la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Archivi per il mese di “luglio, 2017”

‘La resurrezione’ di Adriano Veldorale a san Domenico di Pistoia

“Resurrezione è una scultura composta da triangoli in ferro saldati fra loro, che rappresenta il velo che copre un corpo immaginario nell’atto di elevarsi in ascesa. (…) Con la sua opera Veldorale ci insegna come si possono plasmare materiali rigidi per antonomasia, quale il ferro, per ‘frantumarli’, disgregandoli in triangoli (paradossalmente forma indeformabile) e poi ricomporli, traendone come risultato una stoffa malleabile e adatta a descrivere con efficace versatilità l’intimismo di un’emozione” (Caterina Morelli, Prefazione in Adriano Veldorale, Resurrezione, ed. Settegiorni, Serravalle Pt 2017,6)

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(…) Non è questo che resterà di quello che ero. / Risorgerò. / Mani a lungo sterili, appese a braccia abbandonate alla terra / tornerano a cercare, a sentire, / torneranno a creare, / trasformando il male in conforto e forza, / pietre su cui rialzarsi / su cui ricostruire. / Tornerò a gioire nel sentire freddo  / ricordando il vero calore. (…)

(Adriano Veldorale, Resurrezione)

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“Guardandola, il pensiero volge subito al drammatico e toccante Cristo velato di Giuseppe Sanmartino, la cui solenne bellezza sgorga dalla marmorea freddezza in cui lo immortalò lo scultore napoletano. Scegliendo la trama a maglia di ferro, Veldorale conferisce al suo eroe un’affascinante, inconsueta levità (…) Resurrezone racchiude l’impeto dell’uomo al risveglio fisico e morale, a quella rinascita che significa rinnovamento attraverso la lezione del passato…” (Niccolò Lucarelli, Quell’etermo risorgere ed elevarsi, ibid. 14)

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“Promuovere il progetto Resurrezione: percorsi di rinascita sociale per persone con disagio psichico è stato un segnale di speranza per l’associazione Oltre l’orizzonte, che da anni opera per il miglioramento della qualità di vita dei sofferenti psichici e per l’innovazione nei servizi, che a loro dedicano i nostri ordinamenti (…) la ‘resurrezione’ dall’autoesclusione e dalla morte civile dipende sì da ciasuno di noi, ma anche dalla rete di sostegno che sta intorno: dai familiari, dagli amici, dai servizi sociosanitari, dalla comunità in tutte le sue articolazioni, dai mezzi di comunicazione…” (Kira Pellegrini, Costruire e ricostruire percorsi di vita nonostante i disturbi psichici, ibid. 7)

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Libri per vincere l’indifferenza

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Quasi come finestre i libri si aprono in direzioni diverse e fanno scorgere panorami sui quali tendere lo sguardo. Occasioni per conoscere realtà e situazioni lontane e vicine. E le parole, soprattutto quando sgorgano quale doloroso distillato dell’esperienza, acquistano uno spessore unico e nuovo. Pesano e incidono, generano consapevolezza, suscitano attenzione, muovono a considerare come la sofferenza altrui non è cosa estranea. Insomma fanno usicre dall’indifferenza grave  malattia di giorni segnati dalla difficoltà di conoscere e dalla mancanza di contatti reali che rende insensibili. I libri possono così divenire occasioni per aprire sguardi, per apprendere notizie veicolate da testimonianze dirette che per altre vie faticano a giungere e a coinvolgere.

Un primo libro tra questi è scritto a quattro mani. E’ la storia di un viaggio. Un percorso drammatico, dalla Siria devastata dalla guerra sino all’Olanda. Il racconto si svolge come un diario, con i capitoli contrassegnati da date che sono l’altro ieri nel tempo che corre: agosto 2012-luglio 2015, fine luglio 2015, Grecia 5 agosto 2015… E’ questione di un tempo vicino.

In Solo la luna ci ha visti passare (ed. Mondadori, Strade blu) Francesca Ghirardelli, giornalista freelance ha raccolto i ricordi del viaggio in fuga dalla guerra di Maxima, ragazzina siriana di 14 anni incontrata nel parco della stazione di Belgrado. La sua vita, condotta sino al 2011 all’interno di una famiglia della borghesia siriana ad Aleppo, vede progressivamente e drammaticamente l’irrompere della guerra nel quotidiano delle sue giornate. Prima le notizie delle violenze che tacitano i movimenti di protesta iniziati nel corso del 2011, poi i segni della guerra che si avvicina piano piano, poco alla volta, rendendo la vita più difficile. I disordini impediscono la frequenza alla scuola e infine conducono alla drammatica scelta di fuggire quando i bombardamenti raggiungono la strada e le case vicine all’abitazione dove Maxima vive con la sua famiglia. Nel dicembre 2012 avviene la partenza da casa. Da qui prima in un villaggio lontano dalla città, poi in Turchia e ancora in Siria fino a quando la situazione diventa insostenibile. I passaggi alle frontiere sono faticosi e rischiosi. Dalla Turchia il trasferimento a Lesbo in Grecia avviene su un gommone affollato di persone e bagagli e nell’attraversare il mare solo la luna è silenziosa spettatrice. Il racconto si fa intenso e sofferto nel riferire le marce e i patimenti nella continua speranza di poter raggiungere l’Olanda attraverso quello che fino al 2015 era il corridoio balcanico. Grecia, Macedonia poi Serbia. E le pagine comunicano il senso di pesantezza nell’avvertire la condizione di profughi alla ricerca di rifugio, ma rifiutati e allontanati. L’ultimo passaggio, il più rischioso avviene all’interno di un camion fino ai Paesi Bassi dove Maxima trova accoglienza e può incontrare volti ospitali. E’ un libro che nella semplicità del racconto fa scorgere il passaggio graduale da una condizione di vita serena al ritrovarsi la guerra tra le case e e strade del proprio quotidiano.

Francesca Ghirardelli a conclusione nella riflessione dal titolo: Una storia fra milioni  rammenta come la storia di Maxima sia una tra le innumerevoli storie della crisi umanitaria in Siria, una tra le peggiori dei nostri giorni. Dei 22 milioni di siriani (abitanti prima del 2012) la metà circa ha dovuto abbandonare la propria casa, oltre quattro milioni e mezzo sono usciti dal paese. Il Libano che ha 5 milioni di abitanti ha accolto un milione di siriani. E ricorda le parole di Maxima: “bisogna a tuti i costi riuscire a compiere più azioni positive che gesti negativi, così alla fine, si potrà essere orgogliosi di appartenere al genere umano” (137).

Yeonmi Park

Un secondo libro è intitolato La mia lotta per la libertà (Bompiani Overlook, 2015). Autrice è Yeonmi Park, nata nel 1993. Le sue origini sono nella Corea del nord, a Hyesan, un paese vicino al confine con la Cina, da cui è separata dal corso di un fiume. Nel libro descrive la vita della famiglia, la situazione di fame, il controllo esercitato su tutti gli aspetti della vita dal regime che obbliga ad una devozione assoluta al leader del Paese. Dapprima è la sorella maggiore Eunmi a fuggire, poi Yeonmi insieme alla madre riescono ad attraversare il confine ma cadono preda di trafficanti che gestiscono la tratta di donne fuoriuscite. Insieme alla madre riesce a superare molte oscure e tristissime vicende di violenza e sfruttamento, ricatti e violazioni, attarversando il deserto dei Gobi fino in Mongolia, per poi da lì a giungere in Corea del Sud. Ma anche qui sperimenta come la condizione di esule costituisce motivo di difficoltà non immaginate, di discriminazione e disprezzo. Dopo anni riescono a rintracciare la sorella e ad avere contatti con lei sino a ricongiungersi.

Tali eventi così tragici sono narrati dalla giovane Yeonmi per poter continuare a vivere, per sopravvivere ad un passato di privazione di libertà e di sottomissione.

Shirin Ebadi - Iran Nobel 2003

Un terzo libro ha come autrice Shirin Ebadi, premio Nobel nel 2003 per la pace per il suo impegno a difesa dei diritti umani e a favore della democrazia. Il libro s’intitola Finché non saremo liberi (Bompiani Overlook, 2016) e può essere letto insieme ad una breve ma ricca intervista curata da Farian Sabahi, editorialista del Corriere della Sera (Il mio esilio. Shirin Ebadi con Farian Sabahi, Jouvence 2014).

E’ una autobiografia che conduce a ripercorrere i passaggi della sua vita e porta a conoscere la realtà dell’Iran, un paese in cui due terzi della popolazione universitaria è composta di donne e in cui peraltro le donne sono private dei più fondamentali diritti. Shirin Ebadi è stata la prima donna iraniana e musulmana ad essere insignita del riconoscimento del premio Nobel. Nata nella città di Hamedan l’antica Ecbatana, ha vissuto la sua giovinezza nell’Iran dello scià Reza Pahlevi e poi ha assistito con speranze alla rivoluzione khomeinista del 1979, rimanendone presto profondamente delusa.

Dopo aver svolto per anni la professione di giudice fu costretta a rinunciare a tale incarico perché la repubblica islamica non permette alle donne di svolgere tale professione. La sua lotta si accentra allora, in qualità di avvocato, nella difesa delle donne per affermarne i diritti e per dare voce a tutte le minoranze che subiscono i duri colpi della repressione e della violazione di diritti fondamentali. Si fa promotirce di campagne di solidarietà, fonda poi un Centro per la difesa dei diritti umani. Ma la sua azione è contrastata e intimidita in modi sempre più invasivi e opprimenti.

“Ho sempre lavorato per costruire qualcosa, nel mio paese, per trovare modi per diffondere il valore dei diritti umani, per persuadere la gente della loro importanza. E’ nel mio carattere farlo, molto semplicemente, e quasi sempre quando le cose vanno male ho la tendenza a insistere. Ma, quella sera, stando in strada davanti alla porta ufficialmente sigillata dell’unico Centro per la difesa dei diritti umani dell’Iran, mi concessi di pensare per un momento che era dura” (98-99).

Nel 2009 in concomitanza con le elezioni rubate con i brogli da Ahmadinejad, Shirin Ebadi, che in quei giorni si trovava all’estero, in Spagna, per una conferenza, comprende che il suo rientro in Iran avrebbe comportato il suo arresto e sceglie la via dell’esilio recando con sè solo il bagaglio a mano che aveva portato per il viaggio. Da allora non è più rientrata nel suo Paese. La dura repressione che seguì colpì il movimento verde che si era sviluppato in quel periodo – si può ricordare l’uccisione di Neda Agha Soltan giovane manifestante colpita nelle strade di Teheran durante le proteste seguite alle elezioni – tra cui anche strette collaboratrici di Ebadi e i suoi familiari. Nell’esilio si trovò a fianco migliaia di iraniani fuggiti dopo le proteste del 2009:

“Spesso queste persone venivano a cercarmi e mi chiedevano come avevo fatto a resistere. Dicevo loro, che come me, dovevano conncetrarsi sul lavoro e non soffermarsi sul dolore dell’esilio. Eravamo come persone salite a bordo di una nave che era affondata, obbligando tutti a nuotare tutti in acque profonde. Non avevano altra scelta che nuotare; cedere alla stanchezza semplicemete non era possibile, voleva dire annegare. Dicevo loro di non pensare alla costa e a quanto era lontana, addirittura invisibile, perché questo li avrebbe portati alla disperazione. Questa è la nostra situazione. Nuotiamo nell’oscurità, senza cedere al pessimismo e al pensiero della costa lontana” (160).

Le sue parole riportano a vicende di persecuzioni e richiamano i metodi di spionaggio, ricatto e oppressione fisica, psicologica e morale di un regime che attua discriminazioni e violenze sulla base di leggi ingiuste. La sua testimonianza ricorda vicende molteplici di persone perseguitate. Shirin Ebadi, il cui nome significa ‘dolcezza’, continua la sua lotta con una fermezza che non può non lasciare sorpresi: la linea del suo impegno si pone nell’orizzonte di “cambiare il sistema senza stravolgere il nostro credo di musulmani”. Nella sua visione unisce una fermo radicamento nel suo credo religioso insieme al lucido orientamento ad affermare i diritti umani nell’Iran dove un gran numero giornalisti, avvocati e attivisti sono tenuti in carcere e le donne continuano a subire forme diverse di discriminazione legale.

La sua visione del regime illiberale della Repubblcia islamica è disilluso e realista. Non crede a cambiamenti repentini di una situazione dura da sopportare, ma testimonia il suo impegno: “guarderò e aspetterò con ansia sperando che alla fine si apra una strada verso la libertà” (247).

Alcuni versi poetici a lei cari sono quelli scritti dal poeta iraniano Sa’di nel Golestan e scolpiti nella sede dell’ONU a New York:

I figli di Adamo sono membra dello stesso corpo / create dalle medesima essenza.

Quando la sventura getta un membro nel dolore, / alle altre membra non resta più riposo.

Oh tu che non ti curi del dolore altrui, / certo non meriti di essere chiamato uomo.

Alessandro Cortesi op

 

XVII domenica tempo ordinario – anno A – 2017

IMG_0068.JPG1Re 3,5.7-12; Rom 8,28-30; Mt 13,44-52

“Concedi al tuo servo un cuore docile perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male…”

Salomone nella tradizione di Israele è il re sapiente, esempio di equità nel giudizio e nell’arte del governo. Nel suo profilo si riflettono i tratti di una profonda consapevolezza: il ruolo di guida del popolo è incarico ricevuto da Dio. Va condotto ponendosi di fronte a Lui. La concezione della regalità in Israele si basa sulla convinzione che il re è portavoce e luogotenente di Dio stesso. Per questo Salomone nello svolgimento di tale responsabilità non chiede potenza, ricchezze né gloria personale. E’ consapevole del limite e chiede solamente saggezza nel distinguere il bene dal male, chiede di farsi operatore di giustizia. La sua azione è in rapporto ad altri.

Al cuore della sua preghiera sta perciò la richiesta a Dio di un cuore docile. Il cuore è sede delle scelte in cui vengono soppesati bene e male per determinare gli orientamenti dell’esistenza. In questa richiesta è racchiusa la chiarezza del suo stare davanti al Signore e del suo impegno nei confronti di tutto un popolo: Salomone si affida a colui che conosce i cuori e si rende disponibile ad assumere su su di sé un compito ingente. La fedeltà a Dio stesso si attuerà per lui nel governare il suo popolo: ad esso dovrà rispondere. Il suo regnare non dovrà essere secondo le logiche del dominio, dello sfruttamento, della corruzione ma sarà chiamata a testimoniare la cura di Dio per il suo popolo.

Gesù parla del regno dei cieli e indica innanzitutto l’atteggiamento fondamentale per accoglierlo. Invita chi lo ascolta a mettersi in stato di ricerca. Senza soluzioni in mano, senza presunzioni vuote. Il regno dei cieli è scoperta di un dono e chi lo trova gioisce perché è realtà bella e preziosa che coinvolge la vita. E’ come un tesoro scoperto nel campo per cui vale la pena di vendere i propri beni per poter acquisirlo. Lasciare tutto il resto è scelta nell’orizzonte di una conquista più grande. E’ come la scoperta di un mercante che ha rincorso il sogno di trovare una perla di grande valore. Non smette di cercarla finché la trova. La perla, oggetto della sua attesa, è anche motivo della sua dedizione.

Cercare il regno di Dio innanzitutto: è quanto Matteo vede come essenziale della predicazione di Gesù. E parla dello stile con cui accogliere il regno: ‘con gioia’. E’ la gioia dell’uomo che “va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo”. In questo passaggio di gioia sta il segreto di una vita che ha scoperto la proposta di Gesù.

Matteo raccoglie anche un’altra parabola di Gesù, quella della rete gettata: è un altro tratto del ‘regno dei cieli’ che va composto raccogliendone i tratti che le parabole ognuna a suo modo, offrono. Qui il regno è paragonato ad una rete gettata. Quanto si sta realizzando è raccolta e raduno. E’ impegno che esige pazienza, attesa: la selezione di pesci buoni e cattivi nella pesca si compie al ritorno a riva. Così la scelta di quanto è buono sarà alla fine e non spetta a noi. Nel presente l’impegno non è per eliminare ma per raccogliere, per radunare. Gettare la rete nel mare per raccogliere è gesto di affidamento e attesa.

Gesù vede in atto il processo di crescita del regno. Solo nel futuro, nelle mani di Dio si potrà vederlo compiuto. E propone a suoi di lasciarsi prendere da tale fiducia, per vivere ricerca, gioia, e impegno di chi sa resistere, nel presente.

Alessandro Cortesi op

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Governare

E’ di questi giorni un accorato appello di Alex Zanotelli, missionario comboniano, già direttore della rivista ‘Nigrizia’, tra i fondatori del movimento “Beati i costruttori di pace“, e missionario a Korogocho, la baraccopoli alla periferia di Nairobi capitale del Kenya. E’ un appello a rompere la coltre di silenzio che non permette che le sofferenze del continente africano giungano a conoscenza di un’opinione pubblica italiana distratta e indifferente, incapace di scorgere nella questione delle migrazioni l’esito di problemi da affrontare con lungimiranza e chiarezza delle cause. Così si legge nell’appello ‘Rompiamo il silenzio sull’Africa’:

“È inaccettabile per me il silenzio sulla drammatica situazione nel Sud Sudan (il più giovane stato dell’Africa), ingarbugliato in una paurosa guerra civile che ha già causato almeno trecentomila morti e milioni di persone in fuga. È inaccettabile il silenzio sul Sudan, retto da un regime dittatoriale in guerra contro il popolo sui monti del Kordofan, i Nuba, il popolo martire dell’Africa e contro le etnie del Darfur.

È inaccettabile il silenzio sulla Somalia in guerra civile da oltre trent’anni con milioni di rifugiati interni ed esterni. È inaccettabile il silenzio sull’Eritrea, retta da uno dei regimi più oppressivi al mondo, con centinaia di migliaia di giovani in fuga verso l’Europa. È inaccettabile il silenzio sul Centrafrica che continua ad essere dilaniato da una guerra civile che non sembra finire mai. È inaccettabile il silenzio sulla grave situazione della zona saheliana dal Ciad al Mali dove i potenti gruppi jihadisti potrebbero costituirsi in un nuovo Califfato dell’Africa nera.

È inaccettabile il silenzio sulla situazione caotica in Libia dov’è in atto uno scontro di tutti contro tutti, causato da quella nostra maledetta guerra contro Gheddafi. È inaccettabile il silenzio su quanto avviene nel cuore dell’Africa, soprattutto in Congo, da dove arrivano i nostri minerali più preziosi. È inaccettabile il silenzio su trenta milioni di persone a rischio fame in Etiopia, Somalia, Sud Sudan, nord del Kenya e attorno al Lago Ciad, la peggior crisi alimentare degli ultimi 50 anni secondo l’Onu.

È inaccettabile il silenzio sui cambiamenti climatici in Africa che rischia a fine secolo di avere tre quarti del suo territorio non abitabile. È inaccettabile il silenzio sulla vendita italiana di armi pesanti e leggere a questi paesi che non fanno che incrementare guerre sempre più feroci da cui sono costretti a fuggire milioni di profughi (lo scorso anno l’Italia ha esportato armi per un valore di 14 miliardi di euro!!).

Non conoscendo tutto questo è chiaro che il popolo italiano non può capire perché così tanta gente stia fuggendo dalle loro terre rischiando la propria vita per arrivare da noi. Questo crea la paranoia dell’ ‘invasione’, furbescamente alimentata anche da partiti xenofobi”.

L’appello si conclude con parole dure che richiamano alla tragedia della Shoah non lontana nel tempo e che ha visto la superficialità, l’assuefazione ad ignoranza e a forme di discriminazione, l’indifferenza, l’assenza di indignazione quali elementi che hanno lasciato spazio e alimentato il sorgere e svilupparsi della malvagità e della disumanizzazione. Non rimanere indifferenti e in silenzio è un primo passo:    

“Davanti a tutto questo non possiamo rimane in silenzio (i nostri nipoti non diranno forse quello che noi oggi diciamo dei nazisti?). Non possiamo rimanere in silenzio davanti a un’altra Shoah che si sta svolgendo sotto i nostri occhi».

A questa lettura può essere accostata l’analisi e la proposta di un grande progetto di sviluppo per il continente africano, che si fa urgente a fronte dei fenomeni in atto. Ne parla in un recente articolo Romano Prodi, ex commissario ONU per l’Africa (Senza un progetto europeo per l’Africa la tragedia sarà inevitabile, “Il Messaggero” 16 luglio 2017):

“L’emergenza si chiama Libia e, purtroppo, tale emergenza si può gestire solo con la pace in  questa nazione e con un’azione europea solidale. Entrambe sono ben lontane non solo dall’essere raggiunte ma anche dall’essere avvicinate. (…) In questi giorni è stato tuttavia messo in evidenza da tutti i media il fatto che l’Africa subsahariana aumenterà di oltre un miliardo di abitanti in poco più di una generazione,  mentre l’Europa ne perderà parecchie decine di milioni.

Al problema dell’immigrazione si deve perciò aggiungere la necessità di preparare un grande progetto di sviluppo per l’intero continente africano: è chiaro infatti che non siamo in ogni caso in grado di gestire le centinaia di milioni di potenziali immigranti.

L’attuale modello degli aiuti non riesce a rispondere allo scopo (…) La cancelliera tedesca ha recentemente posto sul tavolo questo problema ma non sono seguite ancora azioni concrete per mettere insieme, in una comune strategia, i fondi dell’Unione Europea con quelli delle strutture di cooperazione internazionale dei diversi paesi. È questo il solo modo per dar vita a un piano di intervento con i mezzi e le capacità sufficienti per promuovere il decollo di un continente che possiede tutte le risorse naturali ma non le capacità tecniche e politiche per provvedere al proprio sviluppo.

La necessità di un intervento unitario emerge dal fatto che nel continente africano esistono ben 54 diverse nazioni e che, senza un coordinamento delle loro politiche e senza la creazione di un mercato di vaste dimensioni, non si può nemmeno parlare di sviluppo. Il piano europeo deve prima di tutto apprestare le infrastrutture necessarie a costruire una moderna economia. Non solo strade e ferrovie ma nuove reti di telecomunicazione, di produzione e distribuzione dell’energia oltre a moderni e capillari sistemi scolastici e sanitari. (…) Stiamo andando in modo incosciente di fronte ad una tragedia che inevitabilmente renderà più insicuro e drammatico il futuro del nostro continente”.

Un cuore docile è proprio di chi si pone in ascolto, non inseguendo facili slogan e risposte precostituite, ma nella pazienza di affrontare con competenza le domande difficili e complesse che la vita presenta. Scegliere è difficile; implica ricerca, conoscenza delle situazioni, comprensione, capacità di distinguere ciò che è bene da ciò che è male, giungere a decisioni e poi attuarle. Non è facile attuare questo percorso.

Oggi nella complessità che caratterizza questo tempo più che mai si preferiscono le scorciatoie. Abbiamo tanti strumenti ma siamo incapaci di distinguere bene e male. Tanti mezzi non bastano per saper scegliere. Fare scelte di giustizia è difficile e faticoso. Alcune voci ci ricordano l’orizzonte e le scelte possibili che implicano anche a ripensare e modificare stili di vita quotidiani.

Alessandro Cortesi op

XVI domenica ordinario – anno A – 2017

DSCN1506Sap 12,13.16-19; Rom 8,26-27; Mt 13,24-43

Nelle parabole si parla di vita, di gesti quotidiani, di cose familiari. Chi ascoltava Gesù non si sentiva estraneo e distante da quello che raccontava. E nelle sue parole, che creavano ponti di ascolto e di commozione, emerge un annuncio di una realtà nuova e bella. Annuncia che è iniziato il tempo nuovo dell’intervento di Dio che porta speranza a chi non ne aveva più. Adempie la promesse dei profeti: ‘Egli ha preso le nostre infermità e si è addossato le nostre malattie’ (Is 53,4; cfr.Mt 8,17). Apre orizzonti di luce dove c’era solo buio. Gesù chiede fiducia in lui per iniziare a vivere il dono di questa novità (cfr Mt 8,5-17).

Nelle parabole si coglie traccia del suo stile: i, suo aprlare non è dall’alto, carico di supponenza e imposto con autorità. Il suo linguaggio respira della vita, richiama esperienza condivisa. Fa sentire che la vita di chi ascolta è importante e fa scorgere che proprio lì nel terreno del campo dell’esistenza è già racchiuso un segreto di vita nuova, un seme che può crescere, un incontro con Dio che cambia e genera cose nuove. Gesù invita così a scorgere nelle cose di tutti i giorni una profondità insperata. Non affronta difficili questioni religiose per addetti ai lavori. Le sue parole comunicano che proprio nell’esperienza di tutti i giorni è racchiuso un tesoro. la Parola di Dio non è lontana da te ma nella tua bocca e nel tuo cuore perché tu la metta in pratica. Le parabole fanno scorgere una vicinanza di Dio non da cercare in luoghi lontani dall’esistenza, ma già presente nel tessuto della vita. La sua vicinanza è chiamata e promessa. Per questo le parabole recano anche una provocazione. Parlano sempre del ‘regno di Dio’ e richiamano ad una chiamata.

Le tre parabole della pagina di Matteo richiamano tre aspetti del ‘regno’. Questa novità non si afferma senza fatica ma esige pazienza e attesa. Non corrisponde ad una sete di soluzioni magiche. Richiede uno sguardo che si lasci cambiare dallo stile di Dio. Grano e zizzania crescono insieme: il regno cresce ma c’è anche ciò che contrasta, minaccia e rischia di soffocare ciò che sta crescendo. Come il padrone del campo invita a pazientare per non rovinare tutto così Gesù fa intuire la necessità di uno sguardo lungo sulle cose e sulle situazioni.

C’è chi vorrebbe subito separare subito e operare una selezione, per chiarire ciò che è buono e ciò che è cattivo. Dio agisce con la pazienza di chi si fida, con la pazienza di chi attende la crescita, con lo sguardo che sa volgersi lontano. Sogno di Dio è che alla fine anche la zizzania possa diventare grano ed essere lei stessa trasformata. Il Padre non vuole che nessuno vada perduto.

Il regno cresce in mezzo a fatiche e lotte, nella difficoltà, ma la fiducia va riposta nella fecondità del seme buono gettato.

La parabola del seme di senapa presenta anche una sproporzione: il granello di senapa è il più piccolo tra tutti i semi. A fronte di esso la grandezza dell’albero che può nascere appare senza misura. Il regno inizia in segni piccoli, in modo nascosto, invisibile ad occhi che non sanno fermarsi a cogliere la forza di un seme. Non si impone con mezzi grandiosi. Dio sceglie ciò che è debole, ciò che è piccolo e disprezzato.

La parabola del lievito porta a scorgere la crescita dell’impasto come lezione sulla preziosità del lievito che si disperde per una trasformazione che genera il pane. Il lievito è presenza nascosta che si disperde per far crescere tutta la pasta. Nella pasta della storia e dell’umanità c’è una presenza di dono che sta a servizio.

Gesù invita a non pensare una comunità isolata e che si contrappone. Indica a scorgere la fecondità di un piccolo seme e maturare la fiducia di vita uno stile di aiuto a crescere e sperare per gli altri. Suggerisce di non cercare il proprio interesse ma di perdersi nella realtà.

Alessandro Cortesi op

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(murales in memoria di Paolo Borsellino e Giovanni Falcone realizzato per volontà dell’Associazione Nazionale Magistrati della sezione distrettuale di Palermo, sulla parete dell’IISS “Gioeni – Trabia” di Palermo, opera degli street artists siciliani Rosk e Loste)

Grano e zizzania

Tre notizie ed eventi di questi giorni richiamano al fatto che la zizzania si mescola drammaticamente al grano, talvolta essa si presenta come grano corrotto difficile da distinguere ma non meno pericoloso e dannoso. C’è un’opera da compiere per lasciare spazio al buon grano che non rimanga soffocato, con sguardo di speranza ma con occhi aperti a saper distinguere e non arrendersi ad una seminagione di male che è pervasiva e contrasta con la pazienza di Dio. Un punto è chiaro: non si deve confondere il male con il bene e non si deve cedere alla paura in questa lotta impegnativa. Ed anche nella devastazione è importante maturare la pazienza di chi ricostruisce.

Prima notizia: la mafia a Palermo ha danneggiato la statua commemorativa di Giovanni Falcone proprio nell’avvicinarsi della data del 19 luglio giorno di memoria dell’attentato di via D’Amelio che coinvolge la città di Palermo ma anche tutta l’Italia e chi persegue giustizia e legalità.

Paolo Borsellino dopo l’uccisione di Falcone sapeva che stava avvicinandosi la mano di chi l’avrebbe ucciso, 57 giorni dopo, insieme a uomini e donne della sua scorta al tramonto di una calda domenica di luglio in via D’Amelio davanti alla casa d sua madre. Una mano criminale collusa con responsabili più alti che appartenevano ad apparati dello Stato, lo colpì. Proprio lui che risultava scomodo e sgradito per aver scoperto collusioni e patti con i poteri criminali mafiosi per la spartizione del potere e di cui ancora dopo tanti anni non è stata fatta chiarezza. Come ha ricordato Rita Borsellino in una commossa testimonianza parlando seduta in carrozzella la sera del 18 luglio scorso, il magistrato Paolo, suo fratello, avvertì l’importanza di lasciare un testamento spirituale una consegna ai giovani che si radunarono nella grande manifestazione tenutasi dopo la morte di Falcone a Palermo. Fece di tuto per poter partecipare di persona a quel momento e lasciò ai giovani scout radunati il testo delle beatitudini, mettendo nelle loro mani di giovani quella speranza che aveva guidato la sua vita. Davanti alle forze del male l’aveva guidato la certezza – una certezza che si radicava nella sua fede – che valeva la pena di spendersi come un seme che muore sulla terra nella ricerca di ciò che è bene e giusto. La sua testimonianza autentica di fede e di uomo consapevole della sua responsabilità civica nel servire lo Stato e la convivenza civile si compiva in un impegno che guardava al giorno in cui la mafia sarebbe stata vinta. Come scrive il presidente del Senato Pietro Grasso in questo anniversario ricordando i tratti familiari e quotidiani del sorriso di Paolo Borsellino:

“Il 19 luglio è un giorno che racchiude in sé dolore, emozione e pensieri, ricordi, bilanci e promesse che trovano spazio all’ombra dell’ulivo piantato nel luogo in cui un tremendo boato trascinò con sé la vita di Paolo Borsellino, Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. Il dolore e lo sconforto confondono e ridisegnano la nozione che abbiamo del tempo: ecco come venticinque anni – o cinquantasette giorni – sembrano interminabili e, al tempo stesso, volati via in un secondo. La quiete di una domenica qualunque d’estate si trasformò, in un istante, in una ferita che non potremo mai sanare. Non abbiamo dimenticato nulla di quella domenica palermitana, né della vita e dell’esempio degli uomini e delle donne vittime della furia omicida della mafia. Borsellino ha saputo, con la fermezza e la dedizione di un uomo innamorato del suo Paese, dare a tutti noi una grande lezione di coerenza e di senso del dovere. Il suo esempio è sopravvissuto all’esplosivo di Via D’Amelio, al tempo, alle calunnie, ai pezzi di verità mancanti: vive e si rafforza nei gesti di chi, ogni giorno, si impegna per la legalità e la giustizia; nella voce di quanti non rimangono più in silenzio; nel coraggio che serve per rifiutare compromessi e scorciatoie indebite; nella certezza che non cederemo mai fino a quando, e succederà, la mafia avrà una fine” (post di Piero Grasso su Facebook).

Rosaria Schifani, moglie di Salvatore, uno degli agenti della scorta di Giuseppe Falcone con lui ucciso nell’attentato di Capaci ha detto: “Ecco, forse la mafia pensava, si illudeva di potersi prendere lo Stato. Ma non è successo». E alla domanda a lei rivolta ‘Quando ha cominciato a sperare?’ così risponde: «A me di sperare l’ha detto Borsellino. Massacrato venti giorni dopo il nostro incontro, a casa sua, fra i suoi figli e la moglie, la signora Agnese. Lui sapeva che cosa gli sarebbe accaduto. La sua grandezza nelle sue parole: ‘Questa terra diventerà bellissima. Non te ne andare. Il futuro è come una scala, io non salirò i primi gradini, tu arriverai in cima…’. Una profezia. Agghiacciante» (intervista a Il Corriere della Sera: F.Cavallaro, Rosaria Schifani: ‘La mia speranza sono i figli delle vittime di mafia, Il Corriere della sera 21 maggio 2017).

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La seconda notizia parla di una zizzania presente all’interno della chiesa cattolica in uno scandalo emerso da una inchiesta nella diocesi tedesca di Ratisbona: “La Germania è sotto choc per le conclusioni di un’inchiesta condotta su incarico della diocesi della città bavarese al confine austriaco, che ha fatto luce su una grave e tristissima vicenda di violenze contro almeno 547 bambini (500 casi di violenza fisica e 67 sessuale, la cifra è più alta delle vittime perché alcune di loro hanno subito entrambi gli abusi), a partire dal 1945, ma soprattutto negli anni Sessanta e Settanta, e con ultimi casi fino al 1992. A presentare il rapporto, a 7 anni dalle prime grandi denunce di ex allievi, è stato l’avvocato incaricato dell’indagine, Ulrich Weber. Il quale ha precisato che la cifra presentata è quella dei casi «altamente plausibili», ma, ha aggiunto, la cifra reale potrebbe essere di almeno 700. «Le vittime – si legge nel rapporto – hanno descritto la scuola elementare in Etterzhausen e Pielenhöfen come “carcere”, “inferno”, “campo di concentramento”». Se la scuola elementare è stata la più colpita, violenze si verificavano anche nel ginnasio (che in Germania comincia dopo la scuola elementare e finisce alla maturità), soprattutto nelle prime classi, ma in misura inferiore. «La violenza fisica – recita il documento – era quotidiana, praticata nei modi più brutali a una vasta parte degli allievi», con anche violenze psicologiche (umiliazioni, isolamento, divieto di comunicare) e per banali ragioni come semplici violazioni di regole, rendimento insufficiente o per «moventi personali» (…) a capo del coro dei Domspatzen è stato, dal 1964 al 1993, Georg Ratzinger, il fratello oggi novantatreenne del Papa emerito Joseph Ratzinger. Weber l’ha chiamato in causa anche per aver partecipato alla «cultura del silenzio», per cui «praticamente tutti i responsabili (della struttura ndr) erano almeno in parte a corrente». In particolare a Georg Ratzinger, ha detto l’avvocato, «va rimproverato di aver guardato da un’altra parte e non esser intervenuto pur essendo al corrente» delle violenze fisiche. (…)Nel rapporto viene criticato il modo in cui il cardinale Gerhard Ludwig Müller, che era vescovo di Ratisbona nel 2010, ha gestito la vicenda subito dopo le prime denunce, criticando il fatto di non aver cercato il dialogo con le vittime” (Giovanni Maria Del Re, Coro di Ratisbona: ‘Violenze o abusi su di 547 bambini’, “Avvenire” 19 luglio 2017)

Uno scandalo che ripropone situazioni già vissute in altre regioni del mondo e che vede realtà della chiesa cattolica sede di violenze e sopraffazioni attuando le medesime logiche di silenzio, di giudizi tesi a minimizzare, di trascuratezza e accondiscendenza, di insabbiamenti fino alla copertura consapevole dei colpevoli di tali obbrobriosi reati.

La peculiarità del caso Ratisbona sta nel fatto che si tratta della pubblicazione delle conclusioni di un’inchiesta avviata per iniziativa della diocesi stessa, non condotta dall’esterno. E’ espressione da un lato di una precisa volontà che si sta affermando all’interno della chiesa di fare chiarezza, di guardare in faccia il male e di chiamare per nome i reati commessi, dall’altra della situazione di violenza inferta alle persone più fragili e indifese come i bambini, del dolore di vite ferite per sempre, segnate da traumi inguaribili e delle molteplici responsabilità al riguardo.

Tale notizia dovrebbe essere occasione di un profondo ripensamento e di revisione nella chiesa. Queste inchieste devono aprire l’interrogativo sul perché si è reso possibile l’agire in modo continuativo e nella invisibilità di pedofili e violenti in luoghi educativi, senza alcuna reazione, senza denunce di ciò che stava accadendo. Si rende urgente anche una riflessione sulla configurazione e sul ruolo del prete, sui percorsi di formazione dei seminari, sulle modalità di intendere ed esercitare la funzione ministeriale come potere che conduce ad utilizzare e opprimere i più deboli. Marco Marzano osserva: “la Chiesa Cattolica si è trovata e si troverà in futuro decine di volte ad essere messa sul banco degli imputati per le azioni esecrabili di alcuni suoi membri. È venuto il momento per la grande istituzione di assumersi direttamente la responsabilità di tutto questo, di ammettere che quei crimini non sono solo il risultato del comportamento di alcune personalità malvage o perverse, ma anche in grande misura la conseguenza di un modello formativo, di un addestramento specializzato, di un’immagine del prete e del suo ruolo che l’istituzione ha costruito in secoli lontani (nei quali la pedofilia e le botte ai ragazzini non erano nemmeno reati) e che si rifiuta ostinatamente di cambiare, anche di fronte ad evidenze come quella di Ratisbona. Penso sia necessario quindi che la Chiesa non solo compia un profondo atto di contrizione e una richiesta di perdono, ma anche che avvii un gigantesco e pubblico processo di autocoscienza, di autocritica: qualcosa di simile a quello che hanno fatto i tedeschi dopo la fine del nazismo. Sarebbe un gesto liberatorio e straordinario, che porterebbe davvero la Chiesa nella modernità, riscattandosi da una delle sue pagine più buie. Ci pensi Francesco. Sarebbe un modo per entrare davvero nella storia”. (Marco Marzano, Adesso Francesco ha un dovere ribaltare la chiesa delle bugie, “Il Fatto Quotidiano” 19 luglio 2017).

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205512796-58366d09-902b-4c46-86e6-a56bc28a7217La terza notizia è portata da alcune foto giunte dalla biblioteca di Mosul dopo che la città è stata riconquistata e le milizie di Daesh hanno abbandonato dietro di loro solamente macerie e devastazioni. Le foto impressionano perché un luogo di sapere e di custodia dei libri appare completamente distrutto dal fuoco e distrutto il patrimonio che esso conteneva. E’ un oltraggio alla storia e all’umanità ma anche una ferita profonda che mina le prospettive di futuro. Le foto ritraggono volti di giovani che raccolgono quanto resta dei libri e quanto è stato risparmiato dal fuoco distruttore. Uno tra di loro su di una sedia traballante ha preso tra le mani un antico strumento musicale e ha fatto risuonare note di bellezza all’interno della bruttura della devastazione tutto attorno. Il paziente lavoro di raccolta e di raduno è espressione di uno sguardo che non si lascia intimorire dal male ma che trova modo di impegno per costruire anche laddove sembra non vi sia alcuno spazio per il bene e per il futuro. Raccogliere le tracce di una storia antica, prendersi cura di un’eredità da cui si proviene è gesto che rivela la pazienza di chi garda lontano e dà spazio a quanto può essere seme per ricominciare in direzione contraria per una storia diversa dai percorsi della violenza e dell’ignoranza.

Alessandro Cortesi op

mosul

Rifugiati: un’opportunità per crescere insieme

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“Nel mondo uomini donne e bambini sono costretti a causa della violenza, di persecuzioni, di disastri naturali o causati dall’uomo, di carestie o di altri fattori a lasciare le loro terre. Il desiderio di fuggire è più forte delle barriere innalzate per bloccare le loro strade. L’opposizione di alcuni paesi alle migrazioni di profughi non tratterrà dal lasciare le loro case coloro che sopportano sofferenze indicibili.

I paesi sviluppati non possono trascurare le loro responsabilità per le ferite inflitte al nostro pianeta – disastri ambientali, commercio di armi, disuguaglianze nello sviluppo – che conducono a migrazioni forzate e alla tratta di esseri umani (…) Papa Francesco pone una domanda a tutti: “Come viviamo tali cambiamenti non come ostacolo ad un autentico sviluppo, ma come un’opportunità per un’autentica crescita umana sociale e spirituale?” Le società che trovano il coraggio e la visione di superare la paura verso gli stranieri e i migranti presto scoprono le ricchezze che i migranti portano con sé e che sempre hanno.  (…)

Si possono moltiplicare segni di solidarietà al di là dei confini di religioni e culture. Incontrare credenti di altre tradizioni incoraggia ad approfondire la conoscenza della propria fede e nell’incontro con fratelli e sorelle rifugiati Dio ci parla e ci benedice…

In ogni autentico incontro si attua uno scambio di doni. Condividere ciò che noi abbiamo e possediamo ci conduce a scoprire che tutto è donato liberamente da Dio. Nel medesimo tempo nell’accogliere coloro che incontriamo, incontriamo Dio stesso che è sempre già presente in coloro che sono vulnerabili, nelle periferie e nell’altro.

(…) I fratelli e sorelle rifugiati ci presentano l’opportunità per un mutuo arricchimento e per crescere: è Dio che ci raccoglie insieme” .

L’appello ecumenico presentato da una ventina di entità e organizzazioni cristiane tra cui Dominicans for Justice and Peace per la giornata del rifugiato del 2017 (20.06.2017) s’intitola: ‘Rifugiati: un’opportunità per crescere insieme’.

In esso si possono trovare indicazioni per un impegno concreto delle nostre comunità in rapporto a quanto sta accadendo oggi nel mondo. In Italia il tema delle migrazioni è particolarmente sentito per la particolare situazione geografica del paese al centro del Mediterraneo luogo di approdo di chi si sposta dai paesi dell’area subsahariana. L’afflusso dei migranti è letto nel contesto europeo attuale come una questione di sicurezza e una minaccia sociale in un tempo di crisi economico. Raramente si guarda a tale fenomeno con altre lenti, con uno sguardo lungo ad una vicenda dell’umanità chiamata a scorgere modi di incontro e di accoglienza solidale. Le voci che si levano a ricordare le responsabilità dei paesi occidentali sviluppati nei confronti dei paesi impoveriti e sfruttati e quelle che ricordano la grande opportunità a ripensare la propria vita in rapporto a chi giunge nelle nostre città con il desiderio di una vita dignitosa e di pane sono una profezia del nostro tempo.

Le vie concrete ad affrontare un fenomeno che potrebbe essere governato senza particolari problemi in un continente di 500 milioni di persone come l’Europa vanno cercate in un orientamento a scorgere nelle migrazioni di chi fugge l’impoverimento e la violazione di diritti umani un appello ad un cambiamento e l’opportunità per una crescita nuova a livello sociale, culturale ed anche spirituale. Le migrazioni sono una chiamata a scorgere nuove vie per crescere in umanità.

Un recente appello alla 35 Sessione dell’ONU sui diritti umani a Ginevra di Caritas internationalis e sottoscritto anche da Dominicans for Justice and Peace chiede una particolare attenzione verso i minori che vivono situazioni di migrazione e che molto spesso sono minori non accompagnati:

“Desideriamo richiamare l’attenzione del Consiglio peri diritti umani ad intensificare la promozione e promuovere i diritti dei bambini migranti in accordo con gli standard internazionali di diritti umani e in particolar modo con la convenzione dei diritti dei bambini. In un tempo in cui i diritti umani dei rifugiati e dei migranti in generale vengono limitati e violati a livelli allarmanti il Consiglio ha il dovere di mostrare una forte guida per proteggere i bambini migranti, specialmente quando si trovano a viaggiare da soli” (Joint Oral Statement at 35th Regular Session of the UN Human Rights Council, Geneva. Dominicans for Justice and Peace è co-firmatario dell’appello 5.07.2017).

Annunciare il vangelo oggi passa attraverso la solidarietà con tutti coloro che vivono il dramma della miseria, della oppressione e affrontano la migrazione. L’incontro con questi volti è luogo di incontro con Dio e opportunità offerta per crescere nell’esperienza di umanità e di fede.

Alessandro Cortesi op

XV domenica tempo ordinario – anno A – 2017

IMG_2469.JPG(Kris Martin – Water – 2012 – Installazione artistica – nartece s.Sabina Roma –  gennaio 2017 – una serie di recipienti d’acqua di diverse forme, materiali e dimensioni riempiti ciascuno secondo la propria misura)

“Nel nartece di santa Sabina, ‘Water’ stupisce i visitatori. Questi contenitori sistemati i maniera casuale da Kris Martin racchiudono il loro volume d’acqua. Mentre all’altro lato della piazza l’acqua scorre giorno e notte, ogni giorno dell’anno senza interruzione, dalla fontana pubblica, qui essa è conservata preziosamente in piccole quantità in vasi di ceramica, metallo e vetro. Un tale contrasto tra abbondanza e rarità si può, mutatis mutandis, rapportare alla situazione idrologica del nostro pianeta blu. Mentre certe regioni della terra godono di abbondanza d’acqua altre sofforno di una carenza crudele del liquido prezioso: le conseguenze di questo squilibrio sono enormi  (…)

Il nartece era il luogo del limitare della chiesa dal quale i catecumeni che si preparavano al battesimo, e i penitenti seguivano le funzioni che si svolgevano nella chiesa (…)

Come i catecumeni, i vasi di Kris Martin sono anch’essi nell’attesa. aspettano di poter servire, di placare una sete, d lavare un abito. Essi hanno bisogno, per fare questo, di una mano d’uomo o di donna che li porterà per versare il loro contenuto, come l’uomo ha bisogno di un intervento umano per poter scoprire la fede, che non si trasmette che per testimonianza” (Dal catalogo ‘Auguri’ Mostra d’arte contemporanea Roma s.Sabina 23 nov 2016 – 24 gen 2017 commento di Alain Arnould op) 

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IMG_2466.JPGIs 55,10-11, Rom 8,18-23; Mt 13,1-23

La pioggia che scende dal cielo porta vita e dove giunge arreca ristoro e fa fiorire anche il deserto. Dall’incontro dell’acqua con la terra sorge una realtà nuova. L’acqua è elemento essenziale per la vita. Isaia si riferisce alla pioggia come metafora della parola di Dio: anch’essa viene dall’alto e genera una trasformazione che porta al nutrimento per gli uomini. “Come la pioggia scende dal cielo e non vi ritorna senza aver irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare perché dia seme al seminatore e pane da mangiare, così sarà della parola uscita dalla mia bocca” (Is 55,10)

La pioggia è dono di un Dio i cui pensieri sono distanti dai nostri pensieri: i suoi pensieri sono infatti riflessi nella corrente di vita che l’acqua reca con sé. Sono pensieri di dono, di possibilità di vita e felicità per tutti, di gratuità che non fa differenze ed esclusioni. Come lo scendere della pioggia è dono abbondante, diffuso, così la parola irriga ovunque.

L’acqua incontra la terra dove sono presenti semi che attendono di poter germogliare: c’è una realtà in attesa di esser fecondata, ed una promessa di vita. L’acqua che scende non distrugge ma porta forza di fecondità e rimane totalmente dono.

La pioggia fa riferimento alla Parola di Dio come dono di vita. Ogni frutto e germoglio nasce da questo discendere e ogni crescita trova la sua origine in un venire della parola di Dio. Il ‘parlare’ di Dio è efficace. Come all’origine della creazione, movimento che continua. Dio parla e le cose sono fatte: “Dio disse ‘sia la luce’. E la luce fu” (Gen 1,3). Quando Dio comunica la sua parola, comunica se stesso e dona la forza creatrice di vita: quando la parola di Dio raggiunge la terra Dio è all’opera per noi, in noi. Come la pioggia e la neve non ritornano al cielo senza aver operato una trasformazione “così sarà della parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’avevo mandata” (Is 55,11).

Paolo ai Romani parla dell’attesa della creazione, come in un parto: “tutta insieme la creazione geme e soffre le doglie del parto fino ad oggi. Non solo, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito”. La vicenda dell’umanità è legata insieme a quella della creazione e ne è parte. C’è un medesimo respiro che tiene insieme la vita di ogni elemento. La creazione, dice Paolo, è permeata dello spirito, presenza di Dio dentro nella creazione che vi reca un sospiro e un’attesa di liberazione. C’è un soffio di vita che unisce creazione e umanità. Gesù ha donato con la sua vita lo spirito e questo spirito genera una consapevolezza nuova della comunione della storia con la vicenda cosmica.

Nelle sue parole Gesù parla del seminatore. E’ una parabola che indica la fecondità della Parola di Dio: è seminata con abbondanza dal seminatore e non viene meno. La parabola porta a concentrarsi sul seminatore e sul seme stesso. Al cuore della parabola sta la fiducia del seminatore e l’abbondanza della sua semina. Nella prima parabola Gesù non accentua la diversità dei terreni ma l’abbondanza della semina. Il gesto del seminatore è infatti senza calcoli: getta il seme ovunque, senza preoccupazione di spreco. Nel suo agire c’è una gratuità di fiducia. Il seminatore esce a seminare e il seme cade ovunque. Il riferimento ad una azione quotidiana, conosciuta da chi ascoltava, è modo con cui Gesù coinvolge chi ascolta. Genera attenzione e coinvolgimento. Di fronte all’azione del seminatore che sparge con tanta abbondanza che fare? L’invito è riconoscere questa gratuità, lasciarsi coinvolgere: ‘che ne dite?’ E’ provocazione a chi ascolta per scegliere da che parte stare.

La parabola si fa invito alla speranza: alla fine il raccolto sarà abbondante nonostante tutte le difficoltà che contrastano la crescita, nonostante l’impressione che seminare sia una fatica vana. L’esito finale vedrà un raccolto addirittura spropositato nella misura. La parola di Dio è efficace: noi vediamo i fallimenti, gli impedimenti, le contraddizioni, ma questa parabola parla di un Dio i cui pensieri non sono i nostri pensieri, il suo amore ha una fecondità oltre ogni calcolo. E il seme che sembrava sprecato porta frutto oltre ogni previsione. Gesù invita a far proprio lo sguardo del seminatore che nel suo andare distribuisce in perdita il seme nella fiducia. Gesù provoca ad imparare ad attendere e a lasciarsi coinvolgere con disponibilità. E’ lo stile di Dio. La fecondità della vita sta nell’accoglienza della sua parola. La seconda parabola che concentra attenzione sui terreni presenta poi un invito a riconoscere i terreni, a saper cogliere gli ostacoli che rendono difficile l’accoglienza della Parola. Da questa consapevolezza può sorgere una disponibilità nuova.

Alessandro Cortesi op

IMG_2860.JPGParole e ambiente

Amitav Ghosh, scrittore indiano, nel suo ultimo saggio, La grande cecità. I cambiamenti climatici e l’impensabile (Neri Pozza, Vicenza 2017), ricorda un’esperienza da lui vissuta in prima persona. Quando era giovane un ciclone colpì la città di Delhi causando molti morti e feriti ed egli racconta l’esperienza di una inattesa catastrofe giunta sulla città che trovò molti abitanti impreparati ad affrontare l’emergenza ed incapaci di trovare un riparo.

Questa esperienza lo ha condotto a riflettere sull’assenza nella letteratura di una capacità di parlare di fenomeni quali il cambiamento climatico che fa giungere in modo improvviso e inatteso eventi di distruzione e mutamenti profondi della vita della natura e degli uomini.

“Prima della fine degli anni Novanta non si poteva scrivere di cambiamento climatico perché non lo si conosceva. Ma oggi un giovane scrittore che voglia parlare del suo tempo non può fingere di non sapere e deve creare una lingua letteraria per confrontarsi con un’epoca completamente diversa” (Huffington Post 11.07.2017; G.Fantasia, Amitav Ghosh: “Non lasciamo i cambiamenti climatici agli scienziati, raccontiamoli” )

“Il cambiamento climatico distrugge la lingua così come distrugge il mondo”, ha detto Ghosh e per questo auspica la ricerca di parole nuove per parlarne. Nel libro La grande cecità egli affronta tale questione e pone l’esigenza di ricerca di termini per poter affrontare ciò che il cambiamento climatico costituisce per l’umanità e la terra. Amitav Ghosh parla del cambiamento del clima che genera lo spostamento di popolazioni e cambia volto ai profili dell’ambiente.

Egli tuttavia osserva che l’attenzione al cambiamento climatico come questione che investe profondamente la vita dell’umanità oggi in relazione al mondo non umano non trova spazio nella letteratura: “Quando il tema del cambiamento climatico fa capolino in queste pubblicazioni, si tratta quasi sempre di saggistica; difficile che in tale orizzonte compaiano romanzi e racconti. Anzi, si potrebbe sostenere che la narrativa che si occupa di cambiamento climatico sia un genere che le riviste letterarie serie non prendono sul serio; la sola menzione dell’argomento basta a relegare un romanzo o un racconto nel campo della fantascienza. È come se nell’immaginazione letteraria il cambiamento climatico fosse in qualche modo imparentato con gli extraterrestri o i viaggi interplanetari”. (La Repubblica, Robinson, 16 aprile 2017).

La sua riflessione diviene così denuncia di un grande occultamento posto in atto nella cultura che non si pone la domanda sugli stili di vita e le scelte di sistemi di sviluppo di una parte dell’umanità che sono cause delle modifiche del clima e stanno alla radice di conseguenze disastrose in cui sono coinvolte insieme la questione della sopravvivenza delle future generazioni e la vita della terra, delle sue specie animali e vegetali.

“… le questioni che oggi gli scrittori e gli artisti dovrebbero affrontare non riguardano solo gli aspetti politici dell’economia dei combustibili fossili, ma anche i nostri stili di vita e il modo in cui essi ci rendono complici degli occultamenti messi in atto dalla cultura in cui siamo immersi”.

Con questa domanda, con sensibilità di letterato e di artista egli parla dell’attuale contesto culturale come quello segnato dalla grande cecità: “che cosa nel cambiamento climatico fa sì che il solo menzionarlo comporti l’esclusione dai ranghi della letteratura seria? In un mondo sostanzialmente alterato, un mondo in cui l’innalzamento del livello dei mari avrà inghiottito le Sundarban e reso inabitabili città come Kolkata, New York e Bangkok, i lettori e i frequentatori di musei si rivolgeranno all’arte e alla letteratura della nostra epoca cercandovi innanzitutto tracce e segni premonitori del mondo alterato che avranno ricevuto in eredità. E non trovandone, cosa potranno, cosa dovranno fare, se non concludere che nella nostra epoca arte e letteratura venivano praticate perlopiù in modo da nascondere la realtà cui si andava incontro? E allora questa nostra epoca, così fiera della propria consapevolezza, verrà definita l’epoca della Grande Cecità”.

C’è una pioggia che devasta, esito di scelte umane che conducono al cambiamento climatico e devastano l’ambiente; e c’è una pioggia che reca acqua alla terra e seme al seminatore e pane da mangiare…

Alessandro Cortesi op

XIV domenica tempo ordinario – anno A – 2017

IMG_3761Zc 9,9-10; Rom 8,9.11-13; Mt 11,25-30

Le parole del profeta Zaccaria si situano nel quadro del tempo che segue all’esilio e sono parole che rinviano al futuro. Dopo l’esilio si apre per Israele un tempo di cose nuove. Ma lo sguardo si spinge ancor più lontano verso un futuro indicato dalle promesse di Dio, il futuro che vedrà la venuta del messia. Zaccaria annuncia che il tempo in cui si sta vivendo è tempo in cui scorgere la benevolenza del Signore: il Tempio sta per essere ricostruito, Gerusalemme e così le altre città di Giuda: si capovolgono le sorti di chi aveva disprezzato e oppresso il popolo d’Israele.

Zaccaria vede nell’opera di restauro di antiche rovine una indicazione e un’altra urgenza, quella di una ricostruzione interiore, spirituale. Il popolo della promessa deve scoprire il senso profondo della sua identità non come potenza politica ma come testimone della fede nel Dio dell’alleanza. C’è tale rinascita da attuare. Non è una questione di abbellimenti esteriori perché investe i cuori, più importante di ogni ricostruzione materiale. E’ questa un’opera di Dio, di salvezza: “Ecco, io salvo il mio popolo dalla terra d’oriente d’occidente: li ricondurrò ad abitare in Gerusalemme: saranno il mio popolo e io sarò il loro Dio, nella fedeltà e nella giustizia” (Zac 8,7-8).

In tale quadro compare anche l’invito a gioire perché sta giungendo un re giusto e salvatore. La sua grandezza non risiede nelle sue capacità ma nella fiducia che ripone solo in Dio. E’ un re mite che arriva non brandendo le armi o con dimostrazioni di potenza, ma in modo diverso e alternativo e così costruisce la pace. E’ a capo di una comunità di umili, i poveri di Jahweh, coloro che non hanno altre sicurezze, ma confidano in Dio, in Lui ripongono la loro fiducia. E’ lui che ricostruisce in modo autentico una città fatta di persone.

Un cuore mite, un senso profondo della preghiera. Questi due tratti possono essere colti nel profilo di Gesù. “Ti ringrazio Padre…” Pregare per Gesù è esperienza di ringraziamento innanzitutto, di gratitudine e gioia. E’ un rivolgersi al Padre sicuro di essere nella comunione con lui. Gesù è uomo capace di sorpresa: si lascia meravigliare dal modo in cui Dio si rende vicino, dal suo comunicarsi non secondo le logiche del potere e della grandezza ma ai piccoli. Per questo gioisce: Dio sceglie chi è escluso e non considerato. Per questo Gesù ringrazia il Padre: ha rivelato queste cose ai piccoli e ai poveri.

Nel profilo dei piccoli sono da individuare tutti coloro che vivono fiducia e abbandono in lui. Proprio poiché non sono pretenziosi, arroganti, o pieni di sé possono incontrare Dio. Gesù conosceva e pregava i salmi dove si parla di fiducia: “Io sono tranquillo e sereno come bimbo svezzato in braccio a sua madre, come bimbo svezzato è l’anima mia” (Sal 131,2). I piccoli sono coloro che vivono l’abbandono fiducioso, e sanno fidarsi che lo sguardo di Dio su di loro non viene meno: ‘se non diventerete come bambini non entrerete nel regno dei cieli’ (Mt 18,3).

Gesù invita: ‘prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me che sono mite e umile di cuore’. E’ Gesù il ‘piccolo’ che vive nell’abbandono fiducioso al Padre. Propone una via che non opprime, non schiaccia sotto pesi insopportabili. Indica invece un incontro con il Padre vissuto nella libertà e nell’apertura del cuore. Al centro dev’esserci il rapporto di fiducia con il Padre vissuto come figli.

Alessandro Cortesi op

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Restauro

“Il restauro costituisce il momento metodologico del riconoscimento dell’opera d’arte, nella sua consistenza fisica e nella sua duplice polarità estetica e storica, in vista della sua trasmissione al futuro” (C.Brandi, Teoria del restauro, Einaudi 2000)

Un grande maestro del restauro Cesare Brandi nel suo testo divenuto un classico Teoria del restauro così definiva l’opera del restaurare che implica sempre un recare insieme una duplice cura: l’attenzione per la dimensione estetica ma contemporaneamente lo sguardo capace di leggere e mantenere una dimensione storica. Ogni opera, ogni manufatto che proviene dal passato reca in sé le tracce, le ferite, le modificazioni che il tempo ha poco alla volta depositato sulla sua materialità segnandola indelebilmente. Un’opera d’arte reca in sé sia il riferimento al momento storico e al contesto in cui è stata concepita ed elaborata ma anche contemporaneamente porta le tracce di tempi successivi e porta il peso di storie diverse.

C’è chi si accosta all’opera di restauro con l’ideale di riportare l’opera alla condizione in cui era al momento in cui è uscita dalle mani dell’artista. E’ questo un approccio che cerca l’autenticità delle origini ideali ma dimentica che quell’opera dal momento in cui si è concretizzata vive del limite della sua concretezza, e ha poi vissuto un suo percorso e una sua storia entrata a far parte di lei.

C’è chi si accosta all’opera di restauro con l’idea di correggere, di ripristinare, in qualche modo cancellando il tempo e non considerando il ‘frattempo’ tra la nascita di un’opera, il suo presente e il suo futuro. C’è peraltro chi si accosta al restauro consapevole di essere, pur con tutti i riguardi, una presenza invasiva, che si accosta con strumenti e con uno sguardo che è diverso nel tempo e che comporta di essere riconosciuto da chi nel futuro potrà ancora entrarvi in contatto.

Quale il restauro più riuscito? Difficile dirlo. La nostalgia è nemica dell’opera di chi restaurando la materia deve essere consapevole del suo presente e del futuro a cui consegnarla. Il senso di cura e del rispetto, alla capacità di sorpresa per quanto un’opera nella sua silenziosa presenza reca in sé, sono i sentimenti che si fanno strada nell’animo di un restauratore. Certamente ciò che avviene in chi si avvicina ad un’opera è un processo di incontro, di consapevolezza e di rapporto. Una trasformazione.

Quell’opera realizzata nella materia di cui è stata composta reca in se stessa i disegni e i sogni, l’interiorità dell’artista, la creatività passata per le mani che l’hanno realizzata, riporta ad uno spazio in cui era collocata, richiama tempi lontani. Gli elementi di cui è composta portano in sé la patina delle stagioni, ma anche le letture, gli sguardi, i tocchi di chi è passato, le aggiunte e i rifacimenti. Quell’opera rinvia ad una rete di relazioni e di interazioni. E’ ricca di un lavoro, di genialità, di visione, ed è anche fragile nella sua materialità limitata e vulnerabile, fino ad aver potuto subire danni e distruzione.

Riflettere sulla delicatezza, la bellezza e la fatica del restaurare può essere occasione per pensare a come avvicinarsi a quel restauro di città talvolta fatta di ruderi, di relazioni sociali che oggi così urgentemente hanno bisogno di persone capaci di tessitura mite – l’architetto Renzo Piano parla dell’opera di ‘rammendo delle periferie’ – , di pazienti ricostruzioni, di fissaggi e di articolazione di nuove relazioni, capaci di conservare ma anche di consegnare al futuro eliminando gli strumenti della guerra, leggendo le storie nel tempo, fino a riconoscere l’importanza di un restauro che giunga a rinnovare l’interiorità.

Alessandro Cortesi op

 

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