la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Archivi per il mese di “gennaio, 2017”

IV domenica tempo ordinario – anno A – 2017

img_2430(Adam Rokosz, Incarnazione, Mostra ‘Auguri’ – S.Sabina Roma 2017)

Sof 2,3;3,12-13; 1Cor 1,26-31; Mt 5,1-12

Matteo presenta Gesù che parla sul monte: è riferimento al Sinai ma anche rinvio a quel ‘monte’ dove Gesù dà appuntamento ai suoi discepoli alla fine. Ecco sono con voi fino alla fine del mondo (cfr. Mt 28,16): le parole di Gesù sono richiamo a quelle di Mosè che indicava la via per l’incontro con Dio, la legge. Gesù si rivolge ai discepoli ma parla per tutti.

‘il regno dei cieli è vicino’. Gesù annuncia che Dio non è lontano ma vicin, già presente melle pieghe della vita dalla parte dei poveri e degli oppressi. Le nove beatitudini sono l’annuncio che Dio si prende cura della felicità di uomini e donne. Annuncia anche un mondo possibile ma alternativo al mondo dominato dallo strapotere di alcuni sugli altri, dalla violenza e dall’esclusione. E’ un programma di un modo di vivere in cui divenire umani non con la violenza e schiacciando gli altri, ma prendendosi cura, preoccupandosi della felicità degli altri. Questa parole rivelano un desiderio profondo nascosto nei cuori, una nostalgia di un mondo basato non sull’aggressività ma sulla mitezza, non sul dominio di chi ha di più, ma sulla libertà di vivere con poco, non sull’arroganza di chi inganna ma sulla forza di chi lottag per la giustizia. Chi vive in questo modo scopre che Dio è dalla sua parte e che Dio procura felicità. Questa è la bella notizia.

Il primo messaggio delle beatitudini riguarda Dio stesso: la sua presenza è presente vicina, non abbandona i piccoli, coloro che soffrono, asciuga le lacrime di chi piange, piange insieme di fronte al male che sembra prevalere. Ma annuncia anche che l’ultima parola sarà felicità. Ed è una possibilità già presente, non riguarda solo un futuro lontano, ma è un ‘esprienza possibile nel lasciarsi tracciare il cammino da Dio stesso.

A questo messaggio le beatitudini affiancano una parola sulla vita umana messaggio riguardante l’atteggiamento umano: La prima beatitudine è rivolta ai ‘poveri in spirito’: a costoro la promessa non è quella di diventare ricchi, ma è annuncio di felicità per scorgere che solo lasciando spazio a Dio, in un uso non idolatrico delle cose, il poco diviene possibilità di libertà. Non è parola che giustifica le iniquità e la miseria dei molti davanti alla ricchezza di pochi, ma annuncio di un mondo diverso in cui vi possa essere condivisione.

La seconda è rivolta ai miti: i miti sono i poveri di Jahwè, ‘anawim’, coloro che hanno riposto le loro sicurezze nella promessa di Dio, capaci di rapporti nuovi nonviolenti con gli altri. Gesù nel vangelo di Matteo è indicato come ‘mite e umile di cuore’ (Mt 11,29) e quando entrata a Gerusalemme è presentato come un messia pacifico e mite (Mt 21,5).

Ai poveri e miti è destinato il regno dei cieli e l’eredità della terra. Chi cammina nella via della libertà dal proprio egoismo, dal dominio delle cose si fa custode della speranza per tutti: Gesù dice che sin d’ora persone nascoste e dalla vita semplice stanno costruendo un mondo nuovo.

La terza beatitudine riprende le parole di Is 61,2: ‘Mi ha mandato a portare una buona notizia ai poveri, a consolare tutti gli afflitti’. Chi soffre attende consolazione: Gesù annuncia che sin da ora Dio è lì accanto a chi soffre. Vive la vulnerabilità di chi soffre. Nella quarta beatitudine compare un termine caro a Matteo: ‘beati coloro che hanno fame e sete di giustizia’. Gesù inviterà i suoi discepoli a compiere una giustizia ‘più grande’ di quella di scribi e farisei. Giustizia indica rispondere alla fedeltà di Dio che non viene meno alle sue promesse, al suo prendersi cura della nostra felicità.

Con la quinta inizia la serie di beatitudini proprie di Matteo: i misericordiosi con il loro agire sono riflesso dell’amore di Dio un amore semplice e gratuito, che perdona e fa nuovi.

I puri di cuore sono coloro che nel cuore centro delle scelte e degli orientamenti della vita, vivono la semplicità, non servono a due padroni. Coloro che operano la pace sono beati perché stanno vivendo secondo il disegno di Dio che è ‘shalom’, giustizia e liberazione di chi è oppresso. Agli operatori di pace è promessa la comunione con Dio, l’essere figli che inizia già in ogni percorso umano di riconciliazione in cui si aprono vie per essere fratelli e sorelle.

L’ultima beatitudine è ai perseguitati e si collega alla prima: ‘ad essi appartiene il regno dei cieli’: chi trova opposizione ed è trattato male per la fedeltà al vangelo è invitato a scorgere la gioia perché si compie il mistero della Pasqua, il paradosso di una morte che si apre alla vita nella resurrezione. Gesù indica una vita capace di libertà ed un incontro con Dio che si prende cura della nostra felicità. E’ una bella notizia: apre le porte per un mondo diverso da quello dei violenti e che pure sta crescendo, come seme nel seguire Lui, il vero ‘beato’ che ha concepito la sua vita come dono.

Alessandro Cortesi op

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Un popolo umile e povero…

In questi giorni uno dei primi atti del neopresidente eletto negli Stati Uniti è stata l’emanazione di un decreto che attua quanto Donald Trump con aggressività e cinismo ha insistentemente annunciato in campagna elettorale: il completamento di un muro di separazione tra USA e Messico che impedisca il passaggio dei migranti e di quanto cercano di oltrepassare la frontiera.

Ma al confine tra Messico e Stati Uniti, a Guadalupe nel municipio di Amatlán de los Reyes, Veracruz, altri gesti, nascosti e sconosciuti ai grandi mezzi di informazione vanno in direzione diversa e pongono ostinatamente una quotidiana contestazione alla logica di chi vuole costruire muri e generare rifiuto ed esclusione.

Amatlan de los Reyes nello stato di Veracruz è infatti un luogo di passaggio e di viaggi. E’ luogo di attraversamento dei grandi treni merci diretti verso la frontiera con gli Stati Uniti. Su di essi salgono in modo clandestino i migranti in cerca di passare il confine. ‘La bestia’ infatti è un nome singolare che indica non solo uno ma moltissimi treni merci che attraversano uno dei percorsi di migrazione dal sud del Messico al confine col Guatemala, sino alla frontiera con gli USA. La marea di migranti che sale su questi treni è immagine drammatica del sistema di iniquità e disuguaglianza generato che corrisponde ad un mondo di muri.

A Guadalupe le donne del luogo, las patronas, che da tempo assistono a questi passaggi, hanno deciso di fare il possibile per alleviare la fatica del viaggio di chi sale su quei treni coltivando la speranza di un futuro migliore. In quei lunghi treni i passeggeri sono infatti migranti che spesso devono affidarsi ai trafficanti di esseri umani, i coyotes o polleros e moltissimi nel viaggio trovano la morte o rimangono feriti nel cadere dai vagoni in corsa, ma devono innanzitutto sopportare le insidie del viaggiare in bilico sui tetti dei vagoni o arrampicati su scalette metalliche e predellini.

Le donne di Guadalupe hanno compreso che nella vita si può dividere ciò che si è ricevuto, e si sono date da fare in modo molto concreto. Hanno messo a disposizione le loro capacità: cucinare, preparare fagioli e tortillas come conforto e sostegno. Predispongono in sacchetti porzioni di cibo – più di 200 pasti al giorno – insieme a pagnotte di pane e bottiglie d’acqua, legati in modo da poter essere presi a treno in corsa. Le offrono durante il passaggio dei treni, ponendosi a fianco dei binari per farle velocemente afferrare da coloro che si sporgono dai vagoni.

Llevate mis amores è il titolo di un film di Arturo González Villaseñor che ha documentato tale esperienza e presentato al Festival di cinema, cibo e biodiversità ‘Tutti nello stesso piatto’ a Trento e Rovereto (nov 2016) facendo risuonare le voci di queste donne che parlano della loro scelta. E’ stato una tra le pellicole con maggior successo nel 2016 in Messico.

Il film riporta le testimonianze di quelle donne, fa sentire il timbro della loro lingua, fotografa il loro agire fatto di gesti semplici, che sono resistenza ed opposizione ad un mondo in cui si costruiscono muri. Gesti di profezia nel quadro di un sistema di ingiustizia e di sofferenza. In quei sacchetti riempiti di fagioli bolliti sta la scelta di aiutare e di manifestare una scelta di buona volontà e di amore rivolta a sconosciuti. Le loro mani impegnate a cucinare e a preparare le porzioni ricordano la fondamentale attitudine degli esseri umani di fronte alla fragilità: essere presenza che sfama e si prende cura.

Nell’agosto 2016 a Los Angeles hanno ricevuto un riconoscimento e un premio per la loro attività che negli anni ha dato possibilità di cibo a due milioni di migranti. Offrono di che nutrirsi, poco, ma un sollievo nel viaggio, ed insieme anche offrono riparo a chi cerca di attraversare la frontiera, come anche alle donne, a quelle madri che si pongono a rintracciare notizie dei figli scomparsi durante il viaggio e dai quali non hanno più ricevuto notizie, che formano la Caravana de madres Centroamericanas.

Il film s’intitola Llevate mis amores ed è dedicato a tutte le donne, las patronas “Para las patronas, que nos dejaran llevarnos sus amores”. E’ un ricordo di un popolo umile e povero… segno di ciò che rende questa terra vivibile e umana e di ciò che solo rimane nella vita. Nel loro agire sta un richiamo a coloro che intendono accogliere il messaggio delle beatitudini: cercare di scorgere nelle pieghe dell’umanità oggi i segni del vangelo già presenti e vissuti oltre i confini di appartenenze culturali e di religione e cercare di porre segni di testimonianza di un regno di Dio che sarà dono di comunione e di incontro.

Alessandro Cortesi op

Cfr. il bell’articolo di Anna Molinari, Vai e portati il mio amore

 

 

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III domenica tempo ordinario – anno A – 2017

img_1784III domenica tempo ordinario – anno A

Is 8,23b.9,1-3; 1Cor 1,10-13.17; Mt 4,12-23

Terra di Zabulon e di Neftali sulla via del mare: è territorio al nord della Palestina, passaggio di strade calpestate da eserciti conquistatori nei secoli. Terra di confine dove si conoscevano devastazioni, violenze che accompagnavano i cambiamenti dei dominatori. Terre abitate da tenebre del male e della malvagità. Era quello il ‘territorio dei pagani’. Eppure Isaia vede proprio quella terra, situata ai margini, il luogo in cui si fa presente una luce nuova: vi sarà liberazione, vi sarà diritto e giustizia. E’ luce che viene da Dio ed è donata in luoghi avvolti da tenebre. Lo sguardo del profeta si fa interprete dell’agire di Dio: i suoi pensieri non sono i nostri pensieri, le sue vie non sono le nostre vie. La luce entra nella storia dai luoghi dove si pensa che vi debba essere solo tenebra perché è Dio che ascolta il grido del povero, sceglie i dimenticati dalla storia. Lo stile di Dio capovolge i pensieri umani.

Anche Gesù, dopo il suo aver seguito Giovanni Battista e il suo battesimo, torna verso il territorio di Zabulon e Neftali, in quel territorio di confine. Giovanni Battista è stato consegnato – dice Matteo – anche Gesù sarà consegnato nella sua passione e morte. Ma ora va nella terra dei pagani. Mentre già si delinea l’esito della sua vita nel suo consegnarsi, la sua passione e morte, Matteo invita a scorgere come il cammino di Gesù attraversi le terre ai margini.La sua vita non può essere tenuta racchiusa ma è attraversamento. Torna in Galilea, non a Nazareth ma a Cafarnao.

Matteo scrive il suo vangelo in rapporto ad una comunità di cristiani che venivano dalla fede ebraica, che conoscevano la Bibbia. E’ sensibile quindi a sottolineare la continuità tra le promesse del Primo testamento e Gesù. Ma anche insiste sul fatto che la vicenda di Gesù è aperta: viene infatti riconosciuto dai magi che provenivano da lontano, da chi ha attraversato il buio, seguendo la luce della stella. Ora Gesù si rende presente nelle terra dei pagani, segnata da tenebre. C’è una luminosità che segna la sua vita e diviene luce accolta da chi sta ai margini, lontano, considerato escluso.

La prima parola di Gesù è un invito al cambiamento: ‘convertitevi’. Il suo annuncio riguarda il farsi vicino di Dio in modo sorprendente: il regno dei cieli è farsi vicino di Dio che dona futuro e liberazione a chi è considerato perduto, lontano. Convertirsi è allora invito a cambiare direzione. Il criterio per orientarsi in modo diverso è quello dell’agire di Dio che si rende presente nei gesti di Gesù, nelle sue scelte. Gesù invita a cambiare per aprirsi ad un orientamento nuovo. Il regno non è qualcosa di lontano ma è la luce nuova della vicinanza di Dio. Irrompe nella situazione di buio ed è dono per un cammino di liberazione. Nei suoi gesti e nelle sue parole dice che Dio Padre è vicino ai poveri, a chi è considerato perduto, o malato da tenere lontano. Questa scoperta chiede un cambiamento radicale: dall’essere ripiegati e indifferenti al vivere la vita come segno di liberazione.

Gesù così chiama a seguirlo: ‘Venite dietro a me’. Non si tratta di imparare qualcosa da sapere né di una carriera da intraprendere. Non promette ricchezze né guadagni o onori. Chiama a seguirlo sul suo cammino, a condividere le sue scelte di una vita vissuta davanti a Dio e per gli altri. Gesù vide due fratelli: il suo sguardo si ferma su di loro: è riflesso dello sguardo di Dio. Simone e Andrea si sentono amati, chiamati per nome, e avvertono in quell’essere guardati una forza che li spinge a lasciare ciò che stavano facendo per seguire Gesù.

Sono due fratelli. Gesù li chiama nella normalità della loro esistenza di ogni giorno, mentre gettavano le reti in mare. Ci sarà continuità e rottura nella loro vita. Saranno ancora pescatori, ma in modo nuovo. Lo saranno per gli altri. L’attività di un ‘pescatore’ è quella di raccogliere per offrire cibo e per dare vita: ‘pescatori di uomini’ è seguire Gesù vivendo il servire perché altri abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza. Il regno cresce allora nelle scelte di chi ascolta questa chiamata di Gesù. Il regno si rende presente in una esperienza di ‘stare con’ Gesù, nel vivere un cammino insieme. La vita al seguito di Gesù si compie nel seguirlo, in una relazione personale con lui, quotidiana semplice, attuata insieme, aperta ad una convocazione che va al di là di ogni fissazione. Gesù, nella Galilea dei lontani, chiama dei fratelli perché impariamo a divenire ‘fratelli’ in modo nuovo.

Alessandro Cortesi op

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Nei ‘Promessi sposi’ si possono ritrovare due storie di conversione: la prima è quella dell’Innominato, narrata nel suo momento finale ne tempo della notte dopo il rapimento di Lucia. La seconda è quella del giovane Ludovico che diverrà poi fra Cristoforo. Due storie che in qualche modo possono raccogliere l’esperienza e la riflessione di Manzoni stesso che visse un’esperienza profonda di cambiamento che segnò la sua vita.

Tutto avvenne in rapporto ad una data e ad un luogo. Era il 2 aprile 1810 e il luogo era Parigi. Durante i giorni di festa per le nozze di Napoleone qualcuno iniziò a sparare, si diffuse il panico  e rimasero morti tra la folla. Nel disordine e parapiglia che ne seguì Enrichetta, la moglie di Alessandro, svenne. Manzoni si trova improvvisamente sperduto e solo a trovare rifugio. Prende l’ingresso della chiesa di san Rocco per ripararsi. Lì scoprendosi solo, smarrito e chiedendo di poter ritrovare Enrichetta, visse un momento di incontro con la presenza di Dio, momento indescrivibile di chiarezza ma anche di serenità e di orientamento nuovo per tutta la sua vita. Probabilmente quel momento avvenne dopo un lungo cammino di cui in qualche modo Manzoni fa accenno anche nel raccontare le due vicende di conversione presentate nel suo romanzo. Mentre la sua conversione rimase racchiusa nel segreto del suo cuore le conversioni dei due personaggi del romanzo hanno una rilevanza pubblica. Ma forse esse vanno lette scorgendo tra le righe di quelle pagine una vicenda esistenziale ed un riflettersi del medesimo autore.

Ermes Visconti, amico del Manzoni a cui fu chiesta una lettura del romanzo nella sua prima redazione il ‘Fermo e Lucia’ scritta tra il 1821 e 1823, nelle sue note lo richiamava a non porre troppo ascetismo nella narrazione con parole proprie di libri relativi allo spirito cristiano. In riferimento alla descrizione della figura dell’innominato suggeriva di approfondire il caso umano più che la partecipazione cristiana e concludeva: “Perché non sarei capace, mi rimetto al parere di chi sa meglio di me, che sia convertire ed essere convertito”.

Manzoni tenne conto di queste osservazioni e, forse in base a questa sollecitazione, nelle edizioni successive aggiunse la famosa pagina della notte dell’Innominato:

“Già da qualche tempo cominciava a provare, se non un rimorso, una cert’uggia delle sue scelleratezze. Quelle tante ch’erano ammontate, se non sulla sua coscienza, almeno nella sua memoria, si risvegliavano ogni volta che ne commettesse una di nuovo, e si presentavano all’animo brutte e troppe: era come il crescere e crescere d’un peso già incomodo. Una certa ripugnanza provata ne’ primi delitti, e vinta poi, e scomparsa quasi a atto, tornava ora a farsi sentire. Ma in que’ primi tempi, l’immagine d’un avvenire lungo, indeterminato, il sentimento d’una vitalità vigorosa, riempivano l’animo d’un’audacia spensierata: ora all’opposto, i pensieri dell’avvenire eran quelli che rendevano più noioso il passato. “Invecchiare! morire! e poi?” E, cosa notabile! l’immagine della morte, che, in un pericolo vicino, a fronte d’un nemico, soleva raddoppiar gli spiriti di quell’uomo, e infondergli un’ira piena di coraggio, quella stessa immagine, apparendogli nel silenzio della notte, nella sicurezza del suo castello, gli metteva addosso una costernazione repentina. Non era la morte minacciata da un avversario mortale anche lui; non si poteva rispingerla con armi migliori, e con un braccio più pronto; veniva sola, nasceva di dentro; era forse ancor lontana, ma faceva un passo ogni momento; e, intanto che la mente combatteva dolorosamente per allontanarne il pensiero, quella s’avvicinava. Ne’ primi tempi, gli esempi così frequenti, lo spettacolo, per dir così, continuo della violenza, della vendetta, dell’omicidio, ispirandogli un’emulazione feroce, gli avevano anche servito come d’una specie d’autorità contro la coscienza: ora, gli rinasceva ogni tanto nell’animo l’idea confusa, ma terribile, d’un giudizio individuale, d’una ragione indipendente dall’esempio; ora, l’essere uscito dalla turba volgare de’ malvagi, l’essere innanzi a tutti, gli dava talvolta il sentimento d’una solitudine tremenda. Quel Dio di cui aveva sentito parlare, ma che, da gran tempo, non si curava di negare né di riconoscere, occupato soltanto a vivere come se non ci fosse, ora, in certi momenti d’abbattimento senza motivo, di terrore senza pericolo, gli pareva sentirlo gridar dentro di sé: Io sono però. Nel primo bollor delle passioni, la legge che aveva, se non altro, sentita annunziare in nome di Lui, non gli era parsa che odiosa: ora, quando gli tornava d’improvviso alla mente, la mente, suo malgrado, la concepiva come una cosa che ha il suo adempimento. Ma, non che aprirsi con nessuno su questa sua nuova inquietudine, la copriva anzi profondamente, e la mascherava con l’apparenze d’una più cupa ferocia; e con questo mezzo, cercava anche di nasconderla a se stesso, o di soggiogarla. Invidiando (giacché non poteva annientarli né dimenticarli) que’ tempi in cui era solito commettere l’iniquità senza rimorso, senz’altro pensiero che della riuscita, faceva ogni sforzo per farli tornare, per ritenere o per ria errare quell’antica volontà, pronta, superba, imperturbata, per convincer se stesso ch’era ancor quello” (A.Manzoni, I Promessi Sposi. Storia della colonna infame, a cura di A. Stella e C. Repossi, Torino, Einaudi-Gallimard, 291-2)

Manzoni nel rivedere le pagine del Fermo e Lucia, narra così la conversione dell’Innominato nei termini di un processo graduale faticoso, che trova il suo vertice drammatico nella notte dopo l’incontro con Lucia. Ma è un processo che matura poco alla volta, in una inquietudine che fa emergere una sensibilità legata al modo di intendere la fede di Pascal. E’ il Dio di Abramo di Isacco e di Giacobbe colui che si fa incontrare nella notte di fuoco. E Manzoni sottolinea anche che la via della grazia non irrompe in modi eclatanti e improvvisi ma segue le vie della maturazione umana, si inserisce tra le pieghe della vita con le sue ferite, interruzioni e inquietudini. Non si tratta così di un evento folgorante e miracoloso, ma di un lento cammino che coinvolge, genera domande, aperture, desideri e conduce a rivedere la propria esistenza con occhi nuovi. Fino al momento della crisi narrato nella inquieta notte del rapimento.

Manzoni conduce a scorgere il conflitto interiore, la crisi vissuta in un interrogarsi che si fa lucidità autocritica, rilettura della propria vita e desiderio di apertura a qualcosa di nuovo. Ciò che sta al cuore di questa speranza che irrompe nel quadro di considerazioni desolate sul proprio passato sono le semplici parole di Lucia. L’innominato è presentato secondo il profilo di un ‘tormentato esaminator di se stesso’ (311):

“A che cosa son ridotto! Non son più uomo, non son più uomo!… Via! – disse, poi, rivoltandosi arrabbiatamente nel letto divenuto duro duro, sotto le coperte divenute pesanti pesanti: – via! sono sciocchezze che mi son passate per la testa altre volte. Passerà anche questa”. E per farsela passare, andò cercando col pensiero qualche cosa importante, qualcheduna di quelle che solevano occuparlo fortemente, onde applicarvelo tutto; ma non ne trovò nessuna. Tutto gli appariva cambiato: ciò che altre volte stimolava più fortemente i suoi desidèri, ora non aveva più nulla di desiderabile: la passione, come un cavallo divenuto tutt’a un tratto restìo per un’ombra, non voleva più andare avanti. Pensando all’imprese avviate e non nite, in vece d’animarsi al com- pimento, in vece d’irritarsi degli ostacoli (ché l’ira in quel momento gli sarebbe parsa soave), sentiva una tristezza, quasi uno spavento de’ passi già fatti. Il tempo gli s’a acciò davanti voto d’ogni intento, d’ogni occupazione, d’ogni volere, pieno soltanto di memorie intollerabili; tutte l’ore somiglianti a quella che gli passava così lenta, così pesante sul capo. Si schierava nella fantasia tutti i suoi malandrini, e non trovava da comandare a nessuno di loro una cosa che gl’importasse; anzi l’idea di rivederli, di trovarsi tra loro, era un nuovo peso, un’idea di schifo e d’impiccio. E se volle trovare un’occupazione per l’indomani, un’opera fattibile, dovette pensare che all’indomani poteva lasciare in libertà quella poverina. “La libererò, sì; appena spunta il giorno, correrò da lei, e le dirò: andate, andate. La farò accompagnare… E la promessa? e l’impegno? e don Rodrigo?… Chi è don Rodrigo?”. A guisa di chi è colto da una interrogazione inaspettata e imbarazzante d’un superiore, l’innominato pensò subito a rispondere a questa che s’era fatta lui stesso, o piuttosto quel nuovo lui, che cresciuto terribilmente a un tratto, sorgeva come a giudicare l’antico” (310-11).

Giunge così ad un passo dal suicidio a prendere in mano un’arma per farla finita: ma un pensiero di speranza si affaccia: “Lasciò cader l’arme, e stava con le mani ne’ capelli, battendo i denti, tremando. Tutt’a un tratto, gli tornarono in mente parole che aveva sentite e risentite, poche ore prima: “Dio perdona tante cose, per un’opera di misericordia!” E non gli tornavan già con quell’accento d’umile preghiera, con cui erano state proferite; ma con un suono pieno d’autorità, e che insieme induceva una lontana speranza. Fu quello un momento di sollievo: levò le mani dalle tempie, e, in un’attitudine più composta, fissò gli occhi della mente in colei da cui aveva sentite quelle parole; e la vedeva, non come la sua prigioniera, non come una supplichevole, ma in atto di chi dispensa grazie e consolazioni” (312).

Manzoni qui delinea nel cambiamento dell’Innominato una sorta di resa, un abbandonare ogni pretesa e prepotenza, connesso all’uso delle armi, tenute in mano ancora, questa volta, non per affermare il proprio dominio sugli altri ma per togliere a se stesso la vita, per interrompere un tormento e il venir meno all’orgoglio. E’ così un arrendersi, un cedere le armi ed un presentarsi spoglio, nel proprio cuore, davanti a Dio, che coincide con una resa alle parole miti di Lucia, che rinviavano alla misericordia e ricordavano il perdono: si tratta di una resa liberante.

Nel dialogo con il cardinal Federigo Borromeo le parole del cardinale offriranno una sorta di interpretazione di quell’esperienza. Alla questione dove Dio si renda vicino, il cardinale suggerisce: “E chi più di voi l’ha vicino? Non ve lo sentite in cuore, che v’opprime, che v’agita, che non vi lascia stare, e nello stesso tempo v’attira, vi fa presentire una speranza di quiete, di consolazione, d’una consolazione che sarà piena, immensa, subito che voi lo riconosciate, lo confessiate, l’imploriate?” (327)

C’è un uomo nuovo che sta emergendo ma questa vita non è senza rapporto con il percorso di un ‘uomo vecchio’ in cui la voce della coscienza si faceva sentire pur rimanendo soffocata o flebile. Il superamento del passaggio vissuto è visto non come totale rottura ma nell’essere maturato nell’interezza di un percorso, nel valore dell’inquietudine della domanda che ha condotto al momento di consapevolezza nuova. Nulla è rigettato di quanto di buono era già presente e maturato nell’esistenza di quella vita, dei percorsi tortuosi e tormentati della coscienza. Non c’è eliminazione e scarto, ma superamento e assunzione.

“E voi domandate cosa Dio possa far di voi? […] cosa possa fare di codesta volontà impetuosa, di codesta imperturbata costanza, quando l’abbia animata, infiammata d’amore, di speranza, di pentimento? Chi siete voi, pover’uomo, che vi pensiate d’aver saputo da voi immaginare e fare cose più grandi nel male, che Dio non possa farvene volere e operare nel bene?” (328)

Il volto del cambiamento dell’Innominato sarà nell’andare solo senz’armi, capace di accettare di stare senza difese.

La conversione del giovane Ludovico che diverrà fra Cristoforo è un altro elemento per comprendere l’intera sua missione e l’incontro con Renzo. Aveva vissuto una giovinezza e il suo carattere manifestava da un lato desiderio di onestà ma anche tratti violenti. Educato al sistema feudale incontra il rifiuto e l’esclusione, si dedica a difendere le cause degli oppressi ma lo fa utilizzando i modi di prevaricazione dei bravi. Tuttavia vive interiormente il sentimento di un contrasto che permane, qualcosa di non risolto dentro di sè. L’idea di farsi frate, ‘sarebbe forse stata una fantasia per tutta la sua vita’, ma ad un certo punto divenne una scelta in seguito a quello che Manzoni indica come un ‘accidente’, l’uccisione del signore che ha incontrato per strada, evento tragico in cui perde la vita il suo compagno, di nome Cristoforo, che rimane ucciso. Ancora un momento puntuale, drammatico, ma che segna il punto di svolta e di arrivo di un lungo percorso. L’assunzione del nome dell’amico ucciso (Cristoforo, portatore di Cristo) al suo ingresso in convento è segno di un cambiamento e di un programma di vita.

L’itinerario di un cambiamento quale conversione è la questione centrale nella vita di Manzoni che si pone l’interrogativo su tale esperienza a partire dalla sua vicenda ma con sguardo anche a coloro che vivono una attitudine razionalistica, gli illuministi del suo tempo. Scrivendo all’amico Claude Fauriel, critico letterario, evoca come la dimensione del cuore non contrasti con lo spirito. Rilegge così le intuizioni di Pascal, in riferimento ad una fede che non si confonde con una costruzione intellettuale ma affonda nell’esperienza di un incontro vivente che coinvolge il ‘cuore’. Ezio Raimondi (Sulla conversione di Alessandro Manzoni, in http://www.bibliomanie.it) ha parole illuminanti commentando una lettera che Manzoni invia al suo interlocutore segnato da una mentalità razionalistica nell’invitarlo ad occuparsi di tale questione:

“posso esprimere, caro Fauriel, la speranza che anche voi ve ne occupiate (…) mi fa paura per voi la parola terribile Abscondisti haec a sapientibus et prudentibus, et rivelasti ea parvulis (…) ma non ho in realtà timore perché la bontà e l’umiltà del vostro cuore non è inferiore né al vostro spirito (esprit) né ai vostri lumi (lumières). Scusate la predica che un parvulus si prende libertà di farvi».

Così commenta Raimondi: “Si tratta di un testo straordinario, se lo si considera in una certa luce: è denso di significato, perché intanto Fauriel è un lettore dei migliori moralistes del Seicento e del Settecento e, a differenza di altri intellettuali della tradizione illuministica, ha il senso della personalità di Pascal. Del resto, Manzoni sta per l’appunto citando Pascal, nella speranza che l’altro capisca al volo. Coeur ed esprit sono due termini determinanti nel mondo di Pascal. Potremmo chiamare coeur la coscienza incarnata, quella che sente Dio: «non lo sentite nel cuore» del cardinale (ecco le rispondenze verbali). Esprit è la ragione, l’esprit géométrique che non può aspirare al sentimento diretto della presenza divina: questa riguarda tutta la realtà profonda dell’uomo.”

Forse il senso più profondo della conversione di fra Cristoforo può essere visto significato nel pezzo di pane che tira fuori da una vecchia scatola, e che lascia in dono ai due sposi Renzo e Lucia a conclusione del romanzo. Le sue parole che accompagnano quel gesto sono quasi eco delle parole di Lucia che ritornavano alla memoria nella notte all’innominato “Dio perdona tante cose, per un’opera di misericordia!”:

“Qui dentro c’è il resto di quel pane… il primo che ho chiesto per carità; quel pane di cui avete sentito parlare! Lo lascio a voi altri: serbatelo; fatelo vedere ai vostri figliuoli. Verranno in un tristo mondo, e in tristi tempi, in mezzo a’ superbi e a’ provocatori: dite loro che perdonino sempre, sempre! tutto, tutto!”.

Alessandro Cortesi op

 

 

Linee di frattura

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E’ stato pubblicato il libro Linee di frattura: sfide e frontiere, ed. Nerbini 2017, a cura di Claudio Monge e A.Cortesi.

Versione in italiano – inglese – francese – spagnolo (Chi desidera averne copia può scrivere a: info@domenicanipistoia.it)

Dalla introduzione

“Ottocento anni di vita sono davvero tanti, possono costituire uno straordinario patrimonio di esperienze e di tradizione ma possono diventare anche un peso nella misura in cui non si rinnova quell’imperativo dell’annuncio della Buona Novella profondamente ispirato e orientato dai grandi interrogativi che la storia propone, costantemente ma anche in modo sempre diverso, a ogni sua epoca. L’Ordine domenicano in quest’anno celebra l’anniversario dei suoi inizi con l’approvazione per opera di papa Onorio III in due bolle del dicembre 1216 e del gennaio 2017. (…)

E’ questo il frutto del lavoro e del confronto sincero e prolungato dei membri di un gruppo composto da frati appartenenti a diverse province dell’Ordine, che vivono in diverse regioni dell’Europa, dal Belgio alla Turchia, dalla Germania all’Italia. (…)

Scopo di questo lavoro è offrire un contributo nell’individuare alcuni ambiti in cui oggi l’Ordine domenicano, ma non solo, è chiamato a vivere un ripensamento della sua missione. Predicare è annuncio del vangelo, accogliendo le inquietudini che provengono dalla storia e dalla vita di uomini e donne. Vi sono nel nostro tempo linee di frattura che spingono ad uscire da modelli usuali di pensare per assumere il rischio di stare responsabilmente nel presente accogliendo le chiamate dello Spirito che da esso provengono.

Non abbiamo così elaborato una ennesima trattazione teorica su tematiche oggetto di studio spesso settoriale e specialistico ma abbiamo cercato di indicare percorsi per individuare i segni dei tempi e provocare ulteriori riflessioni che possano in qualche modo rimettere in questione l’attuale predicazione e insegnamento nell’Ordine e nella chiesa. (…)

I temi affrontati sono: 1. La salvaguardia del creato come nuova frontiera; 2. Identità, soggettività e corporeità; 3. La comunità; 4. Migranti in Europa; 5. L’esperienza di Dio in un contesto multireligioso ; 6. Gli Ordini religiosi e la Chiesa.

Nell’Ordine domenicano in questo 800 anniversario – occasione di ripensamento della propria storia e di sguardo al futuro – è stata sottolineata la creatività particolare di alcuni momenti della sua storia. Sono stati i passaggi nei quali si è attuata una circolarità feconda tra il coinvolgimento diretto in situazioni di vita ed una riflessione teologica che si è lasciata interrogare dalle inquietudini del tempo. E’ quanto è avvenuto alle origini, con l’opera di Domenico, e subito dopo con Alberto Magno e Tommaso d’Aquino. Poi nel XVI secolo quando l’esperienza dei missionari nel nuovo mondo si è incontrata con la riflessione dei teologi di Salamanca che inaugurarono un pensiero nuovo sui diritti dei popoli e sul senso dell’evangelizzazione. Più vicino a noi nel corso del XX secolo questo movimento si è attuato nel decisivo contributo dei nostri confratelli, in particolare Marie-Dominique Chenu e Yves Congar al Concilio Vaticano II e in coloro che hanno continuato il servizio teologico al popolo di Dio nella recezione del Concilio.

Scopo del nostro lavoro non è quindi offrire un discorso chiuso e ben delineato, quanto piuttosto fornire spunti di analisi, suggerire elementi per giudicare e delineare tracce di riflessione teologica in vista di scelte operative e di un impegno nella prassi. Abbiamo seguito così il metodo di vedere – giudicare – agire nel tentativo di cogliere le sfide del tempo presente per una teologia segnata da uno stile pastorale. (…)”

Claudio Monge op – Alessandro Cortesi op

II domenica – tempo ordinario anno A – 2017

img_1465Is 49,3.5-6; 1Cor 1,1-3; Gv 1,29-34

‘Rendere testimonianza’ è il verbo del discepolo. Tutta la sua vita sta appesa sul filo di un incontro. Giovanni Battista è così presentato paradossalmente come il discepolo: colui che rende testimonianza, che ‘vede’ e indica la presenza di Gesù anche se non lo conosce. Il suo annuncio è rivolto verso un altro: ‘in mezzo a voi sta uno che voi non conoscete’ (Gv 1,26). Invita ad un incontro, a conoscere Gesù: ‘sono venuto a battezzare con acqua perché egli fosse fatto conoscere ad Israele’ (Gv 1,31). La sua prima testimonianza è l’annuncio di qualcuno che viene dopo di lui. Il gesto dell’immersione nel Giordano esprime un’attesa: ‘Ecco colui del quale io dissi: dopo di me viene un uomo che mi è passato davanti, perché era prima di me. Io non lo conoscevo…’ (1,30). Giovanni Battista è testimone che sta sulla soglia, indica una presenza da scoprire. Non la possiede, non ricerca la sua grandezza ma è rivolto ad altro.

Gesù viene dopo il Battista, ma era da prima. E’ lui la Parola di Dio, il Verbo, che si è fatto carne ed è venuto ad abitare nella storia. Giovanni non lo conosceva ma accoglie nella sua vita la chiamata e l’invio di Dio ad essere testimone: “Io non lo conoscevo, ma colui che mi ha inviato a battezzare con acqua mi aveva detto: l’uomo sul quale vedrai scendere e rimanere lo Spirito è colui che battezza in Spirito santo” (Gv 1,33)

La sua azione è risposta e come i profeti scopre che nella sua vita c’è un invio: ancora per dono del Padre può riconoscere Gesù.

Gesù è presentato come uomo su cui lo Spirito si ferma e rimane: la sua vita è pervasa da questo soffio di vita. Risuonano in queste righe pagine del Primo testamento: ‘Su di lui si poserà lo Spirito del Signore, Spirito di sapienza e di intelligenza…’ (Is 11,2) ‘Ecco il mio servo… ho posto il mio spirito su di lui’ (Is 42,1).

Gesù viene così riconosciuto come uomo che vive nello Spirito: la sua vita affonda le sue radici nella comunione, con il Padre e con lo Spirito. Per questo comunica la forza del soffio di Dio a noi: con lui inizia un nuovo battesimo, una nuova creazione. Agli inizi lo Spirito aleggiava sulle acque (Gen 1,2) dopo il diluvio una colomba aveva annunciato ancora sopra le acque un mondo nuovo. Ora una colomba, vista da Giovanni sopra Gesù, indica l’inizio di una storia nuova.

La testimonianza di Giovanni è tutta centrata in questo incontro e rivolta al volto di Gesù: ‘E io ho visto e ho reso testimonianza che questi è il Figlio di Dio’ (Gv 1,34).

Il verbo ‘vedere’ ha una particolare importanza nel IV vangelo il discepolo è chiamato a ‘vedere’: ‘Dio nessuno l’ha mai visto, proprio il Figlio unigenito che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato’ (Gv 1,18). Gesù nel suo essere figlio spiega il Padre, lo racconta nella sua vita umana nei suoi gesti. Il suo agire è via per incontrare Dio stesso. E il discepolo è colui, colei che rende testimonianza e sperimenta questo vedere.

Giovanni Battista vede Gesù come l’agnello: ‘Ecco l‘agnello di Dio che toglie il peccato del mondo’. Il secondo Isaia aveva parlato del ‘servo di Jahwè’ come di un agnello: “Maltrattato si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca: era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori e non aprì la sua bocca” (Is 53,7). Il ‘servo’ ha dato la sua vita in libertà per essere solidale fino in fondo con gli altri e per portarne i pesi, si è reso solidale con tutto un popolo e il tratto primo della sua vita è la nonviolenza. Il quarto vangelo narra che Gesù morì mentre nel tempio venivano sacrificati gli agnelli della Pasqua, (Gv 19,36). Agnello rinvia quindi al suo essere lui stesso il servo, alla antica Pasqua, la partenza dall’Egitto con il segno dell’agnello (Es 12).

Gesù è visto come agnello che si fa solidale: prende su di sé il peso del peccato, ciò che tiene lontani dall’accogliere il farsi vicino di Dio. Lo porta via, vivendo la sua vita come solidarietà e consegna fino alla fine come il ‘servo’ che non s’impone ma offre la sua vita in riscatto per molti (cfr Is 52,13-53,12). L’agnello è immagine che rinvia alla pasqua. La via del discepolo sarà seguire Gesù fino alla pasqua di morte e risurrezione.

Alessandro Cortesi op

7minuti_14-15-1

Prender su di sè

Sette minuti è un tempo breve, quasi insignificante. Ma dietro a sette minuti può celarsi un universo di pesi, sofferenze, fatiche. Può nascondersi lo sfruttamento e la lotta per la dignità. Il film “7 minuti” di Michele Placido e Stefano Massini (2016), girato su di una sceneggiatura scritta originariamente per il teatro da Stefano Massini, è ispirato ad una storia reale avvenuta a Yssingeaux in Francia nel 2012: ma è anche specchio tante storie che segnano il mondo del lavoro nel tempo della globalizzazione e della crisi.

Il film ambienta la scena in una fabbrica del centro Italia, nei giorni vicini alla festa del Natale. Tutto attorno, una città ingrigita dal freddo e dalla crisi economica che morde fa da contorno, un po’ distratta, un po’ partecipe nel seguire gli aggiornamenti dei servizi televisivi, in un intrecciarsi nervoso di vite diverse, specchio di tempi in cui la vita delle operaie esprime la vicenda di un mondo fatto di diversità, di conflitti, di paure.

Tra di loro infatti ci sono le immigrate, albanesi e africane, ci sono le anziane operaie che hanno trascorso una vita in quella fabbrica – tra di esse una è interpretata da Fiorella Mannoia al suo esordio cinematografico – vi sono donne giovani e mature con i loro drammi di povertà, di lotta per la vita, di violenza e ingiustizia subita magari in silenzio per non perdere lavoro e pane. La fabbrica in crisi, a rischio di chiusura, sta vivendo giornate decisive nella prospettiva di essere acquisita da parte di una compagnia straniera.

La manager francese, figura inquietante nella suo fare sbrigativo, nell’affettata cortesia dei modi, non riesce a nascondere il senso di superiorità e la sua indifferenza nel suo giungere in Italia per un affare da disbrigare il più velocemente possibile. La sua unica preoccupazione è concludere in tempi brevi e senza complicazioni la trattativa secondo modalità già sperimentate per non suscitare reazioni, per tornare in serata nel suo mondo familiare dorato, un mondo altro rispetto al mondo delle lavoratrici che sostano ai cancelli.

Il film ripercorre la lunga giornata che deve segnare la conclusione dell’accordo con i proprietari italiani desiderosi anch’essi di chiudere secondo il loro stile di gestione familistica italiana che ha unito paternalismo, mire di solo profitto e sottile sfruttamento contrabbandato per assistenzialismo. Un tempo colmo di tensione quello dell’attesa, che raccoglie attorno alla fabbrica tessile le paure e le speranze dei dipendenti, quasi tutte donne, e fa emergere tensioni e drammi, dubbi talvolta insolvibili tra necessità di lavorare e desiderio di lotta per la dignità propria e altrui.

La riunione tra la dirigenza e la manager francese si prolunga per tutta la mattinata fin oltre l’ora di pranzo, sfidando la resistenza delle delegate del consiglio di fabbrica che attendono in locali spogliatotio, squallidi e freddi, la loro portavoce, esasperate dall’attesa. Anche all’esterno i picchetti delle centinaia di dipendenti attendono notizie che possono determinare non solo i loro posti ma la vita delle loro famiglie, il loro futuro. Anche lì la preoccupazione appare solo quella di poter continuare a lavorare.

Il ritorno della portavoce Bianca, interpretata magistralmente da Ottavia Piccolo, tra le delegate con la richiesta di una decisione da prendere insieme nel tempo di due ore, segna l’inizio di un confronto drammatico. Le richieste dei nuovi acquirenti appaiono innocue, addirittura vantaggiose: la fabbrica non chiude, non vi saranno licenziamenti, né sono previste delocalizzazioni. L’unica richiesta posta in calce ad una lettera indirizzata ad una per una delle delegate sindacali è di approvare la riduzione della pausa pranzo di sette minuti. Un’inezia. Una riduzione che sui quindici minuti previsti potrebbe non fare alcun problema.

Ma dietro a quei sette minuti può celarsi un ricatto molto più profondo: quella pausa che decenni prima era di quarantacinque minuti si è venuta nel tempo restringendo sempre più. Può sembrare nulla e molte voci di queste donne che appaiono come immerse nell’acqua nel tentativo di non affogare nella lotta quotidiana per sostenere figli e casa, dove spesso mariti sono assenti o anch’essi senza lavoro e in cassa integrazione, fanno presenti le ragioni del perché non si possa rinunciare a tale offerta. Ne va della possibilità di lavorare, ne va del pane subito per le proprie famiglie. Ne va del superamento della grande paura di perdere il lavoro, di una chiusura immediata. Tutto nel quadro di considerazioni esistenziali, umane, legate al proprio presente e alle proprie situazioni personali. Eppure nel dialogare difficile, teso, in cui emergono invidie, spaccature, ferite ma in cui anche si rende vivo il dramma di violazioni sopportate e di ingiustizie patite in silenzio, si fa strada piano piano la consapevolezza che quei sette minuti sono un sorta di prova: un primo passo per saggiare quanto sono disposte a cedere pur di lavorare, quale dose di ingiustizia sono disposte a sopportare. Sono un modo per metterle l’una contro l’altra togliendo ogni ragione di solidarietà comune. Sembra nulla, ma tocca la dignità; reca in sé il boccone avvelenato di un lavoro inteso come concessione ed elemosina che non si può rifiutare ma solo accettare senza regole, ognuna per conto suo, e senza condizioni perché non c’è alternativa.

Le parole di queste donne sono talvolta disarticolate povere, preda di emozioni senza filtro, sono parole urlate insieme ad insulti tra scatti di rabbia e aggressività che trova via di sfogo nel pianto e nell’offesa, sono grida di oppressi. Sono espressione della sensibilità di chi da immigrata ricorda come prima cosa è salvarsi e poi pensare ai diritti e a tutto il resto, sono la disperata invocazione di chi sa che senza quello stipendio precipita nella marginalità con i figli, sono sconsolata confessione di ingiustizie patite e di umiliazioni sopportate pur di portare il pane a casa. La discussione spacca quella piccola assemblea di undici donne, ne provoca l’affiorare dei sentimenti più ostili e la sfiducia che giunge ad opporre le une alle altre.

Fino a minare la forza pacata della portavoce, Bianca, donna che dalla sua età matura sa vedere lungo e porta la sofferenza per la scelta drammatica in cui vede costretta lei stessa e le sue compagne, porta il peso della loro immaturità e della mancanza di consapevolezza, ed esprime una saldezza intensa e interiore, vissuta in un silenzio più forte di una protesta gridata.

Alla fine la decisione esprime una resistenza, ma lascia aperta la domanda sulle condizioni del lavoro oggi. Quelle donne sono state caricate di un peso insopportabile: hanno preso su di sé non solo la preoccupazione per la loro vita ma nel loro faticoso confronto hanno assunto la vita di tante altre. … L’agnello ha preso su di sé il peccato del mondo. ‘Prendere su di sé’ è anche la storia di tanti che si fanno carico di altri nella loro vita…

Alessandro Cortesi op

 

Battesimo del Signore – anno A – 2017

12_St. Albans Psalter_Baptism, The Artwork: Baptism, The Artist: UNKNOWN; Illustrator of 'St. Albans Psalter', England, first half of 12th century Date: First half of the 12th century Technique: Miniature Location: University of Aberdeen, Historic Collections Notes: From the

St. Albans Psalter Baptism University of Aberdeen

Is 42,1-4.6-7; Sal 28; At 10,34-38; Mt 3,13-17

I racconti del battesimo di Gesù da parte dei sinottici possono essere letti scorgendo diversi elementi e accenti. Marco narra il momento dell’immersione e dice che ‘Gesù vide i cieli squarciarsi’: non si tratta di qualcosa che accade in cielo, ma è indicazione che esprime l’identità di Gesù: in lui qualcosa di nuovo si apre nel rapporto tra Dio e l’umanità. Nei profeti i cieli chiusi dicono il silenzio di Dio (Is 51,9-10): ora si aprono e lo Spirito scende su Gesù come colomba (Mc 1,10). Nell’Esodo si narra che quando Mosè risalì dal mare ricevette lo Spirito. Ora Gesù sale dalle acque: si pone nel cammino dell’esodo e si compie una liberazione nuova. Nella sua vita c’è il farsi vicino di Dio, il Dio che scese a liberare il suo popolo nella schiavitù. Gesù guida il cammino di tutto un popolo in rapporto all’alleanza con Dio. Lo Spirito scende e lo spinge ad una missione. L’intero racconto di Marco è teso ad indicare questa missione: è il Figlio diletto nel quale Dio si compiace, è il ‘servo’ amato (Is 42,1), è il Figlio (con riferimento al salmo 2,7). Gesù – ci dice questo testo – attua la missione del servo che Isaia aveva indicato. La voce che proviene dal cielo (richiama a Is 44,2 e 62,4) manifesta la sua identità e missione: è epifania della sua vita.

Il racconto di Matteo riprende Marco e vi aggiunge e modifica qualcosa: sottolinea la scelta libera di Gesù di recarsi da Giovanni per farsi battezzare. Non racconta l’immersione di Gesù ma inserisce un breve dialogo tra lui e il Battista. Nello scambio di parole emerge il significato del gesto. Gesù non si fa battezzare per la remissione dei peccati ma ‘per realizzare ogni giustizia’. Per Matteo la ‘giustizia’ è prima di tutto un dono di Dio, e si attua nell’accogliere la sua fedeltà e vicinanza. Gesù compie un gesto coerente con la legge giudaica: adempie la legge ma nello stesso tempo la supera perché manifesta una fedeltà (giustizia) nuova che non dipende più dalla legge. Con il suo battesimo apre ad una nuova giustizia quale dono di Dio. In lui, il servo, tutti avranno possibilità di perdono e di speranza nuova non per una giustizia derivante dalla legge, ma per la misericordia di Dio, la sua fedeltà, quale dono che da Lui solo viene. E’ il messaggio del discorso del monte: “Se la vostra giustizia non sarà più sovrabbondante di quella degli scribi e farisei, non entrerete nel regno dei cieli…”

Luca sottolinea a sua volta altri aspetti: inserisce il battesimo di Gesù in un contesto di preghiera e lo situa nel quadro della storia della salvezza. Vede infatti in Gesù che si immerge il nuovo Adamo, inizio di una nuova umanità e compimento della creazione: il significato del suo discendere sta in rapporto al popolo di Dio che da lui ha inizio, aperto a raccogliere tutta l’umanità. Nella pagina successiva Luca pone la genealogia di Gesù: una lunga lista di nomi che giungono sino ad Adamo. Gesù è visto poi da Luca come messia che inizia la comunità degli ultimi tempi. L’annotazione singolare che il Battista è in prigione quando Gesù si fa battezzare apre una domanda su chi attua il battesimo e questo fa risaltare il ruolo dello Spirito. L’intero cammino di Gesù stesso sarà sotto l’impulso dello Spirito. Il battesimo di Gesù è presentato poi da Luca – autore anche degli Atti degli apostoli – in parallelo al racconto la pentecoste (At 1): anche i discepoli, come Gesù, erano in preghiera quando lo Spirito discese su di loro e sono inviati nella forza dello Spirito della Pasqua. Nel vangelo un detto di Gesù (Lc 12,49-50) può essere una chiave di lettura: “devo ricevere un battesimo ma sono nell’angoscia finché non sia consumato”. Il dono dello Spirito al Giordano si attua pienamente nella morte e risurrezione di Cristo: lì avviene fino in fondo la discesa/immersione di Gesù. La Pasqua di Gesù è il suo discendere e servire fino alla consegna di sé come colui che serve. Luca vede il battesimo in rapporto alla vita di una comunità chiamata ad entrare in rapporto con Gesù e a seguirlo nel quotidiano.

Gesù si sottomette ad un gesto di penitenza e di cambiamento. E’ il primo passo della missione di Gesù come messia. Il battesimo è letto allora come momento di manifestazione (epifania) dell’identità di Gesù che si manifesta nella croce e nella risurrezione: Gesù è l’inviato, l’amato del Padre di misericordia che vuole che tutti trovino liberazione e salvezza. La sua è la via del messia che si fa servo e solidale con l’umanità. Da qui un messaggio per noi: siamo condotti ad incontrare Dio seguendo la sua vita e il suo agire nel servizio e nella solidarietà.

Alessandro Cortesi op

img_1842(Firenze Palazzo Strozzi – Installazione Ai Weiwei – settembre 2016)

Sotto le acque

Fatima Jawara era una giovane atleta, giocatrice di calcio, nel suo paese il Gambia, un territorio piccolissimo inserito nel cuore del Senegal, con meno di due milioni di abitanti. Non era una campionessa, Fatima, ma era stata scelta per giocare in porta nella squadra nazionale del suo Paese. Il calcio era la sua passione e sognava una vita diversa lontana dalla sua terra. Abbandonare la terra delle proprie origini, delle proprie radici, dei propri legami, non è cosa facile per nessun uomo e donna: lo sanno bene i migranti di tutti i tempi e di ogni latitudine. Solo qualcosa che non è più sopportabile spinge ad andare via, a cercare altrove ciò che dà respiro alla vita. In Gambia un dittatore, Yahya Jammeh, che ha mantenuto il potere per 22 anni sino ad ora, ha reso questo paese uno dei luoghi dove vi sono violazioni sistematiche di diritti: nelle carceri si praticano tortura e sevizie, attivisti sono uccisi e fatti sparire. Un terzo della popolazione vive sotto la soglia della povertà. Recentemente Jammeh ha fatto adottare l’arabo come lingua ufficiale e ha imposto alle impiegate degli uffici pubblici di indossare il velo imponendo così norme coraniche a livello pubblico, caso unico in Africa insieme alla Mauritania, per attirare nel paese i ricchi investimenti di Arabia saudita e dei paesi del Golfo. Naturalmente la corruzione nel paese è diffusa senza limiti ad ogni livello. Dopo aver perso le elezioni all’inizio di dicembre 2016 aveva promesso di lasciare la presidenza ma successivamente ha ritirato la sua parola. Fatima era partita dal Gambia, come tantissimi altri giovani come lei, ma non è giunta in Europa. Il barcone su cui era stata imbarcata a Misurata si è rovesciato e come lei sono stati contati 97 tra morti e dispersi. Fatima come Samia Yusuf Omar, atleta somala nata nel 1991 che nel 2008 era giunta in finale ai giochi olimpici di Pechino nei 200 metri. Aveva gareggiato fino alla fine, esile con la sua bandana bianca a tenerle i capelli, ricordo drammatico del suo paese e della sua famiglia. Era arrivata ultima ma era arrivata fino in fondo, lei che correva a piedi scalzi sulla terra battuta del suo paese, mentre tra disordini e violenze prendevano piede i gruppi fondamentalisti, i miliziani di Al-Shabab. E coltivava il sogno di poter allenarsi e far germogliare il suo talento per giungere alle olimpiadi di Londra del 2012. Il suo mito era il fondista somalo Mo Farah, che aveva ottenuto la cittadinanza britannica, campione dei 5000 e dei 10.000 metri piani. Ma il suo sogno è stato inghiottito dalle acque del mar Mediterraneo, davanti a Lampedusa. La sua storia è divenuta nota per il libro di Giuseppe Catozzella (Non dirmi che hai paura, Feltrinelli).

Anche lei come Fatima, immerse nel Mediterraneo: una folla di donne uomini e bambini. Assistiamo ad una continua immersione di vite che non tornano più: sono vite che rimangono domande aperte sulle contraddizioni di un’Europa incapace di scelte politiche di fronte all’iniquità del nostro tempo e in risposta alla ricerca di pane e dignità di popoli interi.

Per chi crede in Gesù Cristo sono vite, in particolare di donne e bambini, che ci chiedono il senso di questo segno, il battesimo, gesto di colui che è disceso nelle acque ed è sceso fino a condividere la sorte di chi muore disprezzato e dimenticato.

Immersi nelle acque… una domanda su cosa significhi oggi vivere il battesimo… un rito religioso o un’immersione di vita?

Alessandro Cortesi op

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Epifania del Signore – anno A – 2017

adorazione-museo-pio-cristiano(museo Pio cristiano Roma – sarcofago IV sec.)

Is 60,1-6; Sal 71; Efes 3,2-6; Mt 2,1-12

Epifania è parola di manifestazione e di apertura: qualcosa si manifesta. Per questo è festa di illuminazioni e di luce. C’è una presenza di Dio che illumina ma non abbacina e si cela nelle piccole luci che illuminano la vita.

I magi, sono presentati nel vangelo di Matteo come sapienti provenienti da lontano, dall’Oriente dove la luce sorge. Hanno occhi capaci di scrutare. Nel cuore lasciano spazio ad una tensione che li pone in ricerca di luce e li spinge ad interrogarsi sulle luci. Luci del cuore, luci delle stelle. Sono queste i segnali di luce, di senso della vita, di apertura, presenti e nascosti nella realtà del cosmo e nei percorsi umani.

Gli occhi dei Magi, dice Matteo, si lasciavano interrogare dal loro scrutare le stelle: sapevano alzarsi verso l’alto, inseguire mondi nuovi e diversi oltre l’orizzonte quotidiano, oltre i ristretti confini di vedute limitate. Erano forse dei saggi, uomini aperti all’interrogazione. Ma sapevano anche guardare in basso, dare valore alle cose; sapevano fermarsi non su sapienze indifferenti rispetto all’andamento dei tempi e delle stagioni, ma erano sensibili ai movimenti del mondo, della natura. Erano occhi aperti alla domanda che proviene dal volgere lo sguardo in alto e in basso, capaci di lasciarsi prendere dal fascino di un sapere come scoperta del mondo e incontro con gli altri, al di là dei percorsi usuali e riconosciuti.

Erano occhi sensibili alla luce e ai suoi messaggi.:. “Abbiamo visto sorgere la stella e siamo venuti per adorarlo”. Quegli occhi hanno saputo scorgere in una luce flebile la chiamata per un cammino insieme, per un uscire e andare. Si sono lasciati provocare e si sono messi in viaggio.

Nel viaggio dei magi Matteo rinvia a tutti i viaggi di chi intraprende un cammino dando spazio ad una spinta di ricerca, ascoltando la chiamata di quella luce che giunge da fuori, da lontano, ma è presente nel cuore come luce che illumina ogni uomo e donna che viene al mondo.

I magi vengono a proporre nel loro profilo i tratti di ogni persona in ricerca, che da territori lontani, non considerati, scorge una luce da incontrare, da cui lasciarsi toccare.

Per Matteo sono coloro che fuori da ogni appartenenza religiosa non hanno accettato le risposte già date, ma hanno affrontato l’avventura della vita come un viaggio con tutti i rischi e le difficoltà.

In radicale contrasto a questo cammino vissuto insieme, nell’aprirsi all’interrogazione sta invece la figura di chi detiene il potere religioso, e vive nei palazzi dei re. Il sentimento di questi è la paura, il terrore di perdere ed essere deprivati di potere o ricchezze, di quelle sicurezze che mantengono immobili, ripetitivi nei propri luoghi di stabilità. Il re Erode e con lui tutta Gerusalemme sono turbati. Eppure gli scribi interrogati da Erode, proprio loro che dovrebbero essere gli scrutatori della parola del Signore, capaci di coglierne la luce ed indicarla, sono ciechi e incapaci di lasciarsi mettere in movimento.

Il cammino dei magi vive di uno stile diverso. Per Matteo è indice del capovolgimento che Gesù ha portato: non sono i primi, i sapienti, i ricchi, e nemmeno i detentori del sistema religioso, delle teologie ad incontrarlo con le loro sicurezze, piuttosto sono coloro che giungono da lontano, inattesi, guidati da luci che attraversano mondi in cui si pensa che Dio sia assente. Il loro presentarsi è nell’attitudine di chi domanda, nel chiedere senza arroganza. Questo fa vacillare certezze acquisite, genera paura e turbamento perché il potere può essere scalfito e la vita di Erode e di tutta la città viene minacciata di cambiamenti inediti.

Gli occhi dei Magi sono occhi capaci di brillare con quella contentezza semplice di chi si apre all’incontro e conosce l’importanza dei volti. Sono contenti di ritrovare la luce della stella: sono aperti a scorgere i segni. Non sono chiusi all’interno delle mura ben salde delle loro certezze e dei loro territori.

magi-salterio-di-st-alban

(Salterio di St. Albans – XII sec.)

Accolgono ancora l’invito a camminare nel ritrovare nuova luce. Ed è ancora la stella piccola luce nel buio del cielo a guidarli sino ad un bambino in braccio a sua madre. La luce conduce sino ad un volto indifeso. E’ volto che esprime la vita umana come cammino per scoprire di essere figli. Nella nonviolenza di un lattante. E si chinano davanti a quel bambino. Matteo nel suo vangelo dice che questo è il punto di approdo, ed è il momento di una grande, anzi, grandissima gioia. Il volto di un bambino indifeso e inerme, tenuto in braccio a sua madre è il luogo in cui la luce della stella lascia spazio alla luce di un volto, all’incrocio di sguardi in cui la luce si fa volto.

I magi con i loro gesti riconoscono in lui il re, il messia, il servo che consegna la sua vita: l’oro destinato ai sovrani, l’incenso segno del messia, e il profumo di mirra memoria della morte e sepoltura indicano l’identità di questo bambino. I suoi tratti sono quelli del messia che ha annunciato la vicinanza di Dio ai poveri, una misericordia possibile per tutti, ha scelto la via della nonviolenza ed è stato crocifisso.

Sul volto del bambino conducono le luci che hanno guidato la ricerca dei magi. Ma ciò significa anche che ogni luce è in qualche modo riflesso del suo sguardo. Matteo in questo racconto invita a scorgere come sin nei segni della creazione, nelle stelle e nella luce che apriva e chiudeva le giornate del cammino dei saggi dall’Oriente era presente già un riflesso della luce di Gesù, il messia crocifisso. E così nela luce della loro coscienza che s’interrogava nel cammino e del loro discorrere insieme. I magi nel loro studio appassionato hanno saputo accogliere la chiamata nella loro vita di essere cercatori di stelle a differenza di chi pur avendo tra le mani la luce della Parola pretende di possederla e di chiudere cammini agli altri.

Forse sperduti, forse con più interrogativi che risposte dentro al cuore, forse spaesati di fronte alle certezze ed alla immobilità dei diversi poteri i magi – dice Matteo – si rimisero in cammino ma seguendo i suggerimenti di messaggeri che indicarono loro altre strade, fuori da quelle stabilite.

I magi sono amici delle stelle, disponibili ad ascoltare i sogni. Scrutatori di segni e sensibili ai momenti in cui Dio si comunica e apre strade di vitaoltre ogni schema, al di là dei confini di chiese che diventano sistemi chiusi e di potere. Gli occhi dei magi, sono capaci di percorrere vie per incontrare l’umanità fragile, un semplice bambino con sua madre. Sono capaci di chinarsi, il gesto non dei sottomessi, ma di chi sa di essere piccolo. Si chinano davanti ad un bambino, segno di un’umanità vulnerabile: lì scorgono il volto del Dio umanissimo. A questo ci invita la festa dell’epifania: accogliere la luce, accogliere le luci di ogni ricerca, aprirsi ad incrociare sguardi di tutti i piccoli con cui Gesù si identifica.

Alessandro Cortesi op

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