.

Gesù non entra in difficili dissertazioni sull’aldilà, richiama piuttosto la promessa di Dio. Indica un punto di riferimento solido, la fede nel Dio della vita: ricorda il Dio delle promesse ad Abramo Isacco e Giacobbe. E’ un Dio dei viventi, è il Dio dell’alleanza che continua a comunicarsi. La vita oltre la morte non può essere pensata come mera proiezione dell’esperienza terrena. Sarà una condizione nuova e diversa. Ciò che permane, ma che interroga sin d’ora, è la comunione con Dio. Da qui sorge l’autentica questione che investe il presente di una relazione da custodire e tradurre in scelte di una prassi liberatrice. La promessa di Dio apre possibilità di relazioni nuove, vissute nel suo amore. L’incontro con Dio inizia ora, nella vita di quaggiù, non rimarrà senza futuro, non si racchiude ad una questione  individuale, ma è esperienza di comunione con Lui e con gli altri. Gesù invita a coltivare questo incontro con Dio da subito perchè la sua è presenza del vivente che apre cammino. Chiede di non disperdersi in curiosità che celano una pretesa di dominio sulla propria vita e distolgono dall’impegno nel presente. Credere nella risurrezione è affidarsi al Signore dei viventi. Significa allora spendersi per una vita in cui coltivare l’affidamento a Lui e spendersi per dare possibilità di vita per gli altri.

Alessandro Cortesi op

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Fragilità

“Il fatto di sapere che avranno luogo senza conoscere esattamente quando, fa sì che i terremoti siano una delle immagini più potenti della morte, evento certo più di ogni altro, che però non si sa mai con esattezza quando capiterà: potrebbe accadere fra molti anni, ma anche inopinatamente presto. Non è dificile comprendere perché il pensiero del terremoto produca in molti un senso di ansia” (P.Stefani, Il tempo spezzato, 10).*

Il terremoto è evento che sta segnando ultimamente il Centro Italia da più di due mesi con le sue conseguenze di morti, lutti e distruzioni: Accumoli, Amatrice, Norcia, Visso. Ma nel 2012 fu il caso di Carpi e dell’Emilia Romagna, nei giorni della Pasqua del 2009 fu L’Aquila solamente per riferirsi agli ultimi in Italia –  e poi i devastanti terremoti in Nepal, Cina, Pakistan in tempi recenti.

Il terremoto conduce ad interrogarsi sulla fragilità costitutiva della nostra vita esposta ai movimenti della terra, porta a riflettere sulla fragilità della terra stessa su cui posiamo i piedi per trovare stabilità e che improvvisamente rivela il suo carattere di precarietà. Accompagna anche ad interrogarsi sulla fragilità stessa di Dio.

Di fronte alle diverse espressioni del male che feriscono l’esistenza sorge la domanda ‘Dov’era Dio?’: è la domanda che pone in discussione una onnipotenza di Dio pensata in base ai criteri del dominio umano. E’ contestazione rivolta ad un volto di Dio elaborato da forme di pensiero filosofico e religioso, esente dal soffrire. Si fa talora facile scappatoia per non formulare la più impegnativa domanda, fondamentale per la nostra vita ‘Dov’era l’uomo?’.

Se tuttavia ci si sposta a considerare come ‘onnipotente’ può essere aggettivo da rapportare al movimento dell’amore, allora un volto di Dio pensato non secondo i criteri di chi domina e usa violenza e potere, ma accostato alla disponibilità dell’amore e della tenerezza, si presta ad essere associato anche ai termini della fragilità e vulnerabilità. Fragile come chi sceglie di stare accanto e si lascia infrangere, capace di lacrime e di pianto; vulnerabile come chi si china a condividere fino in fondo, solidale con chi è vittima, e piange insieme e apre la speranza che il male, la sofferenza, la morte non sono l’ultima parola.

“L’amore può essere ignorato, frainteso, sprecato, abbandonato, contraddetto. Ecco la fragilità di Dio. Fragile non vuol dire inesistente né vano. In realtà chi scopre questa fragilità e non se ne scandalizza, impara a cercare Dio dove Dio ci cerca: non nella potenza, non nel sovrannaturale, non in tutto ciò che ci evoca il senso del sacro, ma nell’amore creativo, generoso, fedele, paziente, misericordioso. Nell’incontro. Là dove questo amore è vita, dove dunque si incarna, là si lascia a Dio la ibertà di esserci intimo e prossimo” (R.Mancini, Nell’amore creativo, 95).

Dietrich Bonhoeffer parla di un Dio debole, che non fa miracoli, e per spiegare questa sua presenza allude alla disciplina dell’arcano, propria della chiesa antica che manteneva una sorta di riserbo e di segreto su aspetti della propria vita e dei segni della fede: “l’arcano è la consapevolezza che Dio e la realtà mondana formano in Cristo un’unità ‘indivisibile e polemica’. Indivisibile nel senso che Dio si è legato al mondo senza Dio, e polemica nel senso che Dio contesta il mondo nella sua autosufficienza e nella sua incredulità. Ma questo legame di Dio con il mondo che vive senza Dio non è evidente, è nascosto, solo chi conosce attraverso la croce ne è consapevole. Il cristiano, che sa che Dio è presente nel mondo che crede di essere senza Dio, si immerge a sua volta in questo mondo ‘sulle tracce di Dio’ e con la sua testimonianza cercherà di far sì che il mondo scopra che non è senza Dio e la comunità cristiana scopra che Dio non è senza il mondo. (…) Trascendenza nell’aldiqua. Dio nel cuore della realtà, la sequela di Gesù come essere-per-gli-altri” (P. Ricca, Onnipotenza e fragilità: attributi dello stesso Dio?, 153-154).

Gesù nel suo cammino visse fragilità e incertezza: Così ne parla Angelo Casati: “…Tu compagno/ delle umane fatiche/ e dei nostri passi malcerti/ Uomo e non eroe/ nessuna distanza a separare./ Accomunato a noi/ che barcolliamo/ e cadiamo.

Dire la fragilità di Dio, riconoscere stupiti la sua non onnipotenza, significa forse anche approdare all’immagine di un Dio che ha bisogno. Fragilità nella confessione di un bisogno” (A.Casati, Anche tu piangi, Signore, 51)

Come scrisse Etty Hillesum nel suo Diario dal lager di Auschwitz nel 1943: “Io non chiamo in causa la tua responsabilità, più tardi sarai tu a dichiarare responsabili noi… tu non puoi aiutarci, ma tocca a noi aiutare te, difendere fino all’ultimo la tua casa in noi”.

Nel tempo spezzato della terra che trema e, tremando, frantuma costruzioni, dimore, chiese e riduce in macerie tutto, vite e case, financo i cuori spaventati, siamo forse chiamati a scoprire la fragilità di Dio che si fa vicino e ci chiede di affidarci alla fragilità dell’amore. Lì può essere riconosciuto e scoperto: laddove nello sgretolarsi di dimore fatte da mani d’uomo si dà spazio a dimore fatte di mani e di sguardi che si incontrano e si lasciano incontrare, a costruzioni di percorsi condotti non da soli ma insieme. Lì inizia quel ricostruire che non è oblio e cancellazione del terremoto, ma scoperta che il male che pur ci opprime in forme diverse è vinto, che nella morte è già presente la vita, la risurrezione, potenza fragile dell’amore.

Alessandro Cortesi op

*I testi citati sono tratti da: B.Salvarani (ed.), La fragilità di Dio, Dehoniane Bologna 2013.

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