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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

In memoria di un teologo e testimone del vangelo: Claude Geffré

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In memoria di un uomo di ricerca, teologo che ha saputo unire preghiera e impegno, appassionata riflessione su Dio e passione per l’umanità nella sua storia. 

Claude Geffré, domenicano, teologo (1926-2017)

Claude Geffré è stato un frate domenicano della Provincia di Francia. Nato nel 1926 a Niort (Deux-Sèvres), dopo essere entrato nell’Ordine dei Predicatori nel 1948 ha condotto i suoi studi a Le Saulchoir a Etiolles dove ha emesso professione solenne il 23 settembre 1952 ed ha ricevuto l’ordinazione presbiterale il 12 luglio 1953. Ha condotto poi studi a Roma fino al dottorato, conseguito all’Angelicum nel 1957 con una tesi sul peccato come ingiustizia e mancanza di amore.

Tornato in Francia da subito ha intrapreso l’attività di insegnamento di teologia. E’ stato docente di teologia dogmatica dal 1957 al 1968 presso la Facoltà di teologia di Le Saulchoir di cui è stato anche rettore dal 1965 al 1968. Successivamente ha proseguito il suo insegnamento presso l’Institut Catholique: professore di teologia fondamentale nella Unité d’Enseignement et de Recherche dal 1968 al 1988 e direttore del ciclo di studi di dottorato in teologia (1973-1984). Successivamente professore di ermeneutica e teologia delle religioni (1988-1996). Nel 1996 fu nominato direttore della Ecole biblique di Gerusalemme e ha poi svolto tale mandato per tre anni. E’ stato anche direttore della collana di studi teologici Cogitatio fidei promossa dalle casa editrice Cerf dal 1970 al 2004.

Ha svolto attività come docente invitato in varie università in Europa, America del Nord e in Africa. Nel 2007 gli è stata conferito un dottorato honoris causa per la sua opera teologica dalla facoltà di teologia di Kinshasa ma dalla Congregazione per l’educazione cattolica, gli è stato negato senza offrire motivazioni, il permesso di riceverlo.

Claude Geffré ha continuato la sua attività negli ultimi anni affrontando la pesante limitazione provocata da una malattia agli occhi che gli aveva provocato un progressivo abbassamento della capacità visiva sino al punto di non riuscire più a leggere. Ha portato avanti ciononostante il lavoro scientifico valendosi della collaborazione e dell’aiuto di confratelli e studiosi fino a pochi giorni prima di una crisi che l’ha condotto prima al ricovero in ospedale nei giorni di Natale 2016 poi alla morte avvenuta il 9 febbraio 2017.

Geffré ha elaborato un pensiero teologico a partire dalle radici di un approccio a Tommaso secondo le linee della teologia dell’incarnazione di Marie-Dominique Chenu.[1] L’ha approfondito nella linea di una pratica ermeneutica della teologia e con la sua riflessione teologica in rapporto alla storia ha aperto le vie di una teologia del pluralismo religioso. Alcuni percorsi della sua teologia sono testimonianza di una ricerca intellettuale e di vita vissute nel dialogo.

c4o8w-dwaaaeeflUna teologia dell’incarnazione

La sua indagine si è sempre mossa infatti nel tentativo di cercare il dialogo tra fede ed esperienza umana storica. Dopo gli studi, incaricato della cattedra di teologia fondamentale negli anni del post Concilio, Geffré s’interroga su un nuovo modo di fare teologia. La sua preoccupazione è quella di una rinnovata attenzione alla Scrittura da un lato e dell’incontro con le attese e i linguaggi del mondo contemporaneo.

Per lui credere e comprendere non sono due movimenti successivi, ma costituiscono un’interazione continua tra l’esperienza di fede e l’intelligenza nella sua ricerca. La Parola di Dio giunge all’umanità in parole umane; le formulazioni umane della fede sono storiche e relative. Da qui l’esigenza di una continua interpretazione.

Del 1972 è la pubblicazione del testo: Una nuova epoca della teologia.[2] A distanza di pochi anni dalla conclusione del Vaticano II egli vede una ‘nuova età’ della teologia proprio nella linea dell’attuazione del dialogo o correlazione tra ascolto della Parola di Dio ed esperienza umana.

L’appartenenza alla scuola di Saulchoir, l’assunzione critica del pensiero di Marie-Dominique Chenu, la condivisione di una prospettiva di ‘teologia dell’incarnazione’ quale prospettiva di fondo, lo conducono alla comprensione della teologia come ermeneutica assumendo il rischio dell’interpretazione quale dimensione essenziale della fede cristiana.[3]

“il solo modo di rispondere a questa duplice esigenza sta nell’articolare una ermeneutica della Parola di Dio e un’ermeneutica dell’esistenza umana in tutte le sue dimensioni”.[4]

La teologia come pratica ermeneutica della fede

Geffré si pone quindi in continuità con la teologia dei segni dei tempi di Chenu e sviluppa soprattutto l’intuizione che lo Spirito Santo è all’opera non solamente entro le frontiere della chiesa visibile ma anche nella prassi storica dell’umanità.[5]

Tale ricerca sorge dal rispondere alla natura stessa della Parola di Dio e della fede, proprio perché la Parola è di Dio e comunicata in parole umane, e così fede, vita della chiesa e dell’umanità sono in questa medesima dinamica.

Nel suo studio fondamentale Le christianisme au risque de l’interprétation, Paris, Cerf, 1983, pubblicato nella collana Cogitatio fidei esprime l’idea che la fedeltà alla Scrittura esige in ogni tempo un lavoro che non consiste in una ripetizione ma nella ricerca di rendere intelligibile il linguaggio della rivelazione per una comunicazione nel contesto segnato dal rifiuto della fede e dall’indifferenza. Geffré ha condotto il suo studio nel tentativo di porre in dialogo la fede e la ragione della modernità, nel tentativo di uscire dal confinamento del discorso di fede e di apertura ad un dialogo con le istanze del pensiero contemporaneo.

Nell’approfondire la sua riflessione sulla teologia come ermeneutica indica il compito di prendere sul serio sia la storicità di ogni verità sia la storicità dell’uomo come soggetto interpretante.[6]

Il pensare teologico di fronte alla Scrittura non è lo stare davanti ad un dato di cui appropriarsi. La Scrittura è testimonianza credente e rinvia ad avvenimenti storici. E’ anch’essa interpretazione credente, storica, con caratteri di relatività. Il teologo, che riceve la Scrittura da una comunità in continuità con i primi testimoni, deve assumere il compito di una lettura credente della Scrittura che sin dal primo momento si connota come attività interpretativa.

L’approccio ermeneutico, da lui scelto per elaborare il suo itinerario teologico, lo conduce quindi ad affrontare il grande tema della verità. La teologia compresa come ermeneutica non si pone tuttavia come a-dogmatica, ma si distanzia e contesta l’uso di un linguaggio ‘autoritario: approfondisce l’originalità della verità cristiana nei suoi caratteri di testimonianza e di permanente avvenire nel presente della Chiesa. Critica così la concezioni della teologia come prolungamento del magistero, o il modello secondo cui essa si caratterizza come tematizzazione del vissuto di una comunità particolare con il rischio di divenire ideologica.

Nel 1999 in un libro intervista con Gwendoline Jarczik esprime il percorso di studio da lui seguito e la prospettiva teologica maturata: Profession théologien: Quelle pensée chrétienne pour le XXIe siècle ? Entretiens avec Gwendoline Jarczyk, Paris, Albin Michel, 1999 (Cerf 2014)

La teologia viene a connotarsi come percorso di reinterpretazione creatrice del messaggio cristiano.[7] “Si tratta di una verità intravista e mai posseduta. Il carattere mai pienamente attingibile del messaggio cristiano si radica nella distanza tra Parola di Dio consegnata nella Scrittura e il vangelo come pienezza escatologica. E’ ad un tempo memoria e promessa”.[8]

La trattazione su punti molteplici concernenti la questione della verità ritorna altrove nei suoi studi. Esito di tale percorso è il denso libro. [9] “La teologia è un cammino mai concluso verso una verità più piena”[10].

Nel 1985 scrive un articolo che apre un nuovo ambito della sua ricerca: La théologie des religions non-chrétiennes vingt ans après Vatican II (in “Islamochristiana” 11,1985). La riflessione ermeneutica lo conduce all’attenzione alla teologia delle religioni. Nel frattempo continua svolge la sua attività di predicazione: un testo ce raccoglie le sue prediche per un programma radiofonico appare con il titolo Passion de l’homme, passion de Dieu, Paris, Cerf, 1991.

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Nel 1996 accetta la nomina a direttore della Ecole biblique di Gerusalemme. Questa data e questo spostamento anche geografico – indicato come ‘esilio nel cuore della patria’ –[11] sono significativi di una maturazione della sua riflessione. Affronta il tema del pluralismo delle religioni sui fondamenti teologici delle aperture di Nostra Aetate.

Uno tra i suoi ultimi libri, che raccoglie molteplici suoi articoli pubblicati nel corso degli anni reca il titolo: De Babel à Pentecôte: Essais de théologie interreligieuse.[12]

Nella sua opera Le christianisme comme religion de l’Évangile, pubblicata nel 2012 Claude Geffré insiste sull’importanza di approfondire una teologia del pluralismo religioso nel quadro del XXI secolo.

Il cristianesimo come religione del vangelo nel pluralismo: dialogo e profezia

Il paradosso dell’incarnazione è punto di partenza e da qui egli ritrova la dimensione fondamentale del cristianesimo quale religione dell’incarnazione, della rivelazione finale e del dialogo.[13] Il paradosso dell’incarnazione fonda il carattere dialogico della fede cristiana in quanto fede che non confonde l’universalità del mistero di Cristo con l’universalità della religione cristiana stessa.[14]

Egli presenta la prospettiva di una chiesa profetica capace di testimoniare una responsabilità politica nella realtà del mondo;[15] Auspica che la chiesa viva come comunità confessante dei testimoni del vangelo. Ad essa è affidata la responsabilità di contestare contro tutto ciò che è inumano nella ricerca dell’umano autentico. Nel momento presente il cristianesimo è provocato a concepirsi come religione dell’alterità, testimone di un’esperienza umana fondamentale: l’uomo si definisce “per una carenza sia rispetto all’assoluto che è Dio, sia rispetto agli altri”.[16] Il vangelo è un bene non esclusivo ma per ogni persona umana.

Geffré osserva che dopo Auschwitz[17] le teologie della croce hanno ripensato l’onnipotenza di Dio nei termini di onnipotenza dell’amore: Cristo giunge fino alla paradossale debolezza della croce (cfr 1Cor 1,18). Da qui il cristianesimo è chiamato innanzitutto ad intendere il suo costituivo rapporto di fronte all’altro costituito da Israele, ma la situazione storica mondiale pone oggi insieme l’altra fondamentale esigenza di un’apertura all’altro non occidentale, il terzo, né giudeo, né greco.[18]

Geffrè, in attenzione al tempo, legge il pluralismo religioso del mondo contemporaneo come una questione teologica che sfida a ripensare tutta la teologia. Valorizza le aperture del Concilio Vaticano II con il suo superamento di una visione ecclesiocentrica e con il giudizio positivo sulle religioni non-cristiane. Ma ne vede anche il limite nel non aver dato un giudizio sul significato del pluralismo religioso. A tal riguardo scorge il compito di una teologia significativa per l’umanità contemporanea: “E’ proprio questo il compito di una teologia di orientamento ermeneutico che parte dalla nuova esperienza storica della chiesa per reinterpretare la nostra visione del piano di salvezza di Dio”.[19]

“E’ per questo che la corrente teologica più promettente all’interno del cattolicesimo è quella che cerca di superare una teologia del compimento per una teologia del pluralismo religioso, la quale senza compromettere l’unicità del mistero di Cristo, cioè un cristocentrismo costitutivo, non esiti a parlare di un pluralismo inclusivo nel senso di un riconoscimento di valori propri di altre religioni”.[20]

Fondamento del dialogo interreligioso sta nell’economia del Verbo incarnato che è sacramento di una economia più vasta che coincide con la storia religiosa dell’umanità. A partire da qui egli sottolinea come la manifestazione dell’assoluto di Dio attuata nella particolarità storica di Gesù di Nazaret è il punto di riferimento per aprirsi alla scoperta che la figura di Cristo, e quindi la fede in lui, non è esclusiva di altre manifestazioni di Dio nella storia. Se per un verso è da accogliere l’identificazione di Cristo e Dio stesso (Col 2,9: in lui abita corporalmente la pienezza della divinità), proprio questa identificazione nella vicenda storica di Gesù rinvia ad un mistero inaccessibile che si sottrae ad ogni limitazione storica.

Geffrè ama parlare del mistero dell’incarnazione nei termini del paradosso (unione dell’universale con il concreto e limitato). Proprio dal paradosso dell’incarnazione sorge l’esigenza di de-assolutizzare il cristianesimo in quanto religione storica e di affermarne quale tratto costitutivo la sua apertura all’alterità nel dialogo.

“La rivelazione contenuta nel Nuovo testamento non esaurisce dunque la pienezza delle ricchezze del mistero di Cristo. Si ha quindi il diritto di dire che la verità cristiana non è né esclusiva e nemmeno inclusiva di qualsiasi altra verità nell’ordine religioso. Essa è singolare e relativa alla parte di verità di cui sono portatrici le altre religioni. Tutto questo vuol dire che i germi di verità e di bontà disseminati nelle altre tradizioni religiose possono essere l’espressione dello Spirito di Cristo sempre all’opera nella storia e nel cuore degli uomini”.[21]

La diversità che s’incontra nella condizione del pluralismo e nell’apertura all’altro fanno scoprire la rilevanza teologica dell’incontro con l’altro e della presenza dello straniero:

“Secondo la pedagogia stessa di Dio nella storia della salvezza, c’è una funzione profetica dello straniero per una migliore intelligenza della propria identità”.[22]

In tale senso Geffré sviluppa uno sguardo alla verità cogliendone l’aspetto di verità relazionale: “la teologia dell’avvenire dovrà dare prova che la verità di cui dà testimonianza non è né esclusiva né inclusiva delle verità di cui possono essere portatrici le altre religioni… In un tempo di pluralismo religioso, la vocazione storica della teologia cristiana è quella di sottolineare il senso escatologico del suo linguaggio come linguaggio di verità”.[23]

Nonostante le divergenze che difficilmente possono essere superate il cammino di persone che affrontano il dialogo dovrebbe essere nell’orizzonte di un riconoscimento di una verità più alta che va oltre il carattere parziale di ogni verità particolare. E Geffrè parla qui anche di celebrazione comune di una verità più alta nel dialogo.

L’itinerario di vita e di studio di Claude Geffrè va letto come un percorso unitario e correlato insieme. Può essere sintetizzato nella intuizione fondamentale della sua esistenza e della sua vita come frate predicatore. Egli stesso confessa di essere stato affascinato dall’esperienza di Charles De Foucauld, dalla povertà e dalla sua ricerca: all’origine della sua vocazione religiosa fu una prima idea di vivere come missionario in Africa ed il fascino della figura di Charles De Foucauld: “A lui devo la mia vocazione: insieme la ricerca mistica di Dio nel deserto e la prossimità ai poveri”.[24]

La sua vita ha attuato un cammino operoso, appassionato e intellettualmente rigoroso di ricerca di Dio. L’attenzione al cammino dell’umanità e al volto dell’altro sono luoghi dell’incontro con Dio stesso. Sensibile alla vita delle comunità nei luoghi di frontiera e di periferia a partirre dalla loro esperienza rilegge il senso della missione nell’orizzonte del dialogo e della testimoninaza evangelica.

La vita l’ha condotto ad essere professore, formatore di generazioni di studenti e operatori pastorali, ispiratore di nuove vie teologiche ma il profilo di Geffré uomo di studio non può non tener conto di questa sua vocazione originaria: una chiamata alla missione e ad una ricerca di Dio e una prossimità vissuta nell’essere inerme, povero fratello in mezzo ad una umanità in ricerca.

Nel suo studio si riflette una ricerca esistenziale ed un desiderio che ha animato la sua interiorità e i suoi rapporti di amicizia e di vicinanza.

“Il cristiano adora un Dio personale che si è rivelato in Gesù Cristo. Ma grazie all’esperienza dell’Oriente sa meglio che Dio ha molti nomi e che l realtà indicibile di Dio è sempre al di là dei nomi che noi gli possiamo attribuire”.[25]

Il dialogo quale attitudine fondamentale della fede cristiana, nell’incontro interreligioso, la dimensione della ricerca di Dio, inconosciuto e sempre oltre le nostri pensieri, la sensibilità per una fede unita alla prassi con una responsabilità politica sono percorsi che Geffré ha aperto. Sono strade nuove in cui continuare il suo cammino grati di quanto ci ha lasciato.

Alessandro Cortesi op

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[1] C.Geffré, Le réalisme de l’incarnation dans la théologie du père M.-D. Chenu, “Revue des Sciences Philosophiques et Théologiques” 69 (1985) 389-399. Cfr. C.Geffré, Profession théologien: retour sur plus de quarante ans de pratique, “Laval théologique et philosophique” 62(2006) pp.7-21. Id., Profession théologien, 1999,9.

[2] C.Geffré, Un nouvel âge de la théologie, (Cogitatio fidei 68) Cerf Paris 1972, (tr. it. Una nuova epoca della teologia, Assisi Cittadella 1973). Cfr. C.Geffré, La théologie au sortir de la modernité, in Id., Christianisme et modernité, Colloque du centre Thomas More, Paris Cerf, 1990, 189-209.

[3] Cfr. C.Geffré, L’herméneutique chrétienne, in L’Etat des religions dans le monde, M.Clévenot (ed.), La Découverte – Cerf Paris, 1987, 449-456.

[4] C.Geffré, Un nouvel âge, cit. 61.

[5] C.Geffré, Théologie de l’Incarnation et théologie des signes des temps chez le Père Chenu, in Marie-Dominique Chenu. Moyen-Age et Modernité, Paris Cerf 1997, 131-153.

[6] Geffré, Le Christianisme au risque, cit. 20.

[7] Geffré, Profession théologien, cit. 93-94.

[8] Ibid. 99.

[9] C.Geffré, Croire et interpréter: Le tournant herméneutique de la théologie, Cerf, Paris 2001. Cfr. anche C.Geffré, La question de la vérité dans la théologie contemporaine, in CERIT (Centre d’études et de recherches interdisciplinaires en théologie, Strasbourg, ed.) La théologie à l’épreuve de la vérité, Paris Cerf 1984, pp.281-291.

[10] Geffré, Croire et interpréter, cit. 83.

[11] Geffré, Profession théologien, cit., 11-12.

[12] C.Geffré, De Babel à Pentecôte: Essais de théologie interreligieuse, Cerf, Paris 2006).

[13] L’espressione ‘religione della rivelazione finale’ intende esprimere in sé l’idea che unico assoluto è la venuta del regno: è ripresa delle tesi di Paul Tillich in vista di approfondire l’ecumenismo interreligioso.

[14] Ibid. p. 54.

[15] Cfr. Profession théologien, 252-254.

[16] Ibid. 262.

[17] De Babel, p.306.

[18] Ibid. 308.

[19] C.Geffré,Verso una nuova teologia delle religioni, in R.Gibellini (ed.), Prospettive teologiche per il XXI secolo, Queriniana Brescia 2003,359.

[20] Ibid.

[21] Ibid. 367.

[22] Ibid. 367.

[23] Ibid. 370.

[24] Geffré, Profession théologien, 2006, cit., 8.

[25] Geffré, De Babel, cit. 313.

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