la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Archivi per il mese di “febbraio, 2017”

VIII domenica tempo ordinario – anno A – 2017

img_2622(Beato Angelico, Discorso della montagna – Firenze san Marco)

Is 49.14-15; 1Cor 4.1-5; Mt 6,24-34

“Anche se costoro si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai”. All’origine della fede biblica sta la percezione di una presenza vicina. Il Dio dei profeti non idolo muto, non si confonde con un’entità impersonale, lontana, né ha il profilo di un dominatore assetato di pagamenti e sacrifici. Non è il ricattatore che minaccia terrore in cambio di sottomissione e per garantire tranquillità e pace. Per parlare di Dio i profeti riprendono esperienze umane. Così il volto di Dio ha un profilo femminile: come di donna che tiene in braccio un bambino, come di chi si prende cura delle piccole cose della vita. Se anche una donna potesse dimenticarsi del proprio figlio… “io non ti dimenticherò mai”. Dio ha volto umano, è qualcuno che non si dimentica. Il volto di Dio reca i tratti di un’umanità bella, di tenerezza e rispetto, dove non c’è traccia di possessività, dominio, violenza. E’ questa forse proiezione della nostalgia di bene presente nel cuore umano? O è accoglienza di un venire, di un manifestarsi che sta prima e da cui proviene anche ogni nostra nostalgia? Di gratuita comunicazione dell’origine che non è invenzione di ingegno umano ma scoperta da accogliere e custodire con stupore? Per l’esperienza dei profeti, uomini di fede, l’incontro con Dio apre a scoprire orizzonti nuovi della propria vita. La sua presenza non genera paura ma a Lui ci si può affidare, senza riserve. Nel suo sguardo di cura si può trovare un senso che non è un ideale, pur alto e nobile, ma è relazione di vita, incontro vivente. Dio si prende cura e non dimentica le sue creature.

E’ questa l’esperienza di Dio che traspare dalla vita di Gesù, uomo radicato nella fede dei suoi padri. Nei suoi gesti e nelle sue scelte traspare un’umanità serena, matura. Gesù non si lascia sommergere dalle cose. Non si lascia schiacciare da angustie e pesi. Il centro della sua vita non sta nelle cose, nell’inseguimento di ricchezze. E’ uomo che sa godere delle cose, sa provare stupore di fronte al bello, lo sa scovare tra le pieghe del quotidiano, nei volti di persone senza grandezza. Sa gioire insieme di tutto ciò che riempie la vita ma non se ne rende servo. Non ha posto il senso della sua esistenza nel possesso, e neppure nella ricerca di una fama e di un’affermazione di sè. Non ha interesse a farsi vedere grande, anzi la sua preoccupazione è per altro, è davanti ad un Altro. Tutta la sua vita è spossessata – in questo senso è povero – nel divenire disponibile a stare in ascolto di quanto il Padre chiede a Lui e nel dare ospitalità. Non ha abitazione propria ma il suo cuore è abitato e vi è spazio per gli altri dimenticati, esclusi e senza futuro. Il suo stare davanti al Padre è sereno, di chi sa cos’è l’affidarsi e la sicurezza di essere accolto. Sa di essere ospitato, pienamene nelle sue mani. A partire da questi suoi atteggiamenti la prima comunità parla di lui come del ‘figlio’. Al cuore della sua vita sta una fiducia radicale che comunica nei gesti di far sentire fratelli e sorelle quelli che incontra. Nei tratti della sua vita si scorge l’ineffabile di una comunione unica con Dio, il Padre.

Nelle sue parole egli comunica questa esperienza. Ne parla facendo scorgere come essa sia nostalgia dell’esistenza umana: non preoccupatevi di cose che per quanto appariscenti, grandi e importanti non possono riempire tutta la vita… C’è qualcosa di più grande e più profondo. Non si può mettersi al servizio di un padrone umano per quanto grande importante esso sia. E’ annuncio di una libertà faticosa. Tanto meno ci si può asservire ad inseguire cose che limitano il senso della vita ad illusioni di grandezza, a qualcosa che passa e non costruisce dono, condivisione.

Nel discorso della montagna Gesù chiede ai suoi di non preoccuparsi, di non angustiarsi. Certo ci sono cose che possono avere importanza ma non possono divenire il senso totale e pieno dell’esistenza. C’è una passione da coltivare, questa sì: l’autentica preoccupazione di orientare la vita a costruire rapporti di ospitalità data e ricevuta, di parola condivisa, di accoglienza della creazione, di prendersi cura. Tutto il resto è da porre in funzione di questo orizzonte. E questo libera e allarga mente e cuore. Allarga soprattutto a riconoscere gli altri, a scorgere la vita della natura, ad aprirsi a dimensioni profonde dell’essere che fanno toccare un infinito presente in noi: “non preoccupatevi per la vostra vita…Non preoccupatevi dunque dicendo: “Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?”. (…) Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta”.

Un invito proviene dalle parole di Paolo ai Corinti: “ognuno ci consideri come servi di Cristo e amministratori dei misteri di Dio. Ora, ciò che si richiede agli amministratori è che ognuno risulti fedele”. Anche questo è un invito liberante: si può scoprire di essere chiamati ad una consegna, amministratori, non padroni. La vita stessa è dono affidato e ci interpella non da possessori da chiamati, a rispondere a… a rispondere di…. La vita viene sciolta quale percorso di restituzione nel custodire. E’ luogo in cui comunicare il volto materno di un Dio che si prende cura. E’ spazio per scorger come Dio si comunica nella fragilità.

img_2650(Beato Angelico, Pala di Annalena – dopo il restauro 2017 – part. – Firenze san Marco)

Bellezza e parola

Gesù nel discorso della montagna usa parole che danno voce alla bellezza. In questo si manifesta poeta. Jean-Louis Chrétien è filosofo e poeta. Particolarmente sensibile al valore della parola. Da filosofo riflette sulla bellezza e sulla parola che proviene dal silenzio e si fa espressione di lode e di gratuità. In un suo libro dal titolo L’arca della parola, rinvia all’immagine dell’arca di Noè che al tempo del diluvio ha ospitato uomini animali e cose facendoli giungere oltre la distruzione delle acque.

L’arca della parola presenta un duplice significato: nella parola come arca si possono radunare tutti gli esseri del mondo e si può attuare una custodia premurosa di ogni realtà. Ma anche nella parola coma arca anche noi stessi siamo ospitati e custoditi: “La parola è l’unica arca perché è l’unico memoriale e la sola promessa… Non possiamo far entrare ogni cosa nell’arca della parola se non perché essa stessa ci ha già custodito” (L’arca della parola, Cittadella Assisi 2011,28).

Ritroverei qui spunti per sondare la parola di Gesù, parola che accoglie e sa custodire e nel medesimo tempo parola che sgorga da una custodia. Gesù è poeta innanzitutto perché con la sua parola sa scorgere e far parlare il segreto delle cose. Le sa sfiorare con il suo sguardo. Non ne prende possesso, non le sciupa calpestandole. Di fronte a cose piccole e ordinarie, guardando i gesti della vita ne scorge un senso, una profondità inattesa. Gesù sa parlare di Dio parlando delle cose. Il suo è un parlare laico, aperto a tutti, non fatto di retorica religiosa. Lascia la porta aperta senza esigere condizioni di appartenenza per ascoltarlo: nella realtà scorge orizzonti che la bellezza apre. Sa scorgere la presenza di Dio racchiusa nella piccolezza della vita ordinaria.

“Che la parola umana sia un’arca mette incessantemente in gioco e in opera la sua possibilità di accogliere, offrire riparo, proteggere ogni luminoso ricominciare del mondo, riprendendo, traducendo, rilanciando i suoi appelli mormorati, i silenzi che reclamano il verbo, il suo urgente alludere (…) perché la cose possano essere convocate dalla nostra parola occorre che abbiano già in qualche modo provocato il nostro sguardo e la nostra voce, e occorre anche che abbiano fatto una sorta di irruzione davanti a noi inquietandoci. La bellezza non è la sola di queste provocazioni sicuramente è però la più autorevole. Che cosa dice? E può dire addio, ossia inviare a Dio, convocare una risposta in cui la riconoscenza e il grazie intimo non abbiano più fine?” (L’arca della parola, 127-128)

Di fronte alla bellezza la parola di Gesù si pone come gesto di meraviglia, di risposta ad una chiamata, di stupore che si ferma e raccoglie.

“Il bello, la bellezza racchiudono un appello. Un appello è più di una chiamata. E’ invito ad un coinvolgimento, ad una risposta che si fa rispondere di qualcosa e rispondere a qualcuno: Il bello ‘chiama manifestandosi e si manifesta chiamando. Che il bello ci attiri, ci metta in movimento verso di sé, ci muova, venga a cercarci là dove siamo affinché possiamo ancora cercarlo, questo è il suo appello e la nostra chiamata (vocation)’ (J.-L. Chrétien, L’appel et la réponse, Minuit 1992, 19)

Gesù si è lasciato toccare e smuovere dalla bellezza racchiusa nelle cose e questa chiamata ha suscitato una sua parola. Gesù è poeta anche perché sa lasciarsi toccare dalla bellezza. Si lascia interrogare dalla bellezza, la accoglie, ne fa spazio dentro di sè: la bellezza di una natura i cui i gigli fioriscono con i vestiti più belli di ogni tessitura e in cui gli uccelli del cielo tracciano i loro voli, sono per lo sguardo di Gesù luogo per il germinare di una parola sulla vita. Gesù sa scorgere la gratuità come il respiro profondo delle cose.

“Ciascuno di noi, nel corso della sua vita, ha fatto esperienza della bellezza, in molti modi e tante volte. Un uomo è qualcuno la cui quiete è stata minacciata dalla bellezza, sebbene avrebbe potuto mettersi al riparo da questa minaccia e sottrarsi ad essa. Intensa o discreta, dolce o violenta, il più delle volte tale da avere entrambi i tratti, questa esperienza non ci lascia come prima e talvolta ha deciso totalmente della nostra vita (…) Non consumiamo la bellezza ma ne siamo consumati, siamo bruciati dal suo fuoco che solleva, rende leggeri, portandoci alla nostra pienezza e al compimento della nostra umanità (…) Un mondo privo di bellezza non sarebbe più che ciò che i greci chiamavano kosmos, il quale risplende. Una ricca tradizione di pensiero, che ha avuto molti e diversi sviluppi, ha visto nella bellezza un appello e fatto derivare kalos, ‘bello’, da kalein, ‘chiamare’. Ma che cosa nella bellezza chiama, e a che cosa chiama? Chiamandoci la bellezza ci com-muove, ovvero ci tocca, viene a toccarci là dove siamo mettendoci in cammino e sulla strada affinché non restiamo là dove siamo, e affinché non restiamo ciò che siamo. Ma dove conduce questo cammino? (L’arca della parola, 129-130)

Gesù ha saputo pronunciare parole rispettose del mondo e nel contempo parole che hanno fatto risuonare un significato profondo. La sua parola può essere letta come arca che raccoglie e sa ospitare. Ed egli è anche poeta perché la sua parola non solo si lascia concepire dall’accoglienza delle cose, ma è feconda di qualcosa di nuovo. Sa infatti generare qualcosa in chi lo ascolta: è appello e in questo si fa azione: è un fare ‘poiein’ che non si misura nei termini dell’efficienza, ma nel generare ascolto e cambiamento del cuore. Le parole di Gesù sono così anche appello alle nostre parole, che siano capaci di rispondere a… e di rispondere di…:

“Che nella nostra parola abbiamo il compito di rispondere alla bellezza del mondo e di rispondere di essa, non lo afferma soltanto la fede biblica e non si tratta soltanto di un compito religioso. Gerusalemme esprime la propria gratitudine, ma anche Atene ha un suo modo di lodare, la filosofia. La risposta che la filosofia dona al mondo è il pensarne l’ordine e la bellezza (come indica il termine kosmos). Non ogni gratitudine svolge, certo, opera di pensiero filosofico, ma ogni opera di pensiero autentico è gratitudine. (…) Pensare e ringraziare (denken und Danken) scrive tra gli altri Paul Celan, nella lingua tedesca sono parole che hanno la medesima radice (…)” (L’arca della parola, 182).

Nelle parole di Gesù come parole che custodiscono gratitudine, sta una traccia per poter dire parole che sappiano liberare la parola muta del mondo.

“Il mondo stesso è carico di parola, convoca la parola e la nostra parola perché risponda, ma non chiama se non rispondendo esso stesso già alla Parola che lo ha creato. Come potrebbe essere estraneo al verbo ciò che sussiste, secondo la fede, soltanto per il Verbo? Non si tratta di sapere se la natura ‘provi’ o ‘non provi’ l’esistenza di Dio ma di ascoltare il suo silenzio come voce visibile (…) La parola che pronunciamo sul mondo non viene da un altro mondo né gli è estranea, almeno non più di quanto lo siamo noi. Essa non si propone di imporgli dall’esterno, per nostra iniziativa, un significato arbitrario: essa vuol far risuonare il significato di cui è portatore e che, senza di noi, non può portare compimento. Cantare il mondo è tentare di concentrare il suo coro profuso e confuso nella chiarezza tremante della nostra voce umana” (L’arca della parola, 200)

Alessandro Cortesi op

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VII domenica del tempo ordinario – anno A – 2017

img_2280Lv 19,1-18; 1Cor 3,16-23; Mt 5,38-48

“Non coverai nel tuo cuore odio contro il tuo fratello; rimprovera apertamente il tuo prossimo, così non ti caricherai di un peccato per lui.”

Covare odio nel cuore: covare è il gesto dello star sopra, è la modalità con cui gli animali ovipari trasmettono alle uova il calore stando accovacciati nel dare calore ad un uovo destinato a schiudersi. Covare è verbo della custodia che attende la crescita un po’ alla volta, con pazienza. Covare è verbo di vita ma covare odio è l’atteggiamento che si fa custodia di un germe non di vita ma di morte. Covare odio è generatore di negazione dell’altro. Al centro della legge sta uno sguardo all’altro che si collega allo sguardo a Dio che apre ad essere responsabili verso l’altro. Tutti, uomini e donne sono immagine e somiglianza di Lui: per questo il rapporto con l’altro reca con sé una scelta nel rispondere alla chiamata di Dio nella vita. C’è un comune provenire da Dio stesso. L’invocazione non uccidere che proviene dallo sguardo dell’altro è chiamata: esige risposta, responsabilità. Covare custodendo non i germi della vita, ma l’odio che è sentimento produttore di morte, è venir meno all’alleanza con Dio che rinvia al rapporto con l’altro.

Gesù riprende i riferimenti alla legge di Mosè e li conduce alla loro radice, indicando vie di nonviolenza: “Avete inteso che fu detto: “Occhio per occhio e dente per dente”. Ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu porgigli anche l’altra”. Già la legge del taglione era un modo per superare la logica della vendetta senza misura indicando un limite invalicabile. La sua formulazione andava nella linea di porre un contrasto alle forze di aggressività ed alla logica della violenza presenti nel cuore umano. La legge conduceva a scorgere il contrasto tra l’uso della violenza e l’agire di Dio che perdona come pure l’inutilità della violenza e la sua infecondità.

Gesù conduce fino in fondo questo orientamento: indica una via che appare impossibile a praticarsi. Solamente lo stare inermi davanti all’altro apre orizzonti impensabili di bene. La risposta al male con il male, alla violenza con la violenza è apparente vittoria e supremazia nella logica del più forte, ma si rivela prima o poi un fallimento. E’ questa la sconsolata constatazione che ogni guerra condotta nella storia, dalle piccole guerre a quella più grandi anziché produrre bene ha generato immani sofferenze, ferite sanguinanti, lutti e ingiustizie che prima o poi sono terreno di coltura di altra violenza, di altro dolore.

Gesù richiama ad un impossibile che si manifesta come via che risponde alle esigenze più profonde dell’essere umano. Apre la via ad una vita non segnata dalla logica mortale della violenza e del male. Fa fiorire una nostalgia di una umanità capace di relazioni nuove, nascosta e spesso offuscata dentro i cuori.

“Avete inteso che fu detto: “Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico”. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti”.

La richiesta di Gesù di giungere ad amare non solo il prossimo, ma anche il nemico sfida la comprensione umana, il buonsenso e le capacità e le risorse del cuore e della mente. L’esperienza dice che nella vita sono presenti i nemici; in tanti modi la vita è minacciata da chi vuole il male e lo attua in forme talvolta subdole, volte a generare sofferenza, con cattiveria e cinismo. Davanti al nemico la reazione immediata è la paura, l’odio, il desiderio di rispondere al male con il male.

Gesù invita a non reduplicare il male che si riceve. Suggerisce di volgersi ad un cammino arduo di libertà. La scelta di non rispondere al male con il male apre a seguire una via alternativa. L’unica motivazione per questo è l’essere riflesso di un modo di agire che è quello di Dio: un Dio che fa sorgere il sole sui cattivi e sui buoni. E’ importante che Gesù rinvii alla creazione, alla natura. Il volto di Dio comprensibile a tutti è il volto riflesso nella gratuità della luce offerta a malvagi e buoni indistintamente. Come il sole che splende senza riservare i suoi raggi e il suo calore a qualcuno e senza toglierli ai malvagi. La natura diviene grande maestra di una comunicazione dello stile di Dio.

E’ difficile non restituire il male ricevuto, non covare sentimenti di vendetta e di odio. Gesù non porta a confondere i gesti di cattiveria con quelli della bontà, non mescola bene e male in una indistinta confusione. Dice che Dio fa splendere la luce perché solo questa gratuità per buoni e malvagi è via per un cambiamento e per un’uscita dalla schiavitù del male. Non altro.

Amare in perdita senza pretese di contraccambio non è precetto da adempiere, ma è via aperta di felicità. E’ possibilità di covare non germi generatori di morte, l’odio nel cuore che rende la vita ripiegata e asservita al desiderio di male, ma la gratuità di una luce accolta con gratitudine che sola porta vita. Gesù suggerisce i quattro verbi: amate, pregate, porgete, prestate quale esercizio per una prassi concreta di trasformazione del cuore. Nessuno potrà dire di aver compiuto questo. Ma nell’intraprendere tale via ci si apre alla scoperta di poter accogliere quel dono che è l’agire di Dio. E questo solo apre all’impossibile.

In questo forse è da scorgere una sapienza che non s’identifica con l’accumulo di erudizione o con l’abilità di tipo tecnico o scientifico, ma è il lasciarsi prender e contagiare da uno stile, lo stile della gratuità di Dio, che può essere accolto e custodito al cuore della vita umana: “Se qualcuno tra voi si crede un sapiente in questo mondo, si faccia stolto per diventare sapiente”.

Alessandro Cortesi op

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Sono solo canzonette…

Uno sguardo ai testi delle tre canzoni giunte in finale al recente festival di Sanremo può suggerire interessanti spunti di vicinanza, talvolta quasi eco, alle parole evangeliche di questa domenica.

La canzone che ha vinto il primo premio presenta una musica facilmente orecchiabile e ballabile ed è stata arricchita dall’esibizione danzante di uno ballerino-scimmia accanto all’artista Francesco Gabbani. E’ una riflessione sulla ‘scimmia nuda’ che balla, con allusione alle teorie dell’antropologo Desmond Norris che parla dell’uomo come scimmia che ha vissuto un venir meno della copertura di peli, ma che fondamentalmente nei suoi comportamenti si orienta come le altre scimmie. Il testo della canzone non è di facile accostamento: le parole, a prima vista sembrano essere assembrate senza nessi evidenti. Ad una lettura più attenta il testo fa riferimento ad una contraddittorio mescolamento tra adesione al messaggio di religioni orientali e la condizione dell’uomo occidentale contemporaneo schiacciato nel suo individualismo e narcisismo. La trasformazione che l’umanità sta vivendo nell’età post-moderna va nella direzione di una vita di individui ripiegati su se stessi nella rinuncia a tutto quanto è pensiero e fatica: il rispecchiamento di se stesso, il selfie è cifra della condizione dell’individuo che ha rinunciato a porsi domande esistenziali : “Soci onorari al gruppo dei selfisti anonimi. / L’intelligenza è démodé / Risposte facili / Dilemmi inutili”.
In tale quadro il fascino della spiritualità orientale che si diffonde nel mondo occidentale ha un suo peso e viene inseguito spesso in modo acritico e superficiale senza coglierne le profondità, quasi come un respiro di prigionieri in carcere: “C’è il Buddha in fila indiana / Per tutti un’ora d’aria, di gloria. / La folla grida un mantra”.

Karma è termine sanscrito che indica la forza capace di far sì che le persone possano essere protagoniste del proprio destino, ma non appare che nel contesto occidentale questo sia possibile dove la corsa sembra sia orientata verso un benessere pieno di cose superflue e ad una fuga lontano dall’altro nella contrapposizione tra relazioni evitate nel reale e vissute solamente nel mondo virtuale. “Piovono gocce di Chanel / Su corpi asettici / Mettiti in salvo dall’odore dei tuoi simili. / Tutti tuttologi col web / Coca dei popoli / Oppio dei poveri”.

La scimmia nuda balla, come nella preistoria e forse una nuova condizione preistorica è quella che si affaccia là dove uomini appaiono accomodati in una comoda gabbia, con la possibilità di navigare ovunque in internet, ma nell’incapacità di scorgere sentieri di libertà: “Nella tua gabbia 2×3 mettiti comodo. / Intellettuali nei caffè / Internettologi. (…) La scimmia nuda balla / Occidentali’s Karma”.

C’è una ricerca di sapienza che vada oltre le forme scontate e consuetudinarie, oltre il dominio di una tecnica. Ma questo può divenire moda effimera o può aprirsi a quella sapienza dello Spirito che conduce a vivere una nuova scoperta di quell’origine dell’essere umano nella sua chiamata fondamentale: scimmia che ha la dignità della responsabilità di scegliere la via del bene, di cercare e compiere il proprio ‘karma’.

Nella canzone di Fiorella Mannoia “Che sia benedetta” attribuito a vita è l’aggettivo ‘perfetta’: la vita è perfetta. E’ affermazione che a primo impatto non può non suscitare una reazione di indignazione e di sconcerto pensando alle tante forme di dolore, di assurdità e di tragedia che sono presenti nelle vite di tanti. La vita non è affatto perfetta. Le vite della stragrande maggioranza della popolazione mondiale è fatta di stenti, di malattie, di migrazione, è lotta quotidiana per sopravvivere, è dolore e morte. Ma forse questa è la medesima reazione che si può provare di fronte alle parole del vangelo ‘siate perfetti…’ Anche qui è presente una assurdità. C’è stata una retorica della perfezione che ha inquinato la vita dei credenti: i perfetti sono stati indicati come coloro che si sono dedicati alle ‘cose spirituali’ contrapposte alle ‘cose materiali’. La perfezione è stata prospettata quale fuga dall’esistere quotidiano, o come un esito di sforzi e di osservanze religiose esteriori o peggio ancora l’inseguimento di una scrupolosa attenzione a sé che fa perdere del tutto la possibilità di guardare agli altri. Ma forse il senso di questa parola è da ricercare in altre direzioni e in diversi orizzonti: nel testo della canzone della Mannoia si legge anche: “In questo traffico di sguardi senza meta / In quei sorrisi spenti per la strada / Quante volte condanniamo questa vita / Illudendoci d’averla già capita/ Non basta non basta / Che sia benedetta”

Il benedire la vita sorge non da una attitudine di spensieratezza e di trionfo, ma da una consapevolezza di non averla compresa nelle sue profondità, da un sentimento di imperfezione. Il dire sia benedetta sorge da una consapevolezza di limite, di ferita, di imperfezione

“A chi trova se stesso nel proprio coraggio / A chi nasce ogni giorno e comincia il suo viaggio / A chi lotta da sempre e sopporta il dolore / Qui nessuno è diverso nessuno è migliore. / A chi ha perso tutto e riparte da zero perché niente finisce quando vivi davvero / A chi resta da solo abbracciato al silenzio / A chi dona l’amore che ha dentro / Che sia benedetta”.

E i profili dei viventi, nessuno diverso nessuno migliore, sono quelli di chi riconosce in sé l’impasto imperfetto e contraddittorio di polvere di stelle e di polvere di terra: “Siamo eterno siamo passi siamo storie / Siamo figli della nostra verità (…) / E siamo noi che dovremmo imparare a tenercela stretta”.

Allora la vita è ‘perfetta’ non perché si passa sopra a tutto il male che la segna né perché ingenuamente si guarda ad un momento di spensieratezza ma perché in essa si può riflettere, nel suo essere radicalmente imperfetta, un tratto di quell’amore che è la gratuità stessa di Dio e la nostalgia più profonda del cuore umano.

La canzone di Ermal Meta dal titolo ‘Vietato morire’ suggerisce il messaggio di vincere la violenza non reduplicando il male, ma generando percorsi nuovi nonostante il male ricevuto, la vita possa generare bene per altri e non ancora malvagità. Il tratto autobiografico di questa canzone provoca a pensare. Ed è triste rappresentazione della condizione di un presente segnato dalla pervasività della violenza tra le pareti di casa, attuate e perpetrata nelle forme più quotidiane e nei luoghi più sacri. La canzone è il racconto di una violenza subita silenziosamente e con paura in famiglia per la presenza di un uomo violento che non rispetta la sua donna: “Ricordo quegli occhi pieni di vita / E il tuo sorriso ferito dai pugni in faccia / Ricordo la notte con poche luci / Ma almeno là fuori non c’erano i lupi”.

Le parole di questa canzone rinviano – quale ricordo di figlio che ripensa al doloroso percorso  – al faticoso percorso della madre nel credere che sia possibile aprire al sogno dell’amare dando ad altri quanto non si è ricevuto. In filigrana si può leggere il volto di una donna vittima di violenza. Per lei questa tragica esperienza diviene scelta ad orientare la vita in modo diverso e a vivere la sua maternità per generare una vita non asservita alla violenza, ma libera per non morire. Da qui il titolo ‘vietato morire’. Nella canzone si delinea così il profilo di una donna forte che sceglie di non far proseguire la spirale della violenza, ma di coltivare percorsi di sogno e d’amore, invitando a ‘cambiare le stelle’ ricordando che l’amore non colpisce mai. Non può mai essere confuso l’amore con le forme di violenza più plaesi o più sottili, come tanto spesso avviene.

“E la fatica che hai dovuto fare / Da un libro di odio ad insegnarmi l’amore / Hai smesso di sognare per farmi sognare / Le tue parole sono adesso una canzone / Cambia le tue stelle, se ci provi riuscirai / E ricorda che l’amore non colpisce in faccia mai (…) / E scegli una strada diversa e ricorda che l’amore non è violenza / Ricorda di disobbedire e ricorda che è vietato morire, vietato morire”.

Sono solo canzonette… ma forse racchiudono un messaggio che apre a scorgere quella via di nonviolenza, di sguardo alla vita nel luce di una benedizione che è gratuità, nella direzione di una responsabilità per farsi protagonisti del proprio destino: in fondo parole che generano echi di vangelo da inseguire nella musica dei versi.

Alessandro Cortesi op

In memoria di un teologo e testimone del vangelo: Claude Geffré

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In memoria di un uomo di ricerca, teologo che ha saputo unire preghiera e impegno, appassionata riflessione su Dio e passione per l’umanità nella sua storia. 

Claude Geffré, domenicano, teologo (1926-2017)

Claude Geffré è stato un frate domenicano della Provincia di Francia. Nato nel 1926 a Niort (Deux-Sèvres), dopo essere entrato nell’Ordine dei Predicatori nel 1948 ha condotto i suoi studi a Le Saulchoir a Etiolles dove ha emesso professione solenne il 23 settembre 1952 ed ha ricevuto l’ordinazione presbiterale il 12 luglio 1953. Ha condotto poi studi a Roma fino al dottorato, conseguito all’Angelicum nel 1957 con una tesi sul peccato come ingiustizia e mancanza di amore.

Tornato in Francia da subito ha intrapreso l’attività di insegnamento di teologia. E’ stato docente di teologia dogmatica dal 1957 al 1968 presso la Facoltà di teologia di Le Saulchoir di cui è stato anche rettore dal 1965 al 1968. Successivamente ha proseguito il suo insegnamento presso l’Institut Catholique: professore di teologia fondamentale nella Unité d’Enseignement et de Recherche dal 1968 al 1988 e direttore del ciclo di studi di dottorato in teologia (1973-1984). Successivamente professore di ermeneutica e teologia delle religioni (1988-1996). Nel 1996 fu nominato direttore della Ecole biblique di Gerusalemme e ha poi svolto tale mandato per tre anni. E’ stato anche direttore della collana di studi teologici Cogitatio fidei promossa dalle casa editrice Cerf dal 1970 al 2004.

Ha svolto attività come docente invitato in varie università in Europa, America del Nord e in Africa. Nel 2007 gli è stata conferito un dottorato honoris causa per la sua opera teologica dalla facoltà di teologia di Kinshasa ma dalla Congregazione per l’educazione cattolica, gli è stato negato senza offrire motivazioni, il permesso di riceverlo.

Claude Geffré ha continuato la sua attività negli ultimi anni affrontando la pesante limitazione provocata da una malattia agli occhi che gli aveva provocato un progressivo abbassamento della capacità visiva sino al punto di non riuscire più a leggere. Ha portato avanti ciononostante il lavoro scientifico valendosi della collaborazione e dell’aiuto di confratelli e studiosi fino a pochi giorni prima di una crisi che l’ha condotto prima al ricovero in ospedale nei giorni di Natale 2016 poi alla morte avvenuta il 9 febbraio 2017.

Geffré ha elaborato un pensiero teologico a partire dalle radici di un approccio a Tommaso secondo le linee della teologia dell’incarnazione di Marie-Dominique Chenu.[1] L’ha approfondito nella linea di una pratica ermeneutica della teologia e con la sua riflessione teologica in rapporto alla storia ha aperto le vie di una teologia del pluralismo religioso. Alcuni percorsi della sua teologia sono testimonianza di una ricerca intellettuale e di vita vissute nel dialogo.

c4o8w-dwaaaeeflUna teologia dell’incarnazione

La sua indagine si è sempre mossa infatti nel tentativo di cercare il dialogo tra fede ed esperienza umana storica. Dopo gli studi, incaricato della cattedra di teologia fondamentale negli anni del post Concilio, Geffré s’interroga su un nuovo modo di fare teologia. La sua preoccupazione è quella di una rinnovata attenzione alla Scrittura da un lato e dell’incontro con le attese e i linguaggi del mondo contemporaneo.

Per lui credere e comprendere non sono due movimenti successivi, ma costituiscono un’interazione continua tra l’esperienza di fede e l’intelligenza nella sua ricerca. La Parola di Dio giunge all’umanità in parole umane; le formulazioni umane della fede sono storiche e relative. Da qui l’esigenza di una continua interpretazione.

Del 1972 è la pubblicazione del testo: Una nuova epoca della teologia.[2] A distanza di pochi anni dalla conclusione del Vaticano II egli vede una ‘nuova età’ della teologia proprio nella linea dell’attuazione del dialogo o correlazione tra ascolto della Parola di Dio ed esperienza umana.

L’appartenenza alla scuola di Saulchoir, l’assunzione critica del pensiero di Marie-Dominique Chenu, la condivisione di una prospettiva di ‘teologia dell’incarnazione’ quale prospettiva di fondo, lo conducono alla comprensione della teologia come ermeneutica assumendo il rischio dell’interpretazione quale dimensione essenziale della fede cristiana.[3]

“il solo modo di rispondere a questa duplice esigenza sta nell’articolare una ermeneutica della Parola di Dio e un’ermeneutica dell’esistenza umana in tutte le sue dimensioni”.[4]

La teologia come pratica ermeneutica della fede

Geffré si pone quindi in continuità con la teologia dei segni dei tempi di Chenu e sviluppa soprattutto l’intuizione che lo Spirito Santo è all’opera non solamente entro le frontiere della chiesa visibile ma anche nella prassi storica dell’umanità.[5]

Tale ricerca sorge dal rispondere alla natura stessa della Parola di Dio e della fede, proprio perché la Parola è di Dio e comunicata in parole umane, e così fede, vita della chiesa e dell’umanità sono in questa medesima dinamica.

Nel suo studio fondamentale Le christianisme au risque de l’interprétation, Paris, Cerf, 1983, pubblicato nella collana Cogitatio fidei esprime l’idea che la fedeltà alla Scrittura esige in ogni tempo un lavoro che non consiste in una ripetizione ma nella ricerca di rendere intelligibile il linguaggio della rivelazione per una comunicazione nel contesto segnato dal rifiuto della fede e dall’indifferenza. Geffré ha condotto il suo studio nel tentativo di porre in dialogo la fede e la ragione della modernità, nel tentativo di uscire dal confinamento del discorso di fede e di apertura ad un dialogo con le istanze del pensiero contemporaneo.

Nell’approfondire la sua riflessione sulla teologia come ermeneutica indica il compito di prendere sul serio sia la storicità di ogni verità sia la storicità dell’uomo come soggetto interpretante.[6]

Il pensare teologico di fronte alla Scrittura non è lo stare davanti ad un dato di cui appropriarsi. La Scrittura è testimonianza credente e rinvia ad avvenimenti storici. E’ anch’essa interpretazione credente, storica, con caratteri di relatività. Il teologo, che riceve la Scrittura da una comunità in continuità con i primi testimoni, deve assumere il compito di una lettura credente della Scrittura che sin dal primo momento si connota come attività interpretativa.

L’approccio ermeneutico, da lui scelto per elaborare il suo itinerario teologico, lo conduce quindi ad affrontare il grande tema della verità. La teologia compresa come ermeneutica non si pone tuttavia come a-dogmatica, ma si distanzia e contesta l’uso di un linguaggio ‘autoritario: approfondisce l’originalità della verità cristiana nei suoi caratteri di testimonianza e di permanente avvenire nel presente della Chiesa. Critica così la concezioni della teologia come prolungamento del magistero, o il modello secondo cui essa si caratterizza come tematizzazione del vissuto di una comunità particolare con il rischio di divenire ideologica.

Nel 1999 in un libro intervista con Gwendoline Jarczik esprime il percorso di studio da lui seguito e la prospettiva teologica maturata: Profession théologien: Quelle pensée chrétienne pour le XXIe siècle ? Entretiens avec Gwendoline Jarczyk, Paris, Albin Michel, 1999 (Cerf 2014)

La teologia viene a connotarsi come percorso di reinterpretazione creatrice del messaggio cristiano.[7] “Si tratta di una verità intravista e mai posseduta. Il carattere mai pienamente attingibile del messaggio cristiano si radica nella distanza tra Parola di Dio consegnata nella Scrittura e il vangelo come pienezza escatologica. E’ ad un tempo memoria e promessa”.[8]

La trattazione su punti molteplici concernenti la questione della verità ritorna altrove nei suoi studi. Esito di tale percorso è il denso libro. [9] “La teologia è un cammino mai concluso verso una verità più piena”[10].

Nel 1985 scrive un articolo che apre un nuovo ambito della sua ricerca: La théologie des religions non-chrétiennes vingt ans après Vatican II (in “Islamochristiana” 11,1985). La riflessione ermeneutica lo conduce all’attenzione alla teologia delle religioni. Nel frattempo continua svolge la sua attività di predicazione: un testo ce raccoglie le sue prediche per un programma radiofonico appare con il titolo Passion de l’homme, passion de Dieu, Paris, Cerf, 1991.

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Nel 1996 accetta la nomina a direttore della Ecole biblique di Gerusalemme. Questa data e questo spostamento anche geografico – indicato come ‘esilio nel cuore della patria’ –[11] sono significativi di una maturazione della sua riflessione. Affronta il tema del pluralismo delle religioni sui fondamenti teologici delle aperture di Nostra Aetate.

Uno tra i suoi ultimi libri, che raccoglie molteplici suoi articoli pubblicati nel corso degli anni reca il titolo: De Babel à Pentecôte: Essais de théologie interreligieuse.[12]

Nella sua opera Le christianisme comme religion de l’Évangile, pubblicata nel 2012 Claude Geffré insiste sull’importanza di approfondire una teologia del pluralismo religioso nel quadro del XXI secolo.

Il cristianesimo come religione del vangelo nel pluralismo: dialogo e profezia

Il paradosso dell’incarnazione è punto di partenza e da qui egli ritrova la dimensione fondamentale del cristianesimo quale religione dell’incarnazione, della rivelazione finale e del dialogo.[13] Il paradosso dell’incarnazione fonda il carattere dialogico della fede cristiana in quanto fede che non confonde l’universalità del mistero di Cristo con l’universalità della religione cristiana stessa.[14]

Egli presenta la prospettiva di una chiesa profetica capace di testimoniare una responsabilità politica nella realtà del mondo;[15] Auspica che la chiesa viva come comunità confessante dei testimoni del vangelo. Ad essa è affidata la responsabilità di contestare contro tutto ciò che è inumano nella ricerca dell’umano autentico. Nel momento presente il cristianesimo è provocato a concepirsi come religione dell’alterità, testimone di un’esperienza umana fondamentale: l’uomo si definisce “per una carenza sia rispetto all’assoluto che è Dio, sia rispetto agli altri”.[16] Il vangelo è un bene non esclusivo ma per ogni persona umana.

Geffré osserva che dopo Auschwitz[17] le teologie della croce hanno ripensato l’onnipotenza di Dio nei termini di onnipotenza dell’amore: Cristo giunge fino alla paradossale debolezza della croce (cfr 1Cor 1,18). Da qui il cristianesimo è chiamato innanzitutto ad intendere il suo costituivo rapporto di fronte all’altro costituito da Israele, ma la situazione storica mondiale pone oggi insieme l’altra fondamentale esigenza di un’apertura all’altro non occidentale, il terzo, né giudeo, né greco.[18]

Geffrè, in attenzione al tempo, legge il pluralismo religioso del mondo contemporaneo come una questione teologica che sfida a ripensare tutta la teologia. Valorizza le aperture del Concilio Vaticano II con il suo superamento di una visione ecclesiocentrica e con il giudizio positivo sulle religioni non-cristiane. Ma ne vede anche il limite nel non aver dato un giudizio sul significato del pluralismo religioso. A tal riguardo scorge il compito di una teologia significativa per l’umanità contemporanea: “E’ proprio questo il compito di una teologia di orientamento ermeneutico che parte dalla nuova esperienza storica della chiesa per reinterpretare la nostra visione del piano di salvezza di Dio”.[19]

“E’ per questo che la corrente teologica più promettente all’interno del cattolicesimo è quella che cerca di superare una teologia del compimento per una teologia del pluralismo religioso, la quale senza compromettere l’unicità del mistero di Cristo, cioè un cristocentrismo costitutivo, non esiti a parlare di un pluralismo inclusivo nel senso di un riconoscimento di valori propri di altre religioni”.[20]

Fondamento del dialogo interreligioso sta nell’economia del Verbo incarnato che è sacramento di una economia più vasta che coincide con la storia religiosa dell’umanità. A partire da qui egli sottolinea come la manifestazione dell’assoluto di Dio attuata nella particolarità storica di Gesù di Nazaret è il punto di riferimento per aprirsi alla scoperta che la figura di Cristo, e quindi la fede in lui, non è esclusiva di altre manifestazioni di Dio nella storia. Se per un verso è da accogliere l’identificazione di Cristo e Dio stesso (Col 2,9: in lui abita corporalmente la pienezza della divinità), proprio questa identificazione nella vicenda storica di Gesù rinvia ad un mistero inaccessibile che si sottrae ad ogni limitazione storica.

Geffrè ama parlare del mistero dell’incarnazione nei termini del paradosso (unione dell’universale con il concreto e limitato). Proprio dal paradosso dell’incarnazione sorge l’esigenza di de-assolutizzare il cristianesimo in quanto religione storica e di affermarne quale tratto costitutivo la sua apertura all’alterità nel dialogo.

“La rivelazione contenuta nel Nuovo testamento non esaurisce dunque la pienezza delle ricchezze del mistero di Cristo. Si ha quindi il diritto di dire che la verità cristiana non è né esclusiva e nemmeno inclusiva di qualsiasi altra verità nell’ordine religioso. Essa è singolare e relativa alla parte di verità di cui sono portatrici le altre religioni. Tutto questo vuol dire che i germi di verità e di bontà disseminati nelle altre tradizioni religiose possono essere l’espressione dello Spirito di Cristo sempre all’opera nella storia e nel cuore degli uomini”.[21]

La diversità che s’incontra nella condizione del pluralismo e nell’apertura all’altro fanno scoprire la rilevanza teologica dell’incontro con l’altro e della presenza dello straniero:

“Secondo la pedagogia stessa di Dio nella storia della salvezza, c’è una funzione profetica dello straniero per una migliore intelligenza della propria identità”.[22]

In tale senso Geffré sviluppa uno sguardo alla verità cogliendone l’aspetto di verità relazionale: “la teologia dell’avvenire dovrà dare prova che la verità di cui dà testimonianza non è né esclusiva né inclusiva delle verità di cui possono essere portatrici le altre religioni… In un tempo di pluralismo religioso, la vocazione storica della teologia cristiana è quella di sottolineare il senso escatologico del suo linguaggio come linguaggio di verità”.[23]

Nonostante le divergenze che difficilmente possono essere superate il cammino di persone che affrontano il dialogo dovrebbe essere nell’orizzonte di un riconoscimento di una verità più alta che va oltre il carattere parziale di ogni verità particolare. E Geffrè parla qui anche di celebrazione comune di una verità più alta nel dialogo.

L’itinerario di vita e di studio di Claude Geffrè va letto come un percorso unitario e correlato insieme. Può essere sintetizzato nella intuizione fondamentale della sua esistenza e della sua vita come frate predicatore. Egli stesso confessa di essere stato affascinato dall’esperienza di Charles De Foucauld, dalla povertà e dalla sua ricerca: all’origine della sua vocazione religiosa fu una prima idea di vivere come missionario in Africa ed il fascino della figura di Charles De Foucauld: “A lui devo la mia vocazione: insieme la ricerca mistica di Dio nel deserto e la prossimità ai poveri”.[24]

La sua vita ha attuato un cammino operoso, appassionato e intellettualmente rigoroso di ricerca di Dio. L’attenzione al cammino dell’umanità e al volto dell’altro sono luoghi dell’incontro con Dio stesso. Sensibile alla vita delle comunità nei luoghi di frontiera e di periferia a partirre dalla loro esperienza rilegge il senso della missione nell’orizzonte del dialogo e della testimoninaza evangelica.

La vita l’ha condotto ad essere professore, formatore di generazioni di studenti e operatori pastorali, ispiratore di nuove vie teologiche ma il profilo di Geffré uomo di studio non può non tener conto di questa sua vocazione originaria: una chiamata alla missione e ad una ricerca di Dio e una prossimità vissuta nell’essere inerme, povero fratello in mezzo ad una umanità in ricerca.

Nel suo studio si riflette una ricerca esistenziale ed un desiderio che ha animato la sua interiorità e i suoi rapporti di amicizia e di vicinanza.

“Il cristiano adora un Dio personale che si è rivelato in Gesù Cristo. Ma grazie all’esperienza dell’Oriente sa meglio che Dio ha molti nomi e che l realtà indicibile di Dio è sempre al di là dei nomi che noi gli possiamo attribuire”.[25]

Il dialogo quale attitudine fondamentale della fede cristiana, nell’incontro interreligioso, la dimensione della ricerca di Dio, inconosciuto e sempre oltre le nostri pensieri, la sensibilità per una fede unita alla prassi con una responsabilità politica sono percorsi che Geffré ha aperto. Sono strade nuove in cui continuare il suo cammino grati di quanto ci ha lasciato.

Alessandro Cortesi op

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[1] C.Geffré, Le réalisme de l’incarnation dans la théologie du père M.-D. Chenu, “Revue des Sciences Philosophiques et Théologiques” 69 (1985) 389-399. Cfr. C.Geffré, Profession théologien: retour sur plus de quarante ans de pratique, “Laval théologique et philosophique” 62(2006) pp.7-21. Id., Profession théologien, 1999,9.

[2] C.Geffré, Un nouvel âge de la théologie, (Cogitatio fidei 68) Cerf Paris 1972, (tr. it. Una nuova epoca della teologia, Assisi Cittadella 1973). Cfr. C.Geffré, La théologie au sortir de la modernité, in Id., Christianisme et modernité, Colloque du centre Thomas More, Paris Cerf, 1990, 189-209.

[3] Cfr. C.Geffré, L’herméneutique chrétienne, in L’Etat des religions dans le monde, M.Clévenot (ed.), La Découverte – Cerf Paris, 1987, 449-456.

[4] C.Geffré, Un nouvel âge, cit. 61.

[5] C.Geffré, Théologie de l’Incarnation et théologie des signes des temps chez le Père Chenu, in Marie-Dominique Chenu. Moyen-Age et Modernité, Paris Cerf 1997, 131-153.

[6] Geffré, Le Christianisme au risque, cit. 20.

[7] Geffré, Profession théologien, cit. 93-94.

[8] Ibid. 99.

[9] C.Geffré, Croire et interpréter: Le tournant herméneutique de la théologie, Cerf, Paris 2001. Cfr. anche C.Geffré, La question de la vérité dans la théologie contemporaine, in CERIT (Centre d’études et de recherches interdisciplinaires en théologie, Strasbourg, ed.) La théologie à l’épreuve de la vérité, Paris Cerf 1984, pp.281-291.

[10] Geffré, Croire et interpréter, cit. 83.

[11] Geffré, Profession théologien, cit., 11-12.

[12] C.Geffré, De Babel à Pentecôte: Essais de théologie interreligieuse, Cerf, Paris 2006).

[13] L’espressione ‘religione della rivelazione finale’ intende esprimere in sé l’idea che unico assoluto è la venuta del regno: è ripresa delle tesi di Paul Tillich in vista di approfondire l’ecumenismo interreligioso.

[14] Ibid. p. 54.

[15] Cfr. Profession théologien, 252-254.

[16] Ibid. 262.

[17] De Babel, p.306.

[18] Ibid. 308.

[19] C.Geffré,Verso una nuova teologia delle religioni, in R.Gibellini (ed.), Prospettive teologiche per il XXI secolo, Queriniana Brescia 2003,359.

[20] Ibid.

[21] Ibid. 367.

[22] Ibid. 367.

[23] Ibid. 370.

[24] Geffré, Profession théologien, 2006, cit., 8.

[25] Geffré, De Babel, cit. 313.

VI domenica tempo ordinario – anno A – 2017

paris-bibl-mazarine-ms-0870Il discorso della montagna miniatura ms. 0870 – Paris – Bibl. Mazarine

Sir 15,16-21; Sal 118 1Cor 2,6-10; Mt 5,17-37

Dopo la pagina delle beatitudini e la parola voi siete sale e luce, nel discorso della montagna Gesù offre un orientamento di fondo che costituisce la chiave di lettura di tutto quel che segue: ‘se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e farisei, non entrerete nel regno dei cieli’.. “Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire ma a dare pieno compimento… finché non siano passati il cielo e la terra non passerà un solo iod o un solo trattino della legge”. Gesù non si oppone alla tradizione di Israele, al Dio dell’Antico Testamento. La sua parola indica di andare alla radice di quei comandamenti. Il centro del suo annuncio è il regno dei cieli, il rapporto con Dio buono, che fa sorgere il suo sole su buoni e cattivi, e viene a salvare.

Chiede ai suoi di vivere una ‘giustizia’ sovrabbondante: il termine giustizia indica vivere una fedeltà di relazione al Dio giusto che non viene meno alla sua promessa. E’ indicazione di cambiare la vita in rapporto a Lui. Il giusto è colui che compie la parola di Dio, vive come Dio agisce. Gesù non chiede esecuzione di precetti ma richiama una apertura del cuore nel lasciarsi prendere la vita nel rapporto con Dio.

In polemica con una religiosità ridotta a compimento di norme, ad appartenenza culturale, a privilegio o a pratiche senza un impegno profondo, Gesù non propone nuovi precetti né indica una misura. Chiama piuttosto ad una dismisura, a ‘portare a pienezza’. Non ci sono limiti, quando viene coinvolta la vita. La legge è un mezzo, una via, ma la questione di fondo è la relazione con Do stesso. Sembra un cammino impossibile. Ma l’assenza di obiettivi precisi, tranquillizzanti, apre un nuovo orizzonte: fa vivere l’attitudine di chi è in cammino, consapevole dell’impossibilità di compiere la chiamata e tuttavia attratto da una parola che tocca la vita in radice. Spinge a seguire Gesù stesso.

Gesù sta parlando della sua stessa vita, vissuta in un orientamento profondo e radicale a Dio e all’altro. E’ cammino che propone ai suoi: chiede l’autenticità della coscienza e dell’interiorità. Chiede di mantenersi nell’inquietudine e nella povertà.

‘Ma io vi dico’: risuona in queste parole una pretesa che proviene dall’autorevolezza della vita stessa di Gesù. E’ appello perché la vita di coloro che seguono le beatitudini non sia quella di schiavi sotto la legge ma di persone libere capaci di vivere la libertà come risposta davanti a Dio.

Non è sufficiente ‘non uccidere’ (Es 20,13; Dt 5,17), Gesù va alle radici della violenza nel cuore umano, nei pensieri di disprezzo, nelle parole di esclusione. Apre ad intendere il rapporto di riconciliazione con l’altro più sacro dell’offerta all’altare. L’autentico sacro sta nell’incontro con l’altro. Decisivo per lui è l’amore. L’amore di Dio si esprime nella concretezza e nella relazione con l’altro. Il prossimo, colui, colei a cui ci si scopre vicini perché toccati dalla sua vita prende il posto della legge.

Non basta ‘non commettere adulterio’ (Es 20,14; Dt 5,18): Gesù chiede di vivere relazioni in cui si lotti contro ogni forma di possesso dell’altra persona, contro ogni sfruttamento nelle relazioni.  Gesù pone la sua attenzione non alla legge ma ai volti: la sua parola è apertura di vita e liberazione. Le sue parole si pongono a difesa delle donne, prime vittime della legge del ripudio. Richiama al senso originario della relazione non come proprietà e ricorda il significato profondo dell’incontro. Rinvia all’esperienza di amore, che non è possedere o usare l’altro riducendolo a merce.

Gesù infine chiede una parola trasparente. Non dev’essere necessario chiamare Dio a testimone nel giuramento. Richiede invece che le parole pronunciate davanti all’altro siano cariche di responsabilità in prima persona.

Il cammino per il regno dei cieli non può essere vissuto nella violenza contro gli altri: il male nel cuore umano va riconosciuto e combattuto. Tale orientamento è alternativo ad un modo di intendere i rapporti come possesso e dominio.

Alessandro Cortesi op

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Non ucciderai

Durante la guerra di indipendenza dell’Algeria, protrattasi dal 1954 al 1962, di fronte alla vastità del male, agli orrori della guerra con le sue uccisioni ed alle violazioni di diritti perpetrate nell’uso della tortura, una recluta dell’esercito francese prende una posizione di rifiuto di prestarsi alla logica della violenza e sceglie l’obiezione di coscienza. Jean Pezet, ventenne, compie questa scelta in solitudine, motivato dalla sua lettura del vangelo, del discorso della montagna con il suo imperativo ‘non uccidere’. La compie senza trovare sostegni tra i cappellani con cui si confronta, ma incontrando dubbi e condivisione in altri giovani come lui pur trascinati nello spietato meccanismo della guerra e della sua logica. Per questo viene arrestato, processato e condannato a tre anni di carcere.

“È proprio il fermento del Vangelo che innalza progressivamente la conoscenza del diritto e la comprensione delle cose divine. Se perdi la speranza, se rinunci, il male prende il sopravvento e la nobiltà interiore retrocede, in te e intorno a te. Se resisti, se attingi la fiducia nella preghiera, che è un dialogo con Dio, se credi che il Signore conduce l’umanità al superamento dei suoi crimini e all’accesso alla santità, allora la tua lotta ritorna ad apparirti utile, indispensabile: ritrovi la tua identità di figlio di Dio”.

Su questa esperienza egli scrive un diario che sarà pubblicato solo molti anni dopo, nel 1994, a sue spese. In esso narra le discussioni e le riflessioni interiori che lo condussero a maturare la scelta di nonviolenza nell’obiezione di coscienza. Per molti questa scelta era incomprensibile, altri opposero alle sue inquietudini le ragioni per giustificare la guerra. Tra coloro che lo compresero emerge la presenza del nonno, che aveva toccato con mano l’orrore che sta dentro la parola ‘uccidere’ nel 1914, recava nel suo animo i ricordi lancinanti di quanto aveva fatto e gli scriveva rompendo il silenzio con cui cecava di tener nascosta la sua sofferenza e le ferite della memoria:

“Caro Jean, mi hai detto di esserti stupito di non avermi mai sentito parlare della guerra del ’14-’18. Ho sempre taciuto in effetti. Ogni guerra è odiosa e criminale. (…) Puoi immaginare tutto questo? Io non posso dimenticare ciò che ho fatto… Se soltanto l’oblio potesse riversare sulla mia memoria i suoi buoni frutti. Tuo nonno Louis”.

Nel tempo la guerra cambia i modi di attuazione, le tecniche di svolgimento, le strategie e i mezzi ma non muta il suo nucleo di fondo che consiste nel venir meno della parola per trovare vie di accordo e convivenza, per affrontare i motivi di conflitto mantenendo rispetto per la comune umanità, per cercare vie alternative alla violenza. ‘Non ucciderai’ è l’imperativo che viene dallo sguardo dell’altro che implora ‘non uccidere’. Ancora oggi, nel tempo della ‘guerra a pezzetti’ è una chiamata che proviene dalla sofferenza umana delle vittime, e che la parola del vangelo fa emergere con forza.

Alessandro Cortesi op

** “Tu ne tueras point” (Non uccidere ) è il titolo del film del regista francese Claude Autant-Lara che fu vietato dalla censura in Italia nel 1961 e che Giorgio La Pira fece proiettare a Firenze nonostante i divieti. Un caso che diede spazio alla questione  culturale e politica dell’obiezione di coscienza.

V domenica tempo ordinario – anno A – 2017

img_2058(foto di Francesca Cortesi)

Is 58,7-10; 1Cor 2,1-5; Mt 5,13-16

“Voi siete il sale della terra… voi siete la luce del mondo”. Il simbolo del sale attraversa la Bibbia e presenta significati diversi. Ha infatti usi negativi come segno del giudizio di Dio e distruzione (Sodoma e Gomorra, la moglie di Lot Dt 29,22; Gen 19,26; Sap 10,7). In positivo il sale è elemento indispensabile alla vita (Sir 39,26) e segno di forza (Ez 16,4), ma è soprattutto un simbolo di relazione: nel libro dei Numeri si parla di “un’alleanza di sale, perenne, davanti al Signore” (Num 18,19) e nel Levitico (Lev 2,13) si indica un rito: “dovrai salare ogni tua offerta di oblazione: nella tua oblazione non lascerai mancare il sale dell’alleanza del tuo Dio”. Il sale ricorda quindi il legame di alleanza tra Dio e il suo popolo. E’ simbolo di amicizia. Ancor oggi nel mondo orientale il segno di un’intesa è proprio il mangiare insieme pane e sale.

Sale è anche segno di vita (da cui ‘salario’, per sopravvivere) e di sapienza: “Il vostro parlare sia sempre con grazia condito col sale (della sapienza) per sapere come rispondere a ciascuno” (Col 4,6). ‘Buona cosa il sale; ma se il sale diventa senza sapore, con che cosa lo salerete? Abbiate sale in voi stessi e siate in pace gli uni con gli altri’ (Mc 9,50).

Gesù chiede ai suoi discepoli di essere luce e sale, non solo testimoni e annunciatori, ma segno di alleanza nella storia. Il sale rinvia ad un rapporto, come la luce che illumina perché si possa vedere: Matteo presenta anche una parabola che parla di città sul monte e di lucerna sul candelabro. Gesù chiama i suoi discepoli, dopo aver indicato loro la via delle beatitudini ad essere segno di alleanza con lo sguardo rivolto all’umanità. Li invia ad essere un segno che non s’impone, ma contagia e attrae. La comunicazione della fede, come incontro con Cristo, non è opera di indottrinamento ma di testimonianza, di fascino, di gioia: “risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli”

Sale e luce sono immagini di qualcosa che è presenza discreta, che non si nota ma sta a servizio di una realtà più grande, è per altri. Permeano la vita ma in modo nascosto a servizio di una realtà più grande. Parlano così della vita dei discepoli: anch’essi sono inviati a ‘stare dentro’ alla realtà, a non fuggire o essere indifferenti e distanti. Essere sale e luce è così seguire la via di Gesù che si fa solidale con la nostra storia. I discepoli lo potranno essere solamente se seguono lui povero, mite, misericordioso, operatore di pace, perseguitato, e sapranno fare con Lui esperienza di quella felicità presentata nelle beatitudini – che non elimina problemi e difficoltà – ed è affidamento nel rapporto con lui.

Stare dentro le realtà come segno di un’amicizia al cuore della vita: è l’incontro con il Dio umanissimo che si prende cura dei piccoli: a questo siamo chiamati nel vivere la sequela di Gesù. Sta qui racchiuso un tratto della comunità che Gesù voleva: non preoccupata di se stessa, della propria grandezza di visibilità e di numeri, ma capace di ascoltare la sete di una umanità ferita e in ricerca ponendosi a servizio. Ricca solo di quel sale e di quella luce che non vengono dalle proprie forze ma da una relazione con Dio luce, da un dono di incontro e amicizia.

La prima lettura offre altre indicazioni importanti perché nelle tenebre brilli la luce: Isaia innanzitutto critica un tipo di religiosità che annulla il senso profondo del rapporto con Dio, la religiosità magica, vissuta in modo individualistico nella pratica di un culto separato dalla vita per ingraziarsi un Dio lontano.

Indica i tratti di una spiritualità diversa a cui Gesù stesso si riferisce: “brillerà la luce… se toglierai di mezzo a te l’oppressione”. Essere luce si concretizza nello sciogliere le catene, nel rompere i vincoli che tengono le persone schiave incapaci di libertà e crescita personale, è sguardo agli altri, impegno storico di vicinanza, di liberazione.

Nella pagina di Isaia è indicato anche un altro modo di essere luce, quello della condivisione: “nel dividere il pane con l’affamato, nell’introdurre in casa i miseri…”. “La tua luce sorgerà come l’aurora” se nella vita vi sarà condivisione. La fame, l’impossibilità di poter accedere al minimo per sopravvivere è terribile schiavitù e frutto di una ingiustizia contro cui lottare. E c’è anche una fame profonda del cuore a cui porre attenzione: “se sazierai l’afflitto nel cuore”. Il sogno di Dio sull’umanità, a cui i discepoli di Gesù sono inviati è un mondo in cui per tutti vi sia da mangiare e s’impari a condividere nell’ascolto delle sofferenze degli altri.

Alessandro Cortesi op

img_2449(Roma, chiesa di Santa Sabina)

Parole buone

Ci sono parole che curano, ci sono le parole della solitudine, ci sono le parole dei volti e ci sono le parole pesanti difficili: quelle del medico di fronte ad un paziente, degli amici accanto ad un malato. Ci sono le parole da leggere nei comportamenti incomprensibili degli adolescenti, e quella da scorgere nelle taciturne chiusure di chi è ferito, in segni ardui da decodificare. Ci sono le parole delle emozioni di chi ha subito traumi e violenza, ci sono le parole dell’ombra e quelle della luce. Ci sono le parole non dette che pure popolano le quotidianità dei rapporti e degli incontri.

Interrogarsi sulle parole diviene urgente oggi quando la comunicazione di tipo virtuale sta invadendo il nostro modo di comunicare. La facilità di invio di messaggi, il fascino dell’essere sempre connessi, ad ogni ora del giorno e della notte, in una rete che collega presenze lontane o vicine sta generando un genere inedito di comunicazione. Tante parole si incrociano, gettate, proferite, non pronunciate di fronte a volti, ma lanciate in uno spazio immateriale senza confini. Spesso sono parole dette nell’anonimato o con profili artefatti e illusori, in modo immediato e per lo più irriflesso.

Tanta aggressività e autentica violenza che percorre le nosre società trova un primo terreno di coltura proprio nell’arbitrio esercitato in uno spazio immateriale in cui non vi è apparentemente alcun limite, né fisico né di altro genere.

Le parole di odio seminate senza pensarci, le parole di notizie non verificate, le parole generatrici di sentimenti e opinioni senza fondamento, le parole che uccidono lanciate come pietre su persone indifese, le parole della calunnia o del dispregio: sono tutte queste le parole che si affollano e si moltiplicano, ridotte a chiacchiera. Talvolta sono parole ridotte quasi  a primordiali urli disarticolati, o ragionamenti cavilosi in cui regna solo l’aggressività e l’offesa e viene meno lo sguardo all’altro, il rispetto, come stare di fronte riconoscendo la dignità di un volto. Si assiste così ad una profluvie di parole, ad un eccesso anche di parlarsi in cui sempre meno si genera però il fiorire di relazioni. Chi ha praticato la comunicazione in rete suggerisce la pratica sana dell’interruzione del passaggio dal virtuale al reale. Ma davanti allo schermo di computer o di uno smartphone c’è sempre qualcuno, una persona che ha sentimenti e vive una storia. Allora, dove e come incontrare parole che curano?

A partire dall’esperienza di uno psichiatra che cerca di sondare i territori della comunicazione Eugenio Borgna s’interroga sulla parola. “Le parole non sono di questo mondo, sono un mondo a se stante, ma sono anche creature viventi, e di questo non sempre siamo consapevoli nelle nostre giornate divorate dalla fretta e dalla distrazione, dalla noncuranza e dalla indifferenza, che ci portano a considerare le parole solo come strumenti, come modi aridi e interscambiabili di comunicare i nostri pensieri. Ma le parole che ci salvano non sono facili da rintracciare, e come diceva Marina Cvaeteva, la grande scrittrice russa dilaniata dalla solitudine e dal dolore (le lettere meravigliose che ha scambiato con Rilke si leggono ancora oggi con lo stupore nel cuore), faticoso e febbrile è il lavoro necessario nel trovare parole che facciano del bene. Ma come trovare, e come rivivere, le parole che salvano, e creano relazione? La salvezza non può venire se non dall’ascolto, dall’ascolto del dicibile e dell’indicibile, che ci dovrebbe accompagnare in ogni momento della giornata, e in ogni situazione della vita” (Eugenio Borgna, Parlarsi. La comunicazione perduta, Einaudi 2015, 12-13).

L’affermarsi della comunicazione digitale ha comportato una diffusione di massa di conoscenze e di dati. Ha riempito le memorie di computer e ha in certo modo realizzato l’utopia di una biblioteca universale ‘a disposizione di mouse’ nei motori di ricerca e nelle banche dati. Ma l’infinità di parole (e immagini) che riempiono depositi di memoria, sono solamente flussi di dati che richiedono di essere verificati, intrecciati, posti insieme, interpretati. Hanno bisogno della messa in atto di una capacità di memoria non come deposito ma come attività e dinamismo interiore, che sappia porre in relazione e generi pensiero e scelte. Tutto questo richiede un tempo, il tempo della ricerca, il tempo della raccolta e della crescita. E’ questo il tempo di maturazione di critica e libertà, che viene negato dalla velocità richiesta dall’immediatezza dell’informazione in tempo reale.

Quanto oggi è più urgente da custodire è piuttosto la pazienza della costruzione. Questa esige la lenta formazione di parole che non siano frutto di tempi ridotti all’istante, ma esito di lento interrogarsi, di domande che hanno bisogno della mediazione di un ‘frattempo’, del rimanere in silenzio, senza risposte immediate. In questo contesto quante volte anche le parole della fede vengono ridotte a chiacchiera per corrispondere ad una comunicazione della fretta e dell’immediatezza o nella preoccupazione di raggiungere obiettivi indicati come il numero di ‘click’ o dei ‘like’.Dove e come cercare e incontrare parole che curano?

Viviamo un quotidiano in cui viene sempre meno la capacità del silenzio, del riflettere che anticipa sempre un parlare impastato di vita e che segue ogni parola significativa e profonda: “La parola e il silenzio si intrecciano l’una all’altra nel generare e nel ricostruire le premesse a una comunicazione che si allontani da quella delle chiacchiere quotidiane, e si avvicini alle esperienze fondamentali della vita: quelle che hanno come loro oggetto il tema delle attese e della speranza, del dolore e della malattia, del vivere e del morire…” (ibid. 30)

C’è una oppressione che si fa presente e viva oggi nelle parole svendute, nelle parole di violenza lanciate come pietre, nelle parole inutili provenienti da quel chiasso scomposto che popola ogni istante all’esterno e che trova riflesso in una irrequietezza interiore incapace di arrestarsi e ascoltare il suono del silenzio.

Il profeta, uomo della parola, coglie come oppressione s’identifica anche con un parlare senza senso del limite (empietà come arroganza e presunzione): dire parole buone è gesto esigente di un andare incontro all’altro nella sua fame e sete: “Se toglierai di mezzo a te l’oppressione, il puntare il dito e il parlare empio se aprirai il tuo cuore all’affamato, se sazierai l’afflitto di cuore, allora brillerà fra le tenebre la tua luce, la tua tenebra sarà come il meriggio”

Pochi giorni è giunta la notizia della morte di Christian Albini, all’età di 43 anni, un cristiano, un marito, un padre, un giovane,  insegnante di religione, responsabile del Centro di spiritualità della sua diocesi di Crema, innanzi tutto testimone di una fede ricca di apertura e di pensiero. Da anni, oltre a scrivere libri e su riviste (“Jesus” tra le altre), in particolare curava un blog a cui aveva dato il titolo “Sperare per tutti”. Era impegnato nel promuovere riflessione teologica legata alla vita con l’intento di ricercare nel nostro tempo ‘parole buone’ – come amava dire – capaci di edificare. Sperare per tutti nella ricerca di parole buone… Ho sempre apprezzato questa impostazione della sua ricerca e testimonianza, che respirava di un’attitudine serena sul mondo, gli altri, la chiesa, le vicende della vita: un’eredità preziosa, nel suo ricordo, per continuare a cercare e comunicare parole che curano.

Alessandro Cortesi op

 

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