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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Corpo e sangue di Cristo – anno A

IMG_3801.JPGDt 8,2-3.14b-16a; 1Cor 10,16-17; Gv 6,51-58

“Ricordati di tutto il cammino che il Signore tuo Dio ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto…”

Il ricordo fondante per Israele è un cammino. Quel tempo del deserto rimane punto fermo della memoria a cui tornare, da mantenere nel cuore nei giorni della stabilità e della tranquillità. La fede come incontro con Dio sorge in quel cammino, si nutre della precarietà di quell’esperienza. Nel deserto unico sostegno è la promessa e l’attesa: nel non avere altre certezze si apre lo spazio a scoperte inedite. Nel deserto Israele ha compreso di non bastare a se stesso, ha abbandonato ogni pretesa di autosufficienza e di grandezza. Lì non si può pensare che la felicità stia nel possesso, o nell’abbondanza. Lì si può sperimentare la fame e con essa la sete più profonda del cuore umano. ‘Ricordati che nel deserto il Signore ti ha fatto provare fame’. Il deserto è spazio della fatica, della fame, della scoperta di essere vulnerabili. E nel deserto il Signore educa a scoprire il senso di un cammino. La fame genera un vuoto che può farsi protesta, ma anche invocazione, attesa e sorpresa per un dono. La manna, dono inatteso è un segno: ricordati che l’uomo non vive soltanto di pane. Il pane è dono che richiede di non essere accumulato. La manna può essere raccolta in quantità sufficiente solo per un giorno e non accaparrata. Per poter ascoltare la fame anche degli altri e per condividere.

“Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre che ha la vita ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me”. Il pane che Gesù dà è la sua vita. Mangiare il pane distribuito significa entrare in rapporto con lui. Rimanere in lui, vivere per lui: “Se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita”.

E’ questo entrare in rapporto con lui la porta per rimanere. Il IV vangelo parla di vita eterna: è termine che rinvia non ad un futuro lontano ma ad un presente che si apre a dimensioni profonde. Il nostro vivere dipende dal dono di vita di un Altro che si è dato in tutta la sua esistenza, ‘corpo e sangue’ per noi. E Giovanni nel cap. 6 del suo vangelo concentra il riferimento al segno del pane che diviene eucaristia, un entrare in rapporto con Gesù nel mangiare il pane di vita.

I racconti dei vangeli sinottici uniti alla testimonianza di Paolo nella prima lettera ai Corinzi riportano che nel quadro dell’ultima cena Gesù prese il pane e disse ‘questo è il mio corpo dato per voi’. Quel pane spezzato è segno della sua vita spezzata e data: Gesù non intende la sua esistenza come un tesoro da trattenere ma si dà ai suoi. Rivela così il senso profondo della vita: un dono da condividere.

Di fronte all’ostilità e al rifiuto Gesù non è fuggito, non ha mutato direzione: ha continuato a vivere nell’orizzonte che ha segnato la sua missione. Fino alla fine non è venuto meno nell’annunciare il regno di Dio, nell’attuare segni di accoglienza e di guarigione. Sono segni che il mondo nuovo è stato inaugurato. Gesù affronta anche l’arresto e la passione nell’affidamento pieno al Padre, nella fiducia che il regno si attua. Il segno dell’Eucaristia indica per i discepoli una chiamata a diventare dono e non possessori o consumatori delle cose e degli altri.

Gesù intende la sua vita, il suo corpo, ‘dato per tutti’: il suo amore ha un carattere aperto e rende partecipi del suo rapporto con il Padre: ‘io ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere perché l’amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro’ (Gv 17,26). Gesù desidera rimanere con i suoi e continuare il rapporto iniziato nel tempo. E’ desiderio che si allarga ad un popolo numeroso, alla storia dell’umanità.

‘Questo è il mio corpo dato per voi’: l’Eucaristia è il segno della consegna di Gesù. Gesù indica un amore altro rispetto al possesso ed alla strumentalizzazione degli altri. Vive invece la vulnerabilità di chi si affida e di chi si lascia prendere.

Veramente l’uomo non ha fame e sete solo di pane: ha fame e sete profondamente di lasciarsi incontrare da una presenza di amore che lo prende e apre orizzonti sconfinati al suo vivere sin da ora. C’è una vita in dimensioni nuove che già inizia quando ci si apre al dono di un amore che si dà gratuitamente e ci fa rimanere in Lui: chi mangia ha la vita eterna. E c’è anche una promessa: io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Questo cammino, sin d’ora è luogo di esperienza di una vita con i tratti della gioia dell’incontro, della comunione. Un pane che fa camminare nella vita e verso la vita, scoprendo sin da qui un dono che è radice e fondamento del nostro cammino.

“Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo…” Mangiare insieme un unico pane diviene esperienza che apre a comprendere la possibilità del superamento della chiusura individualistica e del ripiegamento su di sé. Quel pane condiviso è segno della vita di Cristo donata ma è anche segno di una comunità che cresce per divenire unico corpo rimanendo in lui. Benché molti e diversi, la chiamata profonda della vita è alla relazione, al costruire un solo corpo. E’ questa la fatica di tanti cammini nella chiesa, nella società, ma sono questi i cammini più autentici. Il pane è segno di comunione, è profezia di un mondo in cui ci si scopra gli uni membra degli altri, è dono di forza per continuare a camminare nella direzione del costruire rapporti di pace.

Alessandro Cortesi opCelia Smith -- Bird-Sculptures-made-from-Wire.jpg

(Celia Smith, Bird sculptures made from wire)

Nel tempo della regressione

Stiamo vivendo un tempo in cui ha preso piede un movimento contrario ad un orientamento verso un mondo più giusto, capace di riconoscere la dignità di ogni persona, teso verso la promozione di equità e diritti. Più vicino a noi in Ungheria, in Polonia, ma anche in Turchia, in India, in Russia, negli USA di Donald Trump si possono scorgere i sintomi tangibili di una pervasiva corrente di regressione (H.Geiselberger (ed.), La grande regressione. Quindici intellettuali da tutto il mondo spiegano la crisi del nostro tempo, Einaudi 2017).

Chiusure, affermarsi di regimi autoritari, nostalgie di società divise in privilegiati e senza diritti. Nuove forme di dittature si vanno affermando non solo in alcune regioni ma in modo diffuso e cavalcano desideri e paure sorti nel quadro della globalizzazione, nella crisi economica, nell’impoverimento di alcune classi sociali. Da qui i desideri di deglobalizzare il mondo e chiudersi in circuiti di sicurezza e appartenenza. Quando Trump promette ai bianchi di tornare ad avere una sovranità culturale su tutti gli altri si torna indietro al tempo della dominazione dei bianchi sui neri e ad intendere l’umanità divisa tra noi e loro, tra chi è superiore e chi è inferiore.

L’antropologo indiano Arjun Appadurai osserva che è “la perdita di sovranità economica che provoca ovunque una reazione basata sull’idea di sovranità culturale”. Il neoliberismo globale provoca un nazionalismo a sfondo etnico, terreno di coltura di ogni genere di populismo.

Zygmunt Bauman, nel saggio redatto per questo libro prima della sua morte avvenuta lo scorso gennaio,  vede nella divisione tra noi e loro nel mondo in cui non si accoglie la sfida di una grande idea di convivere insieme e nella divisione in tribù che sono giustapposte le une accanto e contro le altre, il punto di origine di un antagonismo che sfocia solo nell’affermazione del più forte.

“In un territorio popolato da tribù, le parti in conflitto evitano e rinunciano senza esitazione a convincersi e a convertirsi a vicenda; l’inferiorità di un membro — di un membro qualsiasi — di una tribù straniera è e deve restare una debolezza predestinata, eterna e incurabile, o almeno deve essere vista e trattata come tale. L’inferiorità dell’altra tribù è la sua condizione permanente e irreparabile, il suo stigma indelebile destinato a vincere ogni tentativo di riabilitazione. Una volta che la divisione tra “noi” e “loro” è stata istituita secondo queste regole, lo scopo di ogni incontro fra gli antagonisti non è più lo stemperamento, ma la ricerca o la creazione di ulteriori prove del fatto che qualsiasi stemperamento è irragionevole e fuori questione”.

Nel suo saggio Bauman cita papa Francesco scorgendo un orizzonte alternativo alla grande regressione nell’impegno a lungo termine di educare al dialogo: «Questa cultura del dialogo, che dovrebbe essere inserita in tutti i percorsi scolastici come asse trasversale delle discipline, aiuterà a inculcare nelle giovani generazioni un modo di risolvere i conflitti diverso da quello a cui le stiamo abituando».

Lo stesso Francesco aveva parlato del ‘paradosso dell’abbondanza’in un coraggioso messaggio all’Expo di Milano del 2015 sul tema del cibo: “c’è cibo per tutti, ma non tutti possono mangiare, mentre lo spreco, lo scarto, il consumo eccessivo e l’uso di alimenti per altri fini sono davanti ai nostri occhi. Questo è il paradosso! Purtroppo questo paradosso continua a essere attuale. Ci sono pochi temi sui quali si sfoderano tanti sofismi come su quello della fame; e pochi argomenti tanto suscettibili di essere manipolati dai dati, dalle statistiche, dalle esigenze di sicurezza nazionale, dalla corruzione o da un richiamo doloroso alla crisi economica. Abbiate uno sguardo e un cuore orientati non ad un pragmatismo emergenziale che si rivela come proposta sempre provvisoria, ma ad un orientamento deciso nel risolvere le cause strutturali della povertà. Ricordiamoci che la radice di tutti i mali è la inequità (…) : “No, a un’economia dell’esclusione e della inequità. Questa economia uccide. Non è possibile che non faccia notizia il fatto che muoia assiderato un anziano ridotto a vivere per strada, mentre lo sia il ribasso di due punti in borsa” (EG 53). Questo è il frutto della legge di competitività per cui il più forte ha la meglio sul più debole. Attenzione: qui non siamo di fronte solo alla logica dello sfruttamento, ma a quella dello scarto; infatti “gli esclusi non sono solo esclusi o sfruttati, ma rifiuti, sono avanzi” (ibid., 53). È dunque necessario, se vogliamo realmente risolvere i problemi e non perderci nei sofismi, risolvere la radice di tutti i mali che è l’inequità. Per fare questo ci sono alcune scelte prioritarie da compiere: rinunciare all’autonomia assoluta dei mercati e della speculazione finanziaria e agire anzitutto sulle cause strutturali della inequità”.

Ricordare il cammino percorso e sostare sul segno del pane. Pane condiviso nel dialogo e pane spartito nella distribuzione tra i  molti. Nel pane spezzato dell’eucaristia sta l’indicazione di un cammino da percorrere, terreno su cui orientare i passi nel tempo della grande regressione.

Alessandro Cortesi op

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