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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

XIV domenica tempo ordinario – anno A – 2017

IMG_3761Zc 9,9-10; Rom 8,9.11-13; Mt 11,25-30

Le parole del profeta Zaccaria si situano nel quadro del tempo che segue all’esilio e sono parole che rinviano al futuro. Dopo l’esilio si apre per Israele un tempo di cose nuove. Ma lo sguardo si spinge ancor più lontano verso un futuro indicato dalle promesse di Dio, il futuro che vedrà la venuta del messia. Zaccaria annuncia che il tempo in cui si sta vivendo è tempo in cui scorgere la benevolenza del Signore: il Tempio sta per essere ricostruito, Gerusalemme e così le altre città di Giuda: si capovolgono le sorti di chi aveva disprezzato e oppresso il popolo d’Israele.

Zaccaria vede nell’opera di restauro di antiche rovine una indicazione e un’altra urgenza, quella di una ricostruzione interiore, spirituale. Il popolo della promessa deve scoprire il senso profondo della sua identità non come potenza politica ma come testimone della fede nel Dio dell’alleanza. C’è tale rinascita da attuare. Non è una questione di abbellimenti esteriori perché investe i cuori, più importante di ogni ricostruzione materiale. E’ questa un’opera di Dio, di salvezza: “Ecco, io salvo il mio popolo dalla terra d’oriente d’occidente: li ricondurrò ad abitare in Gerusalemme: saranno il mio popolo e io sarò il loro Dio, nella fedeltà e nella giustizia” (Zac 8,7-8).

In tale quadro compare anche l’invito a gioire perché sta giungendo un re giusto e salvatore. La sua grandezza non risiede nelle sue capacità ma nella fiducia che ripone solo in Dio. E’ un re mite che arriva non brandendo le armi o con dimostrazioni di potenza, ma in modo diverso e alternativo e così costruisce la pace. E’ a capo di una comunità di umili, i poveri di Jahweh, coloro che non hanno altre sicurezze, ma confidano in Dio, in Lui ripongono la loro fiducia. E’ lui che ricostruisce in modo autentico una città fatta di persone.

Un cuore mite, un senso profondo della preghiera. Questi due tratti possono essere colti nel profilo di Gesù. “Ti ringrazio Padre…” Pregare per Gesù è esperienza di ringraziamento innanzitutto, di gratitudine e gioia. E’ un rivolgersi al Padre sicuro di essere nella comunione con lui. Gesù è uomo capace di sorpresa: si lascia meravigliare dal modo in cui Dio si rende vicino, dal suo comunicarsi non secondo le logiche del potere e della grandezza ma ai piccoli. Per questo gioisce: Dio sceglie chi è escluso e non considerato. Per questo Gesù ringrazia il Padre: ha rivelato queste cose ai piccoli e ai poveri.

Nel profilo dei piccoli sono da individuare tutti coloro che vivono fiducia e abbandono in lui. Proprio poiché non sono pretenziosi, arroganti, o pieni di sé possono incontrare Dio. Gesù conosceva e pregava i salmi dove si parla di fiducia: “Io sono tranquillo e sereno come bimbo svezzato in braccio a sua madre, come bimbo svezzato è l’anima mia” (Sal 131,2). I piccoli sono coloro che vivono l’abbandono fiducioso, e sanno fidarsi che lo sguardo di Dio su di loro non viene meno: ‘se non diventerete come bambini non entrerete nel regno dei cieli’ (Mt 18,3).

Gesù invita: ‘prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me che sono mite e umile di cuore’. E’ Gesù il ‘piccolo’ che vive nell’abbandono fiducioso al Padre. Propone una via che non opprime, non schiaccia sotto pesi insopportabili. Indica invece un incontro con il Padre vissuto nella libertà e nell’apertura del cuore. Al centro dev’esserci il rapporto di fiducia con il Padre vissuto come figli.

Alessandro Cortesi op

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Restauro

“Il restauro costituisce il momento metodologico del riconoscimento dell’opera d’arte, nella sua consistenza fisica e nella sua duplice polarità estetica e storica, in vista della sua trasmissione al futuro” (C.Brandi, Teoria del restauro, Einaudi 2000)

Un grande maestro del restauro Cesare Brandi nel suo testo divenuto un classico Teoria del restauro così definiva l’opera del restaurare che implica sempre un recare insieme una duplice cura: l’attenzione per la dimensione estetica ma contemporaneamente lo sguardo capace di leggere e mantenere una dimensione storica. Ogni opera, ogni manufatto che proviene dal passato reca in sé le tracce, le ferite, le modificazioni che il tempo ha poco alla volta depositato sulla sua materialità segnandola indelebilmente. Un’opera d’arte reca in sé sia il riferimento al momento storico e al contesto in cui è stata concepita ed elaborata ma anche contemporaneamente porta le tracce di tempi successivi e porta il peso di storie diverse.

C’è chi si accosta all’opera di restauro con l’ideale di riportare l’opera alla condizione in cui era al momento in cui è uscita dalle mani dell’artista. E’ questo un approccio che cerca l’autenticità delle origini ideali ma dimentica che quell’opera dal momento in cui si è concretizzata vive del limite della sua concretezza, e ha poi vissuto un suo percorso e una sua storia entrata a far parte di lei.

C’è chi si accosta all’opera di restauro con l’idea di correggere, di ripristinare, in qualche modo cancellando il tempo e non considerando il ‘frattempo’ tra la nascita di un’opera, il suo presente e il suo futuro. C’è peraltro chi si accosta al restauro consapevole di essere, pur con tutti i riguardi, una presenza invasiva, che si accosta con strumenti e con uno sguardo che è diverso nel tempo e che comporta di essere riconosciuto da chi nel futuro potrà ancora entrarvi in contatto.

Quale il restauro più riuscito? Difficile dirlo. La nostalgia è nemica dell’opera di chi restaurando la materia deve essere consapevole del suo presente e del futuro a cui consegnarla. Il senso di cura e del rispetto, alla capacità di sorpresa per quanto un’opera nella sua silenziosa presenza reca in sé, sono i sentimenti che si fanno strada nell’animo di un restauratore. Certamente ciò che avviene in chi si avvicina ad un’opera è un processo di incontro, di consapevolezza e di rapporto. Una trasformazione.

Quell’opera realizzata nella materia di cui è stata composta reca in se stessa i disegni e i sogni, l’interiorità dell’artista, la creatività passata per le mani che l’hanno realizzata, riporta ad uno spazio in cui era collocata, richiama tempi lontani. Gli elementi di cui è composta portano in sé la patina delle stagioni, ma anche le letture, gli sguardi, i tocchi di chi è passato, le aggiunte e i rifacimenti. Quell’opera rinvia ad una rete di relazioni e di interazioni. E’ ricca di un lavoro, di genialità, di visione, ed è anche fragile nella sua materialità limitata e vulnerabile, fino ad aver potuto subire danni e distruzione.

Riflettere sulla delicatezza, la bellezza e la fatica del restaurare può essere occasione per pensare a come avvicinarsi a quel restauro di città talvolta fatta di ruderi, di relazioni sociali che oggi così urgentemente hanno bisogno di persone capaci di tessitura mite – l’architetto Renzo Piano parla dell’opera di ‘rammendo delle periferie’ – , di pazienti ricostruzioni, di fissaggi e di articolazione di nuove relazioni, capaci di conservare ma anche di consegnare al futuro eliminando gli strumenti della guerra, leggendo le storie nel tempo, fino a riconoscere l’importanza di un restauro che giunga a rinnovare l’interiorità.

Alessandro Cortesi op

 

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